Come trasformare una tragedia in un qualcosa di suggestivamente artistico, nella forma e non solo. L’artista americana Alexis Arnold recupera vecchi libri finiti in discarica “perché sostituiti con e-books” (cito testualmente dal sito dell’artista, e denoto quanto ciò sia triste e tragico, appunto, così come lo sia ogni qualvolta un libro diventi uno scarto e finisca tra i rifiuti) e con un particolare processo chimico li cristallizza, letteralmente. I cristalli rimuovono il testo e trasformano i libri in oggetti meramente estetici, non più funzionali eppure estremamente narranti. Diventano come campioni geologici che non raccontano più storie attraverso un testo da leggere, ma per quanto siano intrisi della propria storia oggettiva, come anche intrisi di tempo, dell’utilizzo che ne è stato fatto e della nostalgia che provoca la loro visione.
Cliccate sulle foto delle opere sopra pubblicate per visitare il sito web di Alexis Arnold e vedere molte più immagini della Crystallized Books Series, oltre che per conoscere meglio questa interessante artista californiana.
P.S.: post “ispirato” dalla pagina facebook di Artribune.
La Germania. La tanto (da tanti) odiata Germania, che in Europa fa il bello e il brutto tempo, la Germania della Frau Merkel che impone diktat e giudica tutti gli altri paesi europei.
Beh, giusto o sbagliato che tutto ciò sia, qui, ora, non mi interessano tali questioni. Me ne interessa un’altra, della quale quasi nessuno ne ha dato notizia e parlato in Italia. E io credo non casualmente, dacché, sapete bene, i media e gli organi di informazione (?) sanno bene che a volte non devono informare, perché qualcuno preferisce così.
Comunque, venendo al sodo, e proferendo lodi e glorie supreme ad Artribune, unico (prestigioso) media che, mi pare, abbia dato il giusto risalto alla notizia: la commissione Bilancio del Bundestag ha di recente comunicato che gli stanziamenti per la cultura cresceranno nel 2015 di 118 milioni di euro in più, per un totale di oltre 1 miliardo e 300 milioni. Un aumento percentuale del 4,26 %, impensabile con le logiche dei nostri governanti. “La commissione Bilancio ha scelto di dare un forte segnale sulla centralità della politica culturale” ha dichiarato Monika Grütters, ministro tedesco della cultura. “Vorremmo che l’esempio fosse seguito dai responsabili culturali dei diversi Länder, che in un momento finanziariamente difficile non subiranno tagli dal governo centrale”. Monika Grütters, ministro tedesco della cultura. Colpa (anche) sua se la Germania è un luogo più civile rispetto all’Italia.Bene (si fa per dire). Posto ciò, facciamoci del male, ora (“grazie” a questo articolo, ma se ne trovano innumerevoli altri, in tema). L’Italia, che fino al 2009 spendeva in cultura lo 0,9 % del Pil, è calata allo 0,6% nel 2011, finendo così all’ultimo posto fra i 28 Paesi dell’Unione Europea. Questo è quello che emerge dall’analisi delle spese in cultura condotta dal Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica della Presidenza del Consiglio. Lo studio registra un lieve incremento nelle regioni del Nord, quelle del Centro stabili sugli stessi valori, ma al Sud un ulteriore, drammatico calo. Nel contesto europeo, l’Italia evidenzia il più alto disinvestimento nel decennio con un meno 33,3%, più del doppio rispetto alla Grecia che registra un meno 14,3%. Intanto altri Paesi, dall’Olanda all’Ungheria, dalla Danimarca alla Slovenia, investono nel settore oltre l’1,5% del Pil, e quasi tutti gli altri Paesi europei oscillano tra l’1 e l’1,5%.
