Un non-libro non è un libro. Punto.

11403382_875325282505139_5458056933806572184_n (1)Leggo su Cultora che in meno di una settimana Grey (50 sfumature… dal punto di vista del protagonista maschile) ha venduto più di 100mila copie in Italia (costa 19 euro – non proprio il prezzo di un caffé – e sempre che si voglia credere a tali dati diffusi dagli editori). “L’ennesimo esempio di libro me too. Visto che il la trilogia delle sfumature ha venduto 125 milioni di copie nel mondo ed è stato tradotto in 52 lingue, perché non continuare a riproporlo all’infinito?” chiosa l’articolo con comprensibilissimo sarcasmo – che tale già ora temo non sia per l’editore ma precisa strategia commerciale, almeno finché il fondo del barile non verrà del tutto raschiato dalle sfumature in esso presenti…
Ma, personalmente, a leggere cotanta notizia mi viene da pensare un’altra cosa.
Grey, un “libro”; 50 sfumature… un “libro”, e così via con altre produzioni editoriali simili.

Un libro?

Penso, dunque, che considerare oggetti come questo un “libro” nel senso classico del termine, è come ritenere un panino McDonald’s cibo di qualità, e solo perché lo si mangia come un prodotto DOP o di alta cucina. Se cominciassimo – tutti noi che teniamo ai libri, alla lettura e alla VERA letteratura – a non chiamarli più in quel modo e a non considerarli come parte della produzione letteraria? Trovate una recensione di un suddetto panino McDonald’s (o di qualche altro prodotto industriale) in un sito o un blog di buona cucina o una citazione in un libro di gastronomia? E allora, perché farlo con un non-libro come questo, e come altri di simile natura? E perché proprio con un oggetto che scimmiotta lo strumento culturale per eccellenza, quale è il libro quando sia frutto di autentica arte letteraria?
Che abbiamo scritto in fronte, noi amanti della letteratura? “Giocondi” – o qualche termine pure peggiore?
Quelli non sono libri, punto. Quella non è letteratura, stop. Liberissimo chiunque di leggerla, di godersela per quanto leggerà, di farne ciò che vuole. Ma se mangiate un panino McDonald’s, non venite poi a parlare di buona cucina con chi ce l’ha veramente a cuore e, magari, se ne intende anche. E se dopo un po’ siete pure più grassi, col diabete fuori controllo ovvero incapaci di riconoscere i buoni libri da quelli scadenti, beh, con tutto il rispetto, ve la siete cercata. Ecco.

“Le” Parole – 1, CULTURA

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

Le parole - Cultura(Cliccate sull’immagine per leggere il testo completo.)

Ma noi, esseri umani del Terzo Millennio, abbiamo veramente cultura? Quando possiamo dire, di noi, di essere acculturati, di avere una cultura? La possediamo la “cultura” della cultura? E quando finiremo di confondere cultura con “istruzione”?

VHEMT: e se alla fine avessero ragione loro? (Un post di antropologia culturale)

Senza nome-congiunto-01Sì, proprio così: antropologia culturale.
Lo conoscete, il VHEMT?
Beh, se non lo conoscete, cominciate a leggere qui (brano tratto dal sito del suddetto):

Il VHEMT (che si pronuncia vehement, parola inglese che significa veemente) è un movimento, non un’organizzazione. È un movimento portato avanti da gente che ha a cuore la vita sul pianeta Terra. Non siamo un gruppo di disadattati maltusiani misantropi e asociali che provano un piacere morboso ogni volta che qualche disastro colpisce gli umani. Non potrebbe esserci nulla di più distante dalla realtà. L’estinzione umana volontaria è piuttosto l’alternativa umanitaria ai disastri che colpiscono la gente.
Non insistiamo sul modo in cui la specie umana si è dimostrata un parassita avido ed amorale su un pianeta che era in buona salute. Una negatività di quel genere non offre soluzioni per gli orrori inesorabili che l’attività umana sta provocando.
Piuttosto, il Movimento propone un’alternativa incoraggiante alla distruzione impietosa e completa dell’ecologia della Terra.
Come sanno bene i Volontari del VHEMT, la speranza che si presenta come alternativa all’estinzione di milioni di specie vegetali ed animali è l’estinzione volontaria di una sola specie: l’Homo sapiens, …la nostra estinzione.
Ogni volta che qualcuno decide di non generare altri umani da aggiungere ai miliardi brulicanti che già si accalcano su questo pianeta devastato, un nuovo raggio di speranza attenua le tenebre.
Quando ogni essere umano deciderà di non riprodursi, la biosfera della Terra potrà tornare alla sua gloria di un tempo, e ognuna delle creature che rimarranno potrà essere libera di vivere, morire, evolversi e forse scomparire, come nel corso dei millenni hanno già fatto così tanti “esperimenti” di Madre Natura. L’ecologia della Terra tornerà in buona salute… tornerà in buona salute quella “forma di vita” nota a molti col nome di Gaia.
Perché ciò possa accadere è necessaria la nostra scomparsa.

