“Racconti dal Lago” 2017: grazie!

Vorrei nuovamente ringraziare, anche qui, gli autori che hanno partecipato alla seconda edizione del Concorso Letterario “Racconti dal Lago” e che erano presenti ieri all’affollata premiazione dello stesso, svoltasi a Bellano – proprio in riva al Lago di Como, inevitabilmente! – nell’ambito della Xa edizione di “Piccoli Editori in Fiera”, durante la quale è stato pure presentato il volume che raccoglie i racconti vincenti, edito da Historica.

Per me, che del Concorso sono stato il curatore, è stato un vero piacere incontrare gli autori inclusi nella raccolta e, dopo aver letto, apprezzato e selezionati i rispettivi testi, constatare direttamente la loro genuina passione per la scrittura, per i libri e l’espressività letteraria nonché la fervida ed entusiasta capacità di recepire la bellezza del paesaggio lacustre di casa – peraltro tra i più belli al mondo – al punto da ricavarne della letteratura “dedicata” di notevole valore.

Appuntamento – salvo cataclismi imprevedibili – all’anno prossimo e alla terza edizione del Concorso!

La “bravata” della morte

Essendo particolarmente sensibile alla percezione del livello di senso civico diffuso, non posso non unirmi al coro di chi protesta per come la notizia sottostante venga presentata da molti media: un efferato assassinio spacciato per “bravata” solo perché commesso da due minorenni. Evidentemente, il degrado culturale che sta soffocando la nostra società è probabilmente più grande di quanto pensiamo, con bieca delizia dei media che su ciò ci marciano sopra con il loro ormai cronico e qualunquistico clickbait per il quale nemmeno conta più la tragedia della morte, a quanto si direbbe – tragedia sempre più sdoganata verso il solito morboso sensazionalismo da reality televisivo. E se tale situazione non migliora, in fondo è perché noi tutti, che di quella società siamo parte – ovvero che quella società siamo, per fortuna o purtroppo – non facciamo abbastanza per evitarle l’abisso finale, anzi, sovente contribuiamo ad accelerare la corsa verso l’orlo. A partire dal considerare un fatto come quello in questione – ribadisco – un assassinio frutto di una barbarie culturale, sociale, civica, etica da combattere e debellare con fermezza e rapidità, e non una “bravata”, uno “scherzo finito male”, una cosa tutto sommato banale e ignorabile. La sostanziale accettazione della malvagità, in pratica, ovvero la normalizzazione della barbarie nella società civile. “Civile” dove, poi?

Spiace dirlo ma una bravata semmai si compie, con notevole ottusità, nel continuare a vedere, ascoltare, leggere certi media che hanno ormai da tempo rinnegato al loro compito di informare e magari acculturare – un termine del quale nemmeno più si ricorda il significato. Ecco.

Ueli Steck, 1976-2017

Andare in montagna è il modo perfetto per pensare e imparare. Le regole sono semplici e molto chiare. Mi piacciono, sono facili da capire. Se non ti porti un sacco piuma buono, avrai freddo. Se non sei abbastanza forte, non ce la farai. E per me è importante condividere questo buon spirito dell’alpinismo con gli altri.

Per chi si occupa di montagna, anche in modo marginale, ovvero per tanti che la frequentano, Ueli Steck era ormai una figura leggendaria nonostante l’ancora giovane età. Lo era per il suo incredibile curriculum alpinistico tanto quanto per la notoria generosità e nobiltà d’animo – e, in fondo, lo era pure per la sua celeberrima passione/dipendenza verso il caffè, che beveva in quantità altrettanto leggendarie.
Nel suo alpinismo c’erano le sfide impossibili, le salite estreme, le prestazioni stupefacenti, la razionalità maniacale della preparazione fisica e mentale. Ma c’era pure un atteggiamento per certi versi ascetico verso la montagna, la concezione quasi artistica delle linee di salita, una visionarietà di matrice romantica: in fondo egli stesso si definiva uno degli ultimi alpinisti romantici, distaccandosi da quell’appellativo di “Swiss Machine” che non gli piaceva – gli era stato inesorabilmente affibbiato per le prestazioni ottenute ma, in qualche modo, rischiava di adombrarne la carica umana.
È stato certamente uno degli alpinisti più emozionanti e ispiranti degli ultimi tempi, Ueli Steck. A suo modo un creativo, un artista della scalata, appunto, di quelli che sulle montagne non portava solo il corpo e la mente ma pure, e forse soprattutto, il proprio spirito: il vero “pennino” della sua arte alpinistica, quello con cui tracciava linee di salita sulle montagne che diventavano da subito grafie arrampicatorie dal potere narrativo intenso e raro.

