Dello scrivere libri, o di un efficace metodo per diventare indigenti

Piuttosto cinicamente (ma in fondo è pure autocinismo, questo) mi viene sempre più spesso da pensare che un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi (ove la sproporzione è rispetto al numero di lettori del mercato nostrano, chiaramente, il quale al momento non pare accennare a ridestarsi dal suo coma piuttosto profondo, peraltro indotto pure proprio dal gran numero di libri pubblicati, sovente di assai scarso pregio letterario, che ingolfano gli scaffali delle librerie nascondendo le – più rare – opere invece meritevoli d’attenzione) – dicevo, un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi sarebbe quello di far conoscere nel modo più obiettivo possibile agli aspiranti scrittori la realtà dell’editoria nostrana contemporanea: un mondo – per essere piatti – che si proclama nobile e sfavillante ma in realtà è ridotto con le pezze al culo e, a quanto sembra, sconsideratamente destinato a una sempre più prossima implosione.
Ovvero, in breve: volete scrivere libri per diventare ricchi e famosi? Farete probabilmente prima a diventarlo cercando aghi nei pagliai e vendendoli ai sarti, ecco.

Qualcuno che ci provi ad essere obiettivo sulla realtà dell’editoria italiana contemporanea peraltro c’è. Non so se lo faccia in base all’intento personalmente rimarcato; io – cinicamente, appunto – sì (e fate conto che, per quanto mi riguarda, a quel cinismo vado oltre ricordando quella nota massima di Emerson, “Chi scrive per sé stesso scrive per un pubblico immortale”). Dunque vi consiglio di leggere questo illuminante pezzo di Luca Bernardi, Quanto (non) guadagna uno scrittore?, pubblicato in origine da L’Indiscreto (vedi qui l’articolo originale) e ripreso da CheFare, da cui traggo anche il sunto che vi propongo di seguito (con un paio di altri significativi estratti dallo stesso articolo, in calce).
Buona lettura – un po’ meno la scrittura, invece…

C’era una volta un esordiente che doveva scrivere un articolo sui guadagni degli scrittori. Facile, pensavo, basterà chiedere a Tizio e Caio quanto prendono di anticipo, quali percentuali ricavano al netto dell’agente, come fanno quadrare i conti a fine mese. Più che un’inchiesta sarà la compilazione di un questionario. E invece…
E invece nessuno vuol far sapere quanto guadagna. “Io te lo direi pure, basta che poi nel pezzo non fai il mio nome”. Me l’avranno ripetuto in quindici questo adagio. Manco stessi scrivendo un articolo sulle logge nere. Insomma nessuna delle mie fonti ha voluto figurare per nome. Perciò, stando alle deposizioni di ignoti, ecco quanto ho raccolto.
Una piccola casa editrice seria pagherà al massimo mille Euro di anticipo (questo lo so anche per esperienza, avendo esordito a novembre con Tunué). Una casa editrice media si attesterà tra i cinquecento e i quattromila. Una grande tra i tremila e i diecimila. Poi ci sono tre o quattro editori che partono da cinquemila Euro e salgono anche molto a seconda della fama dell’autore.
Sembra inoltre che le cifre siano calate rispetto ai primi Duemila. Chiunque bazzichi nell’editoria da un po’ sostiene che la crisi abbia pressoché dimezzato gli anticipi. Nel 2003, per esempio, non era inaudito esordire per una major con un assegno da ottomila Euro. Oggi il ristagno del mercato e la contrazione degli introiti editoriali hanno impoverito ulteriormente chi scrive.
Dunque le grandi investono più delle piccole ma se sei al primo libro, o comunque mostri scarse prospettive commerciali, gli anticipi saranno tutt’altro che faraonici. Anche a esordire con Mondadori oggi è difficile ricevere un anticipo superiore ai cinquemila Euro. Il che significa l’impossibilità, almeno all’inizio, di mantenersi solo scrivendo.
A vivere di romanzi sono ormai in pochi in Italia. Anche perché tra chi venderebbe abbastanza da permettersi di non fare altro ci sono molte personalità i cui libri funzionano sul piano commerciale proprio grazie alla celebrità extraletteraria degli autori.
C’è una seconda fascia di persone che campa tra pubblicazioni di vario tipo, incarichi editoriali correlati, corsi di scrittura, traduzioni, giornalismo, docenze a contratto. Non fanno gli scrittori a tempo pieno ma nemmeno gli idraulici. Per la generazione dei miei genitori sono degli spiantati, per noi ventenni dei modelli di tenacia professionale.
Poi viene chi pubblica libri e scrive su testate online o cartacee ma sopravvive grazie ad altre fonti, professionali e non. Qualcuno li chiama pesi medi. Magari insegnano o fanno i liberi professionisti. Se sono giovani, cioè hanno meno di quarant’anni, hanno spesso famiglie che li aiutano.
(…)
Il quadro è desolante e non occorrono cattedre alla Normale per capire che dietro alla reticenza economica degli scrittori c’è in parte la tentazione di chiudere gli occhi davanti all’indigenza della propria sottoclasse sociale, e forse anche al tramonto di una cultura intesa come prestigio, ovvero quale vessillo di un potere che ormai cerca tutt’altri stemmi e casse di risonanza.
(…)
E che cos’è la carriera per uno scrittore se non l’uscita del proprio Meridiano, le orde di incravattati plaudenti a Stoccolma o le testate che lo inseguono per editoriali su temi di cui fino a un’ora prima ignorava l’esistenza. Certo, la carriera può essere una somma di questi elementi… eppure non si dimentica qualcosa? Be’, forse un conto in banca a sei zeri. E ribadisco che stiamo parlando di carriera, non della corrida tra titani per entrare nel canone, qualsiasi cosa esso sia, o perché il proprio nome svanisca buon ultimo tra quelli di tutti i parlanti nella propria lingua peritura.
Eccoci di nuovo al punto di partenza. Reputazione, alla fine, significa denaro. E senza soldi può darsi carriera? In una società di mercato, no. Nell’editoria, sembra di sì ma alla fine parrebbe di no. Fine della storia. Ma e se come da decenni sostengono i tifosi del post-umano il mercato stesse davvero morendo, non sarebbe allora l’editoria forse il vero laboratorio all’avanguardia, un workshop di lustri sugli scenari del post-lavoro e del post-salario (della post-inedia?) a cui presto o tardi, singolarità più o singolarità meno, la pletora degli universi professionali dovrà inchinarsi?

