Come aumentare la vendita di libri? Vietiamo la lettura!

vietato-leggere
E se alla fine fosse questo, il sistema migliore?
Mi spiego: è uscito l’ennesimo rapporto sullo stato della lettura in Italia, presentato qualche giorno fa a cura dell’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE). “Il mercato del libro italiano torna ufficialmente a crescere dopo quattro anni di crisi” dice l’incipit. “Wow!” dice l’appassionato di libri, che dunque va subito a leggere di questa crescita. “+0,5% il mercato complessivo nel 2015 considerando anche non book, usato, remainder…” Ah, bene. Allora mettiamoci dentro pure i libretti di istruzioni delle cose da montare, le avvertenze delle medicine, i cartelli stradali, gli avvisi condominiali… così quel miserrimo più-zero-virgola-cinque magari diventa un +5 o +10%, no?
Suvvia, ma dove vogliamo andare? Sinceramente una crescita del genere, contestualizzata alla realtà dalla quale proviene, mi sembra quella della gamba che alza più del dovuto il piede per compiere nel modo più plateale possibile il gesto del passo… verso la fossa già ben scavata, appena oltre. (La stessa AIE, poi, sul rapporto suddetto, dopo l’entusiasmo iniziale rimarca: “Benché la ripresa sia ancor più evidente in questo 2016, non è arrivata nel modo né con l’intensità che ci aspettavamo. I valori e gli spazi da recuperare rimangono enormi.” Aaaaah, ma va? Che è un po’ come dire: pensavamo di essere già caduti dentro la fossa invece no, dai, possiamo fare ancora uno o due passi, prima!)
Per farla breve: entusiasmi “politically correct” a parte (dacché l’AIE, dopo aver scippato il Salone del Libro a Torino portandolo a Milano, ora mica può platealmente tirarsi una gran zappata sui piedi da sola!), qui non stiamo andando da nessuna parte se non verso l’estinzione nazionale della lettura e dei lettori. Quindi, ribadisco: e se alla fine fosse quello lì sopra chiaramente “illustrato”, il sistema migliore?
Voglio dire… alcuni esempi tra i tanti citabili: gli alcolici non si possono vendere ai minorenni e i minorenni sono gli alcolizzati più numerosi in circolazione; la prostituzione è immorale nonché illegale ma praticanti e clienti continuano ad aumentare; le sostanze stupefacenti sono pericolosissime e in quanto tali proibite eppure il loro consuma dilaga; la corruzione è un reato ignobile punito penalmente eppure è quanto mai diffusa in ogni settore…
…La lettura dei libri è per innegabile opinione condivisa un’attività nobile ed essenziale che si fa di tutto per promuovere ovunque e dovunque, ma il numero dei lettori è costantemente in calo.

Dunque?
Insomma, mi pare piuttosto indubitabile che le cose, qui, funzionino in questo modo. A fronte del costante e sempre più grave imbarbarimento diffuso – con le conseguenze quotidiane che ci ritroviamo ovunque, intorno a noi – se c’è da aspettare di dover toccare il fondo per rimbalzare e risalire, tanto vale toccarlo subito. A mali estremi, estremi rimedi, come si dice. E che ci sia sempre meno gente che legge libri è, a mio parere, uno dei peggiori mali che una società civile possa contemplare: un male rapidamente incurabile e inesorabilmente letale. Vietiamo la lettura, suvvia, e vediamo se questo paese una società civile – con tutte le accezioni di tale termine – ce l’ha ancora. Altrimenti, appunto, è solo fatica sprecata, e tanto vale.

P.S.: certo, certo… è una provocazione, questa mia. O no?

P.S.#2: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Legge Levi: le “formiche”, nel loro piccolo, provano a farsi sentire!

maxresdefaultDa parecchio tempo a questa parte ho dedicato numerosi articoli (questo, ad esempio) alla questione “Legge Levi” – o, più istituzionalmente, “Legge n. 128 del 2011 sul prezzo dei libri” (qui trovate il suo testo completo) – il famigerato (nel bene e nel male) provvedimento legislativo che ha tentato di sottoporre a una pur minima regolata l’assai anarchico mercato del libro nazionale: legge che, in perfetto stile italiota, è stata fin da subito ed è tutt’ora oggetto di frequentissime violazioni, soprattutto da parte dei “pezzi grossi” dell’editoria nazionale ovvero da quella parte di filiera editoriale da essi controllata. In quegli articoli ho invocato spesso che nel loro piccolo le “formiche”, cioè gli editori piccoli e medi nonché i librai e tutti gli altri attori indipendenti del mercato, cominciassero seriamente a “incazzarsi” di fronte a quelle violazioni e allo spadroneggiare sempre più prepotente – e sempre più danneggiante la lettura in Italia – dei grandi editori, e piuttosto di subire continuamente le loro pretese sul mercato passassero al contrattacco, in forza del classico motto “l’unione fa la forza” e al fine di riequilibrare in modo finalmente adeguato e realmente libero il mercato stesso.