Addio Ueli, senza dubbio mancherai a chiunque vada per monti e vette.

INTERVALLO – Malpensa e Linate, Milano, “Book Fly Zone”

Anche gli scali aeroportuali milanesi entrano nel prestigioso novero degli “aeroporti bibliofili” e, in occasione di Tempo di Libri, inaugurano le Book Fly Zone: nelle aree arrivi e partenze dei terminal di Milano Linate e Milano Malpensa (terminal 1 e terminal 2) sono state installate ben 9 librerie per il book crossing a disposizione dei viaggiatori in partenza e in transito. Le librerie sono state disegnate da Giorgio Caporaso, creatore della Ecodesign Collection per il brand italiano Lessmore i cui arredi sono espressione di una vera e propria filosofia “green”, rispettosa dell’ambiente e basata sui principi della componibilità, personalizzazione e riciclabilità. Ogni modulo “More Light” delle librerie (45×45 cm) è, infatti, realizzato in cartone 100% riciclabile. L’AIE ha fornito 6.000 libri del progetto #ioleggoperché che, insieme a quelli donati dall’Associazione NoiSeA, rappresentano la dotazione iniziale dei punti di book crossing.

Permettetemi il sarcasmo: quest’iniziativa nei due aeroporti di Milano certamente farà volare in alto i libri e la lettura ben più di quanto abbia saputo fare la prima edizione della fiera dell’editoria milanese, appena conclusa e volata molto in basso nel gradimento ottenuto!

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere uno dei tanti articoli dedicati alle Book Fly Zone e saperne di più.

Dello scrivere libri, o di un efficace metodo per diventare indigenti

Piuttosto cinicamente (ma in fondo è pure autocinismo, questo) mi viene sempre più spesso da pensare che un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi (ove la sproporzione è rispetto al numero di lettori del mercato nostrano, chiaramente, il quale al momento non pare accennare a ridestarsi dal suo coma piuttosto profondo, peraltro indotto pure proprio dal gran numero di libri pubblicati, sovente di assai scarso pregio letterario, che ingolfano gli scaffali delle librerie nascondendo le – più rare – opere invece meritevoli d’attenzione) – dicevo, un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi sarebbe quello di far conoscere nel modo più obiettivo possibile agli aspiranti scrittori la realtà dell’editoria nostrana contemporanea: un mondo – per essere piatti – che si proclama nobile e sfavillante ma in realtà è ridotto con le pezze al culo e, a quanto sembra, sconsideratamente destinato a una sempre più prossima implosione.
Ovvero, in breve: volete scrivere libri per diventare ricchi e famosi? Farete probabilmente prima a diventarlo cercando aghi nei pagliai e vendendoli ai sarti, ecco.

Qualcuno che ci provi ad essere obiettivo sulla realtà dell’editoria italiana contemporanea peraltro c’è. Non so se lo faccia in base all’intento personalmente rimarcato; io – cinicamente, appunto – sì (e fate conto che, per quanto mi riguarda, a quel cinismo vado oltre ricordando quella nota massima di Emerson, “Chi scrive per sé stesso scrive per un pubblico immortale”). Dunque vi consiglio di leggere questo illuminante pezzo di Luca Bernardi, Quanto (non) guadagna uno scrittore?, pubblicato in origine da L’Indiscreto (vedi qui l’articolo originale) e ripreso da CheFare, da cui traggo anche il sunto che vi propongo di seguito (con un paio di altri significativi estratti dallo stesso articolo, in calce).
Buona lettura – un po’ meno la scrittura, invece…

