Il primo cenno di primavera, forse

«Ól de’ dèla Candelòra da l’invèrn’ mé sa föra» dice il noto proverbio che qui ho trascritto, spero senza sbagliare troppo, nella forma dialettale a me più vicina ma che è presente in ogni tradizione popolare italiana (e non solo). Uno dei tanti retaggi delle antiche origini pagane comuni conservatisi oralmente, che rimanda ai Lupercali romani ma ancor più alla festività celtica di Imbolc, che cadeva proprio intorno all’attuale primo giorno di febbraio ovvero al sorgere della stella Capella, la più brillante nella costellazione dell’Auriga: una festa di ritorno alla luce dopo le tenebre invernali, il che ne spiega il nome e la concomitanza di tante occasioni nelle quali si accendono falò, nei villaggi delle vallate alpine in particolar modo.

Fatto sta che questa mattina, scendendo dai monti domestici a valle per iniziare la giornata lavorativa, intorno alle ore 6 e 45, m’è parso di cogliere una luminosità differente dai giorni scorsi, nei quali l’impressione era sempre quella della tenebra notturna invernale, imperante e ancora invincibile. Il cielo, verso il Levante, invece stamani era più chiaro, sicuramente in forza della condizione meteorologica della giornata odierna, serena e limpida, che ha reso maggiormente nitido e dunque percepibile quel “nuovo” chiarore antelucano il quale sfidava il buio ancora profondo della restante parte di cielo con una vivacità inaspettata e sorprendente. Ribadisco: ci fosse stato il cielo coperto di nubi, o anche solo velato, probabilmente un tale luminare celeste non l’avrei colto; ma l’averlo percepito, e l’attrazione dello sguardo che mi ha generato durante la guida lungo la strada sbucante in quel punto dal bosco, inevitabilmente ha riportato alla mente il proverbio sopra citato ovvero la simbolicità tradizionale pagana del giorno e del periodo in genere. Cioè, per farla breve, mi ha fatto pensare ad un primo seppur flebile cenno di primavera.

D’altro canto con Imbolc i Celti irlandesi fissavano proprio l’inizio della stagione primaverile, del ritorno verso la luce estiva e della fine dei più ostici rigori invernali. Non la fine del freddo, del gelo o della meteo avversa ancora tipica di queste settimane (al netto dei cambiamenti climatici in corso, ovviamente e sfortunatamente) ma comunque il riavvio del ciclo vitale che poi caratterizza e contraddistingue la primavera. In fondo il termine Imbolc significa “in grembo”, in riferimento alla gravidanza delle pecore: infatti in origine la festa celebrava la venuta alla luce degli agnellini e le pecore che in forza di ciò riprendevano a produrre latte in abbondanza, il che significava nuovo prezioso sostentamento anche per gli umani allo scopo di resistere alla restante parte d’inverno e, appunto, fino al ritorno effettivo delle più favorevoli condizioni primaverili.

Insomma: forse ho visto il primo segno della nuova primavera, questa mattina. Magari solo per una mera suggestione personale basata sulle riflessioni che vi ho appena raccontato, ma tant’è: è stata una visione comunque piacevole e, a suo modo, emozionante.

N.B.: la foto in testa al post non è ovviamente mia, guidando non avrei potuto cogliere l’attimo che vi ho descritto fissandolo in un’immagine fotografica, ma credo che renda comunque bene l’idea.

A proposito dello “Ski Dome” di Cesana Torinese…

In fondo io potrei essere “favorevole” alla realizzazione dello Ski Dome di Cesana Torinese, sì.

Ehi, aspettate a fare quelle facce lì, mi spiego subito!

A parte il fatto che affermazioni come «Ci darebbe lavoro per 12 mesi all’anno», citata nell’articolo qui sopra raffigurato, sono le stesse che una ventina di anni fa si sentivano in zona in occasione della costruzione delle varie infrastrutture olimpiche, che poi sappiamo bene che fine abbiano fatto (infatti lo Ski Dome di Cesana verrebbe costruito dove ora giace fatiscente la pista di bob di “Torino 2006”), e guarda caso sono identiche a quelle che negli anni Settanta echeggiavano nelle varie località montane ove spuntavano impianti di risalita e condomini di seconde case come funghi… ma sarà solo una bizzarra coincidenza, no?

