Sex Bomb Star (Un racconto inedito – per ora)

P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà presto parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…

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Sex Bomb Star

Notevole com’era, a dir poco, non ci volle molto tempo affinché le sue apparizioni, soprattutto televisive, divennero frequentissime: varietà serali, talk show, reality, trasmissioni sportive, e innumerevoli servizi nei TG… Sembrava che mai come prima, e prima di lei, il video si potesse così efficacemente “riempire” con la sua figura, forse anche per la gran quantità di primi piani che la sua esplosiva, concupiscente carnalità attirava inesorabilmente, e ai quali offriva una voluttà immediata, tanto poco era ciò che veniva lasciato all’immaginazione. Una sensualità debordante, una procacità che andava oltre il mero erotismo scaturente e che ne fece una femme fatale assoluta, al punto che quel suo rapido, strepitoso e irrefrenabile successo, seppur costruito soltanto sul corpo, la rese un personaggio influente molto più di tanti altri, di doti e pregi assai più elevati che però – purtroppo per loro – non avevano da sfruttare un’arma così potente, ovvero un simile, folgorante e travolgente appeal.
Lei non poté che adeguarsi a tutto ciò: avendo moltitudini adoranti ai suoi piedi, sopra di esse si erse con tutta la propria appariscenza, come la più potente e amata regina sopra l’intero popolo d’un enorme impero; e veramente come una tale sovrana, il suo moto si trascinava appresso un lungo codazzo di “vassalli” pronti ad esaudire ogni suo ordine, un’affollata corte di lacché il cui fine supremo non era altro che assicurarle la costante e insuperabile lusinga, cosicché tutti gli adulanti sudditi ne venissero incessantemente e totalmente ammaliati.
Ma fu proprio all’apice del suo successo, all’ingresso degli studi televisivi di un grande network, tra due ali di folla osannante che salutava – come si confà ad una vera imperatrice – con minimi cenni della mano e con adeguata protervia, che lei improvvisamente esplose, si disintegrò, si polverizzò sotto gli occhi e nello stupore generale dei presenti e dei media che seguivano ogni istante della sua vita di successo. Stupore che, tuttavia, mutò velocemente specie ed essenza divenendo confusa incertezza, quando ci si rese conto che di lei, sullo spiazzo transennato all’ingresso degli studi, non era rimasto nulla, nulla di nulla, nemmeno un minimo pezzetto, un brandello, del pulviscolo…
No, invece, niente di niente.

Un salotto urbano arredato con gusto, nel quale distendere l’animo…

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Ogni volta che giungo in questa città di luce e di scintillii, di bagliori e di stupori, sento quasi un’urgenza spirituale di divenirne parte della sua più intima essenza. Cammino lentamente lungo la riva sinistra della Reuss, scorro lo sguardo sulle facciate dei palazzi che, sulla riva opposta, affrescano l’orizzonte prossimo come su una tela impressionistica dai vivacissimi colori. La corrente è impetuosa, il lago spinge fuori da sé l’acqua con possanza, schiumante tra rapide vigorose, compressa tra gli argini sopra i quali le placide passeggiate della gente sembrano soavi traiettorie di fragili farfalle sopra una furiosa tempesta – ma appena le risacche placano il flusso, ci si meraviglia di quanto verde e trasparente sia quest’acqua cittadina – e potabile, suppongo, come d’altronde accade altrove qui in Svizzera.
Poco a valle c’è lo Spreuerbrücke, uno dei due ponti in legno che scavalcano il fiume, e quello ancora originale (dell’altro, il Kapellbrücke, e della sua storia, vi racconto a breve). Mi piace penetrare nel centro storico di Lucerna da quella parte e non dall’altra, dove usualmente i bus scaricano le comitive di turisti. Vi entro da qui perché ho la vivida impressione di entrare in una dimora antica e nobile che da subito si rivela accogliente, ospitale, confortevole. Un salotto arredato con gusto, certamente prezioso ma non sfarzoso, nel quale ci si sente a proprio agio, compartecipanti alla sua finezza, allo charme.
Vie pedonali strette che scorrono tra antichi palazzi dalle facciate affrescate spesso fantasiosamente come tele d’un discepolo elvetico di Bosch, le quali di colpo divengono ancora più strette, più intime, e d’un tratto si frantumano in altre viuzze, vicoli e vicoletti che donano l’impressione di trovarsi in un labirinto urbano. Ma basta girare l’angolo per ritrovarsi all’improvviso in una deliziosa piazzetta circondata da ulteriori nuove tele-facciate e agghindata da una tipica ed elaborata fontana in pietra, piccoli slarghi che mi allargano parecchio l’animo e lo abbracciano affettuosamente, instillandomi un senso di protezione serena, quieta.

