Cosa dovrebbe fare una politica assennata con lo sci

P.S. – Pre Scriptum: «Ma come, siamo in estate e scrivi ancora di sci?» potrebbe chiedere qualcuno. Certo che ne scrivo: perché lo sci si pratica in inverno ma lo si prepara in estate, quando si costruiscono gli impianti, si spianano le piste, si scavano i bacini per l’innevamento e si fa tutto il resto di funzionale ai comprensori e a volte di dannoso alle montagne. In fondo scriverne in inverno è ovvio ma per certi versi “inutile”, già.

Ormai lo sanno anche i sassi che lo sci non rappresenta più il futuro di molti territori montani nei quali ancora oggi si pratica. E, sia chiaro, dico questo con grande inquietudine e tristezza, perché se così non fosse vorrebbe dire che gli effetti dei cambiamenti climatici in corso non sarebbero così pesanti. Lo dico anche con rispetto verso chi lavora nei e per i comprensori sciistici, ma la crescente insostenibilità ambientale e economica che li caratterizza fa della loro presenza al di sotto dei 2000 metri di quota qualcosa di avulso ai territori, e per ciò ancor più impattante.

Insomma, la realtà è chiara e lampante, e a fronte di essa una politica assennata e veramente impegnata nell’amministrare al meglio territori e comunità andrebbe a scalare le risorse finanziarie pubbliche oggi destinate allo sci dirottandole tanto gradatamente quanto in modo crescente alle numerose altre economie locali che lavorano nei territori o che potrebbe essere sviluppate in essi, e che risultano ben più coerenti al divenire della realtà, climatica e non solo, ancor più se in grado di assicurare un’autentica ecosostenibilità.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Una politica intelligente devierebbe, nel giro di qualche anno, il flusso di soldi pubblici dalla monocultura dello sci alla pluricultura comunitaria, e a tal proposito elaborerebbe progetti e piani articolati di sviluppo organico dei territori nei quali l’obiettivo principale sarebbe il benessere delle comunità residenti, alimentato e sostenuto dalle filiere economiche locali e certamente anche dal turismo, ma non più praticato in forme monoculturali e invece realizzato in modi sensati e coerenti con i territori e le loro specificità climatiche, ambientali, culturali, sociali. Anche perché, in un luogo, quando ci stanno bene gli abitanti si trovano bene anche i turisti; inoltre, se gli operatori turistici, che sono in tutto e per tutto soggetti economici, sanno lavorare bene, stanno in piedi da soli producendo utili senza avere bisogno, se non minimamente e in via eccezionale, di aiuti pubblici.

Una politica sensata, giudiziosa, oculata, che fosse veramente espressione (non solo elettorale) dell’anima dei territori e del senso delle comunità locali farebbe tutto questo. Anzi, avrebbe già cominciato a farlo da tempo.

Invece?

Invece ad esempio in Lombardia, nei soli ultimi cinque anni (e al netto dei contributi Covid) la politica regionale ha destinato all’industria dello sci la bellezza di 258.773.795 Euro di soldi pubblici, che diventano 466.473.795 con i fondi per le opere olimpiche (solo quelle prettamente legate alle gare) e con altri finanziamenti. Di quei 258 e più milioni di Euro, ben 150.023.795, pari al 58% del totale, sono stati destinati ai comprensori con quota media pari o inferiore ai 1700 metri, cioè quella alla quale oggi si trova lo zero termico medio invernale sulle montagne lombarde, ovvero la quota al di sotto della quale già oggi la pratica dello sci risulta totalmente insensata:

D’altro canto, una politica realmente degna di tal nome – termine in origine nobilissimo e fondamentale, oggi be’, per come viene manifestata, lasciamo stare – farebbe molte più cose buone e utili per le montagne e le comunità di quelle che la politica che abbiamo concretamente fa. Una politica per la quale, c’è da pensare, le montagne rappresentano soltanto un gran fastidio oppure un mero ambito utile a fare affarismi senza troppi scrupoli. Già.