Ecco.
Inetti? Pazzi? Goliardi? Illuminati? Razionalisti? Beh, fate voi.
Per saperne di più, cliccate sull’immagine in testa all’articolo, oppure visitate il sito principale del VHEMT (in inglese), qui.

Magnanimità. Quantunque. Facezia.

astruso1Inopinatamente.
Obsolescenza.
Concupiscenza.
Crocchio.
Voluttà.
Arrovellarsi.
Mercede.
Marmaglia.
Ordunque.
Pindarico.
Inane.
Inetto.
Peripatetica.
Obnubilare.
Cupidigia.
Ameno.
Virente.
Dacché.
Avvenente.

E potrei andare avanti ancora per ore, se non giorni (ovvio, magari con l’aiuto d’un buon dizionario) a citare innumerevoli bellissime parole in lingua italiana che oggi non si usano più, o quasi.
Il problema, io credo, non è tanto quello dell’invasione di lemmi esteri, in qualche modo inevitabile e per certi aspetti anche comprensibile, semmai è che siamo noi i primi a lasciar impoverire la nostra lingua, a debilitarla eliminando da essa tantissime parole – molte delle quali affascinanti e capaci di dire molto, spesso più di quelle parole contemporanee che le hanno sostituite, logicamente o meno (sempre che ve ne siano in sostituzione!) – e a ridurla ad un corpus di poche parole, frequentemente vuote di senso semantico e di relativa espressività pratica e a volte usate a sproposito, con in più, infilati quei e là, termini stranieri a loro volta non di rado del tutto inutili. Inutile dirlo: non si tratta di continuare a parlare (e scrivere) come ai tempi di Manzoni o D’Annunzio, ma nemmeno di esprimerci come peggio non farebbe nemmeno un bambino di seconda elementare!
Di questo passo, non solo si perde la propria (identificante) ricchezza lessicale, ma di contro si smarrisce anche la comprensibilità linguistica reciproca. Provate a dire a una ragazza – ovviamente scrivo dal mio punto di vista maschile – “Sei molto avvenente!” o “Quanta voluttà mi susciti!” piuttosto che i soliti “bella f**a!” o altro del genere (scusate se uso questo esempio, ma lo faccio per restare ad un livello massimamente quotidiano del parlato comune), e rischierete non solo di non essere capiti, ma pure di beccarvi una sberla perché quella crederà che le avete detto chissà quale insulto.
Peccato. In fondo, basterebbe dire a quella ragazza “Sei una f**a voluttuosa!” per prendere due piccioni con una fava ed essere cool (eh eh!) senza diventare sempre più an-alfabeti. Cioè senza più un “alfabeto linguistico” identificante, appunto, caratterizzante e supportante al meglio qualsiasi nostra volontà espressiva.
Ah, a proposito: prendere due piccioni con una fava. Chi la usa più ‘sta espressione così simpatica e (apparentemente) strana?

P.S.: le parole che ho elencato lì sopra sono tra quelle che io, nelle cose che scrivo, cerco ancora – con orgoglio ostinato e forse un po’ ottuso – di utilizzare comunemente. A costo di essere considerato anacronistico, già.

INTERVALLO – Pristina (Kosovo), Biblioteka Kombëtare e Kosovës (National Library of Kosovo)

pristina-library1Se si deve citare un esempio di architettura strana, se non bizzarra, applicata ad un edificio ad uso bibliotecario pubblico, facilmente il pensiero potrebbe correre alla Biblioteka Kombëtare e Kosovës, ovvero alla Biblioteca Nazionale del Kosovo di Pristina, la più importante dello stato balcanico.
Costruita nel 1982 – dunque ancora in tempi di Jugoslavia unita – in base al progetto dell’architetto croato Andrija Mutnjaković, che intendeva riprendere alcune peculiarità tipici dello stile ottomano – rappresentato soprattutto nelle 99 cupole metalliche di varia grandezza che caratterizzano la copertura dell’edificio – da più di 30 anni divide in modo netto i giudizi di chi se lo ritrova di fronte, che variano dall’apprezzamento (raro) allo sconcerto, alla critica più feroce e sarcastica.

Al di là di ciò, la Biblioteca occupa una superficie di 16.500 metri quadrati, contiene più di mezzo milione di volumi, inclusi diversi manoscritti antichi e rari – ma la sua estensione permette di ospitare fino a due milioni di volumi – e, nonostante la sua controversa architettura, è tra i luoghi maggiormente visitati del paese.

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