Per una società senza più “finestre rotte”

Questo blog, lo sapere, vuole occuparsi di cultura. Cultura letteraria in primis, dacché è l’ambito di interesse primario per chi vi scrive, ma pure cultura artistica e, più in generale, cultura. Coltivazione della conoscenza, come rivela l’origine latina del termine stesso.
E’ dunque cultura anche la nostra presenza nel mondo quotidiano, i nostri gesti, le nostre azioni, i pensieri e gli intendimenti. Pur se alla fine siamo individui singoli, e per questo rispondiamo di ciò che siamo e facciamo in primis a noi stessi, siamo parte di una comunità sociale – sia la più minuscola ovvero, in senso più ampio e generale, la razza umana. Per tale motivo ogni nostro comportamento è cultura e (può/deve essere) fonte di cultura. Una cultura sociale, diffusa, partecipata, che è segno e sinonimo della nostra evoluzione umana, nonché base fondamentale della civiltà della quale siamo rappresentanti. Una cultura che, se viene a mancare, è come se mancassero quelle suddette fondamenta civili: crolla tutto, inesorabilmente.
Ecco, visto che (sono pessimista, lo so, ma vi assicuro: resisto ancora nell’essere il più ottimista dei pessimisti!) dalle nostre italiche parti pare che sempre più le relative fondamenta stiano rapidamente andando a pezzi, vi riporto questo illuminante articolo che ho trovato in originale QUI, e che ho leggermente adattato per una ancor maggiore comprensione. Un articolo che racconta e riflette intorno a una deduzione scientifica dal nome alquanto significativo, la…