(Cliccateci sopra per vedere il video.)
(Cliccateci sopra per vedere il video.)

Bene: pare che le formiche si stiano organizzando in tal senso, e comincino a comprendere l’importanza di essere attive più che reattive. Così infatti si può interpretare la partecipazione dei rappresentanti della filiera editoriale indipendente al convegno organizzato dalla Commissione Cultura, Scienza ed Istruzione della Camera, “La legge Levi per la promozione della lettura – A cinque anni dall’applicazione della legge n. 128 del 2011 sul prezzo dei libri: analisi, sviluppi e prospettive per favorire la lettura in Italia”, svoltosi lo scorso 6 ottobre a Palazzo Montecitorio, nel quale sono intervenuti Ricardo Franco Levi, primo firmatario della suddetta Legge 128, Alberto Galla, presidente Associazione librai italiani (ALI), Cristina Giussani, presidente Sindacato Italiano Librai (SIL), Federico Motta, presidente Associazione italiana editori (AIE), Rossana Rummo, direttrice generale Biblioteche e istituti culturali Mibact, oltre alla Presidente della Commissione Cultura, Flavia Piccoli Nardelli, e allo stesso Ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini.
Sembra – siamo in Italia dunque bisogna sempre restare sul vago, fino a che non si abbiano in mano risultati concreti! – sembra, dicevo, che l’incontro abbia sortito effetti positivi, e messo le basi per una più efficace attuazione della Legge Levi.  A tale riguardo Giussani, presidente SIL, rimarca che «si registra tra le librerie indipendenti e quelle appartenenti a grandi gruppi una decisa convergenza sul tema degli sconti e della regolamentazione dei prezzi dei libri. Un fatto nuovo e decisamente positivo, che gratifica l’impegno del nostro Sindacato volto ad allargare al maggior numero possibile di soggetti la discussione sugli aspetti normativi attuali e sulle eventuali modifiche da apportare». Più avanti aggiunge, con un ottimismo che si spera non sia disilluso da future iniziative reiteranti diffusissimi atteggiamenti attuali: «Sembrano essersi accorti tutti, infatti, che l’eccesso di sconti sui libri fa perdere valore alla lettura e chiudere le librerie, non solo piccole ma anche grandi. Ci sono dunque le condizioni per arrivare quanto prima ad una modifica delle norme che sia condivisa da tutti.»
In buona sostanza, la proposta messa sul tavolo dalle associazioni dei librai (SIL e ALI), da tutti i retailers anche di catena, dai gruppi Feltrinelli e Giunti e dai piccoli editori (mentre l’AIE si è dimostrata meno “collaborativa” anche se possibilista sul tetto massimo di sconto), è una modifica alla francese (qui la legge sul prezzo del libro in vigore in Francia) che determini “paletti” quali il 5% di sconto massimo sul prezzo di vendita, lo stop ai cross-merchandising (ovvero quell’insieme di attività grazie alle quali si riesce ad aumentare lo scontrino del cliente, spingendo quest’ultimo ad accostare al prodotto iniziale d’acquisto un altro prodotto: tecnica assai diffusa negli ipermercati – i classici scaffali di prodotti posizionati ove si formano le code alle casse, ad esempio – e sempre più anche nelle librerie di catena), la stretta sulle promozioni selvagge e altre mozioni del genere. Il tutto, da inserirsi tramite emendamenti ad hoc nella proposta di legge Giordano n.1504 “Disposizioni per la diffusione del libro su qualsiasi supporto e per la promozione della lettura”, da due anni e mezzo in discussione alla Commissione Cultura ma forse (forse!) ormai prossima alla meta attuativa.
Questo è quanto, al momento. Ribadisco: siamo ancora sul piano delle proposte e del relativo dibattito, ma non si può non sostenere con favore questo nuovo atteggiamento propositivo della filiera editoriale indipendente nazionale, sempre più fondamentale non solo per l’equità del mercato dei libri ma, a ben vedere, per la mera sopravvivenza dello stesso. Il dominio sovente bieco dei grandi editori (che d’altro canto continua in molti casi ad essere ancora tale, vedi la riprovevole questione del Salone del Libro conteso tra Torino e Milano) non mi pare che sia in grado di risollevare le sorti del mercato ovvero, in generale, della lettura in Italia. Credo sia il caso, dunque, di cambiare del tutto punto di vista riguardo la gestione del mercato nazionale, anche seguendo esempi virtuosi di altri paesi europei assimilabili al nostro. In fondo i libri e la lettura sono da sempre un’attività sinonimo di libertà consapevole: lasciarla in balìa di una pseudo-libertà – o pseudo-liberismo – tanto sregolata quanto tendente all’oligarchia, dunque a negare sé stessa, è cosa francamente stolta e deleteria per l’intera cultura del nostro paese.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Basta con la letteratura a scuola! (O no?)

