E se gli abitanti delle coste italiane migrassero (per forza) sulle montagne?

[Immagine tratta da www.alanews.it.]
Secondo il XVII Rapporto “Paesaggi sommersi” curato dalla Società Geografica Italiana che lo ha presentato lo scorso 28 ottobre, il 20% delle spiagge sarà sommerso prima del 2050 e il 40% entro il 2100. La zona maggiormente esposta è l’alto Adriatico ma anche città come Cagliari e Venezia rischieranno di finire sott’acqua; ben 800mila persone saranno a rischio ricollocazione.

Perché ne scrivo, io che in questo blog mi occupo di cose non di mare ma di montagna? Be’, qualcuno lo intuirà: perché molte di quelle centinaia di migliaia di persone che dovranno ricollocarsi forse sceglieranno le montagne come nuova residenza più che le città di pianura, le quali tra qualche decennio e con il progredire della crisi climatica saranno ancora più torride e meno vivibili di quanto già non lo siano oggi, dunque meno preferibili da abitare. Per di più l’area più a rischio di sommersione è quella dell’alto Adriatico, prossima all’area alpina orientale la quale, come il resto delle montagne italiane, stanno attirando sempre più nuovi abitanti: ben 135mila persone tra il 2019 e il 2024 hanno spostato la residenza in montagna, rivela il recente “Rapporto Montagne Italia 2025” dell’UNCEM (si veda anche la mappa sotto pubblicata). Qualcuno penserà che sia una quantità ancora risibile, non a torto; ma se si considera che la Valle d’Aosta conta poco più di 122mila abitanti, è come se una regione pur piccola come quella valdostana fosse nata in forma sparsa sulle montagne italiane. Messa sotto questo punto di vista la questione è giù più significativa, ne converrete.

[Le aree dell’alto Adriatico a rischio sommersione. Immagine tratta da https://ecocentrica.it.]
Insomma: da una parte si dovrà prossimamente “fuggire” dalle coste in sommersione, dall’altra si sta già salendo sulle montagne per abitare, in una dinamica di neo-popolamento montano dettata da vari fattori, non ultimo quello di resilienza alla crisi climatica, e nonostante le molte criticità socioeconomiche e politiche dei territori montani italiani. Per ciò è ipotizzabile che, se la prima circostanza dovesse realmente realizzarsi, come rimarca il rapporto “Paesaggi sommersi”, facilmente molti fuggitivi costieri potrebbero salire sui monti: come registra l’UNCEM, le zone montane dell’Appennino Tosco-Emiliano e alcune delle Alpi e Prealpi venete, prossime all’alto Adriatico come detto, sono già tra quelle che più attirano nuovi abitanti.

Dunque, posto tutto ciò, sarebbe il caso di predisporre una ben articolata strategia politica preventiva con la quale regolare e gestire al meglio i fenomeni descritti se e quando cominciassero a manifestarsi ma pure, più in generale, per sostenere al meglio il neo-popolamento montano in corso, così da fare di necessità virtù ovvero trasformare un potenziale grosso problema in una straordinaria occasione di evoluzione e sviluppo per i territori montani italiani, in primis quelli che sono e saranno coinvolti dai flussi in ricollocamento. La recente “Legge sulla montagna”, approvata dal Parlamento tra luglio e settembre scorsi, al netto delle buone intenzioni contenute nel suo testo e valutata a mente fredda, viene ormai considerata l’ennesima occasione persa in primis perché nuovamente mancante di quella visione strategica organica di sviluppo dei territori montani che servirebbe a sostenere la loro riqualificazione e rinascita economica, sociale, demografica, culturale oltre che politica – senza contare quanto la Legge sia nata già depotenziata dalla scarsità di fondi a disposizione (200 milioni di Euro in tre anni per l’intero paese, meno di 10 milioni a regione) per l’attuazione dei suoi propositi.

[Veduta di Auronzo di Cadore, immagine tratta da www.veneto.info.]
Perché invece non lavorare allo sviluppo della montagne italiane, finalmente, non sul presente in riferimento al passato ma dal presente in ottica futura e con visione a lungo termine, ragionando su ciò che verrà, prevedendo quanto più possibile le dinamiche che caratterizzeranno i nostri territori montani, elaborando le conseguenti migliori strategie e fornendo ad essi gli strumenti di gestione più adatti per trovarsi pronti ad amministrare il futuro prossimo con tutto ciò che presenterà e imporrà di dover affrontare?

Questa sì che sarebbe un’autentica “rivoluzione” per le montagne italiane, che metterebbe concretamente in pratica quelle numerose potenzialità di territori-laboratorio per un nuovo abitare – non solo in ottica di resilienza climatica e ambientale – che tanti indicano e rimarcano per le nostre terre alte ma che ad oggi, purtroppo, rappresentano ancora una mera ipotesi affascinante nella forma ma evanescente nella sostanza. E se ad oggi manca la volontà e la visione politica per dare copro e attuare questa “rivoluzione”, forse saranno fattori ben più intransigenti come quelli previsti dal Rapporto “Paesaggi sommersi” della Società Geografica Italiana a renderla presto necessaria, anzi, inevitabile.

