La geografia ci insegna che non esistono confini se non dove noi li vogliamo vedere, perché li immaginiamo nella nostra mente e li costruiamo nel nostro animo.
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Ritorna la luce
È già il tempo nel quale la luce riconquista il territorio celeste scacciando ogni mattina di più la tenebra nel profondo della notte: le linee e le forme del paesaggio che solo qualche giorno fa erano spazio nero su sfondo nero, indistinguibili al mio sguardo se non attraverso visioni mnemoniche, ora si stagliano nette nel cielo sereno antelucano, che a sua volta sull’orizzonte s’indora sfumando nel blu dello zenit sul quale s’affievoliscono le luci stellari.
Immagino che in tanti siano felici di questa rinnovata epifania luminosa mattutina, che già sente di primavera e tenta di fare dei rigori invernali qualcosa di cui non preoccuparsi più. A me, anche se questa luminescente vitalità antelucana affascina e sorprende, un poco invece spiace di non uscire di casa nel buio che sa ancora di notte fonda, di silenzi vasti e apparente sospensione, tra i fiochi bagliori dei lampioni che lungo la via illuminano il nulla e le luci laggiù nella pianura che svanisce nella tenebra, minuscole e innumerevoli, che tracciano e segnalano le vie e le case degli uomini e, ogni volta che le osservo da quassù, mi sembrano l’unica cosa gradevole di quello spazio di troppo cemento e pochi alberi, caos diurno e vita frenetica che invece la notte, unica a saperlo fare, quieta e riappacifica, almeno all’apparenza e anche nell’inconsapevole imitazione (o parodia) terrena di quelle luci antropiche delle stelle che punteggiano il cielo.
Un poco mi spiace che il buio svanisca ogni mattina di più perché ho imparato a coglierne la dolcezza intima, l’avvolgente tranquillità, il silenzio che mai è tale perché sempre vi è vita vigile e attiva, la sensazione di sospensione e di nulla a disposizione per ordinarvi al meglio il tutto, ovvero tutto ciò che si voglia conservare. Il buio in cui le persone normali vi ritrovano irrazionali paure indotte e coltivate nell’animo malnutrito in cui attecchiscono (i mostri inesistenti si vedono solo dove li si vuole vedere, sovente quelli veri sono lì accanto ma restano invisibili), e che invece io ho imparato a vivere e rendere dimensione ideale, spazio accogliente giammai pauroso, semmai intrigante, affascinante, seducente, intimo: nei boschi, ad esempio, circondato dal popolo arboreo, il più amichevole e rasserenante che vi sia, o negli spazi aperti guidato dalle costellazioni stellari, in quota così luminose da consentirmi di nemmeno accendere luci artificiali per camminare con sicurezza lungo le strade rurali e i sentieri.
Questione di armonie profonde, di sensazioni piacevoli all’animo e allo spirito anche più che alla mente, di equilibri vitali, che il buio mi pare agevolare.
Poi, certamente, la stagione avanza e la luce trionfa sempre più e quelle armonie, se autentiche, genuine, consapevoli, trovano altri privilegi intorno a me a supportarle e ravvivarle. In fondo, il buio è ciò che la luce gli consente di essere, e viceversa. Questa è l’armonia basilare e fondamentale, il circolo virtuoso attorno a cui si muove il tempo, o quello che non intendiamo come tale ma che, alla fine, non è che un possente e irrefrenabile moto di energia vitale. Altrettanto fondamentale: perché ne siamo parte integrante, causa ed effetto, nel buio e nella luce. Sempre.
La neve e il pane
La neve, quando ricopre il paesaggio, non è solo bella, divertente, suggestiva, affascinante. La neve “serve” anche per obbligarci a riscaldare il nostro corpo e così magari riscaldando pure il cuore e l’animo, perché troppo spesso il “freddo” che sentiamo non viene da fuori ma da dentro. In fondo è come dicevano (nemmeno troppo metaforicamente) i nostri vecchi, «Sotto la pioggia la fame, sotto la neve il pane»: ciò che in principio raffredda poi permette di produrre calore, cose buone e fruttuose, “cibo” per il corpo ma anche, appunto, per il cuore e l’animo, scacciando da essi qualsiasi gelo per infondervi bontà. Infatti, in tema di motti della saggezza popolare, si dice pure «buono come il pane», no? Ecco, cerchio chiuso.
INTERVALLO – Champlas Janvier (Sestriere, Italia), “Il Girolibro”
Una rustica ma alquanto affascinante e altrettanto preziosa Little Free Library, o piccola biblioteca per il libero scambio di libri (il BookCrossing, in pratica) qui chiamata “Il Girolibro”, nella contrada alpina di Champlas Janvier, posta a 1784 m di quota nel comune di Sestriere.
In fondo i libri possono fare anche questo: donare vita(lità) anche alle più piccole e solitarie borgate di montagna. Una cosa assai preziosa, appunto.
P.S.: grazie a Franco Faggiani, che l’ha scovata e me l’ha fatta “scoprire”.
Star(nuti) wars!
A ben vedere, contro certi antipatici malanni di stagione – raffreddori megagalattici con starnuti la cui forza d’urto fa vibrare le campane di campanili a km di distanza, ad esempio – per di più aggravati negli effetti dal clima impazzito nel quale ci ritroviamo a vivere, tipo che oggi nevica e domani fa 25° al Sole, nemmeno il lato oscuro della forza può fare qualcosa!
(Comunque, secondo le regole del galateo, chi starnutisce in pubblico dovrebbe subito scusarsi ma nessuno dovrebbe rispondere “salute”, perché tale gesto concentrerebbe ancora di più l’attenzione sulla persona che ha starnutito, mettendola in imbarazzo e, a seconda dei contesti, distogliendo l’attenzione delle persone. Ecco.)
P.S.: no, io non ho il raffreddore. Ma tante persone sì, a quanto odo.