rondoni-contro-letteraturaSì, basta con l’attuale insegnamento della grande letteratura nelle scuole italiane. Perché, visti poi i risultati – culturali e commerciali – è evidente che sia ben più grande il danno che il beneficio!
Non è una mia tesi – forse l’avrete già intuito dacché viene ed è stata rilanciata nelle ultime settimane (qui un articolo dei tanti) da Davide Rondoni, che a tal proposito di recente ha ripubblicato con Bompiani il suo Contro la letteratura, libello in origine pubblicato nel 2010 da Il Saggiatore il quale già all’epoca suscitò parecchie polemiche, tanto da essere poi (così pare) ritirato dall’editore.
In verità, in principio di questo articolo ho parecchio condensato il succo della tesi rondoniana, che lo stesso autore riassume invece con maggior determinatezza in questo brano:

La letteratura è l’unico bene antropologico del nostro Paese. E la scuola la sta distruggendo. A chi difende il vigente sistema di insegnamento dico: voi state difendendo questa situazione. Ne siete dunque corresponsabili almeno quanto quelli che l’hanno generata in migliaia di pubblicazioni, convegni, ore di insegnamento. Per di più pagati dallo Stato. Una montagna di soldi pubblici per ottenere la pubblica fucilazione dei grandi capolavori della nostra letteratura. Una formidabile idiozia. Tutto questo non vi suscita nessun moto di insurrezione? A me sì, e per questo faccio una proposta: smettiamo di insegnare la letteratura a scuola, rendiamola facoltativa. Lasciamo ai nostri figli questa libertà.

