Tempus fugit (e di brutto!)

Tempus fugit, “Il tempo che porta via” ogni cosa, già. Ma Virgilio l’ha detta ancora più chiara, nel verso delle Georgiche da cui è tratta la locuzione: Sed fugit interea fugit irreparabile tempus, “Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo.”
È verissimo: il tempo fugge senza sosta e sovente non lo fa nemmeno dritto verso l’avanti ma zigzagando in modo “entropico”, mentre noi viviamo in un presente ovvero in un “punto zero” che divide passato e futuro il quale può avere senso e valore (per noi stessi) solo se glielo conferiamo con le nostre azioni – altrimenti non è che un “non tempo”, privo di spessore, di dimensionalità temporale e di realtà effettiva. Per tale motivo, io credo, non dovremmo mai perdere alcun istante della nostra vita per cercare di fare qualcosa di buono, per noi stessi e per il mondo che abbiamo intorno, che peraltro si dimostri tale anche se visto nel passato e, ancor più, se spinto nel futuro. E non è tanto una questione di carpe diem, ma di consapevolezza che oggi si può fare qualcosa di interessante, magari domani qualche altra cosa, dopodomani una diversa ancora e così via. Ovvero, almeno è utile non fare qualcosa di nocivo, per noi stessi e per ciò che abbiamo attorno.
Perché il tempo fugge via, appunto, e più si cresce con l’età più sembra accelerare e scappare in avanti: senza quasi rendersene conto, ci si ritrova poi in età avanzata con l’improvvisa presa di coscienza di non aver fatto ciò che di buono si poteva fare, e di aver sprecato la vita in cose del tutto futili, vuote, inutili, quando non deprecabili o deleterie. Meglio esserne coscienti prima, e per acquisire questa coscienza basta un minimo, proprio un minimo, di attività intellettuale. Molto meno di quella che sovente serve per buttare il proprio tempo in scempiaggini varie e assortite, ne sono certo.

P.S.: per chi fosse arrugginito con l’inglese, nell’immagine:
Le tre fasi della vita:
1. Nascita.
2. Cosa ca**o è ‘sta roba?
3. Morte.

L’Italia è una Repubblica fondata sulla caciara

L’Italia è una Repubblica diversamente democratica, fondata sulla caciara. La sovranità appartiene al caos, che la esercita alle spalle e alla faccia della Costituzione.

Tra i tanti possibili, questo è uno dei modi con cui si potrebbe modificare l’articolo 1 della Costituzione Italiana – un modo direttamente ricavato dalla constatazione della realtà di fatto che caratterizza la politica (nell’accezione originaria del termine ovvero la gestione della polis, della cosa pubblica) nostrana. Siamo già oltre (noi italiani sempre troppo avanti, vero?) la post-verità, la società post-fattuale, o meglio: al solito quella realtà di fatto la rappresentiamo alla nostra maniera, con un mix di infantilismo, gigionaggine, menefreghismo, cattofascismo/cattocomunismo, decerebrazione mediatica e imbarbarimento culturale, e i nostri politici, assolutamente bravi nell’interpretare al meglio il noto motteggio “ogni popolo ha i governanti che si merita”, non perdono quasi mai occasione di “istituzionalizzare” il tutto nelle povere (per ciò che tocca loro sentire) aule parlamentari. Basta constatare i recenti casi riguardo la legittima difesa, la vicenda della presunta collusione tra ONG e trafficanti di migranti o (per citare un caso apparentemente secondario ma ben dimostrante come la qui disquisita “fenomenologia” sia diffusa in modo assoluto) l’emendamento presentato nel DdL sulla concorrenza per “regolamentare” le chiamate di telemarketing – leggete qui i dettagli al riguardo – e la situazione vi apparirà del tutto chiara.

Nel mio essere un perfetto signor nessuno è da anni che lo affermo: l’Italia soffre da decenni (forse da secoli) di una totale incapacità di risoluzione dei propri problemi culturali (e voglio compendiare in questo termine anche gli ambiti politici, sociali, morali, etici e quanti altri, che a mio modo di vedere sono sempre e comunque derivazione – ovvero causa/effetto – della cultura di fondo del paese), e dunque che fa, di tali irrisolti problemi? Molto semplicemente, e altrettanto tragicamente, li cronicizza al punto da renderli normalità.

