Di ascensioni alpine, incontri casuali ed “elevazioni” antropologiche – ma non solo…

valdirezzalo_001Dei numerosi e a volte stupendi incontri che ho avuto durante le mie avventure solitarie sui monti (il perché spesso me ne vada da solo dove tanti consigliano di non andare da soli l’ho già spiegato qui, e comunque ho constatato che tale stato di solingo vagabondaggio rende le persone che si incontrano – soprattutto gli indigeni dei posti visitati – molto più inclini al’attaccar cordialissimo e affabile bottone, forse perché fin da subito una persona sola risulta meno invasiva, per così dire, di un gruppo pur piccolo e vociante), ricordo in modo particolare quello con un uomo in Val di Rezzalo, parecchi anni fa, un abitante (credo saltuario) d’una baita in un piccolo gruppo di case… Tornavo dal Corno di Boero, cima soprastante la valle e prospiciente le vette dell’Ortles-Cevedale: ci mettemmo a chiacchierare sulla salita che avevo fatto, e si dimostrò sorpreso tanto quanto felice di come – io forestiero – conoscessi quelle sue zone. Fu forse questa la chiave che (mi) permise l’apertura d’una sorta di intimo archivio della sua memoria: mi raccontò della valle, di quel piccolo gruppo di case nel quale stavamo e che, a parte la sua e poche altre, stavano ormai andando alla rovina, dell’abbandono di quelle terre, dell’incapacità persino tra i nativi locali di riconoscere quanta bellezza e armonia vi fosse lassù, di come la maggior parte dei turisti puntasse unicamente verso le località sciistiche o che offrivano agi, comodità, servizi tipicamente “cittadini”…

swisstopo_rezzaloNelle sue parole, pronunciate con un tono sempre calmo, mai infervorato, piuttosto malinconico e forse rassegnato eppure assai orgoglioso, che ascoltavo come si potrebbe ascoltare un’elocuzione teosofica, vi trovai condensata storia, cultura, fierezza, dignità, socialità, civiltà e senso civico di una montagna che, come altre zone non sviluppatesi (ovvero non sfruttate) nel secondo Novecento grazie all’antropizzazione industriale e dal (reale o presunto) benessere relativo, è stata pressoché dimenticata dalle istituzioni, quasi fosse un territorio inutile, molesto per così dire, fuori dalla dimensione di tempo e dallo spazio. Con le conseguenze sociali poi oggi denunciate da più parti.
Ma vi trovai anche un senso della vita, e per la vita, a dir poco affascinante, quasi epico pur nella sua sostanziale sconfitta – almeno in relazione a quell’ambito in cui stavamo – e nonostante questo lontanissimo, ovvero posto molto più in alto, molto superiore, di tanti altri (pseudo) “sensi vitali” ben più vuoti, privi di qualsiasi autentica umanità, boriosamente “superiori” per proprio autoconvincimento e in realtà sconfitti, sottomessi – anzi, del tutto sgominati dall’aver scelto, coscientemente o meno, di esistere, non di vivere.

03fumeroMi capitano non di rado incontri del genere, durante le mie uscite in quota. Sempre cordiali e gradevoli, a volte sono particolarmente illuminanti – come quello qui descritto – mentre altre volte più semplici ed essenziali, per così dire. Tuttavia in un modo o nell’altro, e posso dire sempre, mi hanno insegnato qualcosa, e al proposito mi torna in mente una citazione letta di recente di Sandro Fontana (piuttosto antitetica rispetto a ciò che egli fu, ma tant’è), che in fondo rivela perché tali incontri siano così interessanti:
Il montanaro sa, per esperienza secolare, che la vera forza consiste nel controllo della forza stessa e che la natura può essere signoreggiata solo da chi ne conosce le regole, ne asseconda i ritmi, ne interiorizza le cadenze. Il rispetto sapiente delle leggi naturali e dei rapporti di forza è stato perciò interpretato come sordida sottomissione o come resa impotente e magica alla fatalità. L’abbaglio è grossolano.
Ora, provate a sostituire “natura” con “società” e “leggi naturali” con “ordinamento giuridico” e capirete meglio tutto quanto.