Sono dati del 2011 (perché pure nell’aggiornare tali dati siamo bravi e lenti somari!) ma certamente ritenere che negli anni successivi la situazione sia migliorata è purissima, cristallina, irrefutabile utopia. Si veda pure questa significativa infografica, che ho tratto da qui:
Come denota Massimo Mattioli nell’articolo di Artribune citato, “Quello che in Germania non è in discussione, per esempio, è che chiudere o comunque ridimensionare un museo, o un altro centro culturale, non provoca un danno solo nella misura in cui mette in difficoltà i lavoratori direttamente coinvolti: è un vulnus inaccettabile all’identità nazionale, è una minaccia grave alla formazione, all’educazione delle nuove generazioni. E infatti non accade: i fondi destinati alla cultura, giustissimamente, non stanno sullo stesso piano di altri investimenti pubblici, e quindi oggetto di oscillazioni, di contrazioni aprioristiche e incondizionate. Non vengono trattati come investimenti improduttivi e quindi primo bersaglio dei risparmi, come accade spesso anche dalle nostre parti.”
Ok. A questo punto, sappiate che a me, in tutta sincerità, viene solo da dire questo: ma, almeno per quanto riguarda la cultura, dove vogliamo andare? Dove – vogliamo – andare? Eh?
Deutschland über alles! – altro che! E l’Italia, potenzialmente il paese leader al mondo in fatto di cultura, per mera colpa e ottusità proprie (ovvero per precisa strategia decerebrante in atto da tempo!) deve solo starsene zitta. Purtroppo per tutti noi, che ne subiamo le peggiori conseguenze.
A meno che ci si trasferisca in Germania, certo.
Ok, dovete partire per un viaggio. Verso paesi e città non propriamente turistici – ovvero, non state andando nel classico villaggio dove tutto quanto è uguale a ciò che trovate nel resto dell’anno sotto casa… Un viaggio vero, autonomo, a contatto con la gente del posto, la sua cultura e i suoi costumi. Ok, dunque vi serve una buona guida, una di quelle che vi dia tutte, ma proprio tutte, le informazioni necessarie al viaggio stesso, e alla permanenza nei luoghi in cui andrete: precisa, dettagliata, affidabile, senza divagazioni su temi e argomenti poco consoni al suddetto viaggio. Una guida che vi dia sicurezza fin dal titolo, ecco.
Ok. Posto ciò, diciamo che a un testo del genere che s’intitoli come una bevanda alcolica parecchio forte, e che peraltro nel paese in cui dovreste andare in certi casi non è così ben vista, quella bevanda alcolica, non è il caso di affidarsi. Peccato, però, perché se invece vi si affidate, leggereste le migliori informazioni (o, diciamo, le meno ordinarie) per uno dei viaggi più particolari che potreste fare… Mica chissà dove – restiamo comunque nella vecchia Europa – d’altro canto non è la distanza, l’esotismo della meta o la bizzarria dei luoghi visitati a decretare che un Viaggio sia di quelli con la V maiuscola, autentico, genuino, esperienziale. Bastano poche migliaia di chilometri, magari ancora meno: il vero viaggio è dentro i veri viaggiatori, altri li potresti mandare al Polo Sud ma si comporterebbero sempre come in ufficio o nel centro commerciale vicino casa… Baltica 9. Guida ai misteri d’Oriente (Laterza, 2008, collana “Contromano”) è la “roadmap” di due degli scrittori italiani più particolari in circolazione, Daniele Benati e Paolo Nori, che dalla (dalle) loro esperienza (esperienze) lassù dove l’Europa Occidentale tocca in modo non del tutto soave l’Est, ricavano un vero e proprio taccuino a due mani sul quale appuntano di tutto, da buoni consigli di viaggio a considerazioni campare per aria, da cronache di avventure non sempre finite bene a indicazioni pratiche su come non finire invischiati nelle labirintiche (nella logica) frontiere oltre l’Austria…
Leggete la recensione completa di Baltica 9. Guida ai misteri d’Orientecliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
Un libro serve a chi lo scrive, raramente a chi lo legge, perciò le biblioteche sono piene di libri inutili.