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Teoria delle finestre rotte

Nel 1969, presso l’Università di Stanford (USA), il professor Philip Zimbardo ha condotto un esperimento di psicologia sociale. Lasciò due auto abbandonate in strada, due automobili identiche, la stessa marca, modello e colore. Una venne lasciata nel Bronx, quindi una zona povera e conflittuale di New York; l’altra a Palo Alto, una zona ricca e tranquilla della California. Due identiche auto abbandonate, due quartieri con popolazioni molto diverse e un team di specialisti in psicologia sociale, incaricati di studiare il comportamento delle persone in ciascun sito.
Si scoprì che l’automobile abbandonata nel Bronx cominciò ad essere smantellata in poche ore. Perse le ruote, il motore, specchi, la radio, ecc. Tutti i materiali che potevano essere utilizzati vennero presi, e quelli non utilizzabili vennero distrutti. Dall’altra parte, l’automobile abbandonata a Palo Alto rimase intatta.
È comune attribuire le cause del crimine alla povertà. Attribuzione nella quale si trovano d’accordo le ideologie più conservatrici, sia di destra che di sinistra). Tuttavia, l’esperimento in questione non finì lì: quando la vettura abbandonata nel Bronx fu demolita e quella a Palo Alto dopo una settimana era ancora illesa, i ricercatori decisero di rompere un vetro della vettura a Palo Alto, in California. Il risultato fu che scoppiò lo stesso processo, come nel Bronx di New York: furto, violenza e vandalismo ridussero il veicolo nello stesso stato come era accaduto nel Bronx.
Perché il vetro rotto in una macchina abbandonata in un quartiere presumibilmente sicuro è in grado di provocare un processo criminale?
Non è la povertà, ovviamente ma qualcosa che ha a che fare con la psicologia, col comportamento umano e con le relazioni sociali.
Un vetro rotto in un’auto abbandonata trasmette un senso di deterioramento, di disinteresse, di noncuranza, sensazioni di rottura dei codici di convivenza, di assenza di norme, di regole, che tutto è inutile. Ogni nuovo attacco subito dall’auto ribadisce e moltiplica quell’idea, fino all’escalation di atti, sempre peggiori, incontrollabili, col risultato finale di una violenza irrazionale.
In esperimenti successivi James Q. Wilson e George Kelling hanno sviluppato la cosiddetta teoria delle finestre rotte, con la stessa conclusione da un punto di vista criminologico, ovvero che la criminalità è più alta nelle aree dove l’incuria, la sporcizia, il disordine e l’abuso sono più alti.
Se si rompe un vetro in una finestra di un edificio e non viene riparato, saranno presto rotti tutti gli altri vetri. Se una comunità presenta segni di deterioramento civico e sociale e questo è qualcosa che sembra non interessare  a nessuno, allora lì si genererà la criminalità. Se sono tollerati piccoli reati come un parcheggio in luogo vietato, il superamento del limite di velocità o il passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi.
Se parchi e altri spazi pubblici sono gradualmente danneggiati e nessuno interviene, questi luoghi saranno abbandonati dalla maggior parte delle persone (che smetteranno di uscire dalle loro case per paura di bande), e questi stessi spazi lasciati dalla comunità saranno progressivamente occupati da sbandati, gente di malaffare, criminali.
Gli studiosi hanno sviluppato la teoria dei vetri rotti in una forma ancora più forte e grave, dimostrando in base a ricerche statistiche che l’incuria ed il disordine accrescono molti mali sociali e contribuiscono a far degenerare l’ambiente.
A casa, tanto per fare un esempio molto pratico, se il capofamiglia lascia degradare progressivamente la sua casa, come la mancanza di tinteggiature alle pareti che stanno in pessime condizioni, cattive abitudini di pulizia, proliferazioni di insane abitudine alimentari, utilizzo di parolacce, mancanza di rispetto tra i membri della famiglia e quant’altro del genere, poi, anche gradualmente ma inevitabilmente, cadranno pure la qualità dei rapporti interpersonali tra i membri della famiglia ed inizieranno a crearsi cattivi rapporti con la società in generale. Forse alcuni, un giorno, assumeranno comportamenti tali da porsi al di fuori della legge, e dentro un carcere.
Questa teoria delle finestre rotte può essere un’ipotesi valida a comprendere la degradazione della società e la mancanza di attaccamento ai valori universali, la mancanza di rispetto per l’altro e alle autorità (presupponendo che esse meritino rispetto, ovvio: il tutto ovviamente peggiora se le autorità per prime provocano, con il loro comportamento, il degrado delle comunità che amministrano!), la degenerazione della società e la corruzione a tutti i livelli. La mancanza di istruzione e di formazione della cultura sociale, l’assenza di buona informazione, la mancanza di opportunità, generano un paese con finestre rotte, con tante finestre rotte e nessuno che sembra disposto a ripararle.
La “teoria delle finestre rotte” è stata applicata per la prima volta alla metà degli anni Ottanta nella metropolitana di New York City, che era divenuta la zona più pericolosa della città. Si cominciò combattendo le piccole trasgressioni: graffiti che deterioravano il posto, lo sporco dalle stazioni, ubriachezza tra il pubblico, evasione del pagamento del biglietto, piccoli furti e disturbi. I risultati furono evidenti: a partire della correzione delle piccole trasgressioni si è riusciti a fare della Metro newyorchese un luogo sicuro. Successivamente, nel 1994, Rudolph Giuliani, sindaco di New York, basandosi sulla teoria delle finestre rotte e l’esperienza della metropolitana, ha promosso una politica di tolleranza zero. La strategia era quella di creare comunità pulite ed ordinate, non permettendo violazioni alle leggi e agli standard della convivenza sociale e civile. Il risultato pratico è stato un enorme abbattimento di tutti i tassi di criminalità a New York City.
La definizione “tolleranza zero” suona come una sorta di soluzione autoritaria e repressiva, ma il concetto principale di essa deve fare riferimento al rispetto delle regole di convivenza civica, con maggiore prevenzione e promozione di condizioni sociali di sicurezza. Non è questione di violenza ai trasgressori, né manifestazione di arroganza da parte della polizia – giammai, anzi: sarebbe essa stessa un’espressione di grave degrado sociale, ed in primis in materia di abuso di autorità dovrebbe valere la tolleranza zero. E non si tratta di tolleranza zero nei confronti della persona che commette il reato, ma è tolleranza zero di fronte al reato stesso, chiunque lo commetta. Lo scopo finale deve essere quello di agevolare la nascita ed lo sviluppo di comunità ordinate, rispettose delle regole che sono alla base della convivenza civica, sociale ed umana, dotate di alto senso civico e spiccata consapevolezza sociale, il tutto nella tutela assoluta dei diritti e delle libertà fondamentali di ogni cittadino.

Ecco: è bene di tornare a leggere questa teoria, e di diffonderla quanto più possibile soprattutto dalle nostre parti. Ce n’è un disperato bisogno, ahinoi.