“Oltre”, di Annalisa Fioretti: un libro che fa bene leggere perché leggendolo (si) fa del bene…

cop_OltreCome ho già affermato in altri momenti, qui sul blog, non è mia abitudine disquisire di libri che non ho (ancora) letto e tanto meno visto o avuto tra le mani. Tra le rare eccezioni a questa regola piuttosto ferrea, c’è però la possibilità di parlare di qualcosa di cui è bene parlare, perché è qualcosa che fa bene e, ancor più, che fa del bene.
Oltre (con sottotitolo – assai significativo – Nepal, viaggio al contrario tra polvere e sorrisi), il libro di Annalisa Fioretti appena uscito per i tipi di Bellavite Editore, rappresenta a mio modo di vedere una ineluttabile eccezione. E non perché ho la grande fortuna di conoscere l’autrice, non perché sia stata mia ospite in Radio Thule, non perché ne apprezzi di continuo la grandezza come persona nella vita quotidiana e in quella passione – l’alpinismo – che ha reso dimostrazione di umanità e di solidarietà, oltre che di atletismo, e in fondo nemmeno perché la sua conoscenza mi ha permesso di conoscere e comprendere meglio cosa sia successo in Nepal qualche mese fa… Piuttosto, perché Oltre è un libro fondamentale per coinvolgerci tutti in quel senso civico comune che dovrebbe globalizzare – in questo caso sì, nel senso più autentico e alto del termine – l’intero pianeta, rendendoci  gli uni simili agli altri nella buona e nella cattiva sorte, dunque reciprocamente e doverosamente responsabili delle nostre vite su questa Terra.
Annalisa_OltreDa sempre l’attività alpinistica di Annalisa, nelle terre himalayane, è strettamente correlata ad azioni di solidarietà e di aiuto con le popolazioni viventi su quelle montagne sublimi, popolazioni spesso dimenticate dal turismo occidentale e dal suo flusso di denaro la cui precaria condizione vitale è stata purtroppo messa in tremenda luce dal sisma dello scorso maggio – che ha causato più di 8.000 morti, è bene ricordarlo, oltre a danni inenarrabili e in tanti casi irreparabili che Annalisa ha vissuto in presa diretta, essendo presente al campo base dell’Everest per tentare la salita al Lhotse. Per questo Oltre non è solo un sogno che si avvera, come dice Annalisa, o meglio: non lo è solo per lei! Per lei rappresenta la messa su carta, in parole e soprattutto in immagini, della realtà di quel paese tanto meraviglioso quanto sfortunato e bisognoso di aiuto; per noi, ribadisco e, spero, rendo più chiaro il concetto esposto poco fa, rappresenta la fortunata possibilità di fare parte di quella realtà, di poterla capire e comprendere, di considerarla nel suo stato di fatto così da responsabilizzarci nei suoi confronti, ovvero della gente che ne è parte. E, ovviamente, rappresenta pure la possibilità di aiutare quella gente e aiutare Annalisa nei suoi progetti umanitari: l’intero ricavato della vendita del libro in pubblico, infatti, sarà totalmente devoluto ai progetti della Friend’s for Nepal, che riceverà i proventi con il tramite della Robi Piantoni Onlus, associazione con la quale ormai Annalisa collabora da tempo. Discorso diverso per le copie che approderanno nelle librerie, dove una percentuale spetterà all’editore e il resto finirà in Nepal.
Beh, capirete ora che l’eccezione di cui dicevo è assolutamente doverosa. Per di più, un titolo migliore il libro non lo poteva avere: Oltre. Oltre la mera prestazione alpinistica (comunque importante anche solo per essere stata l’inizio di tutto), oltre le montagne di neve e ghiaccio per raggiungere montagne di umanità e solidarietà, oltre la cattiva sorte, oltre le diffidenze, oltre gli ostacoli e i dinieghi, oltre le difficoltà quotidiane di chi vive dignitosamente come noi mai avremmo il coraggio e la forza di vivere, oltre ogni limite che mai ci può e ci deve essere in tale contesto, perché un limite non può e non potrà mai avere la solidarietà verso chi ha bisogno di aiuto.
Tenete d’occhio il calendario degli incontri pubblici di Annalisa, sul suo blog o sulla pagina facebook, oppure ordinate il libro dal vostro libraio di fiducia, oppure ancora acquistatelo on line. Ribadisco: leggere Oltre vi farà bene, perché è un libro che fa del bene.