(Luigi Pintor, Servabo. Memoria di fine secolo, Bollati Boringhieri, Torino 2001) In poche parole, una verità assoluta e (ahinoi) drammatica sull’editoria contemporanea sancita da uno dei più brillanti intellettuali italiani del Novecento, Luigi Pintor – al di là delle posizioni ideologico-politiche espresso, sia chiaro. Perché la comprensione di certe verità, la cognizione profonda di esse e la capacità di coglierne gli effetti nel mondo in cui si vive e si interagisce è peculiarità di intelletti fini e sagaci – peculiarità che non hanno colore o parte. E certamente se la gran massa degli scrittori odierni scrivesse per offrire parole utili a chi le potrebbe leggere, piuttosto che a sé stessi, al proprio ego e alla pretesa autoaffermazione, ci sarebbero in circolazione libri ben più interessanti e stimolanti di quelli che, nella maggior parte dei casi, occupano gli scaffali delle librerie come superflui soprammobili sulle mensole di una ordinarissima e banalissima casa…
E a dar ancora maggior forza e valore alle parole di Pintor e alle sue intuizioni, c’era pure una peculiare e vivace ironia (anche auto-), come egli, scrittore assolutamente attivo fino agli ultimi mesi di vita, ci dimostra in quest’altra citazione:
Per scrivere un libro nel terzo millennio ci vuole una smisurata superbia. Basta entrare in una biblioteca comunale e guardare le vetrine di un cartolaio per capire che il mondo non ha bisogno di un volume in più.
I libri si considerano troppo spesso come una semplice merce di consumo ma certi libri hanno fatto una fatica boia per stare al mondo finendo magari nel dimenticatoio per decenni dove però non sono mai morti del tutto perché certi libri hanno questo di bello, che non muoiono mai.
A volte mi ritrovo con qualcuno a parlare di qualche mia opera edita anni fa, e io ovviamente ne parlo come se l’avessi scritta ieri (anche se, in verità, la riscriverei dall’inizio alla fine – ma questo potrebbe valere pure per il testo che state leggendo), di contro molti tendono a osservarmi «Ah, ok, ma è un libro vecchio. Quali sono quelli più nuovi?» come se, appunto, i libri fossero cose dotate di una data di scadenza – eccezion fatta per i grandi classici. E io, puntualmente, nel rispondere in pratica sostengo quanto anche Benati e Nori sostengono: un buon libro (non che i miei siano tali, non sarò certo io a dirlo, qui dico in generale) è sempre vivo come il primo giorno in cui è stato pubblicato, e non avrà mai, e ribadisco mai, scadenza. Perché non hanno mai scadenza le belle parole, le storie intelligenti e coinvolgenti, le idee da esse generate, la visione del mondo e della realtà che ci rivelano. Che magari, in quel libro finito dopo pochi mesi – o settimane! – negli scatoloni dei resi per colpa del sempre più forsennato e suicida ritmo di uscita dei nuovi titoli imposto dai grossi gruppi editoriali (i quali poi non ci pensano due volte a sbattere nell’angolo più buio e sporco del magazzino il libro di un autore non ancora celebre per far spazio all’ennesima boiata in carta e inchiostro sulle ricette della tizia che chissà perché scrive libri di ricette visto che non ha nessuna qualifica professionale sul tema, o sulla vita di questa o quell’altra soubrette inevitabilmente intrisa di “rivelazioni piccanti”) – dicevo, in quel libro del nuovo autore dimenticato tra la polvere c’è l’opera letteraria più rivoluzionaria mai scritta. Ma non lo sapremo mai.
D’altronde, ugualmente non sanno, quei grossi gruppi editoriali e distributivi che così hanno corrotto e mercificato il mercato editoriale nostrano, che pure la loro data di scadenza è ormai stata superata, da un pezzo e soltanto per loro colpa.
P.S.: e a breve, la recensione del libro da cui è tratta la citazione.