Status symbol (autentici) da ostentare

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E quando andate in libreria ad acquistare uno o più libri (lo fate ancora questo esercizio di vita, vero?) non fateveli mettere nella busta che il librario vi offrirà. Teneteli in mano, mostrateli quando uscite dalla libreria e percorrete le vie cittadine, tra la gente. I libri vanno sempre mostrati, mai nascosti, nemmeno per comodità del momento. Con tutti quegli idioti che ci sono in giro e che ostentano i più futili status symbol – presunti tali, in verità – per mostrarsi e sentirsi “importanti”, perché non si dovrebbero mostrare i libri come autentici e fondamentali status symbol intellettuali e umani? Senza contare che il libro non è un bene di consumo qualunque – non è un bene di consumo tout court, anzi! – ergo non merita lo stesso trattamento riservato a, per dire, un flacone di detersivo o un paio di scarpe, non trovate?

Insomma, ostentiamoli pubblicamente, i libri. E’ una forma di pubblicità progresso a favore della lettura tanto semplice quanto efficace, in fondo. E a favore della società.

P.S.: ma se proprio non potete fare a meno di girare per la città col vostro smartphone nuovo fiammante e ultramodaiolo, beh, allenatevi a tenere i libri sottobraccio. E’ semplice, vedrete!

L’uomo invisibile (una storia vera)

Immagine tratta da http://www.lecconotizie.com/, rielaborata dallo scrivente.
Immagine tratta da http://www.lecconotizie.com/, rielaborata dallo scrivente.

C’è l’uomo invisibile personaggio fantastico che ha popolato romanci, film e serie TV – col quale fa il paio la donna invisibile, la supereroina dei fumetti, già. E ci sono uomini invisibili così costretti ad essere dalle storture della nostra società, che mette al bando chiunque non si “normalizza” o, per sorte infausta, si ritrova ai suoi margini. E poi c’è – c’è stato, purtroppo – un uomo invisibile per scelta, forzata senza dubbio ma pure consapevole e schietta, leale. Un “eroe” a suo modo, e si intenda tale aggettivo senza alcuna accezione consueta e tipicamente conferita allo stesso, dacché gli eroi propriamente e popolarmente detti sono creati (artificiosamente, spesso) per divenire modelli ed esempi per la gente comune, nonché di tal gente effige aumentata ed dilatata a dismisura, per così dire. Un anti-eroe, dunque, ma anche in questo caso la banalizzazione da abuso di tali terminologie è dietro l’angolo, ed è bene che lì resti.
Ho scritto “purtroppo”, poco sopra, perché di questo “uomo invisibile” è stato celebrato il rito funebre qualche giorno fa, a Lecco, davanti a poche persone tra le quali alcune autorità cittadine – presenza certamente ammirevole. Si chiamava Darno Nardi, nato a Fiume nel 1937, residente a Sesto San Giovanni fino al 1967 e poi resosi “irreperibile”: sparito, scomparso nel nulla, proprio così, tanto da essere ormai considerato deceduto da lustri (come da sentenza del Tribunale di Monza). E invece vivo e vegeto, residente in una piccola grotta alla base delle pareti montane che sovrastano Lecco, a poche centinaia di metri dal centro della città ma invisibile, sostanzialmente invisibile – fino, appunto, a un mese fa, quando il suo cadavere è stato ritrovato e recuperato a seguito del decesso per probabili cause naturali, un infarto verosimilmente.
Beh, non è poi così difficile sparire nel nulla, potrebbe osservare qualcuno: basta andarsene in un isola sperduta nell’oceano, mollando tutto, cambiando identità e quant’altro. Certo, ma non alla portata di tutti, a ben vedere; eppoi così non si sparisce, semmai ci si nasconde. E’ diverso.
Nardi viveva invece a pochi minuti da una città occidentale, popoloso e frenetico agglomerato urbano contemporaneo in tutto e per tutto ovvero parte integrante di quella società in cui tutti viviamo nella quale conta sempre di più essere, apparire, rendersi visibili – per scelta o per imposizione, tra presenze tv e sul web, selfie, status symbol, appariscenze pubbliche d’ogni sorta ma pure tra videosorveglianze, tracciature elettroniche, condizionamenti di massa, tecnologie da Grande Fratello sempre più sottovalutate (dalla gente comune) e invasive. Per più di quarant’anni – un periodo incredibilmente lungo, nella superveloce società contemporanea – Nardi è invece riuscito a rimanere invisibile, sfuggendo a qualsiasi controllo, a qualsiasi tracciabilità identificativa, ad ogni sistema solitamente inesorabile con cui il nostro mondo ingloba e normalizza chiunque, appiccicando addosso il proprio bel numero con cui guadagnarsi il posto nell’elenco infinito che in testa riporta il titolo “Consumatori”.
Ha scelto di rinunciare a tutto guadagnando così il tutto, ovvero ciò che più di tutto dovrebbe contare, per degli esseri senzienti come noi uomini, la libertà. Una libertà ricca di privazioni e certamente offuscata da chissà quanta infelicità, esteriore e interiore, tuttavia frutto di una scelta consapevole e di una ferma volontà di togliersi di mezzo dallo spazio-tempo corrente per crearsi un proprio micro-universo, dotato di un ecosistema difficile eppure “funzionante” al punto da resistere per decenni.
Nessuno sa se su tale sua scelta di invisibilità abbiano influito chissà quali sfortunate circostanze del passato, o se in qualche modo la sua natura di profugo istriano – nato in una terra che invece la libertà se l’è vista togliere in modo drammatico e con conseguenze sovente terribili – abbia fatto da motivo ulteriore. E’ un peccato che non glielo si possa più chiedere – ecco, è forse questo l’aspetto più negativo della sua dipartita: il non poter più chiacchierare con lui. Sono pronto a scommettere che avrebbe avuto molto da raccontare e ancor più da insegnare: insegnare come un solo piccolo uomo possa sconfiggere – nel principio ma pure nella sostanza – il nostro ipertecnologico e soggiogante mondo contemporaneo con tutte le sue categoriche convenzioni, e insegnare come si possano affrontare difficoltà impensabili per chiunque di noi, uomini di oggi viziati e rincitrulliti, senza dover chiedere a nessuno, e a nessuno chiedere conto. O forse egli avrebbe voluto chiedere, ma non ne ha avuto il coraggio, la forza, o forse non l’ha fatto per orgoglio, per sfida…