Dunque, dicevo: in linea di principio gli Ski Dome, se proprio si volesse realizzarli, andrebbero costruiti direttamente nelle città. Che senso ha riprodurre le condizioni classiche della montagna invernale in montagna? Tanto vale farlo direttamente nelle aree metropolitane (ce ne sono parecchie a ridossi di aree collinare e elevazioni varie che offrirebbero il minimo dislivello necessario) così pure da risparmiare risorse energetiche, economiche e ambientali nonché il viaggio ai loro fruitori, e i gas di scarico relativi, ai territori transitati. Per cui, posto ciò, allo Ski Dome di Cesana dovrei dire assolutamente di no.

Però

Pensandoci in questi giorni, mi sono detto che probabilmente sulle nostre montagne al di sotto di certe quote non si scierà più, e spesso agli sciatori su pista contemporanei (lo dico con tutto il rispetto del caso) non interessa tanto il luogo montano ove sciare e la varia cultura che lo caratterizza ma solo il servizio offerto in base allo skipass pagato. Certo sarebbe bello riconnettere tali sciatori ad una ben più consapevole e sostenibile frequentazione delle montagne, ma posso supporre che a molti di essi la cosa non interessi granché, chiedendo essi soprattutto di poter continuare a sciare. A tal riguardo, mi vengono in mente i grandi centri commerciali delle aree metropolitane, ai cui fruitori non interessa nulla del (non) luogo in sé ma solo di ciò che contiene e offre – negozi, marche, prodotti, intrattenimenti vari, eccetera. Se molte persone preferiscono passare il loro tempo libero in un enorme capannone pieno di negozi piuttosto che in montagna o in altro ambito naturale, non glielo si può certo impedire, anzi: si può concludere che il centro commerciale, addensando nei suoi spazi quelle persone evidentemente poco sensibili alla relazione con l’ambiente naturale, il paesaggio e con le loro valenze culturali, le tolgono di mezzo a quelli che invece tale relazione la vogliono coltivare. D’altronde si è visto bene cosa è accaduto nel corso dei lockdown per il Covid, negli ultimi anni, con i centri commerciali chiusi e molti dei loro fruitori riversatisi in massa sui monti, in località che non sono e non sarebbero mai in grado di sopportare tutta questa gente e morirebbero di overtourism in men che non si dica.

Ecco: lo Ski Dome sarebbe il centro commerciale della montagna, in fondo il principio che dà forma e sostanza ai due spazi è lo stesso. Lo Ski Dome toglierebbe di mezzo (mi scuso per la reiterata espressione rude, ma rende l’idea) coloro ai quali non interessa nulla della montagna, del suo ambiente, del suo paesaggio, della relazione con esso ma vorrebbero solo sciare come si faceva una volta e come oggi, stante la realtà climatica corrente, non si può più fare, liberando della loro presenza culturalmente sterile la montagna che in tal modo sarebbe ben più a disposizione di chi la voglia godere in modo consapevole e sostenibile senza più il disturbo, non solo acustico, provocato abitualmente dal turismo meccanizzato come quello sciistico. Chi vuole solo sciare, se ne sta chiuso dentro il suo “meraviglioso” Ski Dome, chi vuole vivere più compiutamente la montagna ha tutte le possibilità per farlo. Entrambi a loro modo contenti – certo, gli sciatori skidomati con parecchi soldi in meno in tasca, visto quanto dovrà costare la fruizione di un impianto tanto economicamente gravoso, ma se a loro va bene così, amen.

Tutto ciò, al netto della sostenibilità economica e ambientale dell’impianto, che ovviamente restano elementi imprescindibili in merito alla sua realizzazione – sempre che lo Ski Dome diventi “sostenibile” semplicemente scrivendo nel suo progetto esecutivo che è “sostenibile”, che pare sia il modus operandi al riguardo alla base di molte di queste opere!

Così, dunque, sarei “favorevole” allo Ski Dome di Cesana. Capito, ora?

Ragionando sulla neve artificiale

Riflessione personale a “voce alta”: scommettiamo che se i comprensori sciistici aprissero le piste e lavorassero solo in presenza di neve naturale eliminando totalmente quella artificiale, dunque pur con una stagione sciistica più breve ma al contempo diversificando e implementando la propria offerta turistica con attività invernali sostenibili, contestuali ai loro monti e consone ai tempi che corrono – dal punto di vista ambientale, economico, culturale – alla fine guadagnerebbero di più e farebbero molto più del bene alle montagne sulle quali lavorano, garantendosi per giunta delle possibilità di resilienza imprenditoriale più solide e meno soggette a troppe variabili ineludibili e dannose per i loro bilanci?

