Questa sera, ore 21, live su RCI Radio in FM e streaming: torna RADIO THULE!

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Un’ospite d’eccezione per la prossima puntata di RADIO THULE, che andrà in onda questa sera 3 novembre alle ore 21.00, live su RCI Radio: ALBERTO BENINI (nella foto con Mauro Lanfranchi, il celebre “fotografo delle Grigne” e non solo!), uno dei maggiori esperti di storia dell’alpinismo lecchese e autore di mirabili libri sul tema (forse ricorderete quello su Casimiro Ferrari, o quelli sulla albertobeninistoria dei Ragni e dei Gamma…). Con lui si parlerà di “Lecco capitale mondiale dell’alpinismo”: perché la città lariana è diventata così fondamentale per l’arrampicata ed ha sviluppato una “scuola alpinistica” tanto famosa in tutto il mondo? Solo per la presenza delle Grigne e del Resegone appena fuori città, o c’è dell’altro? Ci sono stati personaggi particolari (anche oltre quelli già celebri e celebrati) e determinati eventi che hanno permesso ai suoi esponenti di realizzare grandissime imprese in tutto il pianeta, pur partendo dalle belle ma relativamente semplici e brevi vie delle montagne lariane?
Se avete domande da fare su tali argomenti ad Alberto Benini potete farle qui, a commento di questo post, oppure a luca@lucarota.it. Grazie fin d’ora per la vostra partecipazione, e appuntamento a questa sera, ore 21.00, RCI Radio!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

“Ruchin” su Montagne360, la Rivista del Club Alpino Italiano


Sul numero di Novembre 2014 di Montagne360, la Rivista del Club Alpino Italiano distribuita a tutti gli oltre 300.000 soci del sodalizio nonché in edicola, è ospitato l’articolo a mia firma “Cento anni con Ruchin. Storia di un piccolo grande alpinista”, ideale corollario della mostra fotografica dedicata a Ercole “Ruchin” Esposito – il fortissimo alpinista bergamasco piccolo di statura ma grandissimo in montagna, salitore di innumerevoli vie ancora oggi considerate estreme – che ho avuto modo di curare in occasione del centenario dalla nascita, e della quale vi ho già riferito QUI. Mostra che, dopo la presentazione ufficiale dello scorso 11 Ottobre, si appresta a girare per diversi luoghi espositivi tra Lecco e Bergamo, e fors’anche oltre.
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Montagne360 è in tutte le edicole a € 3,90 oppure, se appunto siete soci CAI, la starete ricevendo in questi giorni. Buona lettura!