Lucerna-libro-cut_750E’ un brano tratto da Lucerna, il cuore della Svizzera, volume pubblicato da Historica Edizioni nella collana Cahier di Viaggio, diretta da Francesca Mazzucato.
A Lucerna – anzi, in Lucerna, città elvetica turisticamente meno nota di altre ma sublime come nessun altra, e non solo in Svizzera – vi accompagno sulle pagine di questo mio libro, peraltro avente un formato assolutamente “da viaggio”, comodo da riporre nella tasca della giacca oppure in valigia senza che rubi troppo peso e spazio. E’ una città che tanti conoscono di nome ma non di fatto, appunto, cioè nei fatti concreti che la rendono ciò che è: ve la farò visitare in un modo certamente diverso dal solito, attraverso un racconto “urbano” che è al contempo guida, saggio, romanzo, diario, confessione, rivelazione… e forse anche di più, seguendo rotte cittadine che il turista ordinario e il visitatore classico non seguono, tracciate sui selciati, sui marciapiedi, sui muri, sui colmi dei tetti ma anche nel cielo, sull’acqua, sulle linee dell’orizzonte oltre che, forse soprattutto, nel cuore e nell’animo.
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“Il giorno in cui sono morto”, un racconto inedito (1a parte)

Scrivere con continuità significa spesso lavorare a un progetto letterario (ovvero anche a più di uno, in contemporanea) che diviene per più motivi preponderante, sia a livello di pagine scritte che di impegno intellettuale, il che tuttavia non esclude di mettere nel frattempo per iscritto altre cose di diverso genere e differente sostanza, nonostante nel momento in cui vengono messe nero su bianco non si sappia ancora che destino avranno. Forse saranno buon materiale per progetti futuri, forse invece solo sfoghi narrativi “single shot”, dai quali non nascerà niente altro e che rappresentano dunque un’estemporanea testimonianza di un momento creativo “singolare” e quindi, a suo modo unico. Che poi chissà, tra dieci anni ricapitano davanti agli occhi del loro autore il quale, allora sì, ricomincia il cammino letterario in origine solo abbozzato per portarlo a compimento. Gabriele D’Annunzio chiamava questi testi solitari “favile del maglio”: espressione parecchio azzeccata per significare “l’aspetto residuale di queste prose, come le scintille che sprizzano durante il lavoro del poeta fabbro, poeta-artiere (alla Carducci, rivisitato), quasi scampoli preziosamente infuocati di un’arte più grandiosa, spesso momenti di riflessione su quell’arte stessa, cioè materiali metaletterari, o resoconto di abbozzi, frantumi di organismi potenziali” (fonte della citazione: qui).
Ecco: io che non son certo Vate (l’ho citato solo per passione e conoscenza personale) e spero nemmeno la stessa cosa con una “r” in più (ma per questo non posso che rimettermi al giudizio altrui!) mi ritrovo a mia volta e come tutti ‘sti frammenti più o meno focosi che poi il tempo e altre mire editoriali raffreddano, senza tuttavia intaccarne l’eventuale valore narrativo. Insomma, per farla breve: questo di seguito è uno di quei testi, che non ha legami con altri, non è riservato a qualche futuro progetto di raccolta di racconti o altro del genere, del quale non ho intenzione (al momento) di sviluppare in modo più esteso… L’ho scritto qualche mese fa semplicemente perché mi si balenò in mente la trama, così come a volte ci vengono in mente cose che, una volta elaborate, ci si chiede: “Beh?! E perché mai mi è venuta in mente ‘sta cosa?”
Lo pubblico in due parti e chissà, poi, se resterà un qualcosa di occasionale o se, viceversa, sarà occasione buona per futuri sviluppi…
Beh, sia quel che sarà: buona lettura!

