Annie Ernaux, “Il Posto”

13087440_1573722166261547_923893955661501395_nHo parlato più volte di Modus Legendi qui nel blog, la “rivoluzione gentile” (come l’ha definita Loredana Lipperini) che s’è proposta di ridare voce e potere ai lettori ottenendo un successo che per il mercato editoriale nostrano ha quasi dell’incredibile: mandare in classifica il romanzo di un editore indipendente col solo appoggio dei suoi lettori e senza tutto il battage promozionale che soltanto i grandi editori possono mettere in atto per i propri (spesso assai discutibili) volumi.
Ecco, il romanzo più votato (e dunque acquistato) dai partecipanti a Modus Legendi e poi, appunto, finito in classifica di vendita – peraltro con posizione assai alta: 3° posto nella narrativa straniera e 11° in quella generale – è uno dei più noti (ma non in Italia, almeno fino a qualche settimana fa!) della scrittrice francese Annie Ernaux, Il Posto (L’Orma Editore, Roma, 2014, traduzione di Lorenzo Flabbi; orig. La place). Anche se, è bene precisarlo subito, definire Il posto un “romanzo” non è del tutto corretto, se non fuorviante, sia nella forma che nella sostanza: è semmai una sorta di racconto lungo (supera di poco le 100 pagine) in forma di biografia, ovvero la razionale e rigorosa narrazione della vita e delle opere del padre della scrittrice strutturata soprattutto in brevi paragrafi che potrebbero quasi ricordare le didascalie di tante fotografie, in cui descrivere con la massima semplicità e chiarezza ciò che in esse è raffigurato…

ernaux-annie01Leggete la recensione completa di Il posto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Modus Legendi: la “rivoluzione gentile” s’è compiuta!

logo_modus-legendiIl piccolo/grande miracolo di Modus Legendi, iniziativa della quale già vi raccontavo qui, ovvero la rivoluzione gentile dei lettori, come l’ha definita Loredana Lipperini, è riuscita: un libro pubblicato da un editore indipendente, Il posto di Annie Ernaux (edito da L’Orma) è entrato nella classifica dei libri più venduti in Italia soltanto grazie alla scelta dei lettori che hanno partecipato a Modus Legendi, senza alcun supporto promozionale (di cui i piccoli editori non godono da parte dei lucranti media, 13087440_1573722166261547_923893955661501395_nè cosa risaputa) e nonostante lo stato di corruzione del mercato editoriale nazionale, controllato dall’oligarchia dei grandi editori – “grandi” di forma ma sovente non di sostanza, ci tengo a precisarlo. Più precisamente, è al 3° posto della classifica italiana di vendita dei libri di narrativa straniera (e all’11° di quella assoluta), ben circondato da titoli che, in certi casi, chissà quanti denari in pubblicità saranno costati ai loro editori – nonché, ve ne renderete conto scorrendo la classifica con le sue 35 posizioni, unico libro di un editore indipendente presente.

Ha ragione Loredana Lipperini a definirla una rivoluzione gentile, questa; ma, mi viene da pensare, a volte le rivoluzione più destabilizzanti e innovatrici sono proprio quelle che iniziano adagio, con calma, pure con gentilezza, appunto, tanto da essere sottovalutate, probabilmente, ma che poi col tempo ottengono inesorabilmente grandi risultati.

Beh, mi auguro che finisca veramente così. Perché in un ambito così corrotto (ribadisco) nel suo valore e nella sostanza come è quello editoriale italiano, se c’è un modo per risollevarne le sorti e svincolarle dal volere e dalle pretese di chi ora lo controlla – con risultati pessimi, appunto – è quello di ridare potere ai lettori. Giusto il motto di Modus Legendi!

Quando è proprio il caso di dire che “leggere è sexy”!

cropped-weblogo04Cosa non si fa – o non si farebbe – pur di diffondere la lettura dei libri!
Uhm, “cosa non si fa”… In verità si fa poco, ancora troppo poco. Almeno a giudicare dalle statistiche in tema.
Invece c’è chi si organizza e fa di più, molto di più. Non so se con profitto – riguardo al fine di convincere sempre più persone a leggere libri, intendo dire – ma certamente con parecchia… voluttà!
Mi sto riferendo alle (al sito e al gruppo delle) Naked Girls Reading, ovvero “a group of beautiful ladies who love to read… naked” – come si può leggere nel sito:

Un gruppo di belle signore che amano leggere… nude. Questo è tutto. Non c’è molto altro da dire. Ci dovrebbe essere?
Voglio dire, certo, ci piace anche farlo davanti a tutti voi voyeurs tramite foto, video e eventi live molto speciali, ma non dovete pensare a qualcosa di più di quanto non sia – qualcosa di pretenzioso o addirittura squallido. Una volta che lo verificherete, smetterete di fare tante domande e lascerete che il concetto vi prenda.
C’è qualcosa più di bello, qualcosa di più intimo, di una donna che legge praticamente qualsiasi cosa in, beh, tutta sé stessa? È una cosa più che semplice. Allora, perché ne stiamo ancora parlando? Perché la gente non riesce ad accettare tutta questa semplicità.
Ragazze nude. Che leggono.
O ragazze che leggono. Nude.

