Ma quanta grottesca scempiaggine c’è in questo striscione? 😂🤣😂
Me l’hanno segnalato, viene dai social e non so in quale luogo e contesto sia stato esposto. In realtà è talmente ridicolo che potrei pure pensare si tratti di un’immagine fake, e per molti versi spero che lo sia.
Ammettiamo tuttavia che sia vera: ma sul serio i tizi che hanno esposto quello striscione, che peraltro rimanda ad altre frasi fatte tipiche di una certa ideologia politica, pensano di contrastare in quel modo la presenza di lupi e orsi? Con uno slogan così dozzinale e insensato che sarebbe imbarazzante per un bambino di sei anni? E, ancor più, senza rendersi conto che un atteggiamento del genere è il più efficace per favorire la tutela di lupi e orsi e sostenere chi li difende?
Be’, sono certo che, tra chi chiede la regolamentazione dei grandi carnivori a difesa degli allevatori ovvero per altri motivi, vi siano persone ben più ragionevoli e sensate con le quali chi invece li difende possa confrontarsi con buon senso e rispetto reciproco. Siamo nel 2026, non nel Paleolitico.
P.S.: ribadisco la mia posizione sul tema: viva pecore e capre, viva orsi e lupi!
Sci sulla plastica, “Love bike park”, jeep-taxi, “Pora Beach”, dj-set, «salendo in montagna comodamente seduti su una seggiovia». L’articolo pubblicato da “L’Eco di Bergamo” domenica 7 giugno scorso dà conto delle iniziative per l’estate imminente sulle montagne bergamasche e racconta, in buona sostanza, di un grande luna park diffuso sulle Alpi Orobie, dove sembra che si faccia – e si possa fare, o si debba fare – tutto ciò che con la montagna, quella vera, c’entra poco o nulla ma che evidentemente si pensa possa piacere a molti gitanti cittadini. Ai quali infatti non si fa altro che riproporre la città in quota, con un sacco di “divertimenti” – tutti a pagamento, ça va sans dire – nessuno dei quali racconta veramente le montagne che ci sono intorno ad essi. «Si chiama «destagionalizzazione» del turismo montano» ricorda l’articolo, ma si potrebbe tranquillamente parlare di demontanizzazione, vista la realtà dei fatti, mentre la “destagionalizzazione” fatta così si conferma solo un modo insensato per banalizzare, (s)vendere e sfruttare il paesaggio montano lungo l’intero anno o quasi, senza che i suoi abitanti ne ricavano qualche vantaggio reale e proficuo.
Naturalmente la montagna vera non è tutto questo. L’articolo del quotidiano bergamasco a ben pensarci non parla affatto di montagna, scrive di altro, dei “comprensori” e dei loro affari, di turismo industriale, omologato e massificato per il quale il luogo è solo uno sfondo suggestivo, non conta granché, anzi, in certi casi è pure un impedimento. E a leggerlo, l’articolo, qualcuno potrebbe pensare che in montagna ormai ci si salga solo per fare le cose elencate, per divertirsi nei vari luna park e con le loro attrazioni: non c’è alcun accenno, se non vaghissimo (e non per colpa dei redattori) a camminate, escursioni, trekking, ambiente naturale, paesaggi d’alta quota, pernottamenti nei rifugi, alpinismo, vette da salire, silenzio… nulla.
[Il “Pora Beach”, sul Monte Pora. Con tutto il rispetto del caso, mi pare che ogni commento sia superfluo. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]Ovviamente la montagna vera è questa, e con buona pace dei gestori dei luna park – che fanno il loro mestiere, e va bene così – ce n’è tantissima di gente che vi sale per praticarla nel modo più autentico, consapevole, equilibrato, responsabile, stando lontano da giostre varie, pseudo-spiagge, piste da sci di plastica, dj-set e tutto il resto. Cose che chiunque è liberissimo di praticare e con le quali divertirsi, ripeto: ma almeno avendo l’onestà di sapere che non è “montagna” quella, facendosene una bella e buona ragione e, con essa, provando magari a comprendere meglio dove si trovi e cosa, o come, vivere al meglio il luogo in cui si trova. In fondo, forse, basterebbe solo guardarsi intorno e osservare quello che c’è, capendo che no, le montagne, i boschi, i prati, i paesi, non sono solo uno sfondo “da cartolina” a tutte le attrazioni proposte e ai propri selfie. Ecco.
P.S: ma veramente poi ci si chiede perché la montagna perde anima, identità, cultura, socialità, attrattività e si spopola di continuo? Sul serio?