Electrocution
Il giorno in cui sono morto

Sì, è proprio così, hai letto bene.
Ti sto per raccontare del giorno in cui morii.
Eh, lo so, tu ora ti dirai «Ma come è possibile? Se me lo stai per raccontare è perché sei ancora vivo!» e poi forse appena dopo ti ribatterai «Ah, già, ma questo è un racconto di fantasia, dunque qui può succedere un po’ di tutto!» No, aspetta un attimo, frena: ma quale “racconto di fantasia”! Tutto vero, te lo assicuro. Non ho mica grilli per la testa, io, come quei tizi che passano la vita a inventarsi storie assurde, gli scrittori – bah, fannulloni alla massima potenza, quelli! In verità non potrei nemmeno averne, di grilli per la testa, e poi sai come si dice, che spesso la realtà supera la fantasia, che se si ritiene che una cosa è impossibile che accada quella accadrà molto presto, e altro del genere. In ogni caso, fammi raccontare e capirai meglio, che quel giorno è stato veramente un gran casino, maledizione!
Dunque, era una sera di qualche tempo fa ed io, effettivamente, avevo deciso di farla finita. Era un periodo nel quale pareva che la sfiga non solo mi vedesse benissimo, ma si fosse pure comprata uno dei più sofisticati mirini laser e me l’avesse puntato addosso dopo essere andata a lezione dal campione olimpico di tiro al piattello. Poco prima la mia fidanzata mi aveva mollato per mettersi con un terrorista internazionale conosciuto al supermercato – e ti dico che non mi sconcertò tanto la cosa in sé, ma quando mi disse che si incontrarono nel mentre che lui stava acquistando un vaso di Nutella da 5 chili: una bomba calorica tremenda! E me lo scrisse, la mia ex, nella lettera con la quale mi comunicava che tra noi era finita e che peraltro non potei leggere interamente, visto che quando aprii la busta esplose. Insomma, con un tipo talmente coerente io non avrei mai potuto competere.
Avevo l’animo così in fondo ai piedi che la gente, quando mi incontrava per strada, mi chiedeva perché portassi calzature con la zeppa. La decisione di farla finita con quella che credevo proprio, allora, una vita di merda – ah, non te l’ho detto: lavoravo per un’impresa di spurghi: quando si dice il destino… e fosse solo questo! Beh, lasciami raccontare, poi capirai – la decisione, dicevo, era ormai presa, ma siccome ammetto di non essere mai stato un tipo molto coerente, appunto (ma provateci voi a esserlo, quando i vostri genitori decidono di chiamarvi Carlo Maria!), decisi di fare così, di buttarmi da un ponte appena fuori città ma di porre sul terreno sul quale avrei impattato un grande cuscino ad aria, che mi feci prestare da mio cugino – o meglio, dagli assistenti di mio cugino, il quale lavorava per un circo come uomo proiettile facendosi sparare da un grosso cannone per atterrare sul suddetto cuscino, se non che durante uno spettacolo di un paio di settimane prima, per uno spiacevole fraintendimento, quegli assistenti caricarono il cannone con una dose quintupla di polvere da sparo, col risultato che Little David (il nome d’arte di mio cugino) ora è in orbita terrestre ad un‘altezza di circa 800 km., il che forse – pare ci stia studiando sopra l’Agenzia Spaziale – lo potrebbe rendere utile come satellite per telecomunicazioni.
Comunque, tornando alla mia vicenda: avevo deciso di mettere sul terreno quel cuscinone nel caso che, durante la caduta, e appunto per via della mia scarsa coerenza, cambiassi idea, ma tant’è che la tremenda e risolutiva decisione l’avevo presa. Era buio, mancava poco a mezzanotte, il cielo nuvoloso acuiva la tenebra della tarda sera che nemmeno i lampioni stradali riuscivano più di tanto a vincere, la strada era deserta. Scavalcai il parapetto in ferro del ponte e mi posi sul bordo, pronto a lasciarmi andare. Mi venne il dubbio di non aver chiuso il gas, a casa, ma svuotai la mente anche da questo pensiero, chiusi gli occhi e… vidi una forte luce alle mie spalle, e appena dopo il rumore d’un’auto che si fermava poco distante. «Eccheccazzo!» esclamai di botto, «Uno non può stare in santa pace nemmeno quando si suicida!» Mi voltai a guardare, prima che fosse qualche pattuglia della Polizia che avviasse la solita manfrina in uso in tali circostanze e cercasse di farmi desistere dal mio gesto finale. Invece no: nel pur fioco cono di luce del lampione lì vicino, vidi scendere dall’auto una figura femminile, alta, snella, che indossava un corto vestito da sera, sandali dal tacco alto, i capelli lunghi, mori e morbidamente fluenti lungo la schiena… Insomma, una rappresentazione pressoché ideale del termine “fascino”, all’apparenza. Non potei non farmene attrarre, anche perché, nella condizione in cui ero la quale, inutile dire, non era di quelle più allegre, ottimiste e bendisposte con il mondo d’intorno, l’apparizione di quella bellissima donna – perché era facile intuire che tale fosse, anche se ancora non le vedevo il volto – mi fece balenare in mente l’illogica tanto quanto magnifica impressione che, forse, vi potesse essere ancora speranza per me, ecco.
«Ehi! Tutto bene? Hai bisogno di aiuto?»  le feci, senza muovermi da dove ero. Probabilmente mi aveva visto, ma sembrava che vi fosse altro che la preoccupasse, più di me.
«Me sa che ho bucado!» mi rispose, senza ancora guardare verso dov’ero, con voce più vellutata e calda di un prato d’erba novella esposto al Sole a inizio primavera.
«Beh, posso darti una mano io… Mi chiamo Carlo Maria, e tu?»
«Esperanza! Soy brasilera!» mi fece, e sollevò il suo volto verso di me, sorridendomi. Beh, avevo di fronte una creatura celestiale, una divinità, la donna più bella che avessi mai visto: il colpo di fulmine fu immediato e ineluttabile.
Ecco, sono morto così, porca puttana! Un colpo di fulmine, già: nella concitazione di quei momenti, non m’ero reso conto che le scure nuvole in cielo erano foriere di un temporale in rapido avvicinamento, e i lampi avevano cominciato a cadere sempre più vicino; io mi reggevo ancora con le mani sul parapetto in ferro del ponte, dunque… Sarà scortese dirlo, ok, ma ‘sto fulmine fottutissimo non poteva beccare lei? Invece no, la speranza è l’ultima a morire, appunto! ‘Fanculo i luoghi comuni: pure la mia morte è stata un colpo di sfiga assoluta!
Che poi, lì per lì, non è che fossi così certo di essere morto, che ne avessi l’esatta cognizione. Sì, insomma, voglio dire: mica ero al corrente di come uno, ad un certo punto, venga a sapere che è morto! Per quanto ne so io nessuno mai lo ha raccontato. Forse che ti arrivi un sms sul cellulare con su scritto “Benvenuto nell’aldilà!”? Non credo, tanto meno che ti venga recapitata una raccomandata dalle Poste con dentro un certificato ufficiale di dipartita – saremmo tutti immortali, se così fosse! Non penso nemmeno che d’un tratto ti compaia accanto una signora parecchio emaciata avvolta in un scuro pastrano mantellato non propriamente indicato per un pigiama party che con fare ammiccante ti inviti a scendere da lei per mostrarti la sua collezione di falci…