Dunque il vero bersaglio della provocatoria riflessione di Rondoni non è tanto la letteratura in sé (e ci mancherebbe!) quanto il modo in cui viene insegnata oggi nelle scuole, tra arcaiche imposizioni didattiche e sostanziale impreparazione letteraria dei docenti.
Personalmente, trovo difficile non essere concorde con Rondoni, in linea di massima. Anche solo per una più rozza ma inevitabilmente pragmatica considerazione circa lo stato del mercato dei libri in Italia: dato che, stando alle statistiche (inconfutabili dalla realtà oggettiva, ahinoi), sempre meno italiani si dedicano alla lettura, può ben essere che tale disaffezione nasca all’origine, a quando la letteratura ci viene insegnata ovvero al modo in cui viene insegnata. Per quanto mi riguarda, se posso offrire ad esempio la mia esperienza personale, è innegabile che una certa parte della mia dedizione ai libri e alla lettura sia stata ben coltivata dalla fortunata presenza, alle scuole superiori, di un docente di italiano la cui passione per la letteratura era evidente e, non posso che dire, contagiante. Poi, al di là dei meri casi singoli, sulla questione se ne potrebbero correlare infinite altre: dalla (a mio parere) strategica “de-culturazione” della società imposta dalla politica, all’imposizione di modus vivendi che nulla hanno a che vedere con la cultura, alla presenza nel nostro mondo di infinite distrazioni fin troppo rimbambenti aventi effetto soprattutto sui più giovani  – e provocanti poi danni tremendi in età adulta, dato che tutto sommato gli adolescenti leggono ancora: è col passare del tempo che i libri divengono oggetti del tutto estranei alla vita quotidiana!
Rondoni scarica buona parte della colpa di ciò sui docenti, dichiarandoli nella maggior parte dei casi inabili all’insegnamento letterario e invocando la presenza di altri docenti “tecnici”, specificatamente preparati sulla materia e altrettanto bravi a coinvolgere gli studenti nelle proprie dissertazioni letterarie didattiche. Non so se questa proposta possa effettivamente avere successo, nel sistema scolastico nostrano; piuttosto è preoccupante che si debba intervenire in tal senso nel sistema scolastico di un paese evidentemente incapace di trasmettere ai propri giovani cittadini le più fondamentali basi culturali, le quali poi – inutile rimarcarlo – diventano anche identitarie e indispensabili alla costruzione di una società consapevole di sé e del paese che si ritrova a vivere e amministrare.
È chiaro, in senso generale, che ci sia qualcosa che non va nell’insegnamento culturale in Italia, non solo riguardo a libri e letteratura; è evidente che, continuando con la situazione attuale, le cose non potranno cambiare anzi, non faranno che peggiorare di continuo. La scuola può fare molto, per migliorare le cose, ma non a sufficienza se poi, fuori dalle mura scolastiche, i ragazzi trovano una società che rigetta qualsiasi elemento culturale per fare spazio unicamente a scempiaggini varie e assortite, col bene placito di una politica che non solo non investe nella cultura ma fa di tutto per togliersela di torno, come fosse un irritante ostacolo alla salvaguardia dello stato di fatto del sistema di potere – e infatti è proprio così, è un gigantesco ostacolo: dovremmo finalmente capirla ‘sta cosa una volta per tutte e agire di conseguenza, piuttosto che fare i soliti rivoluzionari da happy hour che si fanno belli di populismi e luogocomunismi vari per poi, appena possibile, fare spallucce e rinchiudersi nel proprio piccolo orticello quotidiano, e per qualsiasi cosa che accada fuori di essi: chissenefrega!
In fondo, temo che anche sulla questione “letteratura a scuola” il principio di fondo sia lo stesso: una (pianificata?) incapacità di vedere oltre il domani, di capire che un grande classico letterario non è solo motivo di insegnamento, non è solo fonte di cultura e conoscenza ma è anche elemento fondante di senso civico e consapevolezza politica, sociologica, antropologica, esattamente come oggi lo può essere, ad esempio, il saper ben smanettare con uno smartphone – esattamente così, perché pure questa, oggi, è cultura, ma che non ne elimina qualsiasi altra, semmai vi si affianca e correla. Perché il nostro mondo è fatto di tecnologia contemporanea e di sapienza antica – nel bene e nel male per entrambe – e l’una non regge senza l’altra così come chi si vuole dedicare a cose meramente futili dovrà pur possedere una cultura di contraltare, per non passare indubitabilmente per idiota nonché, peggio, per non essere trattato da idiota da chicchessia – a partire dalla politica in giù.
Servono nuove strategie di diffusione della cultura, serve una presa di coscienza collettiva, forte se non fortissima (anche in senso pratico, intendo dire), sullo stato di fatto della questione, serve una imposizione democratica – ovvero dal basso – nei confronti di chi decide le sorti della cultura nel nostro paese, in senso politico, amministrativo, gestionale. Solo così anche la scuola sarà messa nella condizione di fare bene il proprio mestiere; in caso contrario, potrà pure esserci il più grande e appassionato insegnante di letteratura al lavoro coi più ricettivi alunni, ma il risultato finale sarà inevitabilmente zoppo, se non deficitario. A tal punto, tanto vale eliminarla del tutto, la letteratura a scuola: almeno in tal modo si userà il rozzo ma sempre efficace principio del “desiderare ciò che non si ha e ignorare ciò che si ha”. Un principio da società imbarbarita e troglodita ma alla fine quello diventeremo, se andiamo avanti così.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Questa sì che è un’iniziativa innovativa per i libri in Italia!

13680590_10208734809302081_8395601331140729813_nBeh, considerando che – a quanto si rileva dalle statistiche sul temagli italiani preferiscono nutrire la panza piuttosto che la mente…
E chissà che in tal modo vengano salvati da polverosi oblii su scaffali altrimenti ricolmi di demenziali soprammobili tanti libri di gran pregio il cui valore letterario i loro ex lettori – o più probabilmente non lettori – comprendono assai meno che (forse) la  la fragranza di una patatina fritta, così da rimettere a disposizione quel valore a chi invece lo possa capire e ne possa godere, per di più con un indice di colesterolo nel sangue assolutamente nella norma!