Un personale ricordo del professor Luigi Zanzi

luigi-zanziQualche giorno fa – il 31 maggio, per la precisione – è venuto a mancare Luigi Zanzi, avvocato, docente di Metodologia delle scienze storiche prima all’Università di Genova poi all’Università di Pavia, grande e appassionato studioso di storia della Natura e della scienza con particolare attenzione alla cultura montana nonché – per usare un’espressione abusata ma significativa – intellettuale a tutto tondo, di opinioni chiare e nette, forti convinzioni e mirabili capacità argomentative.
Lo conobbi di persona fugacemente, ma ebbi più volte modo di fare con Zanzi numerose chiacchierate via mail su alcuni articoli di sua stesura, chiedendogli per un paio di essi di poterli riprodurre qui nel blog – cosa a cui acconsentì con grande cordialità. E’ stata certamente una di quelle figure della cultura nazionale poco note ma assolutamente incisive, illuminanti e influenzanti, e l’eredità saggistico-letteraria che ci lascia sarà certamente un prezioso scrigno di profonda e colta saggezza scientifico-umanistica per chiunque, da oggi e in futuro, vorrà e saprà attingere per conoscere e capire meglio il mondo che abbiamo intorno e la civiltà che lo vive.
In questo articolo pubblicato da Lo Scarpone – notiziario del Club Alpino Italiano, col quale Zanzi collaborò in più occasioni e in particolare per il saggio che sancì la correttezza della verità di Walter Bonatti nel caso K2 e lo chiuse definitivamente – potete trovare una sua articolata bibliografia, mentre vorrei affidare il mio personale commiato ai due articoli coi quali pubblicai suoi scritti: Sterminato Tibet; Tibet sterminato, sulla questione tibetana (pubblicato sul precedente blog da me curato) e la bellissima testimonianza che riproduco qui sotto sul concetto di sacralità (l’originale è qui).

virgoletteHo appreso che uno dei criteri principali per tale riconoscimento (di un concetto di sacralità, n.d.s.) è quello della forma del paesaggio: il profilo di uno spigolo roccioso, la figura di una vetta, una linea di cresta, una lingua o una cascata di seracchi di ghiaccio s’impongono come ‘sacri’ per la loro forma. Dove c’è il segno di tale forma, lì non si passa, non si può mettere piede. Là dove non c’è evidenza di una forma pregnante di significato, là si può passare. È, questa, una lezione da apprendere e non c’è miglior scuola del Bhutan per apprenderla. (…)
Un giorno eravamo ai piedi di una mirabile cresta di roccia-ghiaccio nella zona di Chatarake (6500 m); la linea di salita si prospettava rosata nel chiarore dell’alba verso l’altezza di una cima inviolata di circa 6000 m.
Cedendo ad una nostra tentazione istintiva, io e Claudio
(Schranz, guida alpina, n.d.s.) abbiamo cercato di convincere Tenzing (la loro guida locale, n.d.s.) ad una deviazione dal programma concordato per una digressione di uno o due giorni per arrivare a quella cima.
Naturalmente mi rispose con un fermo diniego, a cui io prontamente mi adeguai.
Ma non tralasciai di argomentare: “Se su per quelle rocce salisse uno stambecco non avresti nulla da dire e non lo impediresti; perché lo impedisci a me?”. Non seppe rispondermi subito. Dopo più di un’ora di cammino, mi si avvicinò per dirmi: “Sai perché è giusto non essere saliti là in cima? Perché noi uomini siamo gli unici che abbiamo la facoltà di saper rinunciare a tali tentazioni! È questa la nostra spiritualità!”.
L’argomento mi ha lasciato stupito perché l’ho trovato e lo trovo tuttora straordinario.

(Brano tratto da Il paese più verde dell’Himalaya. Viaggio in Bhutan alla scoperta di tradizione e sacralità della montagna, di Luigi Zanzi. La Rivista – Bimestrale del Club Alpino Italiano, Settembre/Ottobre 2011.)