Fatto sta che quando cominciai a riavermi dallo shock – te lo assicuro, quella fulminata che mi sono beccato avrebbe fatto sobbalzare tremendamente pure la Statua della Libertà, al punto che sarebbe diventata un’attrazione della baia di Boston! –  cercai di capire dove fossi, cosa avessi intorno. Avevo lo sguardo un po’ annebbiato, ma ebbi la netta sensazione che ciò che avevo vicino girandolasse attorno a me, lentamente ma costantemente; poi supposi di sentire un gran brusio, come un sommesso e confuso vociare, quindi da quel rumore di fondo presi a percepire una voce, prima sfuggente poi più netta, sempre più definita e chiara tuttavia diversa da ciò che mi immaginassi di poter udire in una situazione del genere (forse anche condizionato da certe cose viste in TV, lo ammetto), infine assolutamente nitida e perentoria:
«Ehi, pezzo d’idiota! Vuoi muovere il culo e uscire di lì?!?»
«Uh!» – Sobbalzai, e mi riebbi ora del tutto. Così capii che stavo in una grande porta girevole, di quelle che si possono trovare nei grandi centri commerciali o nei grossi hotel, e da una parte una piccola folla mi guardava con fare piuttosto contrariato. Uscii dalla parte opposta e mi ritrovai in una sorta di gigantesca hall della quale non vedevo la fine, occupata da innumerevoli file di persone che puntavano ad altrettanti sportelli – o qualcosa del genere – numerati e sovrastati da tabelloni luminosi sui quali scorrevano cifre su cifre. Hai presente la zona casse di un ipermercato? Ecco, moltiplicala per qualche milione di volte e avrai un’immagine indicativa dello strano posto in cui ero finito. Poi mi venne di guardarmi – con tutta quella gente e la fulminata che avevo preso, temevo di essere sottosopra e pure bruciacchiato: invece indossavo una specie di tuta bianca, candida e priva d’alcun logo o scritta, piuttosto confortevole ma troppo grande per me, tanto che riuscii a torcere il collo e leggere l’etichetta sul bordo: XXL. «Ma che cacchio!» – pensai – «A me sta larga pure la M! Chi cavolo me l’ha data ‘sta palandrana?»
Quando rialzai gli occhi, vidi di fronte a me un tizio, alto e ben piazzato, con indosso una specie di divisa militare azzurra, che con braccia conserte e fare un po’ truce mi osservava. Sorrisi cordialmente e feci per chiedere qualcosa su dove fossi e perché ci fossi ma mi precedette, con molta meno cordialità:
«Beh? Siamo venuti qui per fare una passeggiatina? Per passare un po’ il tempo bighellonando e guardando un po’ in giro? Vuoi pure qualcosa da bere, e magari una poltrona bella comoda su cui stare? Qualche stuzzichino? Un giornale da leggere? Eh?»
«E-ehm…»
«E-sticazzi! Datti una mossa, pigliati il tuo numero e mettiti in fila con gli altri, cretino!»
«Ehi! Ma che modi!» cercai di reagire, ma l’occhiataccia del tipo fu ancor più eloquente della mia reazione. Mi voltai, e poco distante vidi un gigantesco dispenser di biglietti numerati, come quelli che si trovano alle poste o in altri uffici pubblici dove vi sia da fare code, con intorno una gran massa di gente. Ci andai pure io e presi il mio biglietto: ci lessi “Sportello 569874 C – Numero 5486844611574455”. Non ci stavo capendo molto, di tutto quanto, ma ovviamente compresi che dovevo cercare quello sportello e mettermi in fila. Fortunatamente lo vidi poco distante, e mi ci recai. C’era una bella fila – come agli altri “sportelli”, d’altronde – e subito pensai che avrei avuto parecchio da aspettare; feci per guardare l’ora ma… «Porca puttana! Ho perso l’orologio!» sbottai platealmente tirandomi su quella manica enorme, e attirando gli sguardi di quelli che avevo intorno, che mi squadrarono con malcelato disgusto.
«Ragazzo, che ci pigli per il culo?» mi disse torvo uno di quelli. D’istinto avrei risposto di no con decisione, ma qualcosa mi fece capire che non era il caso di ribattere. Continuavo a non capirci granché, e più di tutto faceva cigolare gli ingranaggi del mio cervello il permanente dubbio sullo stato in cui ero: insomma, ero morto, oppure no? E se sì, pure tutti questi individui lo erano? E che cavolo di posto era, quello? Di sicuro, mai potevo immaginare che l’aldilà si presentasse in questa maniera, e io in essa con una tuta di dieci taglie più grande della mia!
La fila nel frattempo avanzava sempre molto lentamente. Feci passare un tot di tempo – non avendo più l’orologio non ti so dire quanto – poi, sempre al fine di capirci qualcosa, cercai di approcciare il tizio che avevo a fianco.
«Salve!»
«Ehi.»
«Ehm… Morto anche lei?»
«Si dice.»
«Oh. Ehm… E come?»
«Rapina in banca.»
«Ah. Accidenti, al giorno d’oggi la violenza della malavita non ha più limiti!» dissi con tono partecipe.
«Sbirri di merda!» mi ribatté lui con ben altro tono. Mi irrigidii di brutto, lo ammetto, e non per un sopraggiungente e intenso rigor mortis. Feci un passetto indietro, abbassai lo sguardo e per qualche istante fui contento di quella tutona oversize che indossavo, nella quale mi sarei potuto un poco nascondere.
Dopo un altro tot di tempo (vedi sopra) una strana cantilena mi distrasse dal mio pensieroso silenzio: un tizio con una divisa azzurra simile a quella dell’energumeno che mi aveva intimato di mettermi in coda stava passando tra le file con una specie di vassoio a spalla – hai presente i venditori che si trovano negli stadi? Ecco! – offrendo quelle che sembravano confezioni di snack. Trovai la cosa simpatica (finalmente, in quel posto altrimenti tanto strano e un po’ inquietante): non che avessi fame – forse perché non ne potevo avere, ma lì per lì non lo pensai – tuttavia mi feci incuriosire.
«Ehi! Ehi… cosa vendi?»
«Biscotti!»
«Oh, buoni! E che biscotti?»
«Ossa di morto
Raggelai, anche più di prima. Poi, in rapida sequenza, prima io e gli altri intorno a me fummo attratti dal gridolino di una donna, qualche fila accanto, che spintonò l’uomo che aveva dietro urlando: «Cretino! Smettila di farmi la mano morta!»; quindi, intercettai il chiacchiericcio di alcuni tizi lì vicino – «Uff, ‘sta coda è tremenda!», «Una noia mortale!», «Già, sono stanco morto!»; poi ancora, poco più avanti nella mia fila, udii quello di due individui che evidentemente si conoscevano: «Ma l’hai poi più visto Alberto?», «Macché, più visto!», «Eh, sai, chi muore non si rivede
Ok, ero morto. A questo punto potevo infilare un bastone tra i miei ingranaggi cerebrali e bloccarli del tutto, che di produrre ancora dubbi non era più il caso. Morto. Io e tutti quelli che avevo intorno.
Porca puttana, morto! Sul serio!