(Ribadisco: potete leggere l’intero articolo di Luca Bernardi, molto più articolato e ricco di informazioni sul tema, qui.)

Umani?

Umàno: lat. Humànus, da hòmo, uomo. Attenente, inerente o proprio all’uomo; che compassiona le infelicità del suo simile, e quindi benigno.


N.B.: le immagini sono tratte da questa serie pubblicata su IlPost. Il perché la testata abbia deciso di pubblicarle, lo potete leggere qui. Per quanto mi riguarda, chiunque le ritenga troppo forti per poter essere rese pubbliche sappia che ha tutta la mia disapprovazione e pure un inevitabile sdegno: perché a furia di chiudere gli occhi o di girare lo sguardo dall’altra parte, andremo a cadere nello stesso abisso senza nemmeno rendercene conto. E nel frattempo il resto del mondo si volterà dalla parte opposta facendo spallucce.

Il complotto del complotto


Comincio seriamente a pensare che dietro tutta questa proliferazione di complottisti ovvero sostenitori del “complotto” in senso assoluto, non possa che esserci un complotto.
Dunque, credo che prima o poi tali complottisti complotteranno su sé stessi e in tal modo, non essendoci in verità alcun autentico complotto da essi sostenuto, quando ciò avverrà spariranno di colpo, un po’ come materia e antimateria.
Ecco.

P.S.: cliccate sull’immagine per ingrandirla e scoprire inequivocabilmente che la “teoria del complotto” è tutta un complotto, e che dunque i “complotti” esistono. Eccome se esistono!

Quanti libri si possono leggere nel corso di una vita?

Risponde a tale domanda questo articolo di Studio, che a sua volta cita il sito americano Literary Hub e che vi invito a leggere per capirci di più – fate conto ad esempio che è basato sul mercato editoriale americano, appunto, che presenta una media di lettura pro/capite più alta di quello italiano (lo so, non ci vuole tanto per ottenere ciò!). In ogni caso, per farla breve, i risultati ottenuti sono quelli sotto riprodotti, divisi per genere e fasce di età con relative aspettative di vita e anni da vivere (e considerate peraltro che chi legge libri vive più a lungo!)

Ribadisco, i numeri indicati sono “americani”; ma se credete di poter essere assimilati ad una delle categorie di lettori indicate nell’articolo, forse il dato potrà essere significativo (tanto non lo verificherete mai, e anche se vi metterete a contare i libri letti, nel corso degli anni perderete il conteggio…)

So, here you are:

Donna, 25: 86 (61 anni da vivere)
Lettore medio: 732
Lettore vorace: 3.050
Super lettore: 4.880

Uomo, 25: 82 (57 anni da vivere)
Lettore medio: 684
Lettore vorace: 2.850
Super lettore: 4.560

Donna, 30: 86 (56 anni da vivere)
Lettore medio: 672
Lettore vorace: 2.800
Super lettore: 4.480

Uomo, 30: 82 (52 anni da vivere)
Lettore medio: 624
Lettore vorace: 2.600
Super lettore: 4.160

Donna, 35: 86 (51 anni da vivere)
Lettore medio: 612
Lettore vorace: 2.550
Super lettore: 4.080