Ecco.
In effetti capita spesso che, per presentare e rendere palese la bellezza della lettura, in molti articoli ovvero in scritti vari al riguardo si usi lo slogan “Leggere è sexy”. Bene, le ragazze di Naked Girls Reading in fondo non fanno altro che “ampliare”, o puntualizzare, il concetto: leggere è sexy perché chi legge è sexy.
Che poi sia la solita americanata creata apposta per ritagliarsi il proprio warholiano quarto d’ora di celebrità può ben essere, certo. E ognuno è libero di pensarla come vuole, ovviamente, sull’idea avuta da tali amene ed ignude donzelle (per la cronaca: in giro sul web c’è materiale anche per voi ragazze, eh! Tuttavia, al solito, quando c’è da identificare e correlare qualcosa con la sensualità e la voluttà, alla fine è sempre il corpo femminile a trionfare, nel bene e nel male) ma, insomma, pure così al giorno d’oggi la lettura cerca di farsi piacere e allettare.
Che poi alletti verso i libri o verso altro, beh… lo lascio stabilire a voi.

P.S.: scommetto che stavolta non serve dire (almeno ai lettori maschi) che, se cliccate sull’immagine in testa al post, potete visitare il sito web di Naked Girls Reading e, ehm… scoprire molto di più al riguardo!

Vi faccio una domanda… (una, ma fondamentale!)

bimbi-e-letturaSi disserta sempre e ovunque di lettura, di quanto sia importante leggere, di quanti libri uno legge, di cosa legge…
A me però ora viene da porvi una domanda tanto semplice quanto fondamentale, e con riferimento espressamente personale: ma voi, perché leggete? Ovvero, perché avete cominciato a leggere, perché siete diventati lettori?
Qual è quell’evento o quegli eventi, quella o quelle persone, quel momento, quell’ambiente, circostanza, situazione, occasione, stato di cose o quant’altro che sostanzialmente vi ha reso lettori?
Credo sia parecchio interessante conoscere ciò, e lo è soprattutto se dall’ambito personale la causa o motivazione particolare diventa patrimonio collettivo e dunque potenzialmente virtuoso, cioè contagioso, epidemico o – più in soldoni – motivazionale, forse. Per lo stesso motivo, mi viene da pensare, è importante anche più che analizzare e sapere i motivi per i quali molti non leggono.

Per quanto mi riguarda, credo di essere diventato quel lettore che sono soprattutto grazie a mio nonno materno, che quand’ero molto piccolo – in pratica nel periodo tra la prima infanzia e la scuola elementare ma pure dopo, con modalità differenti – nei pomeriggi in cui mia madre era impegnata sul proprio posto di lavoro, mi teneva a lungo seduto sulle sue gambe, sul divano di casa, con aperto davanti un libro, che sfogliava e mi spiegava – per quanto a quell’età potessi capire, delle sue spiegazioni. Tanto più che non erano libri per l’infanzia ma i testi che il nonno (persona di – suo malgrado – bassa istruzione scolastica ma grandissima cultura) aveva in casa e che rispecchiavano i suoi interessi culturali, dunque soprattutto arte, storia, scienza. Non a caso, così, il primo mio libro di cui ho memoria – e intendo un libro che potessi dire veramente “mio” e che avessi consapevolmente scelto di leggere, intorno ai 5 anni o giù di lì – era una sorta di enciclopedia delle scienze, con le prime pagine occupate da nozioni astronomiche e poi via via da geografia, storia, biologia, tecnologia, eccetera. Ugualmente non a caso, da allora, quando genitori e parenti mi chiedevano cosa volessi come regalo alle varie feste, certo tra i desideri c’erano biciclette, macchinine o costruzioni ma i libri non mancavano mai. D’altronde era cosa parecchio gradita, questa, dai suddetti genitori e parenti, che in caso di dubbio sapevano sempre come andare sul sicuro coi regali da farmi!

Ok, questo per quanto mi riguarda. E voi? Come siete diventati lettori, dunque?

Se parole pesanti come macigni divengono leggere come l’aria…

persuasive-landing-pages-words-have-power

Io farei un libro di pietra che pesa 20 kg perché le parole devono tornare ad avere un peso.