(Fine 1a parte)

“Sö e só dal Pass del Fó”, il mio* ultimo, “insolito” libro. Sabato 15/11 la prima presentazione al pubblico.

Manca poco all’uscita del libro per il quale ho lavorato nell’ultimo anno e mezzo abbondante, probabilmente riservandovi un impegno mai prima d’ora speso, anche per via della forma – e non solo della sostanza – del libro stesso. Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte è il volume con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – intende festeggiare i 75 anni dalla propria fondazione, e che mi è stato “commissionato” (termine orribile, ma tant’è, e che in ogni caso spiega quel “*” accanto a “mio” nel titolo del post) appunto all’inizio dello scorso anno, con una prima precisa indicazione: un libro che parli di montagna, e dei monti di Calolziocorte – in pratica del Resegone, ai cui piedi si trova la città – in modo differente rispetto a tanti altri. Seconda indicazione: che sia un libro in tutto e per tutto, ma che si presenti nel modo “easy” in cui solitamente si presenta una rivista, dunque senza alcuna foggia da tomo accademico e semmai con aspetto attraente e grafica accattivante.
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E’ nato così, dopo lunghi mesi di accurate ricerche documentali, ricognizioni sul campo, interviste/chiacchierate con le memorie storiche del sodalizio, elaborazioni grafiche e di ponderato studio di uno stile di scrittura che riuscisse ad accomunare forma narrativa e sostanza storico-saggistica, Sö e só dal Pass del Fó (“Su e giù dal Passo del Faggio” nel dialetto locale; il Pass del Fó è una sella nel Gruppo del Resegone a 1284 m ove è situata la Capanna Sociale Giacomo Ghislandi, il “rifugio” del CAI di Calolziocorte e vera e propria “sede in quota” della sezione, raffigurata sulla copertina del volume): una sorta di originale guida emozionale ai sentieri che dalla città e dal fondovalle lecchese della valle dell’Adda sale verso la Capanna Ghislandi e poi, ancora più in alto, fino alla vetta massima del Resegone, a 1875 m). Dunque non la solita guida di natura escursionistica, alpinistica e/o turistica ma neanche un ordinario libro di storia e di memorie: Sö e só dal Pass del Fó è invece un testo narrativo nel quale i sentieri e i luoghi che essi percorrono e raggiungono sono narrati attraverso le emozioni, le sensazioni, le impressioni, i ricordi, gli aneddoti degli stessi soci del CAI di Calolziocorte, ovvero quelle stesse donne e quegli stessi uomini che hanno tracciato e manutenuto nel tempo – ovvero vissuto e mantenuto vivi oltre che percorribili – quei sentieri.
Non mancano nel testo i necessari inquadramenti geografici e le relative indicazioni escursionistiche (con tanto di mappe e informazioni pratiche), tuttavia il lettore del libro potrà conoscere i sentieri narrati in un modo del tutto particolare e intenso, dacché sarà come se durante la lettura li percorrerà fianco a fianco delle persone di cui starà leggendo le vicende, in un cammino spaziale e anche temporale. In tal modo, protagonisti principali del testo saranno entrambe le parti, i sentieri e chi li ha vissuti, ma anche gli stessi lettori verranno coinvolti dalla narrazione come lo possono essere dalle trame di un vero e proprio romanzo, un racconto lungo 75 anni – quelli della storia del CAI di Calolziocorte, iniziata ufficialmente nel Maggio 1939. Il tutto anche grazie, per prima cosa, ad una scrittura che ho cercato di rendere la più letteraria possibile, appunto, lontana da qualsiasi potenziale “pesantezza” che a volte testi simili possono indurre e sempre redatta con l’intento primario di raccontare – raccontare una storia che è fatta di mille altre storie, ognuna singolare e particolare eppure in armonia con tutte le altre. In secondo luogo, grazie pure alla veste grafica con la quale si presenta il libro, ricchissimo di immagini fotografiche fornite direttamente dal CAI calolziese e dai suoi stessi soci e animato da una impaginazione che, come dicevo poco sopra, ricorda quella di una rivista patinata.
A prezioso corredo del testo, il lettore trova inoltre alcune schede di approfondimento sugli aspetti storici, architettonici e artistici della zona trattata, curate da Fabio Bonaiti, coordinatore dell’Ecomuseo Val San Martino e grande esperto di storia locale, nonché sulle sue rilevanze botaniche, grazie al lavoro di Enrica Rigamonti e Gianni Bonaiti.
Sö e só dal Pass del Fó è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte ma – attenzione! – nella sua prima edizione non è in vendita, ma sarà riservato ai soci della sezione e al circuito delle sezioni CAI. Solo più avanti, una volta conclusa la distribuzione “interna”, sarà pianificata un’edizione destinata alla vendita sul mercato.
Ultimo ma non ultimo, il libro sarà presentato al pubblico per la prima volta sabato 15 Novembre prossimo, alle ore 18.00, presso la sede del CAI di Calolziocorte. Nell’occasione, sarà nuovamente visibile ai presenti la mostra fotografica Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore, che ho curato e della quale vi ho già riferito, nel blog. QUI trovate le info utili su come raggiungerla, oppure potete dare un occhio QUI.