La criminalità organizzata è un esempio tra i più lampanti di tale cronico modus operandi: si è mai provato seriamente – e ripeto, seriamente – a sconfiggere mafia, camorra, ‘ndrangheta e compagnia criminaleggiante? A mio parere no, e dunque che si è fatto? La si è “normalizzata”, a discapito di quei tutori dell’ordine e di quei magistrati che invece hanno operato veramente contro di essa, spesso lasciandoci la vita. Ormai è normale che vi possano essere episodi di corruzione e collusione con le organizzazioni criminali nelle istituzioni pubbliche, no? Nemmeno più ci facciamo caso, quasi.

Altrettanto chiaro tra quelli recenti è il caso del nuovo testo di legge in tema di legittima difesa: un tema che rapidamente è stato strumentalizzato, inquinato da proclami populisti d’ogni segno e sorta, trattato attraverso infinite irrazionalità e proposte irrealizzabili, infarcito di stupidaggini varie, trasformato in una indegna caciara da bar di quint’ordine, appunto. Morale: non solo il problema della legittima difesa non lo si sta risolvendo, non solo non lo si affronta con la dovuta razionalità e l’altrettanto dovuta cognizione di causa, ma lo si sta peggiorando ovvero riducendo ad uno stato caotico che finirà per cronicizzare il problema stesso, con gravi ripercussioni sociali.

Purtroppo, in Italia, il principio di fondo che regola la trattazione delle questioni di rilevanza nazionale, così come quelle su minore scala ma sovente di uguale importanza per i cittadini, è quello delle tifoserie del calcio – non a caso oppio del popolo italico, inesorabilmente: nessun vero confronto civile, educato, costruttivo, solo dialoghi tra sordi, sfottò, insulti, corpo-a-corpo, risse verbali e non solo verbali, da cui alla fine si genera inevitabile confusione su confusione, anche istituzionale – e istituzionalizzata in proposte di legge sovente assurde e sostanzialmente avverse al benessere sociale dei cittadini che le devono subire.
Ed è un grave, gravissimo problema culturale, questo, prima che di qualsiasi altra natura. Ne sono fermamente convinto, come sono certo che solo analizzandolo primariamente da questo punto di vista si può fare qualcosa per avviarne una soluzione il più possibile definitiva.

La finisco qui, per non apparire troppo tedioso e arcigno. Anzi no, la finisco con una domanda – spontanea, dal mio punto di vista, posto quanto ho appena scritto: ma così facendo, noi italiani dove vogliamo andare, eh?

La politica è morta, abbasso la politica!

Sempre di più le democrazie occidentali producono – per sconcertante paradosso – un potere politico ormai completamente basato sulle caste, sull’autoreferenzialità, sul presenzialismo mediatico come unico contatto con gli elettori, sul più ridicolmente bieco populismo, sulla ciancia vuota e futile,  sull’insulto reso slogan – ultimo confronti delle presidenziali francesi docet. Ovunque, da destra a sinistra, i programmi sono ormai scomparsi, la finalità di guidare civicamente e moralmente i paesi è dimenticata, la “politica” nel senso originario del termine del tutto estinta: il fine principale dei politici contemporanei – sovente l’espressione peggiore della società da cui provengono – è preservare e accrescere il proprio potere, non più a vantaggio del paese governato ma a suo totale discapito. È vero: “ogni popolo ha i governanti che si merita”, ma tale desolante verità è un circolo vizioso sempre più autodistruttivo e letale, nel quale ad averne la peggio sono e saranno sempre, per primi, i singoli individui e comuni cittadini. A meno che, finalmente, quel popolo comprenda, con piena consapevolezza civica e morale, di non poter e dover meritare i governanti da cui si ritrova comandato… Ma forse è pura utopia, questa, ancor più di quanto sostenne Thoreau nella sua (vitale, oggi più di allora) Disobbedienza Civile: il governo migliore è quello che non governa affatto. Anche se, aggiungo io, non vedo come ci si possa ritenere una civiltà realmente avanzata se continuiamo a farci comandare da un sistema di potere politico tanto esanime, qualsiasi esso sia.