Grazie a una bella chiacchierata con Tatiana Marras ripresa nell’articolo di “Montagna.tv” dell’8 giugno scorso, ho provato a raccontare il progetto della “Carovana dell’Accoglienza Montana” di Legambiente Alpi, il lavoro svolto insieme alle numerose Bandiere Verdi che vi fanno parte (del quale è stato dato conto nel X Summit delle Bandiere Verdi di Rovereto lo scorso maggio; trovate il relativo dossier qui) e, soprattutto, l’elaborazione di un metodo di misurazione del “Valore Aggiunto Comunitario” (VAC) con il quale indagare, analizzare, comprendere e, appunto, misurare quanta “comunità” sanno costruire le Bandiere Verdi nei territori in cui operano e con quali valori.
Una misurazione forse mai tentata prima, dal valore profondamente innovativo, di matrice sia tecnico-scientifica e economica che umanistica e socioculturale, che può realmente determinare l’importanza e il valore concreto dei tanti soggetti che lavorano con passione, impegno e in modi ecosostenibili per i propri territori e le comunità che li abitano, nell’accoglienza e nel turismo responsabile, nelle microeconomie locali (agricole e non solo), nella manutenzione dei paesaggi, nella valorizzazione autentica delle loro specificità, nella didattica, nell’enogastronomia, nella produzione artistico-culturale e in ogni altro settore di attività che, in vari modi, genera relazione con i contesti locali, con chi li abita e con chi li frequenta nel tempo libero, alimentando quel senso di comunità così necessario alla vitalità presente e futura dei nostri territori montani ben più di qualsiasi PIL e di ogni dato meramente economico che riduce tutti a numeri sovente dimenticando persone e relazioni.
Trovate tutto quanto nell’articolo di “Montagna.tv” – cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo – e ringrazio ancora di cuore Tatiana Marras per la disponibilità, la gentilezza e per il lavoro redazionale svolto.
P.S. – Pre Scriptum: «Ma come, siamo in estate e scrivi ancora di sci?» potrebbe chiedere qualcuno. Certo che ne scrivo: perché lo sci si pratica in inverno ma lo si prepara in estate, quando si costruiscono gli impianti, si spianano le piste, si scavano i bacini per l’innevamento e si fa tutto il resto di funzionale ai comprensori e a volte di dannoso alle montagne. In fondo scriverne in inverno è ovvio ma per certi versi “inutile”, già.
Ormai lo sanno anche i sassi che lo sci non rappresenta più il futuro di molti territori montani nei quali ancora oggi si pratica. E, sia chiaro, dico questo con grande inquietudine e tristezza, perché se così non fosse vorrebbe dire che gli effetti dei cambiamenti climatici in corso non sarebbero così pesanti. Lo dico anche con rispetto verso chi lavora nei e per i comprensori sciistici, ma la crescente insostenibilità ambientale e economica che li caratterizza fa della loro presenza al di sotto dei 2000 metri di quota qualcosa di avulso ai territori, e per ciò ancor più impattante.
Insomma, la realtà è chiara e lampante, e a fronte di essa una politica assennata e veramente impegnata nell’amministrare al meglio territori e comunità andrebbe a scalare le risorse finanziarie pubbliche oggi destinate allo sci dirottandole tanto gradatamente quanto in modo crescente alle numerose altre economie locali che lavorano nei territori o che potrebbe essere sviluppate in essi, e che risultano ben più coerenti al divenire della realtà, climatica e non solo, ancor più se in grado di assicurare un’autentica ecosostenibilità.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Una politica intelligente devierebbe, nel giro di qualche anno, il flusso di soldi pubblici dalla monocultura dello sci alla pluricultura comunitaria, e a tal proposito elaborerebbe progetti e piani articolati di sviluppo organico dei territori nei quali l’obiettivo principale sarebbe il benessere delle comunità residenti, alimentato e sostenuto dalle filiere economiche locali e certamente anche dal turismo, ma non più praticato in forme monoculturali e invece realizzato in modi sensati e coerenti con i territori e le loro specificità climatiche, ambientali, culturali, sociali. Anche perché, in un luogo, quando ci stanno bene gli abitanti si trovano bene anche i turisti; inoltre, se gli operatori turistici, che sono in tutto e per tutto soggetti economici, sanno lavorare bene, stanno in piedi da soli producendo utili senza avere bisogno, se non minimamente e in via eccezionale, di aiuti pubblici.