C’era una volta un esordiente che doveva scrivere un articolo sui guadagni degli scrittori. Facile, pensavo, basterà chiedere a Tizio e Caio quanto prendono di anticipo, quali percentuali ricavano al netto dell’agente, come fanno quadrare i conti a fine mese. Più che un’inchiesta sarà la compilazione di un questionario. E invece…
E invece nessuno vuol far sapere quanto guadagna. “Io te lo direi pure, basta che poi nel pezzo non fai il mio nome”. Me l’avranno ripetuto in quindici questo adagio. Manco stessi scrivendo un articolo sulle logge nere. Insomma nessuna delle mie fonti ha voluto figurare per nome. Perciò, stando alle deposizioni di ignoti, ecco quanto ho raccolto.
Una piccola casa editrice seria pagherà al massimo mille Euro di anticipo (questo lo so anche per esperienza, avendo esordito a novembre con Tunué). Una casa editrice media si attesterà tra i cinquecento e i quattromila. Una grande tra i tremila e i diecimila. Poi ci sono tre o quattro editori che partono da cinquemila Euro e salgono anche molto a seconda della fama dell’autore.
Sembra inoltre che le cifre siano calate rispetto ai primi Duemila. Chiunque bazzichi nell’editoria da un po’ sostiene che la crisi abbia pressoché dimezzato gli anticipi. Nel 2003, per esempio, non era inaudito esordire per una major con un assegno da ottomila Euro. Oggi il ristagno del mercato e la contrazione degli introiti editoriali hanno impoverito ulteriormente chi scrive.
Dunque le grandi investono più delle piccole ma se sei al primo libro, o comunque mostri scarse prospettive commerciali, gli anticipi saranno tutt’altro che faraonici. Anche a esordire con Mondadori oggi è difficile ricevere un anticipo superiore ai cinquemila Euro. Il che significa l’impossibilità, almeno all’inizio, di mantenersi solo scrivendo.
A vivere di romanzi sono ormai in pochi in Italia. Anche perché tra chi venderebbe abbastanza da permettersi di non fare altro ci sono molte personalità i cui libri funzionano sul piano commerciale proprio grazie alla celebrità extraletteraria degli autori.
C’è una seconda fascia di persone che campa tra pubblicazioni di vario tipo, incarichi editoriali correlati, corsi di scrittura, traduzioni, giornalismo, docenze a contratto. Non fanno gli scrittori a tempo pieno ma nemmeno gli idraulici. Per la generazione dei miei genitori sono degli spiantati, per noi ventenni dei modelli di tenacia professionale.
Poi viene chi pubblica libri e scrive su testate online o cartacee ma sopravvive grazie ad altre fonti, professionali e non. Qualcuno li chiama pesi medi. Magari insegnano o fanno i liberi professionisti. Se sono giovani, cioè hanno meno di quarant’anni, hanno spesso famiglie che li aiutano.
(…)
Il quadro è desolante e non occorrono cattedre alla Normale per capire che dietro alla reticenza economica degli scrittori c’è in parte la tentazione di chiudere gli occhi davanti all’indigenza della propria sottoclasse sociale, e forse anche al tramonto di una cultura intesa come prestigio, ovvero quale vessillo di un potere che ormai cerca tutt’altri stemmi e casse di risonanza.
(…)
E che cos’è la carriera per uno scrittore se non l’uscita del proprio Meridiano, le orde di incravattati plaudenti a Stoccolma o le testate che lo inseguono per editoriali su temi di cui fino a un’ora prima ignorava l’esistenza. Certo, la carriera può essere una somma di questi elementi… eppure non si dimentica qualcosa? Be’, forse un conto in banca a sei zeri. E ribadisco che stiamo parlando di carriera, non della corrida tra titani per entrare nel canone, qualsiasi cosa esso sia, o perché il proprio nome svanisca buon ultimo tra quelli di tutti i parlanti nella propria lingua peritura.
Eccoci di nuovo al punto di partenza. Reputazione, alla fine, significa denaro. E senza soldi può darsi carriera? In una società di mercato, no. Nell’editoria, sembra di sì ma alla fine parrebbe di no. Fine della storia. Ma e se come da decenni sostengono i tifosi del post-umano il mercato stesse davvero morendo, non sarebbe allora l’editoria forse il vero laboratorio all’avanguardia, un workshop di lustri sugli scenari del post-lavoro e del post-salario (della post-inedia?) a cui presto o tardi, singolarità più o singolarità meno, la pletora degli universi professionali dovrà inchinarsi?

(Ribadisco: potete leggere l’intero articolo di Luca Bernardi, molto più articolato e ricco di informazioni sul tema, qui.)