Cento anni con “Ruchin”, piccolo grande uomo e alpinista

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Il nome di Ercole Esposito, detto “Ruchin”, non è certo tra i più noti nella storia dell’Alpinismo di meta ‘900. Eppure lo scalatore bergamasco – ma di scuola lecchese – nato cent’anni fa, il 30 Marzo 1914 a Calolziocorte, costruì un curriculum di prime ascensioni di raro valore, con salite ai limiti estremi delle possibilità del tempo, anche oltre il VI grado che in quegli anni rappresentava un limite apparentemente invalicabile. E il tutto con stile impeccabile, senza l’uso di mezzi artificiali e con un’etica alpinistica modernissima lungo una carriera fulminante tanto quanto breve, interrottasi tragicamente sulla Torre Salame del Sassolungo per colpa d’una corda spezzata.
Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore è la mostra realizzata in occasione del centenario della nascita di “Ruchin” Esposito (Calolziocorte, 30 Marzo 1914 – Sassolungo, 23 Settembre 1945) nonché in vista dei 70 anni dalla scomparsa, e in concomitanza della celebrazione del 75° di fondazione della Sezione CAI di Calolziocorte, della quale Ruchin fu tra i fondatori e al quale è intitolata. Una mostra che ho avuto il grande onore di curare e per la quale ho redatto i testi; sarà presentata sabato 11 Ottobre proprio a Calolziocorte, come annuncia la locandina qui sotto riprodotta.
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La mostra si sviluppa in 15 pannelli di grandi dimensioni, ciascuno dedicato a un aspetto della vita di Ruchin sia in senso alpinistico che nell’ambito quotidiano, con relative immagini fotografiche a corredo, oltre ad alcuni cimeli dell’epoca, tra i quali uno spezzone della corda utilizzata da Ruchin nel tentativo fatale alla Torre Salame del Sassolungo.
I pannelli formano un percorso espositivo non tanto legato ad una mera cronologia quanto alla costante complementarietà del Ruchin-rocciatore e alpinista con il Ruchin-uomo nella vita di tutti i giorni, ed entrambi con l’ambiente quotidiano e l’epoca vissuta, drammaticamente funestata dalla tragedia del Secondo Conflitto Mondiale, la cui durata – 1939/1945 – in pratica combacia con la parabola alpinistica di Esposito.
Scopo primario che ho cercato di conseguire con la mostra è dunque quello di mettere in luce l’assoluta particolarità dell’alpinismo praticato da Ruchin e il livello eccelso del curriculum di nuove salite e prime ripetizioni su buona parte delle Alpi Centrali e delle Dolomiti: vie quasi sempre al limite delle possibilità del tempo, tracciate lungo pareti sovente ritenute impossibili e salite senza mezzi artificiali con uno stile e un’etica a dir poco moderni. Al contempo ho voluto evidenziare come tale attività alpinistica sia rimasta sempre intrecciata con la sua vita quotidiana, contrassegnata dalla grande umanità, generosità e disponibilità verso tutti e segnata, seppur indirettamente, dalle difficoltà e dalle restrizioni causate dalla guerra. Difficoltà contro le quali tuttavia Ruchin rappresentava una sorta di “speranza” e di rivalsa oltre che un motivo di orgoglio e di prestigio per chiunque lo frequentasse, grazie a quel suo irrefrenabile ed appassionato dinamismo tanto in parete quanto tra la propria gente che lo portò, per l’attività in montagna, a diventare il primo alpinista bergamasco ad essere nominato membro del Club Alpino Accademico Italiano (una cosa, questa, a cui teneva parecchio) e che con la propria contagiosa intraprendenza sociale lo rese tra i principali promotori prima, e tra i fondatori poi, del sodalizio CAI di Calolziocorte, nato come sottosezione del CAI di Bergamo e divenuto sezione autonoma nel 1945, poche settimane prima della morte di Ruchin durante un tentativo alla Torre Salame del Sassolungo.
In conclusione: un personaggio, quello di Ercole “Ruchin” Esposito, poco noto nella storia dell’alpinismo di metà Novecento eppure assolutamente meritevole di maggiore conoscenza e considerazione, e non solo dal punto di vista alpinistico: ciò che mi auguro di poter ottenere con questa mostra.

Per darvi un’idea di chi fu Ruchin, vi presento alcuni estratti dai testi della mostra, dalla quale ovviamente provengono anche le immagini fotografiche.

