Una società della cura

[Immagine tratta da fanpage.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo originario.]
Ieri una nevicata “d’altri tempi” (espressione fin troppo banale e abusata ma non priva di un suo senso sincronico) ha coperto molte parti del Nord Italia e, come al solito, tutto si è bloccato, dimostrando una volta ancora la cronica inefficienza nazionale in situazioni del genere, peraltro stavolta ampiamente annunciate e (strano ma vero!) correttamente.

Si è trattato di neve, appunto, eppure mi viene inesorabilmente da correlare quell’inefficienza pubblica recente alla ben più annosa, ampia e critica questione della gestione pubblica generale del territorio, che parimenti ad ogni evento meteorologico fuori dall’ordinario – poco o tanto che tale si manifesti – si palesa in tutta la sua deprecabile inadeguatezza. Basta un acquazzone o un temporale un po’ più forte del solito e subito l’elenco dei danni e dei dissesti s’allunga in modo sconcertante: è così da decenni – ne parlai già più di sette anni fa, qui sul blog, da buon ultimo (allora) ma non ultimo – senza alcuna apparente miglioramento nella situazione.

Al riguardo ho trovato molto belle e significative le parole di Luca Calzolari, direttore (tra le altre cose) di “Montagne360”, la rivista del Club Alpino Italiano, che ha affrontato la questione nel suo editoriale del numero di novembre. Quello che vi offro qui sotto è un estratto dell’articolo, che potete leggere nella sua interezza qui, mentre il periodico lo potete interamente leggere su Issuu, qui. Ringrazio molto Luca per l’assenso alla pubblicazione del suo testo.

[…] Intervenire in tempo ordinario con adeguate opere idrauliche, l’attenta gestione dei piani e dei regolamenti urbanistici e paesaggistici, la manutenzione del territorio e la salvaguardia dell’attività agricola e forestale basterebbero di per sé a migliorare di gran lunga lo stato di conservazione e protezione dei territori montani troppo spesso vessati dall’incuria umana. E tanta prevenzione non strutturale, che altro non è che formazione per conoscere i rischi a cui siamo sottoposti da fenomeni di questo genere e adottare i comportamenti adeguati per diminuirli (concetto che fa parte dello zaino culturale di chi va in montagna). Le parole chiave restano mitigazione e adattamento. Sul tema dei comportamenti autoprotettivi la pandemia ci ha insegnato quanto essi siano fondamentali per la resilienza individuale e della società. E allora bisogna insistere sulla costruzione di una società della cura. Una cura però che sia preventiva, non conseguente ai disastri. Una cura capace di generare valori, comportamenti e ricchezza, sia culturale sia economica. Azioni preventive e terapeutiche. Perché intervenire quando ormai è troppo tardi significa perdere per sempre (o quasi) storia, abitudini, tradizioni e relazioni sociali. […]

Le rapine alle Poste

[Immagine tratta dal web. Cliccateci sopra!]
Ho letto, ad esempio qui, che in Italia negli ultimi anni le rapine agli uffici postali si sono ridotte in modo cospicuo.

In effetti ci posso credere: mi hanno raccontato, per dire, che in un ufficio postale di provincia, qui dalle mie parti, un tizio a volto coperto è entrato e ha intimato all’addetto lì presente: «Consegnami tutti i soldi!»
Il postino s’è subito “prodigato” per consegnare quanto richiesto.
Be’, il ladro è stato arrestato. Dopo più di 3 ore dall’irruzione nell’ufficio postale stava ancora aspettando che il postino gli consegnasse i soldi. Da “buon” addetto delle Poste Italiane, era in ritardo pure in ciò, e lo sfortunato ladro è stato inesorabilmente còlto in flagranza di reato. Ecco.

A onor di cronaca, bisogna aggiungere che l’avvocato del malvivente ha chiesto che gli atti del procedimento giudiziario derivante dai fatti accaduti siano inviati al suo cliente sempre in forma cartacea tramite spedizione postale. «Contiamo nella prescrizione del reato», ha detto ai cronisti. Già.

[Clic]

Indovinello postale

Da tempo aspettavo un libro che mi era stato spedito dall’editore che lo ha pubblicato, per la relativa lettura.
Ieri, 18 novembre, il pacchetto è arrivato, con la consueta formula di spedizione postale del “piego di libri”.
La data di partenza, come da etichetta apposta sul pacco, è stata il 23 ottobre scorso.
L’editore in questione ha sede a Milano; come destinazione ho indicato la sede del mio ufficio. Sono 54,6 km – calcolati da Google Maps – che il pacchetto ha dunque percorso in 26 giorni.

In pratica, il pacchetto ha viaggiato all’incredibile velocità di 0,0875 km/h.

Zero-virgola-zero-otto-sette-cinque chilometri all’ora. 87 metri e mezzo in sessanta minuti, insomma. Un terzo della velocità di un bradipo, per la cronaca.

E ora, l’indovinello: quale servizio postale ha utilizzato il suddetto editore per spedire il pacco, ottenendone una tale “efficienza”?

  1. Poste Italiane
  2. Deutsche Post
  3. Vanuatu Post

(È facile, ve lo assicuro!)

Ecco.

Chi indovina, vince una fornitura illimitata di commiserazione. Di altri premi correlati, invece, non si può dire, qui.

(Immagine tratta da qui e rielaborata all’uopo.)

(D)Efficienza

A giorni mi scade la carta di credito, non ho ancora ricevuto quella nuova, vado in banca a chiedere spiegazioni. Scopro che l’invio della nuova carta è bloccato perché i dati del documento d’identità risultano non più aggiornati ma di avvisi in tal senso, di recarmi in filiale per l’aggiornamento necessario o di fare altro all’uopo non ne ho mai ricevuti. Ne per posta, ne per mail e nemmeno tramite un messaggio nell’home banking.

Se una società privata lavorasse con lo stesso livello di “efficienza” delle banche, della Posta o degli enti della pubblica amministrazione, con tutta probabilità chiuderebbe nel giro di qualche giorno. Per inabilità imprenditoriale e per palese mancanza di serietà professionale, già.

Le strade italiane e quelle di un altro pianeta

In Svizzera, nei prossimi anni verranno spesi un bel tot di milioni per pavimentare centinaia di km di strade con asfalto fonoassorbente, per ridurre il rumore e di conseguenza aumentare il benessere sonoro delle zone abitate adiacenti a tali strade.

In Italia – e io risiedo mio malgrado ben vicino al confine con la Confederazione – non si hanno nemmeno i soldi per tappare le buche presenti su qualsiasi strada, le quali basta uno scroscio di pioggia e si trasformano in pericolose voragini.

Ecco.

In effetti, per andare su un altro pianeta mica bisogna avere un’astronave e percorrere miliardi di chilometri. Ne bastano pochi e un’auto. E pure degli pneumatici di scorta in buono stato, finché non si arriva su quel “pianeta” così vicino e così lontano.