Per farvi ancora meglio capire cosa sia Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, eccovi di seguito l’introduzione al testo. Buona lettura, e se passerete sabato 15 a Calolziocorte, sarà un piacere e un onore conoscerci!

virgoletteIl Resegone è una di quelle montagne che, non solo a livello lombardo ma forse per quanto riguarda l’intero ambito alpino, non ha bisogno di presentazioni. Sia per essere stato eternato quale sfondo delle vicende amorose di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi del Manzoni, sia per rappresentare, con le Grigne, l’orizzonte montuoso più prossimo ed evidente di Milano e del suo hinterland settentrionale – dai quali risulta evidente la celeberrima conformazione a denti di sega delle sue numerose punte, che vi ha peraltro conferito il nome più popolare (mentre Monte Serrada, il “secondo” nome, avrebbe origine spagnole) o sia, proprio in forza di quanto appena detto, per rappresentare da sempre una delle mete escursionistiche e alpinistiche più immediate della parte centrale delle Alpi, il Resegone ha assunto nel tempo una notorietà proporzionalmente ben più grande dei suoi 1875 m di altezza, in fondo una quota del tutto trascurabile nei confronti di altre ugualmente blasonate vette alpine. La città di Lecco è indissolubilmente legata alle forme di esso, tanto da citarlo graficamente in molte immagini, illustrazioni turistiche e commerciali, loghi e stemmi di enti e associazioni cittadine; le sue punte sono visibili praticamente da ogni angolo della città (mentre le Grigne restano sovente coperte dalla mole del Monte Coltiglione, con le propaggini del Monte San Martino e della Corna di Medale) e il paesaggio forse più noto identificante Lecco, quello del fiume Adda a Pescarenico che rimanda direttamente al celeberrimo passo manzoniano dell’Addio monti… e che innumerevoli dipinti e fotografie hanno immortalato nel tempo, ha proprio la costiera del Resegone come sfondo possente e suggestivo.

Tuttavia, il gruppo del Resegone è in verità ben più variegato e articolato di quanto la sua iconografia classica possa lasciare intendere. Oltre al versante lecchese, caratterizzato dalle due prominenze del Pizzo d’Erna e del Monte Magnodeno, il massiccio presenta l’ampio e boscoso versante di Morterone, quello bergamasco, ombroso e poco frequentato che divalla verso la Valle Imagna e si spinge, con la Costa di Palio, verso la Val Taleggio, e quello della Val San Martino, con la lunga propaggine di vette che, con la Passata, la Corna Camozzera e il Monte Ocone, scende verso meridione e la pianura bergamasca. Calolziocorte, capoluogo della Val San Martino, è dunque dopo Lecco il centro principale sulle pendici del Resegone, e per certi versi ancor più che per la città lariana, i cui appassionati di montagna possono scegliere come meta delle proprie uscite tra il Serrada, le Grigne ovvero i monti della Valsassina, per i calolziesi il Resegone col suo versante rivolto a meridione è “la” montagna per eccellenza, quella che rappresenta da sempre la destinazione più logica per ogni escursionista o alpinista locale, la meta pressoché inevitabile verso cui rivolgere le proprie attenzioni.