LA VITA
Ventotto anni, un metro e quarantasette, quarantaquattro chilogrammi, tutto qui. (…) Muscoli, cuore e volontà temprati a tutti gli ardimenti e consacrati a tutte le vittorie. Camminatore, sciatore, scalatore di tutte le vette; instancabile, coraggioso, tenace fino alla caparbietà; modesto, umile, semplice come nessuno. (…) Non credo che siano molti oggi, in Italia, coloro che nel regno del puro VI grado gli possano stare alla pari.” Italo Neri su “Lo Scarpone”, organo ufficiale del CAI, nel 1942.
Così nel 1942 sullo Scarpone – organo ufficiale del Club Alpino Italiano – Italo Neri scrive di Ercole Esposito. All’epoca la fama del minuto rocciatore calolziese è già grande, e i numerosi successi in montagna rendono il suo nome conosciuto negli ambienti alpinistici lombardi – e non solo – così come quello del suo paese natale, Calolziocorte, al quale egli resterà sempre legato, e per più motivi.
Ercole nasce il 30 Marzo 1914 da una delle più conosciute famiglie calolziesi la quale come tante altre, da tradizione locale, ha il suo bel pseudonimo: sono i “Roch”, probabilmente per un capostipite di nome Rocco, e da qui verrà il suo soprannome Ruchin. Degli 11 figli per i quali il padre Alessandro ha cura che imparino un mestiere “buono”, Ercole è forse il più vivace, tant’è che il suo maestro elementare lo rimbrotta spesso: “Sei alto come un soldo di cacio, e mi dai tanto da fare. Discolo come sei, non farai mai carriera!” I calolziesi di allora non sono gente ricca – e gli Esposito non fanno certo eccezione – ma il borgo (allora bergamasco, oggi in provincia di Lecco) ha la paesaggistica fortuna di stendersi ai piedi di bellissime montagne come il Resegone, Valcava, le Grigne poco oltre, inevitabili luoghi di svago domenicale. Ercole comincia dunque a frequentare le associazioni escursionistiche calolziesi, inizialmente da sciatore e poi cominciando ad affrontare le prime rocce – probabilmente da autodidatta ovvero da spettatore delle cordate impegnate sulle pareti della Grigna. Trova lavoro in qualità di tornitore a Milano, presso l’Alfa Romeo, nel frattempo ai Resinelli conosce Cassin e gli altri grandi rocciatori lecchesi, mentre a Bergamo ha l’occasione di ascoltare dal vivo Emilio Comici, il “mito” dell’alpinismo di quegli anni (che avrebbe quasi “superato” nel 1940, quale allievo col maestro, se non avesse dovuto interrompere il tentativo di salita alla Torre Salame del Sassolungo, dopo aver superato le maggiori difficoltà, per soccorrere un amico incrodato: Comici vinse poi la parete con Severino Casara quindici giorni dopo, appunto, e fu una delle salite più celebrate del grande triestino). Fa il pendolare tra Calolzio e Milano, sul treno conosce Eva, una ragazza di Calco che diventa la sua fidanzata, ma è la montagna che ormai assurge a irresistibile orizzonte primario, finché nel 1939, dopo alcune ripetizioni di itinerari classici sulla Grignetta, Ruchin apre la sua prima via, sul Torrione Cinquantenario, insieme a Gino Valsecchi.
Da quella via, denominata “Lucia” in onore della gestrice del prospiciente Rifugio Rosalba, inizia la folgorante e incredibile carriera di Ruchin, ricca di imprese alpinistiche al limite delle possibilità di allora e costantemente intessuta lungo quel filo rosso che, come detto, l’ha sempre tenuto legato a Calolziocorte e alla sua gente, al punto da essere tra i più fervidi promotori e fondatori, nel 1939, della locale Sottosezione del Club Alpino Italiano di Bergamo, la quale diverrà poi Sezione autonoma nel Luglio 1945, pochi mesi dopo la nomina di Ruchin a membro del prestigioso Club Alpino Accademico Italiano – primo alpinista bergamasco nella storia del sodalizio – e qualche settimana prima del funesto 23 Settembre di quell’anno, quando la Torre Salame del Sassolungo diverrà l’ultima tappa terrena di Ruchin e dei compagni Gino Valsecchi e Bruno Ceschina.
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LO STILE
Sovente, in tema di ascensioni alpinistiche, si sostiene che la linea tracciata sulla parete da una via di salita è per certi aspetti paragonabile al tratto di un artista sulla tela, rappresentando per l’alpinista una sorta di firma e al contempo rivelandone lo stile, la personalità e il carattere.
Le numerose “firme” alpinistiche lasciate da Ruchin su altrettante pareti denotano l’essenza di uno stile peculiare che sembra confermare la suddetta tesi, e che nel pur affollato ambiente alpinistico lecchese del tempo diventa rapidamente originale e per molti aspetti innovativo. Come già rimarcato, il fisico minuscolo non solo non gli è d’ostacolo, ma anzi gli garantisce un’agilità e una elasticità quasi inimitabili. Riesce a salire linee che altri tentano ma non riescono a risolvere, ovvero ne trova di nuove su pareti che sembra non possano offrire niente più di ciò che è già stato salito e tracciato, e sempre sono linee dirette, senza fronzoli e arditissime: “arrampicata a perpendicolo” la definirà più volte Italo Neri nei suoi articoli. Bastano le pur poco definite foto dell’epoca a far intuire la leggerezza dei movimenti, l’eleganza del gesto atletico e la sua armonia, che tra le altre cose consentono a Ruchin di affrontare pareti di roccia friabile e a dir poco delicata (Fracia docet!) con un perfetto mix di forza, equilibro e agilità per di più assolutamente moderno se non, come già accennato, molto avanti rispetto ai tempi. In occasione dell’apertura della via sul Corno Centrale di Canzo, Emilio Galli che gli fa da secondo ricorda: “Ercolino stava affrontando grandi difficoltà ma, come sempre, non dava l’impressione della tensione e della fatica e anzi si preoccupava di tranquillizzarmi e ironizzava sulla situazione…” E’ la prova di uno stile di livello eccelso non solo in quanto a doti fisiche e atletiche ma pure mentali, fattore fondamentale.
Modernissimo, lo stile di Ruchin in parete, lo è anche dal punto di vista dell’etica alpinistica – se si può parlare di ciò per quell’epoca ancora sotto molti aspetti pionieristica. Ruchin affronta le pareti nel modo più “pulito” possibile, quasi sempre lasciando ben poco materiale in parete (anche per inevitabili ragioni economiche, visti i tempi) e spesso recuperando quello lasciato da altri: come ad esempio sulla Torre Giavine di Boccioleto, in Valsesia – la cui salita è considerata impossibile da tutti quelli che l’hanno tentata prima – dalla quale torna con la via nuova e “una trentina di chiodi, sette moschettoni e tre cordini lasciati in parete dalle cordate precedenti nei loro inutili tentativi.” racconta Neri nella sua puntuale cronaca. Ancor più di concezione moderna, e veramente precursore dei tempi, è invece l’atteggiamento di Ruchin verso l’uso di mezzi artificiali – un tipo di arrampicata a quell’epoca agli albori – altra peculiarità del suo particolare stile di arrampicata. Ricorda Gentile Butta, suo compagno di cordata in occasione della nuova via sullo spigolo Nord del Sassolungo: “Esposito ha un’antipatia speciale per le staffe, non ne ha voluto mettere nessuna in nessuna via finora fatta, nemmeno sulla Cassin del Sasso Cavallo, e nemmeno sulla via Dell’Oro all’Ago Teresita, che una relazione sul libro Le Grigne dice: “si vince con l’impiego di numerosi chiodi e numerose staffe”.

