Il codardo

Conquistare quel maledetto villaggio, che da tempo resisteva ad attacchi d’ogni sorta, era ormai diventato essenziale per vincere la guerra. Per questo il Generale era lì, per ciò aveva preso il comando delle operazioni – egli, famoso per il pugno di ferro, la risolutezza e l’audacia prive d’ogni indulgenza, la pugnace spietatezza: l’uomo giusto per quelle situazioni particolarmente sporche, ove c’era da accantonare ogni pur raffinata strategia per badare al sodo, senza fare calcoli e tanto meno avere scrupoli.
Nel suo tipico stile, stivali in pelle nera, elmetto in testa con simboli pirateschi, medaglie in mostra sul petto e spada in resta, il Generale aveva urlato il via all’assalto, tallonando a pochi metri la prima linea incurante delle esplosioni e dei proiettili fischianti tutt’intorno, e seguito da un giovane attendente impegnato oltre ogni modo a nascondere l’evidente terrore al proprio comandante, il quale invece pareva divertirsi un mondo a berciare ordini di fuoco, di distruzione, e incitamenti alla «nessuna pietà», imprecando ogni qualvolta un soldato fosse colpito e dovendone superare il cadavere sporco di sangue e fango col rischio di imbrattare i lucenti stivali. Ma tal ferrea risolutezza aveva effetto, senza dubbio: sostenute dall’artiglieria battente le truppe avanzavano in un villaggio ormai del tutto diroccato, trovandovi sempre più scarse resistenze. Il Generale urlava di gioia e, forse per questo più che per tutto il resto, ora il giovane attendente non riusciva proprio a cancellare la terrea espressione di sgomento stampata sul viso poco più che imberbe, nonostante la battaglia stesse diminuendo d’intensità.
Quelle urla, di lì a poco, divennero sonore risate, quando con un plotone l’alto ufficiale penetrò in un cortile tra un gruppo di case annerite dal fuoco, trovandovi alcuni combattenti nemici malamente nascosti in un crocchio di donne e bambini accucciati ad un angolo dello spiazzo.
«È così, eh? Bene, allora ammazzateli tutti, questi vermi schifosi!» ordinò il Generale, e dovette farlo più volte ad un plotone visibilmente smarrito per quell’ordine così efferato. Dal plotone un soldato arretrò, guardando il Generale e facendogli: «No, signore! Io non posso uccidere questi innocenti!» Il Generale lo fulminò con gli occhi, poi disse, rivolto al suo attendente: «Nessun codardo ci deve essere tra di noi! Tenente, uccida questo miserabile!» Il giovane tenente s’impietrì per alcuni secondi, poi si illuminò in volto, guardò quel soldato e quindi il suo comandante, finché senza mutare la rigida espressione assunta sguainò la propria pistola d’ordinanza, sparando con rapidità inusitata.
Un solo colpo alla nuca, preciso: il Generale cadde al suolo, senza emettere alcun gemito.

(P.S.: è un racconto, questo, al momento ancora inedito come la raccolta di cui è parte, composta di testi molto molto molto particolari – ho detto “molto”, sì. Forse sarà pubblicata, prima o poi – ho detto “forse”, già. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più al riguardo, chissà.)

Una protesta vibrante

Egr.mo Dio,

mi permetto di disturbarti con questa mia lettera ma, perdonami se sono tanto franco, devo rimarcarti con decisione che la misura è ormai colma.

Mi sembra che fin dalla notte dei tempi i patti tra noi fossero chiari: tu eri il bene, io il male. Io facevo commettere peccati d’ogni sorta, anche i più turpi e abietti, tu redimevi, affrancavi, salvavi. Un accordo semplice e lineare, senza possibilità di dubbi.

E invece sono più di venti secoli che quei tuoi rappresentanti terreni, quelli i cui vertici stanno in Vaticano, a Roma, peccano alla grande e combinano cose che, francamente, imbarazzerebbero pure me. Falsità e ipocrisie a gogò, ruberie, simonie, traffici sporchi che di più non si può, guerre sante, repressioni violente, massacri, genocidi, e poi ancora oggi scandali d’ogni genere, ladrocini, pedofilia, nel frattempo stringendo sodalizi coi peggiori e più sanguinari dittatori o con le organizzazioni malavitose… Eccheccazzo! (Scusami, ma quando ci vuole ci vuole, e poi sono “demoniaco”, lo sai.) E poi tu saresti il bene e io il male? Io? Ma se al vostro confronto sembro un’ingenua educanda, che a momenti mi si rammolliscono pure le corna, per la vergogna!

Mi verrebbe da dire che ho un diavolo per capello ma mi sembrerebbe di essere fin troppo autoreferenziale – anche in tal caso, in maniera ben diversa da ciò che siete voi.