Franco Perlotto, “Indio”

cop_IndioFranco Perlotto è una sorta di monumento vivente dell’alpinismo (e non solo) italiano (e non solo!). Ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona, di chiacchierare amabilmente con un personaggio tanto modesto, quasi schivo, quanto immenso nell’animo, nello spirito e nella forza di volontà, e siccome avrei parecchie altre cose da dirgli, questa volta imposterò la mia “recensione” del suo romanzo Indio (Alpine Studio Editore, 2014, collana “Orizzonti”) in maniera un po’ diversa dal solito, confidando che mi perdonerete la sua insolita forma.

“Illustrissimo Franco, ho appena finito di leggere il tuo Indio, giusto ieri sera prima di coricarmi. Ti confesso che già da un po’ il volume stazionava sugli scaffali della mia biblioteca di casa, altre volte l’ho preso in mano per cominciare a leggerlo per poi optare per altri libri. Vuoi per riverenza estrema, vuoi perché per mille motivi dovevo leggere altro, e vuoi perché in questi casi si ha sempre il timore che un personaggio che si considera importante per certe cose, si riveli più trascurabile per altre, intaccando dunque ciò la suddetta considerazione. D’altro canto, ti avevo detto del dramma (beh, ironicamente dicendo) da me vissuto, ovvero di quella vecchia maglietta Think Pink a cui tenevo tanto e che non trovo più… Da ragazzino, all’età nella quale la usavo, bastava indossarla per sentirsi un po’ Franco Perlotto – anche se poi un secondo grado scarso su una paretina da ridere era sufficiente a mettermi in crisi! Insomma, un po’ per tutto questo ho caricato Indio (suo malgrado) di aspettative superiori all’ordinario, alle quali si è unito l’intrigante interesse verso la tua attività di cooperante internazionale, ovvero di conoscitore e frequentatore di popoli e culture di grandissimo fascino nonché lo spessore del tuo personaggio, di te stesso in quanto tale e anche al di là del tuo pur incredibile curriculum alpinistico, e di una vita dalla quale si potrebbero tranquillamente ricavare almeno una dozzina di film, metà dei quali pure di stampo hollywoodiano…

art_5453_1_Perlotto_1Leggete la recensione completa di Indio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

L’Essenza (un racconto inedito)

Un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Buona lettura!

