Se una risata CI seppellirà

happy3Ascoltavo una conversazione tra alcune persone, qualche giorno fa, nella quale un ragazzo residente in Germania raccontava di come lì, in alcuni casi, per contattare e sottoporre richieste agli enti pubblici vige ancora l’usanza di inviare missive postali. Ma non è tanto questa la cosa insolita e sorprendente, semmai è che quegli enti pubblici rispondono allo stesso modo e con inopinata solerzia: dopo qualche giorno si hanno per iscritto tutte le risposte – adeguatamente dettagliate – alle richieste sottoposte, ovvero con una rapidità ed efficienza che altrove nemmeno via email si possono sperare. Anzi – aggiunse un altro dei conversanti: in Italia non solo a volte gli enti pubblici nemmeno ti rispondono, ma se provi ad inviare loro una lettera è già tanto se questa viene regolarmente consegnate dalle Poste! E, tutti insieme, si sono messi a ridere a siffatta affermazione sarcastica.
Affermazione, già, non battuta. Perché è vero, è questo che molto spesso accade in Italia – ne sono io stesso testimone quotidiano, ma ovviamente il principio della cosa è valido per tante altre circostanze – e la cosa realmente sconcertante è che, ormai, siamo ridotti a riderci sopra. Non ci arrabbiamo più, non sappiamo più indignarci per un servizio pubblico (o similmente tale) sempre più scadente, non ci facciamo ormai quasi più caso se qualcosa che dovrebbe funzionare in un certo modo va sempre peggio. Ormai rassegnati a che sia normale che qui l’inefficienza la faccia da padrone, che le cose non vadano quasi mai come dovrebbero andare e che nessuno o quasi di chi preposto al caso faccia qualcosa per risolvere tali situazioni, siamo arrivato al punto che non ci resta che ridere. Che viene più facile che piangere, certo, anche se alla fine il senso è lo stesso.
Anche questo, io credo, denota la mancanza di senso civico che ormai attanaglia il nostro paese. Non ci curiamo che le cose girino al meglio per tutti, al massimo ci importa che a noi non creino troppi problemi e magari ci incazziamo pure se invece ciò accade; per il resto, chissenefrega. Se un malfunzionamento, un’inefficienza, un disservizio va continuamente peggiorando, facciamo spallucce e guardiamo oltre: ci penseremo nel caso dovremo averci a che fare. Peccato che, così agendo, quel malfunzionamento, inefficienza o disservizio diventano cronici, e tale cronicità diviene normale.
Oggi, dunque, per tornare al caso citato in quella conversazione, è normale e risaputo che le Poste Italiane siano tra le meno efficienti d’Europa. E’ così, che ci dobbiamo fare? Amen!
Beh, forse che dovremmo incazzarci e pretendere invece che il servizio funzioni come deve funzionare, nel caso sia io che spedisco qualcosa o che sia chiunque altro? Non sarebbe finalmente il caso? In fondo, se funzionasse bene per altri lo farebbe anche per me e viceversa, no?
E’ proprio quel lassismo/menefreghismo direttamente derivato dalla mancanza di senso civico diffuso, lo ribadisco, che permette il degrado degli elementi funzionali della nostra società – concettuali e pratici: dalla teoria politica all’amministrazione pubblica pratica, per intenderci, e tutto quanto il resto di assimilabile. Ed è quel lassismo anticivico che più di ogni altra cosa è gradito dal sistema di potere a cui siamo sottoposti a permettere allo stesso di trasformarsi sempre più in un macro-soggetto antisociale al servizio di oligarchie e lobby, ovvero a trasformare ogni esigenza e bisogno della società tutta in un’esigenza, pretesa e tornaconto dei pochi che comandano.
Credo sia il caso (urgente!) di ribaltare questo atteggiamento assolutamente pericoloso. Il che poi significa essere cittadini consapevoli, comunità sociale attiva, individui civici nel senso più alto e ampio del termine. E’ questo, in fondo, l’impulso fondamentale grazie al quale una società può realmente progredire, in senso civico, politico, sociale, culturale. Altrimenti, saremo come i passeggeri a bordo di una nave governata da un equipaggio di mentecatti che sta colando a picco ma che, nonostante l’affondamento imminente, se la ridono delle barzellette raccontate dal capitano la sera prima.

Senza scienza, senza cultura, c’è solo oscurantismo (Carl Sagan dixit)

In una società impregnata di tecnologia come la nostra, ma sempre più assediata da nuovi profeti, impeti di irrazionalità e falsa ricerca del meraviglioso, allontanarsi dalla scienza o permettere che venga demonizzata, significa in realtà consegnarci ai veri demoni: l’irrazionalità, la superstizione, il pregiudizio, ed entrare in un’epoca di nuovo oscurantismo.