Sto congetturando fin troppo, lo so, e non ho affatto il diritto di farlo. Ma, ribadisco, io che in fondo ho saputo della storia di Nardi solo dai media, da quel giorno in cui venne rinvenuto il suo corpo esanime, ora mi rammarico tantissimo di non aver conosciuto la sua vicenda prima e così di non averlo conosciuto direttamente, e non averci parlato insieme. Anche poche parole, a volte bastano quelle per dire tantissimo e altrettanto capire – altra cosa che noi tutti qui, visibilissimi individui trasformati sempre più in merce a cui attribuire un qualche valore ovvero qualche utilità, stiamo sempre più dimenticando, soffocati dal rumore assordante che ci circonda e dalle sue frequenze penetranti, probabilmente studiate apposta per annullare sempre più il nostro intelletto e, per diretta e inevitabile conseguenza, la nostra libertà. Frequenze puntate ad altezza d’uomo, dunque – forse – non aventi effetto alcuno lassù, nella grotta appena sopra la città.
Sfortunato il popolo che ha bisogno di eroi, recita il noto motteggio. Fortunato invece chi, dico io, pure nella sua eventuale sfortuna sa diventare eroe per sé stesso.

Che la buona sorte sia dalla Sua parte in eterno, ora, Darno Nardi. Se la merita tutta.

Gli psicologi

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Essere anormali spesso vuol dire essere grandi, essere normali spesso vuol dire essere stupidi. (Oscar Wilde)

Un tempo pensavo che quella degli psicologi fosse una categoria pressoché superflua, e disprezzavo molti di quelli che vi si affidavano – a mio parere inutilmente ovvero senza validi motivi – perché ritenevo che ognuno dovesse avere la forza intellettuale e di spirito per capire da solo cosa vi fosse in sé che non andasse, risolvendola.
Ho cambiato idea, lo ammetto. Oggi spero che gli psicologi siano in grado di intervenire nel modo più solerte, ampio e approfondito possibile su tanta parte della gente comune, delle “persone normali”, augurandomi che possano guarirle.
Sempre che sappiano come fare e ci riescano.
O che non sia troppo tardi.

Nel ghetto di noi idioti acculturati

La ignoranzia non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dá mazzate da ciechi.