landschaft_1L’Essenza

Le imposte di legno inumidite dalla guazza antelucana rilasciavano lievissimamente un inconfondibile olezzo di bosco allorquando i primi caldi raggi di Sole superavano con il loro consueto ardore la linea delle alte montagne ad oriente per illuminare le case del villaggio, prima quelle più alte sui versanti occidentali, poi via via le altre e l’intera vallata. E quel gentilissimo profumo, delicato eppure così intenso, rappresentava per Matti la più meravigliosa sveglia di fragranza, annunciante meglio d’ogni altra cosa una nuova giornata dal cielo azzurro e sgombro di nubi. Ma non solo: il cinguettare allegro di mille uccelli sui pini appena fuori la casa; lo scampanio delle mandrie ormai ben distribuite per tutta l’ampiezza dei vasti alpeggi intorno; il vociare dei contadini e dei boscaioli e dei lavoratori della montagna intenti nelle proprie attività quotidiane… una nuova, bella mattina!
La madre del giovane giungeva allora velocemente, ben ligia ad un incarico del quale il figlio da tanto tempo l’aveva incaricata e di cui si sentiva doverosamente investita: l’apertura delle imposte della stanza da letto, quelle che davano direttamente sulla maestosa bellezza della Grande Montagna, sulle sue vette, sulle sue pareti e sui suoi ghiacciai, così che i profili di legno scuro della finestra divenivano una favolosa cornice per un quadro che forse mai pur grande artista avrebbe potuto pienamente eguagliare, con la sua arte.
La freschissima e frizzante aria della mattina di montagna penetrava allora nel piccolo locale, come una dolcissima ma fremente scarica di energia, un’energia naturale, ancestrale, indescrivibile eppure capace di dar vigoria ad ogni cosa più di chissà qual’altra forza. Penetrava a cavallo della purissima luce mattutina, resa ancor più preziosa nel suo fulgore dalle immacolate nevi della Grande Montagna, che parevano divenire specchio per ogni luminosità presente nell’Universo, pure di quella stellare oramai nascosta dalla chiarezza possente del cielo diurno.
Matti sentiva questo favoloso prodigio sulla propria pelle, quasi che i brividi causati dalla fresca temperatura fossero in realtà fremiti dovuti proprio a quella misteriosa energia; sentiva tutta la bellezza del momento, tutta la maestosa gloria di un incantesimo rinnovato ogni giorno e ogni giorno diverso dal precedente; sentiva tutta l’incredibile eufonia verso cui tendeva ogni pur minima essenza presente in Natura, così aumentandola come un virtuale crescendo sinfonico. Era come se la Natura melodiasse la sua infinita bellezza in una possente ouverture la cui direzione spettasse, per meriti insindacabili, soltanto alla solennità della Grande Montagna e a niente altro. La mente annebbiata dal torpore del sonno notturno pareva aprirsi come la corolla di un grande cardo all’apparire del Sole, pareva a quella luce agganciarsi come per il moto di un girasole, di quella nutrirsi per un processo di fotosintesi clorofilliana nel quale unica e abbondante produzione fosse quella di emozioni, di fortissime e parimenti dolcissime sensazioni, di impressioni come di immagini che nella loro vaghezza riponevano tutta l’indescrivibile bellezza.
Matti percepiva l’ingresso dall’esterno nella propria piccola stanza della più profonda essenza di ogni cosa e di ogni elemento: ognuno dei flebili bagliori la cui somma e compendio determinava ogni immagine di luce degli elementi del paesaggio esterno, ogni piccola, infinitesima parte olezzante dei profumi della legna, dell’erba umida di rugiada, dei fiori nei campi, del latte munto nelle vicine stalle e del burro conservato nelle cantine delle case e di ogni attività umana, così come di ogni minimo soffio della brezza che allietava la mattina discendendo ben carica di freschezza dagli alti circhi ghiacciati della Grande Montagna. Qualsiasi elemento raccontava la propria essenza, la esplicava con gli strumenti offerti dalla Natura, rivelando ognuno in quell’ancestrale discorso il proprio piccolo ma fondamentale segreto – come nello sfogliare le pagine d’un grimorio medievale, ricco di formule magiche che, nella loro interezza, fornivano la chiave d’accesso ad una dimensione superiore, una dimensione favolosa, mitica quale per Matti era il mondo là fuori dalle mura domestiche, ed in particolare quel mondo al cui centro s’elevava imponente e maestosa la mole turrita e merlata del “castello” della Grande Montagna.
E quella montagna Matti sapeva di conoscere perfettamente, pur se mai v’era salito. Essa si ricreava ogni mattina, ad ogni apertura delle imposte, nell’angusto spazio della propria camera da letto, meravigliosamente concentrata per l’effetto d’una misteriosa magia con tutta la propria bellezza, la propria grandezza, la propria raggiunta irraggiungibilità, come se i ghiacciai e i nevai, le pareti, le vette, i pascoli, gli alpeggi e i boschi, le vallate con i propri zampillanti corsi d’acqua, i pittoreschi villaggi ed i mille sentieri riflettessero la propria naturale avvenenza in quel piccolo spazio, ed unicamente in onore al giovane uomo per quei pochi, stupendi, prodigiosi istanti.
Forse sarebbe salito un giorno, con l’aiuto di qualcuno, pure sulla vetta massima della Grande Montagna: e allora, chissà, la situazione si sarebbe ribaltata, nella constatazione che in realtà nessun muro chiudesse la piccola stanza da letto dalla quale egli per tanti anni aveva volto gli occhi quassù, nessun muro per un’anima capace di riconoscere l’essenza più profonda di ogni piccola grande emozione.

Poi Matti s’accostava alla sedia accanto al letto, si vestiva con la solita cura degli abiti quotidiani. Seguendo col tocco della mano la parete a destra, sulla quale luccicava una stupenda piccozza da ghiaccio – regalo di amici alpinisti – andava in bagno per rinfrescarsi. Fatto ciò giungeva la madre, per accompagnarlo al piano inferiore per la colazione, poi porgeva al giovane il bastone bianco che ne agevolava il movimento nel mondo invisibile, fra tutte quelle cose di cui egli non discerneva la forma ma assai bene percepiva l’essenza – così che egli potesse uscire, camminare un poco, andare per i dolci prati adiacenti alla casa e respirare a pieni polmoni quella fresca aria discendente con la solita, meravigliosa briosità dalla sua tanto amata Grande Montagna.