Lo capisco bene l’appello del “Papa” ai fedeli cattolici per «fare sempre un piccolo presepe a casa».
D’altro canto la chiesa ha ormai trasformato la fede e la spiritualità cattoliche in un gioco con delle belle statuine di plastica, facili da maneggiare e da vendere, senza nemmeno bisogno di studiarci sopra troppo a come funziona, tale gioco. Anzi, per nulla.
E’ sommamente straziante nelle feste natalizie questo ridurre il tutto a dimensione di favola infantile, professata tuttavia come vera.
(Giorgio Manganelli, Il presepio, Adelphi Edizioni, 1992. Sempre lui, sì. Imprescindibile, in questi giorni tanto biecamente festosi.)
L’allegria a tavola è indispensabile alla buona digestione. I buffoni di corte sedevano alla mensa del re proprio per questo. Una saggia istituzione. L’inverso dell’odierno pranzo di lavoro, una istituzione evidentemente non saggia, a meno di non considerare buffoni i nostri commensali.
Nell’eccitazione mitica del Santo Natale, molte cose accadono non previste, non ragionevoli, anzi impossibili; cerimonie di rara aurata solennità, aromi arcaici, si mescolano a fantasmi di abeti, dovunque si accendono luci da bordello, miserabili fiocchi simulano un riso che, non potendo essere innocente, corteggia i riti e le smorfie di una mediocre follia. Fa parte di questa iconografia sconcia la presenza della neve; il cui candore mima in verità la carta da pacchi di un mondo regalato.
Un mio amico diceva: «è necessario scrivere, non è necessario pubblicare»; verità di un certo livello di profondità, che ritroviamo nel suo contrario, quello che sto scrivendo: «è necessario pubblicare, non è necessario scrivere». A dimostrazione della fondatezza del mio assunto, mi permetterò di offrire al tipografo una riga inesistente:
Quindici minuti di applausi? No, sono stati 18 minuti di applausi a tutta la cultura italiana perché questo è un momento in cui l’Italia celebra tutta la sua bellezza nonostante i tagli, perché questo è il petrolio italiano, il nostro tesoro, con la cultura si mangia e mangiano tutti. L’opera lirica è il futuro sicuro perché abbiamo bisogno di arte, non bastano i like.
Sono parole di Davide Livermore, regista della Tosca andata in scena alla Scala di Milano come “prima” della stagione 2019/2020, citato con risalto su “RSI News” oltre che su pochi media italiani. Pochi, sì. Perché l’Italia persevera ormai “strategicamente”, lo si sa, nell’ignorare il grande tesoro culturale che avrebbe a disposizione e che la renderebbe oltre modo ricca. Nonché intelligente e assennata: doti che stridono fortemente con la quotidianità nazionale e con il degrado socioculturale che la contraddistingue. D’altro canto è bello constatare tutto questo interesse per la prima scaligera e il suo successo di pubblico e critica: veramente l’opera lirica è uno dei più preziosi patrimoni italiani, una parte importante di quel tesoro di cultura e di bellezza che può salvare il mondo italiano. Unica possibilità di salvataggio, peraltro, anche dallo scempio devastante della politica nostrana. Ecco.