A dividere i due versanti abduani del Resegone, ovvero quello lecchese e quello calolziese, appunto, vi è una sella, posta tra la possente costiera rocciosa che sostiene il Pian Serrada – alla base della massima elevazione del gruppo, la Punta Cermenati – e la dorsale che culmina geograficamente nel Monte Magnodeno: è il Passo del Fò ( ovvero faggio in dialetto, nome che ovviamente richiama la principale essenza arborea in loco). Il valico, posto a 1284 m, è noto da secoli, rappresentando anche un passaggio obbligato dei percorsi che da Lecco aggiravano il Resegone e scendevano verso la Valle Imagna e le vicine valli bergamasche, ma il suo interesse non è solamente storico o geografico/escursionistico. Il Pass del Fò, pur nella sua scarsa ampiezza, è anche un luogo di bellezza discreta e fascino profondo: sembra quasi soffocare nell’incombenza possente della bastionata del Pian Serrada, la quale genera l’impressione di crollarvi addosso da un momento all’altro, ma basta che anche lo sguardo più timoroso si volga verso le piccole ma deliziose aperture prative che circondano il passo, o si faccia avvolgere dall’avviluppo forte e cordiale dei boschi che coronano i versanti, sovente ricchi di esemplari arborei veramente notevoli, oppure ancora, salendo solo di qualche metro, si affacci verso il lago, la valle dell’Adda e la pianura, che tutta l’avvenenza alpestre del luogo comincerà a palesarsi e a penetrare nell’animo dell’escursionista in modo via via più intenso e intrigante. Non si tratta, lo ribadisco, di una località che come certe altre sulle Alpi toglie il fiato per la sua spettacolarità immediata: è invece, il Passo del Fò, un angolo di montagna discreto, tranquillo, che richiede e ricerca l’armonia dell’animo prima che dello sguardo, che ispira emozioni pacate e piacevoli, ma che in effetti della montagna, anche di quella “vera”, e dei suoi requisiti non è affatto privo.

Inutile dire che per i calolziesi il Passo del Fò simboleggia ancor più un luogo particolarmente significativo: rappresenta il culmine della Valle del Gallavesa, che proprio da Calolzio si incunea tra le creste del Resegone costituendo la direttrice di salita più logica e immediata; inoltre, come detto, è quasi obbligato punto di transito per chiunque voglia raggiungere la vetta del Resegone dai versanti affacciati verso l’Adda e la Valle San Martino. Lo sguardo del calolziese (non solo, ma soprattutto) che si avventura per questi versanti inevitabilmente si poggia sulla sella del passo, quasi fosse una sorta di limite, di confine del proprio ambito montano “domestico”, e un riferimento uguale e opposto rispetto al fondovalle occupato dalla città di Calolziocorte e dalle località limitrofe… Insomma, si potrebbe pensare che se la sezione locale del Club Alpino Italiano, in rappresentanza dei propri iscritti e di tutti gli appassionati di montagna, avesse dovuto scegliere un luogo nel quale installare una propria presenza attiva – ovvero un punto di appoggio, di ritrovo in ambiente per i propri soci, una capanna sociale – non avrebbe potuto che scegliere il Pas del Fò. E così è stato.

In verità le cose non andarono in maniera così “poetica”, ma di sicuro, quando nel 1968 la sezione poté procedere all’acquisto del primo appezzamento di terreno in zona, in tale atto non vi fu soltanto un mero interesse economico o pratico: quel luogo così bello sembrava realmente fatto apposta per i soci del CAI calolziese. Infatti, solo pochi anni dopo, l’ulteriore acquisizione di un appezzamento adiacente al primo, fortemente voluta dalla sezione, nel quale già esisteva un piccolo stabile in legno di costruzione privata, diede definitivamente il via alla realizzazione del “sogno” sezionale: ristrutturato, ampliato e dotato d’ogni confort “alpino”, il 12 Settembre 1982 venne inaugurato il tanto agognato Rifugio, poi divenuto Capanna Sociale e intitolato nel 1988 a Giacomo Ghislandi, guida alpina calolziese e socio della sezione, scomparso nel Gennaio dello stesso anno sul Pizzo Scalino – denominazione “ufficiale” che affianca quella popolare di Baitel, il “baitello” del Passo del Fò. Nel tempo costantemente mantenuto e continuamente migliorato, oggi la Capanna Ghislandi rappresenta una vera e propria “seconda casa” – e seconda sede sezionale – per il CAI di Calolziocorte: un luogo assolutamente familiare, dove salirvi durante tutto l’anno è veramente come raggiungere un ambito familiare, quasi domestico, accogliente e ospitale, nel quale il transitarvi per solo pochi minuti come il sostarvi per qualche ora, e che sia evento raro ovvero abituale, è cosa da chiunque – non solo dai soci della sezione calolziese – riconosciuta come bella, gradevole, cordiale, divertente. La Capanna in qualche modo ha saputo assorbire in sé il fascino del luogo, fin da subito e col tempo sempre di più, e con la sua presenza ne ha valorizzato e impreziosito la bellezza e la piacevolezza. Da anni è divenuta una meta abituale per moltissimi escursionisti: la fitta e variegata rete di sentieri che dal fondovalle sale verso il passo agevola l’escursione dei più modesti camminatori come dei più arditi “mangia montagne”, diventando a sua volta una specie di racconto fatto di tracce tra boschi, prati, rocce e creste della bellezza dei luoghi e della storia di chi li ha frequentati e valorizzati, ovvero di un legame profondo e intenso che unisce Calolziocorte e la sua gente con questa montagna, con l’ambiente, la Natura nonché, appunto, con il “suo” Passo del Fò e con la sua capanna sociale.