Una politica sensata, giudiziosa, oculata, che fosse veramente espressione (non solo elettorale) dell’anima dei territori e del senso delle comunità locali farebbe tutto questo. Anzi, avrebbe già cominciato a farlo da tempo.
Invece?
Invece ad esempio in Lombardia, nei soli ultimi cinque anni (e al netto dei contributi Covid) la politica regionale ha destinato all’industria dello sci la bellezza di 258.773.795 Euro di soldi pubblici, che diventano 466.473.795 con i fondi per le opere olimpiche (solo quelle prettamente legate alle gare) e con altri finanziamenti. Di quei 258 e più milioni di Euro, ben 150.023.795, pari al 58% del totale, sono stati destinati ai comprensori con quota media pari o inferiore ai 1700 metri, cioè quella alla quale oggi si trova lo zero termico medio invernale sulle montagne lombarde, ovvero la quota al di sotto della quale già oggi la pratica dello sci risulta totalmente insensata:
D’altro canto, una politica realmente degna di tal nome – termine in origine nobilissimo e fondamentale, oggi be’, per come viene manifestata, lasciamo stare – farebbe molte più cose buone e utili per le montagne e le comunità di quelle che la politica che abbiamo concretamente fa. Una politica per la quale, c’è da pensare, le montagne rappresentano soltanto un gran fastidio oppure un mero ambito utile a fare affarismi senza troppi scrupoli. Già.
Per ora il turismo, questo vale per tutta la Valtellina, è una faccenda che serve ad arricchire pochi operatori, per di più di estrazione non locale, operatori che, essendo estranei al modo di pensare o di vedere le cose specifiche dei luoghi e delle popolazioni locali, sfruttano al massimo ed in modo irrazionale le uniche risorse disponibili: le bellezze naturali e le opere realizzate dall’uomo nel tempo (vedi via Priula) portando ad un rapido esaurimento delle risorse, senza preoccuparsi del futuro dei luoghi e della gente che ci vive.
All’inizio degli anni Settanta del Novecento ad Albaredo, nelle Valli del Bitto (Alpi Orobie valtellinesi), nasceva un gruppo di giovani che si denominò “Comunità ‘74” e iniziò un impegnativo lavoro di difesa e valorizzazione della cultura locale e del paesaggio naturale della Valle, avendo ben chiara la realtà turistica che già al tempo si sta sempre più delineando, come si evince leggendo la citazione lì sopra, tratta da uno scritto del gruppo.
Purtroppo, quel tempo di allora è sostanzialmente lo stesso di oggi, persino aggravato da ulteriori speculazioni materiali e immateriali nel frattempo sviluppatesi: e quando qualcosa di detto o scritto della realtà di mezzo secolo e più fa vale ancora oggi, è inesorabilmente un brutto segno. Peraltro le parole dei ragazzi di Albaredo erano coeve a quelle di un altro grande valtellinese, Antonio Cederna, che negli stessi anni denunciava «L’aggressione della montagna in presenza dell’avidità e del cinismo di speculatori e costruttori, dell’ignoranza e della mancanza di sensibilità di tanti cittadini comuni, dell’assenza di cultura e di senso di responsabilità di molti politici». Be’, in molte località (valtellinesi e delle montagne italiane in genere) siamo ancora fermi lì, a quello – a questo stato delle cose, alla montagna da “valorizzare” cioè mettere a valore e (s)vendere, occupare, sfruttare, consumare senza preoccuparsi di niente e nessuno, come allora e più di allora.
Ma se operatori, speculatori, costruttori e politici pensano solo a perpetrare questo stato delle cose al fine di ricavarci i propri tornaconti*, non resta che a noi di cambiare la situazione e difendere le nostre montagne, il loro ambiente naturale, le comunità di cui facciamo parte, il futuro che ci aspetta. È un diritto e dovere che dobbiamo a quel patrimonio collettivo inestimabile che le montagne sono, e che dobbiamo a noi stessi che vogliamo continuare a viverle e frequentarle in modo equilibrato e sostenibile.
[Immagine tratta da www.visitalbaredo.it.]Tornerò presto a scrivere della Valle del Bitto di Albaredo e della Via Priula, territorio montano bellissimo e genuinamente emblematico ma a sua volta sottoposto a iniziative, se non già «aggressioni», a dir poco opinabili, e lo farò con consoni dettagli e approfondimenti.
*: tornaconti che possono essere certamente legittimi ma che non è detto che al contempo siano consoni e benefici per i luoghi che ne vengono fatti oggetto.