(Carl Sagan, Il mondo infestato dai demoni, Baldini & Castoldi, Milano, 1997)

Carl-SaganCarl Sagan è stato uno dei più grandi uomini di scienza – dunque di cultura – del Novecento. Quando uscì, Il mondo infestato dai demoni, era il 1996 (l’anno dopo in Italia), e forse vent’anni fa c’era ancora qualche speranza che il sonno della ragione non fosse così diffuso sul pianeta da generare mostri ovunque. Sia chiaro, può essere che tali speranze vi siano ancora oggi ed è obbligo di chiunque abbia a cuore l’evoluzione intellettuale della razza umana (o forse, dovrei dire, la salvezza della stessa) di coltivarle e diffonderle. Ma è innegabile che, visto lo stato del mondo contemporaneo, la loro ricerca stia diventando quasi più ardua di quella (molto cara a Sagan) di altre civiltà intelligenti nell’Universo. Sempre che tali civiltà abbiano la voglia e il coraggio di entrare in contatto con i sempre più involuti abitanti del terzo pianeta del Sistema Solare…

H

H hSi, è la lettera “H quella lì sopra, maiuscola e minuscola.
Vi chiedo di partecipare con me a un grande esercizio di… ehm, civiltà, ecco. Copiate quella lettera e condividetela ovunque notiate che ve ne sia bisogno – e sono certo che troverete innumerevoli occasioni per poterla, anzi, doverla condividere. Su svariati siti web, sui social (un sacco, qui), nelle mail che riceverete – persino, come è capitato a me, nei comunicati stampa relativi a concorsi letterari (!!!)
Veramente c’è in giro un sacco di gente – non conta poi quanta sia: è sempre e comunque troppa – che evidentemente non la conosce o s’è scordata della sua esistenza, e non si rende conto di quanto fondamentale sia conoscerla, quella lettera, e usarla nel modo corretto. Veramente ‘sta gente non si rende conto che, al contrario, darà sempre di sé un’immagine parecchio brutta, indegna quasi – dacché è facile la considerazione, quantunque gratuita, che se uno non la usa o la usa male, l’H, chissà quante altre cose non saprà usare (mi vien da dire la testa in primis, ma non voglio sarcasmeggiare troppo!)
Ergo, ribadisco: copiate e condividete il più possibile. Aiutiamola, questa gente: magari non lo merita – in effetti è irritante constatare che non ci arrivino da soli, a risolvere tale mancanza – e per di più il nostro aiuto sarà di natura totalmente gratuita (magnanimità assoluta, già). Certo, potreste pensare che viceversa bisognerebbe fargliela pagare – sempre in senso linguistico-metaforico, eh! – ma vorrei di nuovo rimarcare la matrice civica di una tale donazione. Un civismo grammatico contro un drammatico stato di fatto, ecco.  Il quale civismo, poi, inevitabilmente ha e avrà ricadute positive su chiunque e qualsiasi cosa, statene certi – sui miei nervi in primis, senza dubbio!
Ah, ci sarebbe pure uno slogan bell’e pronto, per quanto sopra: “Usatela e correttamente, l’H, non mandate l’italiano in vacca!” Potreste scriverlo nel biglietto d’auguri per un bel dono natalizio di “H”, ecco. Forse chi riceverà il regalo non capirà cosa sia e a cosa serva, ma c’è da sperare che col tempo saprà rendersi conto di che dono assolutamente prezioso gli avrete fatto – e avrete fatto, ancor più, a chiunque leggerà le sue cose scritte.
Se invece in risposta al suddetto dono vi dirà qualcosa del genere “grazie, ma non o capito che regalo è”, beh, allora… passate pure alle vie di fatto. Per quanto mi riguarda, non avrò visto e sentito nulla.

L’Italia uccide pure le materie artistiche a scuola. Il genocidio intellettuale è ormai quasi compiuto – e meritato, d’altronde.

E così, da ieri in modo definitivo, a quanto pare, le materie artistiche sono state cancellate dalla scuola italiana. Dalla scuola d’Italia, nazione che possiede uno dei più grandi e preziosi patrimoni artistici del pianeta.
Non c’è molto da dire, se non che ormai l’imbarbarimento a cui è stato spinto e sottoposto il paese ha raggiunto le fasi finali. Siamo ormai sulla soglia dell’inciviltà, della società sorretta da meri istinti animaleschi, con gran gioia dei potenti che sanno perfettamente come una massa di ignoranti sia infinitamente più dominabile che un popolo di persone istruite e intellettualmente sveglie. E la cosa forse più triste, è che una gran parte degli italiani si sta lasciando imbarbarire… D’altro canto – lo sostengo da sempre – ogni popolo ha i governanti che si merita.