Il volume che avete tra le mani vuole proprio accompagnarvi alla scoperta e alla conoscenza di questo legame, consigliandovi un approccio all’ambiente in questione che non sia il solito e classico da “guida escursionistica”, semmai più da – per così dire – guida emozionale. Perché ogni sentiero rappresenta veramente una sorta di traccia di lettura d’un racconto di personaggi, storie, nozioni, aneddoti, curiosità, ricordi, emozioni, sensazioni, percezioni e infinite altre cose: questo libro ha l’ambizione di narrarvi di quelle dei soci del CAI di Calolziocorte, personali certo ma niente affatto esclusive, dacché qualsiasi visitatore dei luoghi di cui potrete leggere qui, e ancor più di quello che vorrà salire fino al Passo del Fò e alla Capanna Ghislandi, non potrà che ritrovarsi in esse e pure amplificarle con le proprie personali emozioni e sensazioni, cogliendo un’armonia generale e profonda con quei sentieri, quei paesaggi, quegli ambiti attraversati e, in senso assoluto, con le persone che lungo gli anni ne sono stati personaggi protagonisti.

Benvenuti, dunque, a Calolziocorte, sul versante di Val San Martino del Resegone, e benvenuti alla Capanna Sociale Giacomo Ghislandi al Passo del Fò.

Perché il pianeta Marte è rosso? (Un estratto da un certo libro)

Dall’articolo pubblicato sul quotidiano KKWXKKJYW del pianeta IRUUTRUYIY, edizione del giorno 389 dell’anno cosmico 48.221 ± ¼ (corrispondente, con una certa precisione, a qualche eone fa del tempo terrestre – n.d.a.) nel quale articolo si riporta di che brutta fine abbia fatto la fiorente e pacifica civiltà di un ameno pianeta del Sistema Solare. (Testo tradotto e adattato alla bell’e meglio, si noti: la lingua del pianeta IRUUTRUYIY è quasi peggio che il bergamasco delle montagne! – sempre n.d.a.):
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NOSTRANA VALOROSA FLOTTONA SPAPAGNA DISTRUTTAMENTE PIANETA INUTILE.
Nostri nostrani guerrieroni co’ flottona battagliante zeppa piena de bum bum s’approssimata a novo pianeta de stella-tipo-polenta, nomata in loco “Sole”, pe’ nova entusiasmantissima-wowwow conquistona. Dopo iperspazialico viaggione de tutto-relax, che nostrane astronavone cianno on board sauna et pure idromaxaggggio pei nostri nostrani valorosi guerrieroni, lo navigatore satelli-stellare bip-bippa et segnala arrivo at pianeta cat.122.GSS.001259. Non os tante putenza spaccatutto de nostrana flottona battagliante, et novissima superarma “Fanculizzatron” on board pronta a sparà, lo sublimassimo et saggissimo et magnamagnanimissimo ammiraglione Piermariedhieruzzz#88 accomandante la flottona decidetto de usar diplomazia-ia-ia-oo – ah che nobbbiltà, ah che bontà de cuor, ah che gentilalien! – indipercuidunque nostra nostrana delegazione discesagiù sul pianeta cat.122.GSS.001259 pe’ncontrare i-tanti abi-tanti, et nostrano capo-delegazione portato saluto ehillallà de fratellanza spazialona co’ dichiar’azione apposta studiata in linguaccia locale: “Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginare…”. Ma inopinauditamente capo-delegazione de novo pianeta rispondetto: “Eh, grazie, bella scoperta, noi non siamo umani!”; pertantorsù nostro nostrano guerrierone s’addubbia: “No pianeta 122.GSS.001259, nomato Terra qui?”, et tipo de novo pianeta ribatte: “No, questo è Marte!”
“Marte?!? Ma VAFFANquasar d’una-PORCAPulsar, habemus sbaliato a impo-star lo navigatore satelli-stellare, digitoscritto 122.GSS.001258 al posto de 1259, ecchecCAZZaurak!” sbraitato lo sublimassimo accomandante della flottona, et co’ ira-stizza-furia-ggrrrrrr-‘rrtacci sua de paura pe’ sta ‘rogna, flottona bum-bumbardato pianeta inutile nomato Marte et spapagnato co’ “Fanculizzatron” a gogò, abitanti-tutti quanti adieu et fuoco e fiamme da per tutto, che ‘sto finferlo de pianeta inutile s’arrosserà così nei secoli dei secoli, amen! Et come tradizione: gestombrelloso tiè!
Cosicchécuindi nostri nostrani guerrieroni co’ flottona battagliante rientrati a IRUUTRUYIY per ripianificare nova expedizione de conquistamento planetario verso pianeta nomato Terra et pe’ rileggersi l’estruzioni de ‘sto zozzone de navigatore satelli-stellare, in vista de futuri, gloriosi et correttamente impostati conquistamenti iperspazialoni alè-o-o alè-o-o!”.

Ebbene sì, c’è anche questo in Cercasi la mia ragazza disperatamente, oltre a un sacco di altre cose tutte inesorabilmente e inestricabilmente intrecciate alla vita e alle avventure di Tizio Tratanti, Il folle protagonista de La mia ragazza quasi perfetta qui nella sua seconda e per ora ultima avventura letteraria! (Ma sappiate che si sta parlando di una trilogia!)
Cliccate sulla copertina qui sotto per saperne di più oppure cliccate QUI, e occhio: non solo la madre dei cretini è sempre incinta e partorisce senza sosta, ma ha pure viaggiato nello spazio!!!


CERCASI LA MIA RAGAZZA DISPERATAMENTE
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2011
ISBN 9788896838532
Pag.132 – € 13,00
Illustrazione di copertina di Vittorio Montipò
Ebook:
ISBN 9788896838617 – € 7,00