Ha mille ragioni Gian Paolo Serino a sostenere (in un’intervista per la Write and Roll Society) quanto sopra. In effetti trovo parecchio sconcertante come a certe parole parecchio usate e abusate oggi, nel quotidiano contesto politico, sociale e culturale, venga stravolto – spesso totalmente – il peso originario ovvero il senso, il valore il significato fondamentale, per appesantirlo di zavorre tremende come anche per alleggerirlo a furia di escavazioni semantiche. Fenomeno che diventa ancora più evidente quando il presente risulti più turbolento dell’ordinario (o più di quanto non lo fosse già prima, visto come vanno le cose!)
Vi cito qualche esempio – tra i più facili e banali – dei tantissimi che si potrebbero fare sul tema.
La parola crisi è forse la più emblematica di tale processo “contro-semantico” – oltre ad essere forse quella in assoluto maggiormente abusata dai media, dal 2008 a questa parte. Se la sua etimologia originaria rimanda al verbo greco krino, “separare”, “cernere”, in senso più lato discernere, giudicare, valutare, denotando dunque un’accezione positiva, di impulso al cambiamento, al rinnovamento, oggi è stata negativizzata in maniera pressoché parossistica, così che infilarla in un qualsiasi discorso significa macchiarlo di tinte fosche e spedire il suo soggetto verso una fine quasi certamente cupa. Di contro il termine guerra, molto in voga nei giorni in cui scrivo questo articolo, viene da un lato sovraccaricato di paure popolari (o popolane) sovente indotte e usato come attrezzo politico-mediatico parecchio convincente, ma indubbiamente è dall’altro lato scavato di senso autentico e assai superficializzato. Mi viene da pensare che l’uso tanto facile e leggero del termine da parte dei politici contemporanei e dei media è dovuto probabilmente al fatto che buona parte di noi – ovvero tutti quelli che hanno meno di 75 anni – ha avuto la fortuna di non vivere una guerra vera, e di non sapere quindi cosa realmente sia. Motivo peraltro, questo, che in verità giustificherebbe un atteggiamento contrario a quanto invece avviene.
Ci sono poi termini molto “quotidiani” come libertà e democrazia i quali il proprio buon senso autentico lo conserverebbero e pure sostanzialmente intatto, anzi, forse col tempo ancor più determinato, ma che vengono utilizzati con così tanta superficialità e ingenuità, quando non con ipocrisia, da deformarsi e svaporare sempre più nell’intendimento comune. In tal caso è il loro senso a perdere senso, per così dire, ovvero ad acquisire accezioni diverse, credute (e imposte) come conformi a quelle originali e invece del tutto discoste, se non in certi casi antitetiche, sicché l’uso di tali termini risulta il più delle volte francamente fuori luogo. A tal proposito si può denotare che, in questa “categoria” di parole, ve ne sono legate all’ambito religioso che risultano tra le più abusate e distorte, partendo da Dio e finendo a fede – o la stessa parola religione, a ben vedere. D’altronde l’ambito laico ripristina rapidamente la par condicio sul tema: si pensi solo a termini come patria e nazione.
Anche popolo, con le sue varie derivazioni, è un termine di frequente e alternativamente sovraccaricato di significati ovvero sgravato da essi, con ciò assumendo connotazioni sia positive che negative. Bizzarro constatare che, in certi casi, l’accezione positiva serve giustificare un certo vantaggio non al soggetto collettivo stesso identificato dal termine ma ad uno o pochi singoli (“il popolo ha liberamente scelto i propri governanti”) mentre quella negativa a scaricarvi addosso oneri, responsabilità e colpe (“ogni popolo ha i governanti che si merita”.)
A proposito: e politica? Chi si ricorda e considera che la sua etimologia greca originaria – politikḗ (tékhnē), da polis/polítēs, rispettivamente “città” e “cittadino” – ci riporta al significato di “arte di governare la città” ovvero gli stati? Cosa è invece considerata, oggi, se non la mera attività dei partiti “politici” i quali, inutile dirlo, ben poco hanno a che vedere non solo con qualsivoglia arte  – e sottolineo arte! – di governo ma pure con il concetto democratico di comunità ovvero del “governo collettivo della cosa comune”? Niente di più lontano oggi, converrete, nella realtà come nel “senso” contemporaneo del termine che la indica.
Potrei continuare ancora a lungo, come detto, ma a prescindere dalla (relativa) ovvietà degli esempi citati, non la faccio più lunga del dovuto e per concludere questa mia dissertazione voglio citare due ultimi sintomatici termini dal senso e dalle accezioni tirate, anzi, storpiate a destra e a manca ad ogni buona (o cattiva) occasione: realtà e verità. Due parole dal significato pressoché “matematico” cioè impossibile da ridursi a mera opinione. Eppure è ciò che (inopinatamente) accade spessissimo, lo avrete notato chissà quante volte, con modalità che la dicono lunga su come funziona (o come non funziona) il nostro mondo contemporaneo nonché, di contro, di come il bisogno di tornare a fissare certi punti fermi fondamentali (come quelli legati alla lingua che parliamo, appunto, dunque alla nostra reciproca possibilità di comunicazione) al fine di non smarrirci dentro quello stesso nostro mondo e nel tempo in cui stiamo vivendo sia sempre più indispensabile. Anzi, ineludibile.