Uomo, 35: 82 (47 anni da vivere)
Lettore medio: 564
Lettore vorace: 2.350
Super lettore: 3.670

Donna, 40: 85,5 (45,5 anni da vivere)
Lettore medio: 546
Lettore vorace: 2.275
Super lettore: 3.640

Uomo, 40: 82 (42 anni da vivere)
Lettore medio: 504
Lettore vorace: 2.100
Super lettore: 3.260

Donna, 45: 85,5 (40,5 anni da vivere)
Lettore medio: 486
Lettore vorace: 2.025
Super lettore: 3.240

Uomo, 45: 82 (37 anni da vivere)
Lettore medio: 444
Lettore vorace: 1.850
Super lettore: 2.960

Donna, 50: 85,5 (35,5 anni da vivere)
Lettore medio: 426
Lettore vorace: 1.775
Super lettore: 2.840

Uomo, 50: 82 (32 anni da vivere)
Lettore medio: 384
Lettore vorace: 1.600
Super lettore: 2.560

Donna, 55: 86 (31 anni da vivere)
Lettore medio: 372
Lettore vorace: 1.550
Super lettore: 2.480

Uomo, 55: 83 (28 anni da vivere)
Lettore medio: 336
Lettore vorace: 1.400
Super lettore: 2.240

Donna, 60: 86 (26 anni da vivere)
Lettore medio: 312
Lettore vorace: 1.300
Super lettore: 2.080

Uomo, 60: 83 (23 anni da vivere)
Lettore medio: 276
Lettore vorace: 1.150
Super lettore: 1.840

Donna, 65: 87 (22 anni da vivere)
Lettore medio: 264
Lettore vorace: 1.100
Super lettore: 1.760

Uomo, 65: 84 (19 anni da vivere)
Lettore medio: 228
Lettore vorace: 950
Super lettore: 1.520

Donna, 70: 87,5 (17,5 anni da vivere)
Lettore medio: 210
Lettore vorace: 875
Super lettore: 1.400

Uomo, 70: 85 (15 anni da vivere)
Lettore medio: 180
Lettore vorace: 750
Super lettore: 1.200

Donna, 75: 89 (14 anni da vivere)
Lettore medio: 168
Lettore vorace: 700
Super lettore: 1.120

Uomo, 75: 87 (12 anni da vivere)
Lettore medio: 144
Lettore vorace: 600
Super lettore: 960

Donna, 80: 90 (10 anni da vivere)
Lettore medio: 120
Lettore vorace: 500
Super lettore: 800

Uomo, 80: 89 (9 anni da vivere)
Lettore medio: 108
Lettore vorace: 450
Super lettore: 720

 

Royal Robbins (1935-2017)

Ieri se n’è andato verso altre dimensioni ultraterrene Royal Robbins.
«Embè?», diranno molti di voi, probabilmente non conoscendo il personaggio – e non è cosa della quale sentirsi in colpa, sia chiaro, posta la sua effettiva scarsa notorietà al di fuori degli ambienti alpinistici.
Sì, perché Royal Robbins è stato un grande, grandissimo scalatore – uno dei più grandi del secondo Novecento – ma non solo. È stato uno di quei personaggi la cui figura, la personalità, il carisma, le idee, il modus vivendi, l’attitudine e lo spirito, l’ascendente negli ambienti frequentati e parimenti al di fuori di essi, hanno contribuito a generare la contemporanea e più virtuosa visione etica del rapporto tra l’uomo, la montagna e la Natura in generale. Una filosofia, la sua, espansasi poi oltre i diretti riferimenti tematici diventando influente anche in altri campi del vivere odierno, immettendovi lucidità, razionalità, rigore, poetica, arte e una buona dose di sagacissima ironia.

A volte, nel considerare quei personaggi che in un modo o nell’altro crediamo abbiano cambiato il mondo e la nostra visione di esso, pensiamo a politici, intellettuali, scienziati… Giusto, senza dubbio: ma anche un “semplice” alpinista come Royal Robbins ha saputo portare a compimento una piccola/grande rivoluzione, probabilmente meno celebrata di altre ma certamente altrettanto importante, se non, per certi versi, di più. E anche per chi non sapesse chi sia stato.

Per conoscerlo meglio, alquanto preziosa risulta la biografia scritta da Pat Ament Royal Robbins. Il maestro dell’arrampicata americana, un libro (raffigurato qui a fianco) del 1993 ma che si trova ancora facilmente in commercio (nonostante l’editore lo segnali come “fuori catalogo”). Cliccando sull’immagine in testa al post, invece, potrete visitare il sito dell’omonima marca di abbigliamento fondata da Robbins negli anni ’70 nel quale si trova una bellissima sezione storica sulla sua figura, la filosofia e le imprese compiute.