(Francesco Guicciardini)

Frequentando spesso – per un irrefrenabile e inguaribile bisogno fisiologico, oltre che per interesse diretto… – luoghi ed eventi culturali, e trovandovi spesso un sacco di gente – e, intendo dire, gente interessata e palesemente consapevole di quanto sta vivendo, non soltanto visitatori da mostra-blockbuster o museo-di-tendenza o evento-trendy che ci stanno solo per dire “io c’ero!” ma che alla fine del senso e/o del messaggio culturale relativo non resta poco o nulla nella loro zucca – sovente mi trovo ad essere felice di tali affollamenti, del vedere che meno male, c’è ancora gente, e ce n’è tanta, interessata alla cultura e intrigata da essa ovvero che non accetta pedissequamente di farsi rattrappire, mentalmente e intellettualmente, dal sistema che regge il nostro mondo quotidiano – e la nostrana terra in particolare. E dunque, inevitabilmente, mi ritrovo a formulare il più banale tanto quanto genuino e fiducioso dei pensieri: beh, dai, ma allora c’è ancora qualche speranza per questo nostro paese, c’è ancora la possibilità che il rincretinimento di massa non vinca su ogni cosa, che la cultura – in senso generale ovvero, per intenderci, le “cose intelligenti” – riesca a non essere sopraffatta dall’idiozia e dalla cialtronaggine generale!

Poi però, finito quel fiducioso entusiasmo, tornato alla vita di tutti i giorni e constandone la realtà dei fatti, ogni giorno sempre peggiore (visione di fondo assai pessimistica, lo ammetto, ma come ricordo spesso sono passato negli anni da essere il più pessimista degli ottimisti al più ottimista dei pessimisti, con tendenza negativa costante…), con identica inevitabilità mi chiedo: ma tutti noi (mi ci metto anch’io, nel bene e nel male e sperando di non risultare tronfio), noi gente che dimostriamo di avere ancora un cervello presumibilmente sveglio e attivo, noi che pare ci rendiamo conto di un bel po’ delle cose che qui attorno non vanno affatto bene e che frequentando ancora luoghi ed eventi di valore culturale – e dunque profondamente sociale – rilevante e importante per la nostra stessa realtà civica, con tutto ciò che poi ne consegue, dimostriamo di non assoggettarci a quel sistema che invece persegue palesemente l’apatia di massa al fine di meglio dominarci e imporci le sue decisioni – noi così fatti, insomma, ma dove diavolo andiamo a finire, se poi – appunto – allo stato dei fatti la decadenza morale, culturale, intellettuale, civica della nostra società continua imperterrita e, se possibile, accelera pure?
Siamo troppo snob, forse, abbiamo troppa puzza sotto il naso, diciamo a parole che abbiamo capito cosa c’è che non va e sappiamo cosa ci sarebbe da fare ma poi tutta la nostra azione cultural-sociale finisce lì, contenti – in modo fin troppo altezzoso, nel caso – di non essere parte della massa di pecoroni drogata e ipnotizzata dalla TV, dagli status symbol, dai vari e assortiti specchietti per le allodole sparsi in giro e dal pensiero unico ma, così facendo, lasciando ad essa campo libero in qualità di fanteria pesante calpesta tutto del suddetto sistema dominante. Ci riserviamo il controllo della teoria ma non la trasformiamo in pratica, e per ciò chi invece governa e impone la pratica riesce a sopraffarci pur senza avere alla base alcuna buona teoria – anzi! Ci stiamo auto-ghettizzando, ecco, convinti di essere sempre e comunque più fighi di quelli che stanno incollati alla TV, sbraitano per il calcio e pensano che senza un certo smartphone non si è nessuno, li evitiamo, li disdegniamo ma intanto quelli ci circondano – proprio come in mare la chiazza d’olio si espande sempre più e inquina inesorabilmente l’acqua pura, se non viene contrastata ed eliminata – e con l’appoggio del sistema ci richiudono in recinti sempre più piccoli.

Insomma: io di gente a cui il cervello funziona ancora ne vedo, e pure tanta. Ma perché invece sembra che l’avanzata degli idioti continui e in modo inesorabile? Perché non sappiamo trasformare la cultura in un’arma civica, non facendone solo una virtù ideale e un nobile vanto? Perché non sappiamo scaturire da essa, dalla sua fonte potente e infinita, un fiume di consapevolezza razionale che possa spazzare via il dominio sempre più assolutista della scempiaggine e dell’insensatezza?
Dove diavolo ci nascondiamo di continuo, noi, eh?
Che alla fine si sia pure più stupidi di quegli idioti dominanti, per come così passivamente ci stiamo facendo sbaragliare e sottomettere da essi?

E’ questo il pensiero, anzi, il dubbio finale che si genera ogni volta dalla mia frequente e costante disquisizione, che ora vi ho messo qui pure per iscritto. Ed è un dubbio che trovo veramente atroce, ve lo assicuro, e sempre più ogni giorno che passa guardandomi intorno, e vedendo come tutto continui ad andare allo scatafascio mentre tanti, troppi, se ne infischiano bellamente e se ne approfittano pure…