Ciò che però c’è da dire lo ha detto bene Tina Lepri, in questo articolo tratto da Il Giornale dell’Arte numero 338 di Gennaio 2014, che vi voglio proporre di seguito per come riassuma bene la questione e ne contenga i temi fondamentali…:

L’ITALIA IGNORANTE DICE NO ALL’INSEGNAMENTO DELLA STORIA DELL’ARTE
Una Carrozza sul binario morto

Fallito anche l’ultimo tentativo di reintrodurre le discipline storico-artistiche nella scuola italiana. Una vergogna nazionale.
Roma. Speranze deluse e nessuna resurrezione per la Storia dell’arte nelle scuole, uccisa dall’ex ministro Maria Stella Gelmini con la sua legge di riforma del sistema scolastico (nn. 133 e 169/2008) che ne ha cancellato o drasticamente ridotto l’insegnamento. Dagli anni 2009 e 2010, oltre all’abolizione degli Istituti d’arte, la riforma Gelmini ha imposto la riduzione delle discipline artistiche nei «nuovi» Licei artistici, la cancellazione di «Storia dell’arte» dai bienni dei Licei classici e linguistici, dagli indirizzi Turismo e Grafica degli Istituti tecnici e dei professionali; zero ore per i geometri; cancellazione di «Disegno e Storia dell’arte» dai bienni dei Licei scienze umane e linguistici; cancellazione di «Disegno e Storia dell’arte» dal «nuovo» Liceo sportivo; eliminazione del «Disegno» nei trienni di questi ultimi «ambiti formativi» (cfr. n. 321, giu. ’12, p. 10). Non è scomparsa soltanto la conoscenza di Giotto, Leonardo, Michelangelo, si stanno perdendo i saperi del grande artigianato, proprio quelle arti applicate come il design, la moda, la grafica, da sempre gloria della nostra eccellenza creativa e base del nostro export. Un documento di ISAlife, l’associazione degli ex Istituti d’arte aboliti, ricorda che «proprio in quelle scuole professionali si sono formati gli artigiani che hanno creato e tengono in vita la tradizione del made in Italy nel mondo».
Negli ultimi due anni si sono moltiplicati i tentativi di far rinascere la disciplina e tutto il sapere perduto. Appelli incessanti tra 2012 e 2013 non sono serviti.
La recente raccolta di 15mila firme sostenuta dallo stesso ministro dei Beni culturali Massimo Bray (tra i primi firmatari Adriano La Regina, Antonio Natali, Salvatore Settis, Claudio Strinati, Fai, Italia Nostra, Cesare De Seta, Associazione insegnanti di Storia dell’arte) sembrava poter avere successo: il 31 ottobre 2013 era finalmente arrivato in Commissione Cultura Scienze e Istruzione della Camera l’emendamento «C 1574-A» presentato da Celeste Costantino, deputata di Sel, per il «Ripristino della Storia dell’arte nella Scuola secondaria». Il sì sembrava scontato ma alla fine l’emendamento «non ha trovato ascolto», bocciato perché, dice la motivazione della maggioranza della Commissione, reintrodurre la materia «significherebbe aumentare una spesa che è stata tagliata perché il Paese non è in grado di sostenerla». Uno schiaffo proprio mentre il Governo sembra impegnato nella difesa della cultura e del suo valore, etico ed economico. In Commissione alla Camera, Celeste Costantino lo aveva presentato così: «Cancellare la formazione artistica è l’ennesimo paradosso di una politica che negli ultimi venti anni ha colpito a morte beni culturali, paesaggi e patrimoni culturali unici al mondo. Aver cancellato la Storia dell’arte per i giovani studenti significa ridurre il loro senso critico, la conoscenza, il sapere, fino a costringerli a dimenticare la grandezza del nostro patrimonio storico artistico». La scuola italiana di Storia dell’arte era da sempre un modello in Europa, introdotta dalla riforma Gentile del 1923. Oggi i dati Ocse descrivono la nostra scuola «ignorante», precipitata agli ultimi posti, vicina al Montenegro e alla Tunisia. Questo mentre altri Paesi, come Francia, Austria e Portogallo, si ispirano alle discipline della Storia dell’arte e del Disegno secondo le linee pre riforma Gelmini, e la introducono anche nelle classi elementari. Perché, scriveva lo storico Andrè Chastel, alla fine degli anni ’80, nei suoi inascoltati appelli al Governo francese (recepiti poi da Sarkozy nel 2008, che ha reso obbligatorio l’insegnamento dell’arte anche alle elementari): «Il fronte più importante nella battaglia per la salvezza del patrimonio storico e artistico europeo è quello che passa nella scuola, come fanno benissimo in Italia».
Per mantenere viva la richiesta di una rinascita, da poco è nata una nuova associazione, Artem Docere (Associazione nazionale Docenti Disegno e Storia dell’arte) che si batte assieme alle altre associazioni «storiche» come l’Anisa. «Non vengono più preparati gli insegnanti di domani, li stiamo cancellando insieme con la Storia dell’arte, dice Marinella Galletti, presidente di Artem Docere, che annuncia nuovi appelli e azioni. La battaglia culturale per la restituzione di Disegno e Storia dell’arte, ricomincia da adesso».
La riforma Gelmini è riuscita anche a dividere gli insegnanti: da una parte 2mila precari, storici dell’arte vincitori di concorsi espulsi insieme alle loro discipline, dall’altra quelli di ruolo: «Una operazione barbarica, la definisce Marinella Galletti, che produce ignoranza e che fa tacere i professori rimasti nella scuola, protetti dal posto sicuro. Fuori i dannati, dentro i “fortunati” che preparano classi di allievi e futuri insegnanti del nulla».
L’ultimo tentativo fallito, che per ora mette fine alle speranze di una rinascita della «Storia negata», è stato il 7 novembre 2013. Il Parlamento approva il decreto «L’Istruzione riparte» presentato, «con soddisfazione e orgoglio» dal ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza. Contiene tra l’altro, dice il comunicato del Miur, «borse per il trasporto studentesco, fondi per il wireless in aula e il comodato d’uso di libri e strumenti digitali per la didattica». Reintroduce anche una materia soppressa, la Geografia. Silenzio tombale sulla Storia dell’arte: petizioni, comunicati, elenchi interminabili di firme per la sua rivitalizzazione restano nei cassetti. Inapplicato l’art. 9 della Costituzione, tradito il pensiero di Roberto Longhi che si batteva per «quella Storia dell’arte che ogni italiano dovrebbe imparar da bambino come una lingua viva, se vuole avere coscienza intera della propria nazione». Si domanda Salvatore Settis: «A che cosa serve la Storia dell’arte? È semplice: come tutte le scienze (e in particolare quelle storiche) serve per capire. Serve per capire un mondo come il nostro inondato da immagini senza subirle passivamente, sapendone smontare e ricostruire i meccanismi di persuasione. Perché se rinunciamo a capire, faremo come i ciechi della parabola illustrata da Brueghel nel quadro conservato a Capodimonte: quando un cieco guida l’altro, tutti cadono nella fossa».