Status symbol (autentici) da ostentare

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E quando andate in libreria ad acquistare uno o più libri (lo fate ancora questo esercizio di vita, vero?) non fateveli mettere nella busta che il librario vi offrirà. Teneteli in mano, mostrateli quando uscite dalla libreria e percorrete le vie cittadine, tra la gente. I libri vanno sempre mostrati, mai nascosti, nemmeno per comodità del momento. Con tutti quegli idioti che ci sono in giro e che ostentano i più futili status symbol – presunti tali, in verità – per mostrarsi e sentirsi “importanti”, perché non si dovrebbero mostrare i libri come autentici e fondamentali status symbol intellettuali e umani? Senza contare che il libro non è un bene di consumo qualunque – non è un bene di consumo tout court, anzi! – ergo non merita lo stesso trattamento riservato a, per dire, un flacone di detersivo o un paio di scarpe, non trovate?

Insomma, ostentiamoli pubblicamente, i libri. E’ una forma di pubblicità progresso a favore della lettura tanto semplice quanto efficace, in fondo. E a favore della società.

P.S.: ma se proprio non potete fare a meno di girare per la città col vostro smartphone nuovo fiammante e ultramodaiolo, beh, allenatevi a tenere i libri sottobraccio. E’ semplice, vedrete!

Tra i selciati e i cornicioni di Lucerna

P.S. (Pre Scriptum! – come sempre, in questi casi): il seguente è un brano di anteprima d’un nuovo “scritto di viaggio” che ho voluto dedicare alla città svizzera di Lucerna. Le virgolette sono necessarie, dacché non è un semplice diario di viaggio, nemmeno un resoconto, e certo per nulla una guida turistica. E’ qualcosa invece di… Particolare, ecco, come mi auguro questo brano possa adeguatamente dimostrare.
Buona lettura!