Le Corbusier, Venezia, le grandi navi

«Venezia […] è un miracolo. Organizzate il turismo, ma un turismo adorabile, ammirevole, umano, fraterno, per la povera gente come per gli aristocratici e i miliardari […]. Voi avete un tesoro a scala umana che sarebbe atrocemente criminale trasgredire, saccheggiare! È presto fatto! Fate dei regolamenti precisi sugli aspetti biologici dell’architettura: “aprire”, “aerare”, “ventilare”. E bisogna ancora vincere le zanzare (io ho ottenuto dei risultati in un clima difficile!)»

Quanto sopra lo scriveva Le Corbusier (Charles-Édouard Jeanneret-Gris) in una lettera datata 5 ottobre 1962 – ma in questo passaggio ancora assolutamente contemporanea, in tema di turismo e non solo – e inviata all’allora sindaco di Venezia Giovanni Favaretto Fisca, nella quale invocava attenzione per il patrimonio artistico e per la fragilità della città lagunare. La citazione l’ho tratta da Alessandra Dolci, Un uomo dalla personalità poliedrica, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.142, aprile 2020. Per la cronaca, Favaretto Fisca nel 1962 aveva contattato, con propria personale (e controversa) iniziativa, Le Corbusier per affidargli l’incarico di sviluppare un progetto per il nuovo ospedale civile cittadino, nell’area del dismesso vecchio macello comunale. L’architetto elvetico accettò ma il suo progetto, pur arrivando allo stadio esecutivo, rimase irrealizzato, anche a seguito della sua morte avvenuta nel 1965.

Nelle immagini: Piazza San Marco a Venezia a fine Ottocento, tratta da qui, e oggi, tratta da qui. Ecco, a proposito di attenzione per la città lagunare: e le “grandi navi” dentro Venezia? Terminata la pandemia che ne ha bloccato il transito, torneranno a passare, a “trasgredire” e “saccheggiare” la bellezza tanto inimitabile quanto fragile della città, nonostante le tante belle parole, le promesse, le assicurazioni di altrettanti amministratori pubblici che quanto sopra non avverrà più?

Si accettano scommesse, eh!

P.S.: della questione “grandi navi a Venezia” nel mio piccolo ne scrivevo già più di sei anni fa, qui sul blog. Inutilmente, ovvio.

Intanto, a Venezia…

[Immagine tratta da qui.]
E ci ricorderemo poi anche di questo?

Oppure, quando l’emergenza sarà passata e lasciata alle spalle il più rapidamente possibile per fuggire dalla morsa della sua drammaticità, penseremo a queste acque dei canali veneziani così limpide come a una “imprevista”, “gradita”, “bizzarra” casualità, come qualcosa di inopinato perché “fuori dalla norma”, magari mentre godremo della piacevole ombra generata dalla mole d’una gigantesca nave da crociera in transito nel Bacino di San Marco – sì, quelle che da lustri si dice che non debbano più entrare nei canali cittadini e invece continuano a farlo senza alcun problema?

Acqua alta

Della Libreria Acqua Alta di Venezia avevo detto pure io tempo fa qui, nella rubrica del blog INTERVALLO, in quanto così suggestiva e particolare da essere considerata da molti tra le più belle al mondo. Vederla sommersa dall’acqua, e vedere rovinati migliaia di libri, pone ancora più in evidenza il dramma di Venezia e la sua impotenza nei confronti di un fenomeno con quale ha sempre convissuto e al quale fino ad oggi ha saputo più o meno sopravvivere, ma che nel futuro andrà peggiorando, lasciando la città e i suoi abitanti privi di autentiche difese – dato che il MOSE, faraonico nel progetto quanto nei soliti scandali all’italiana, come evidenziato da molti esperti (vedi qui e qui, ad esempio) sarà probabilmente inefficace per la difesa di Venezia e dei suoi inestimabili tesori in caso di fenomeni eccezionali di alta marea, sempre più frequenti.

Cliccate sull’immagine per vedere il servizio al riguardo dell’AGI.

Xe come netarse el cueo co ea merda

Se posso dire, quello dell’acqua alta a Venezia è un danno doppio, a mio parere: perché distrugge un luogo unico al mondo, patrimonio dell’umanità intera, e perché le sue ondate non si portano via tutti i maledetti politici – ribadisco, tutti i maledetti politici – che Venezia la stanno distruggendo ben più delle maree: soffocando la sua vitalità, banalizzandola turisticamente, sbattendosene della sua cultura, della sua socialità (che è cultura a sua volta), della sua gente, del suo futuro. E che intanto parlano parlano parlano, dichiarano, promettono, assicurano (le grandi navi non passano più da San Marco, vero?), danno colpe sempre ad altri come se fossero appena atterrati da un altro mondo, si mettono in posa davanti alle telecamere e ai fotografi, fanno finta di far la faccia affranta ma – osservate bene – hanno gli occhi che ridono. Ridono, sì. Perché sanno di essere pressoché intoccabili e invincibili, nell’Italia di oggi.

Come ha scritto un amico veneto su Twitter, far governare il paese a questi signori xe come netarse el cueo co ea merda. Non c’è bisogno di traduzione, vero?