Un altro bell’articolo è uscito ieri, 5 Febbraio, su ilmediano.it, con la firma di Paolo Gallinaro: vi invito a leggere anche tale pezzo, a sua volta molto significativo nelle osservazioni che contiene, tra cui cito questa:
Un controsenso o, piuttosto, un suicidio. Stiamo infatti custodendo e valorizzando, con un enorme dispendio di risorse, il capitale storico-artistico più prezioso del mondo e al contempo formando i cittadini che lo dilapideranno. Cos’altro aspettarci dall’inevitabile diseducazione delle future generazioni? Stiamo per consegnare nelle mani di un popolo devastato dalla riforma Gelmini, incapace di distinguere una chiesa gotica da una barocca, un inestimabile patrimonio culturale. Un patrimonio che noi oggi, paradossalmente, con ingenti investimenti, cerchiamo di preservare proprio per quelle stesse generazioni che potrebbero, un domani, arrivare verosimilmente a distruggerlo.
QUI lo potete leggere in versione integrale.

Ma, lo ribadisco, non c’è veramente molto più da dire. Come ho già rimarcato tempo fa, qui sul blog – nel quale peraltro le personali osservazioni e gli appelli relativi a questioni e tematiche simili alla presente sono innumerevoli – l’Italia è una barca che sta colando a picco, ma che per come sia cronicamente incapace di turare le falle, anzi, per come non sappia far altro che provocarne altre, merita di colare a picco. E amen, basta. Che la cosa finisca una volta per tutte.
Chiamatemi “disfattista”, se vi va, ma c’è un limite a tutto, pure al patrio disgusto.

Effetti collaterali (da non-abuso di libri)

Ditemi pure che sono esagerato, troppo sprezzante, esageratamente caustico, catastrofista cosmico… – insomma, dite ciò che volete, ma a mio parere tra il fatto che sulle TV nazional-popolari vada ancora in onda lo spot del video sotto riprodotto, nonostante la sua palese e delirante dissennatezza, e tra l’evidenza che in Italia, nazione dove uno spot del genere va in onda, appunto, si leggano sempre meno libri – come sancisce l’ultimo rapporto ISTAT sulla lettura di libri, non ci può non essere una correlazione. E’ inevitabile.
E non sto certo dicendo, superficialmente, che chi consuma quelle pasticche si rimbambisce al punto da non provare la volontà di leggere libri… No, è una mera – ma assai profonda e grave, nella sostanza – questione di cultura. O di ignoranza diffusa, fate voi.

Leggete più libri – e buoni libri, s’intende, non libroidi da hard discount – e vedrete che di medicinali del genere farete certamente a meno. Se ne gioverà la vostra mente, e pure il vostro organismo!