No, mi spiace ma così non si può andare avanti. O i patti si rispettano – ma non mi pare che vi sia da parte tua e dei tuoi la volontà di farlo, anzi! – o si rimettono le cose nel giusto e più obiettivo equilibrio, sancendo da che parte veramente stia il bene e da che parte il male. E non ci vuole molto impegno o chissà quale documentazione comprovante: basta leggere e considerare la storia, passata e attuale.

Altrimenti, molto sinceramente, mi toccherà passare dalle parole ai fatti e, attraverso i miei legali, chiederti i danni materiali, morali e d’immagine per tutti questi secoli di ipocrisie, che stanno pure continuando senza sosta lasciandomi ben poca speranza riguardo un eventuale vostro cambiamento di rotta futuro.

Attendo tuoi solleciti riscontri a queste mie rimostranze e, con l’occasione, porgo i più diabolici saluti.

F.to: Satana.

(Nell’immagine, un articolo de “L’Espresso” su uno degli ultimi scandali che sta scuotendo le mura vaticane. Cliccateci sopra per saperne di più.)

Discorsi sui minimi sistemi

E poi, tra mille discorsi (?) sui massimi sistemi (???), a volte ne saltano fuori altri su sistemi più… “minimi”, del genere:

Ma l’acqua gassata e l’acqua frizzante sono da considerarsi la stessa cosa?
Oppure no? Oppure sì, ma sbagliando? Ovvero no, ma equivocando?

Eh, gran dubbio amletico, lo so.
Che ci fosse qui il buon Bardo dell’Avon magari ci farebbe sopra un’altra delle sue tragedie-best seller, già.

La bellezza, e la salvezza

C’è così tanta bellezza assoluta nel mondo, nei suoi vari ambienti, nelle sue forme naturali – nei monti, tra le colline, nei mari, nei deserti roventi e nelle distese ghiacciate, nella volta del cielo stellato – e nel paesaggio che noi vi concepiamo ma che, io temo, troppo spesso non comprendiamo veramente e giudichiamo soltanto per meri “valori” superficiali – bello, non bello, piacevole o meno, caldo, freddo eccetera – che sarebbero ammissibili solo se poi si sapesse andare oltre – e non si fa quasi mai, appunto – insomma, c’è così tanta bellezza al mondo, dicevo, che se avessimo la facoltà e la volontà di comprenderla e di scaturirne una paritetica bellezza emotiva, culturale, intellettuale, antropologica, umana, da introiettarci nel profondo dell’animo e dello spirito rendendola la nostra (cioè di tutti) “psico-biosfera” fondamentale e imprescindibile, be’, credo che buona parte dei mali del mondo svanirebbero di colpo.

Già, subitamente.

Invece no, non ne siamo capaci. Non lo siamo ancora pur dopo millenni di evoluzione anche intellettuale ergo culturale. Continuiamo a restare indifferenti a questa bellezza così infinita, continuiamo a sottovalutarla, a osservarla come fosse qualsiasi altra “cosa” ordinaria, a ignorarla quando, non di rado, a disprezzarla e oltraggiarla. Come fossimo in un meraviglioso museo colmo di preziose, inestimabili opere d’arte e utilizzassimo i suoi spazi per giocare a pallone, con la palla che immancabilmente colpirà e rovinerà di continuo quei capolavori. Alla fine, o di fronte ai danni ormai irreparabili ci renderemo finalmente conto della nostra colossale stupidità ma, appunto, sarà ormai troppo tardi, oppure, per la nota Teoria delle finestre rotte, tutte quelle macerie ci spingeranno irrefrenabilmente a produrne sempre di più, riducendo in macerie anche la nostra essenza umana e condannandoci alla sorte più nefasta.

Ma non voglio affatto essere così catastrofista. Anche perché, affinché con la bellezza del mondo ci succeda quanto ho scritto poco sopra, ci vuole veramente pochissimo. La bellezza potrà veramente salvare il mondo, ma solo se il mondo saprà salvare – e finalmente comprendere – la (sua) bellezza. Un’azione per la cui messa in atto, ribadisco, non occorre quasi nulla: solo un po’ di occhi aperti e intelletto attivo, tutto qui.

Da che parte pende la bilancia del nostro mondo?

Ma se si ponessero su una bilancia le cose buone che il genere umano ha realizzato nel corso della sua storia, su un piatto, e sull’altro le cose cattive che ha compiuto – tutte quante, dalle più grandi alle più piccole, in entrambi i casi -, secondo voi da che parte penderebbe tale bilancia?
E, se dalla parte ove penda la bilancia dovesse dipendere (termini dalla stessa etimologia, non a caso) il nostro destino, secondo voi che fine faremmo?

Dovremmo chiedercelo, ogni tanto. Non è detto che la risposta sia scontata, tanto meno deve essere superficiale o di convenienza. Di sicuro non è affatto un mero esercizio retorico.