(Lì sopra, un articolo di Mario Tozzi su “La Stampa” del 16 gennaio 2023. Cliccateci sopra per ingrandirlo e leggerlo meglio; gli abbonati al quotidiano lo trovano qui.)

Cronache del cambiamento (climatico): i cactus sulle Alpi

[Cactus nella riserva naturale di Follatères/Mont Rosel, comune di Fully, Vallese. Fonte: qui.]

Erano stati importati dagli Stati Uniti circa 250 anni fa. Adesso però i cactus – a causa del cambiamento climatico – si stanno diffondendo un po’ troppo in Svizzera, al punto da mettere in difficoltà gli ecosistemi. E dunque le autorità hanno deciso di intervenire e cercano ora di correre ai ripari.
Sembra quasi di essere ai piedi di qualche montagna del far west, invece siamo nella riserva naturale Les Follatères, in Vallese. A trarci in inganno sono i cactus. Per colpa del cambiamento climatico si sentono sempre più a loro agio anche sulle Alpi. «Ci rendiamo conto che ovunque ci sia un pezzo di terreno libero potrebbe spuntare un cactus», spiega Gérard Granges-Maret, della commissione Les Follatères.
Un fenomeno contro il quale le autorità vallesane hanno deciso di intervenire. «Non parliamo di una strategia zero-cactus, però dobbiamo contenerli. La loro proliferazione sta danneggiando le altre piante della riserva, ma anche di altre zone del Vallese», sottolinea Gérard Granges-Maret. […]

[Dall’articolo (e servizio del TG) Clima, i cactus diventano una piaga per le Alpi, pubblicato su “Rsi.ch” il 01 gennaio 2023. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo interamente e per guardare il relativo servizio del telegiornale della RSI andato in onda nella stessa data.]

Sopravvivere allo sci

Inverno per molti fa rima con sci e snowboard. Attività sulle quali puntano diverse destinazioni turistiche invernali. Ma le alte temperature che si stanno registrando in questi giorni, e che hanno caratterizzato il 2022, potrebbero portare le stazioni sciistiche a basse e medie quote a dover trovare un’alternativa allo sci per sopravvivere. «Abbiamo vissuto l’anno più caldo dall’inizio delle misurazioni. Queste condizioni saranno la nuova normalità», avverte Thomas Egger, presidente del Gruppo svizzero per le regioni di montagna (SAB). «Sotto i 1600 metri, l’innevamento non è più assicurato», afferma Egger in un’intervista odierna al “Blick”. Ecco perché, a suo giudizio, «le stazioni che basano le proprie fortune sugli sport invernali dovrebbero reinventarsi».
«Gli impianti di risalita situati a bassa e media altitudine sono spesso confrontati con grandi difficoltà finanziarie. I comuni possono metterci una pezza, ma questo non li salva a lungo termine; inoltre – fa notare Egger, – si tratta di denaro che potrebbe essere utilizzato meglio». Ad esempio, prosegue l’esperto, per sviluppare i comprensori sciistici ad alte quote, se necessario facendo concessioni per la tutela della natura e del paesaggio. Le stazioni collocate più in basso potrebbero dal canto loro sfruttare questi soldi per mettere in atto nuove offerte, invece che concentrarsi unilateralmente sul turismo dedicato allo sci alpino. Egger non ritiene che i cannoni per l’innevamento artificiale siano una soluzione sostenibile. «In primis, deve fare freddo per poter produrre neve. Secondo, il loro consumo di energia è elevato e, terzo, l’acqua sta diventando sempre più un fattore limitante».

(Da Le stazioni sciistiche devono trovare un’alternativa per sopravvivere, articolo di Chiara Zocchetti pubblicato su “Ticino News” il 27 dicembre 2022.)

Per la cronaca, nemmeno Thomas Egger è un «ambientalista integralista» o altro del genere e tanto meno il SAB è un’associazione “ambientalista” ma è l’Ente federale svizzero delle regioni di montagna – similare per molti aspetti all’Uncem italiana – la cui attività è mirata a favore dello sviluppo sostenibile dei territori montani e delle regioni rurali della Svizzera. L’associazione rappresenta gli interessi politici in questo settore ed è coinvolta in numerosi progetti di sviluppo delle comunità alpine svizzere. Ecco, è bene rimarcarlo per certi “commentatori” col dito inquisitore puntato.

Per ulteriore cronaca, visto che l’articolo fa riferimento alla realtà elvetica, ricordo che in Svizzera i contributi pubblici agli impianti sciistici sono minimi e in molti cantoni addirittura assenti. All’opposto della realtà italiana, già.