Per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire (Leo Longanesi dixit)

Si parla di romanzo e non si è ancora ben capito che per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire, da dire nel senso sociale, politico o per usare una parola più ardente e più sonora, umano.

(Leo Longanesi, citato in Francesco Giubilei, Leo Longanesi, il borghese conservatore, Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015, pag.146)

longanesi_h_partbLonganesi denotava sagacemente quanto sopra già sessant’anni fa… ecco, fate conto che da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Anzi, di più: guai se oggi scrivere romanzi debba essere un esercizio letterario di senso sociale, politico ovvero culturale e, perché no, artistico. E’ il metodo più veloce per non farsi pubblicare, questo!
(P.S.: cliccate qui per leggere la recensione del libro di Francesco Giubilei da cui è tratta la citazione.)

Francesco Giubilei, “Leo Longanesi, il borghese conservatore”

Cop_Longanesi_GiubileiSi può essere coerenti nell’incoerenza? Anzi, al contrario: si può essere incoerenti perché pervicacemente coerenti? Apparentemente è un paradosso, certo, ma io credo che lo sia pure il rapporto che esiste spesso tra genio e follia, ove il primo viene considerato la seconda quando non lo si capisca (o non lo si voglia capire) – mentre quando accade l’opposto non si è quasi mai in presenza di follia ma di idiozia, ed è ben diverso! – dunque rispondo di sì. Si può essere incoerentemente coerenti, e si è tali quando con logica e costanza si perseguono gli ideali in cui si crede anche quando il mondo d’intorno varia, si modifica e si capovolge, ovvero quando quegli ideali possono apparire conformi ad una certa situazione e difformi ad un’altra. Il che non si significa che non si possano cambiare le idee: anche qui la differenza con gli ideali è ben diversa, e se le prime si possono variare ogni qualvolta appaia e lo si ritenga giusto, i secondi, se sono autentici ed elevati, generalmente valgono ben più a lungo, se non per una vita intera e ancor più.
Questo mi viene da pensare di Leo Longanesi, uno di quei personaggi della storia italiana che continua, «a tanti anni dalla sua morte, a non ricevere il giusto tributo da parte di tanti lettori e addetti ai lavori che – a volte anche inconsciamente – si ispirano alla sua figura.» Uso le stesse parole di Francesco Giubilei, autore di Leo Longanesi, il borghese conservatore (Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015), biografia di una figura fondamentale per l’editoria italiana ben più di quanto si possa pensare…

franc_giubileiLeggete la recensione completa di Leo Longanesi, il borghese conservatore cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Buon anno. E basta. (Karl Kraus dixit)

«Con quale desiderio Lei entra nell’anno nuovo?»
«Con il desiderio di essere risparmiato da domande del genere.»

(Karl Kraus, Die Fackel)

Kraus2E sperando come Kraus che le tante insulsaggini che infestano il nostro mondo se ne restino nel passato e ci risparmino nel futuro… Buon anno a tutti. Ecco.

“Il primo giugno non è / il primo maggio” (Lucio Fontana dixit, et scripsit!)

Fontana_photoLe frasi che scriveva il grande Lucio Fontana – uno dei più importanti e rivoluzionari artisti del Novecento, come ho cercato di spiegare qui – dietro molte delle sue tele sono tutt’oggi un piccolo, intrigante e divertente mistero. Il perché lo facesse è risaputo – Fontana, per cautelarsi dai numerosi falsari delle sue opere, scriveva queste frasi apparentemente insensate come semplice e al contempo efficace appiglio per una perizia calligrafica, dunque per l’attestazione dell’autenticità di una sua opera.
Ma se volessero dire qualcosa, se servissero a comunicare qualcosa, se fossero enigmatici messaggi celanti chissà quali segreti oppure se fossero solo piccoli pseudo-haiku senza senso alcuno, nessuno l’ha mai saputo.
Eccone alcune:

“Domenico Modugno e la Cinquetti anno vinto al Festival di San Remo”
“1 +1 – 34 XY”
“Domani vado a Comabbio”
“1+1-355x”
“Questa volta mi sono sbagliato, un’altra volta no”
“il primo giugno non è / il primo maggio”
“Quanti gigioni in Italia, che ne pensi Teresa…”
“La rivoluzione dei giovani è sempre valida”

(N.B.: quel “anno” senza h è giustificato dal fatto che Fontana non era italiano di nascita, come molti ancora credono, ma argentino, e in Argentina visse fino a 6 anni e tornò a risiedere più volte successivamente, ancorché le sue origini italiane siano evidenti.)

Ma poi sapremo salvare il mondo con la bellezza?

dostoLa bellezza salverà il mondo” afferma il principe Miškin ne L’Idiota di Fëdor Dostoevskij. E’ una frase che mi torna in mente ogni qualvolta la cronaca presenta fatti tragici e/o situazioni critiche – il che accade ormai quasi quotidianamente.
E’ vero, forse solo la bellezza può salvare questo nostro mondo troppe volte in preda alla follia umana. Ma, posta quella quotidianità, appunto, siamo ancora capaci noi tutti di generare bellezza? Di coglierla, concepirla, comprenderla, propugnarla? O non siamo più in grado di fare ciò, ed è proprio questa la nostra condanna?
(“Ma quale bellezza salverà il mondo?” ribatte Ippolìt al principe Miškin, nello stesso brano de L’idiota…)

P.S.: a proposito della celeberrima frase dostoevskijana e del suo senso autentico, bisogna notare (come fa qualcuno sul web: questo interessante articolo, ad esempio) che “nella costruzione russa della frase, “Mir spasët krasotà”, l’autore con una anastrofe (non resa nella traduzione italiana “ordinaria”) inverte oggetto e soggetto, “Il mondo salverà la bellezza”, quasi a voler sottolineare che il punto centrale in tutto ciò di cui si sta parlando non è esattamente la bellezza“. Il che fin da subito rende assai più indeterminato il senso apparentemente ovvio della frase stessa. Inoltre, “la parola stessa mir in russo – fatto curioso – ha due significati: mondo e pace. L’universalismo della cultura russa sembra discendere o incarnarsi nella lingua stessa, laddove l’aspirazione all’armonia concorde dell’umanità coincide con l’umanità stessa, il mondo. Il punto centrale è dunque che il mondo sarà salvato dalla bellezza: una profezia “linguistica” in questo caso si avvererà e il semplice mondo/mir diventerà la pace/mir“. Tuttavia, per tornare al mio dubbio là sopra, “mondo” e “pace” oggi paiono due termini troppo spesso avversi ovvero, inevitabilmente, se il mondo potrà essere salvato, lo sarà solo dalla pace, condizione ideale per il generarsi della bellezza. Ed è proprio su tale utopia che il mio dubbio nasce.