P.S.: comunque, al di là di tutto, sì, è proprio vero, il futuro dei libri e della lettura in Italia è veramente roseo. Già, come la pelle d’un maiale in attesa nel recinto d’un macello.

P.S. #2: e, ovviamente, stendiamo il classico velo pietoso sul brand autore (seppur indirettamente) di tale iniziativa.

 

Se l’editoria nazionale è nelle mani di personaggi infantili e sboroni…

Salone-Torino-MilanoNo, dai… fino a che livello di ridicolaggine vogliamo arrivare?
Sì, insomma, intendo dire… la questione “Salone del Libro a Torino o a Milano”. È da pochi giorni che s’è scatenata e già è roba da restare basiti. Letteralmente basiti.
Lo anticipavo giusto nel mio precedente articolo su Cultora e qui sul blog (ma articolando la riflessione in modo – diciamo – più diplomatico e analitico) cosa mi pareva stesse uscendo da questa improvvisa querelle. Solo che al solito, la realtà dei fatti ha superato rapidamente ogni speculazione e, intendo dire, verso il basso: il tutto sta già assumendo contorni ridicoli, se non proprio grotteschi ovvero assai irritanti.
Che l’editoria non fosse ormai più, e da parecchio tempo, un’eccellenza nazionale, sotto diversi punti di vista (o sotto tutti i punti di vista?) lo avevamo capito. Ma qui siamo veramente caduti nei consueti e inguaribili vizi italioti, siamo ai soliti campaniletti che si fanno credere possenti ma sono in realtà fatti di inconsistente argilla i quali ombreggiano altrettanto soliti orticelli che ci dicono grandi e rigogliosi e invece sono piccoli, piccolissimi, e assai poveri di buone colture. In essi ormai non si odono che voci boriose, sbraiti sguaiati, capricci infantili, piagnistei, accuse e contro accuse e (scusate) gli “io-ce-l’ho-più-grosso-di-te” (ehm… lo spazio per allestire il Salone, diciamo…) con i contrapposti “no-io-di-più” eccetera, eccetera, eccetera. Dietro a tutto ciò, non è difficile immaginare chissà quali giochi di potere più o meno politici, accordi sottobanco, tornaconti più o meno leciti, lotte intestine per poltrone e scranni vari e quant’altro di – appunto – così tipico, così solito, così tradizionale nelle cose istituzionali (o similmente tali) di questo nostro paese.
Sia chiaro: non sto affatto difendendo Torino ovvero propugnando Milano o viceversa. Anzi, tutt’altro. Semmai, molto più semplicemente ma pure più concretamente, mi faccio domande del tipo: beh, signori voi tutti, ma dove vogliamo andare? Quanto ancora più di adesso volete affossare (e chissà che non sia la botta definitiva) il mercato dei libri in Italia? Perché è lampante fin d’ora, la sorte: di questo passo tale manfrina sabaudo-meneghina, con tutto ciò che vi sta dietro, finirà per danneggiare una volta di più il libro e la lettura, nel nostro paese: un paese nel quale si è reso palese che un Salone del Libro è fin troppo (che sia per colpe sue – e ce ne sono a iosa – o per l’ormai appurata scarsa propensione dell’italiano medio verso la lettura – adeguatamente coltivata da una strategia istituzionale mirata ed efficiente), figuriamoci dunque due, che per di più si da(ra)nno battaglia togliendosi reciprocamente quel poco di aria che potrebbero respirare per sopravvivere!
No, mi spiace: il mondo del libro e della lettura, in Italia, messo com’è nelle mani di siffatti personaggi tanto infantili e sboroni ai quali mi pare evidente che della letteratura – quella vera, quella che fa autentica cultura – interessa sempre meno, non può andare da nessuna parte. Ergo rassegniamoci a contare gli anni, augurandoci non siano mesi, che mancano al suo funerale, oppure si cambi completamente rotta – e nuovamente, nel mio precedente articolo, qualche indicazione a mio parere buona l’ho data, ovviamente senza alcuna pretesa di ragione. Ma con la speranza che per i libri e la lettura, in Italia, un futuro migliore sia ancora possibile.
Che la speranza è l’ultima a morire, si dice, no? – dunque almeno questa, lasciatecela.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.