“L’empire des étoiles”, elaborazione fotografica digitale (dal blog lucarotaimages.wordpress.com)
Quando ho l’occasione di visitare una città – anzi, dico meglio: ogni volta che il tempo mi permette di osservare una città, con l’acutezza visiva che spesso il mordi-e-fuggi più tipicamente turistico non consente di fare, è mia abitudine scorrere lo sguardo con una certa attenzione sui selciati e sui cornicioni cittadini. Sì: non solo su facciate, archi, finestrature, torri e quant’altro di classicamente architettonico – come già prima rimarcavo – ma pure ai margini, inferiore e superiore, dell’osservazione ordinaria della città. Perché, se il limite “orizzontale” della città è dato dai margini dell’estensione urbana, dal centro verso la parte di periferia oltre la quale i manufatti antropici non sono più prevalenti rispetto al terreno libero, il limite verticale è proprio quello, selciati e cornicioni. E’ tra di essi che la città è racchiusa, e sono essi che tracciano le linee fondamentali che identificano il corpo cittadino rispetto al territorio tridimensionale in cui è inserito. In alto, il susseguirsi più o meno continuo di falde, gronde, cornicioni, doccioni, ritaglia continue porzioni di cielo, determina la luminosità diffusa nelle vie, pone in dialogo l’opera architettonica, la sua forza oggettiva, la solidità – e il limite del fare umano – con l’aereo vuoto infinito, oltre a donare allo sguardo di chi voglia eventualmente sfuggire dall’abbraccio a volte opprimente delle mura cittadine una fuga, un sollievo, una nota di colore sovente più vivo di quello dei palazzi d’intorno. In basso, la superficie sulla quale si muove la vita – e scorre la vitalità, della città: selciati, marciapiedi, acciottolati, lastrici, fino a che non sia stato reso dominatore assoluto il manto d’asfalto per il traffico motorizzato – perché sia chiaro, che in una città sia preponderante lo scorrere degli autoveicoli rispetto a quello pedonale, è il frutto di una bella e buona stortura della nostra insensata era moderna, e una gran sconfitta dell’urbanistica residenziale, ovvero del buon vivere.
Per fortuna Lucerna non vive una così grave situazione di traffico, e il centro della città è semmai reso trafficato dal viavai dei mezzi pubblici e dei bus turistici più che dai veicoli privati, comunque senza mai divenire realmente caotico. Posso tranquillamente vagare per le vie esclusivamente pedonali, o con accesso agli autoveicoli regimentato, facendo scorrere lo sguardo sui selciati oppure sulle linee di gronda, facendomi guidare da esse come da un filo rosso urbano, un percorso ignorato dai più e tuttavia così tracciante, appunto, così rappresentativo e identificante. E’ l’epidermide cittadina che scorre sotto i miei passi, con le sue rugosità, le ruvidità o le parti più lisce, caratterizzata qui è là da tanti segni, piccoli nei più o meno evidenti – avete mai notato come anche degli ordinari tombini, dei banali e del tutto ignorati chiusini stradali, a volte presentino delle forme e delle armonie quasi artistiche? E come pure possano tracciare una storia minima ma significativa della città nella quale sono sparsi?
Poi prendo la scusa dell’incoccio visivo con un pluviale, che sull’angolo di un edificio si immerge in quel selciato, per alzare gli occhi lungo quel canale verso l’alto, e ricominciare a seguire le linee irregolari delle grondaie, dei cornicioni, con lo sguardo illuminato dal frattale celeste da quelle formato. In fondo, è come osservare una sorta di proiezione su un piano ortogonale della skyline cittadina, vista da dentro e per tutta la sua estensione, ovvero da terra fino al punto oltre il quale vi è il vuoto – solo aria, solo cielo.
Il centro di Lucerna non ha palazzoni troppo svettanti verso l’alto – che peraltro sono rari anche in periferia – con facciate sfuggenti, lisce, fredde come le pareti d’un inquietante labirinto, troppo regolari e precise tanto da sembrare inumane – lo sappiamo bene tutti: l’essere umano è imperfetto per sua natura, fortunatamente… – e camminando entro le quali può crescere rapidamente una sensazione di indifferenza verso il luogo se non di disunione, o pure (e peggio!) di anomia. Certo, sono percezioni, queste, del tutto soggettive, legate nel bene o nel male alla quotidianità e all’orizzonte ordinario di ognuno. Ma sono convinto che questi selciati e questi cornicioni lucernesi, con le loro linee irregolari, sghembe, a volte tortuose e apparentemente entropiche, possano tracciare in cielo e sul terreno un disegno nel complesso più armonioso, più equilibrato e urbano di quelle a volte studiate per filo e per segno da celebrati urbanisti che, se all’apparenza paiono perfette, cadono inevitabilmente nella volontà, o necessità, o imposizione, di regolare la dimensione cittadina, di sottometterla in qualche modo a diagrammi statistici che, tra infiniti numeri e calcoli, tendono a dimenticare troppo spesso la variabile “piacere”, ovvero il valore dello sguardo di chi li vive, che poi diverrà la messe di dati con il quale la mente costruirà la propria percezione dei luoghi, dunque la piacevolezza di starci o meno, appunto.
Per questo – anche per questo – mi perdo a osservare la città pure dove a nessun altro verrebbe di ammirarla, se non per motivi funzionali in nessun modo estetici. Personale pungolo visivo bizzarro, forse, eppure a suo modo interessante, illuminante e, come detto, identificativo.
E certo, se a ciò si aggiunge la proverbiale (ed effettiva, non leggendaria) pulizia elvetica del suolo pubblico, tanto meglio. Sui selciati la vita cittadina deve scorrere senza lasciare traccia alcuna; un’epidermide urbana ricca di imperfezioni è indubitabile sintomo di malattia (sociale)…