“È così che la massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo. Sono l’esercito permanente, la milizia volontaria, i secondini, i poliziotti, il posse comitatus ecc. Nella maggioranza dei casi non c’è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale, sono al livello del legno, della terra, delle pietre. Suppongo che se facessimo degli uomini di legno sarebbero altrettanto utili. È un tipo d’uomo che non richiede maggior rispetto che se fosse fatto di paglia o di un impacco di sterco. Ha lo stesso valore dei cani e dei cavalli. E tuttavia, normalmente, quegli uomini sono considerati buoni cittadini. Altri – come la maggioranza dei legislatori, dei politicanti, degli avvocati, dei preti e dei tenutari di cariche – servono lo Stato soprattutto in base a ragionamenti astratti; e poiché fanno assai di rado distinzioni morali, hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo.”

La “bravata” della morte

Essendo particolarmente sensibile alla percezione del livello di senso civico diffuso, non posso non unirmi al coro di chi protesta per come la notizia sottostante venga presentata da molti media: un efferato assassinio spacciato per “bravata” solo perché commesso da due minorenni. Evidentemente, il degrado culturale che sta soffocando la nostra società è probabilmente più grande di quanto pensiamo, con bieca delizia dei media che su ciò ci marciano sopra con il loro ormai cronico e qualunquistico clickbait per il quale nemmeno conta più la tragedia della morte, a quanto si direbbe – tragedia sempre più sdoganata verso il solito morboso sensazionalismo da reality televisivo. E se tale situazione non migliora, in fondo è perché noi tutti, che di quella società siamo parte – ovvero che quella società siamo, per fortuna o purtroppo – non facciamo abbastanza per evitarle l’abisso finale, anzi, sovente contribuiamo ad accelerare la corsa verso l’orlo. A partire dal considerare un fatto come quello in questione – ribadisco – un assassinio frutto di una barbarie culturale, sociale, civica, etica da combattere e debellare con fermezza e rapidità, e non una “bravata”, uno “scherzo finito male”, una cosa tutto sommato banale e ignorabile. La sostanziale accettazione della malvagità, in pratica, ovvero la normalizzazione della barbarie nella società civile. “Civile” dove, poi?

Spiace dirlo ma una bravata semmai si compie, con notevole ottusità, nel continuare a vedere, ascoltare, leggere certi media che hanno ormai da tempo rinnegato al loro compito di informare e magari acculturare – un termine del quale nemmeno più si ricorda il significato. Ecco.

Il lamentatore seriale

Eppoi ci sono i lamentatori seriali. Quelli che devono (e inopinatamente riescono a) lagnarsi sempre e comunque, ai quali non va mai bene nulla e se pure andasse bene tutto se ne lamenterebbero perché non va bene che tutto vada bene quando deve sempre esserci qualcosa che non va (bene). Quelli che se una cosa è bianca la vorrebbero, nera, se fosse nera la vorrebbero gialla, se fosse gialla rossa, e se fosse rossa pretenderebbero che fosse bianca. Quelli che, se fossero seduti su una montagna di denaro di loro proprietà, brontolerebbero del troppo vento che tira sulla sua cima; se fossero i primi uomini a mettere piede su Marte, reclamerebbero per tutta quella sabbia rossa sparsa sulla superficie; se trovassero il modo di diventare immortali, si lagnerebbero di quelli che non andranno mai al loro funerale.

Anche la lamentazione seriale, in fondo, è un sistema di rivendicazione dell’attenzione altrui da parte di chi non saprebbe altrimenti come richiamarla. Le lamentele di costoro non sono mai espresse con cognizione di causa ma per mero automatismo: non importa di cosa ci si lamenta, importa che ci si lamenti, punto. È un atteggiamento piuttosto affine alla bastiancontrariaggine viscerale ma sostanzialmente più semplice, più elementare ovvero più rozza: il bastiancontrario non è automaticamente un lamentatore e in certi casi “studia” la propria condotta contrastante o, quanto meno, ne possiede una qualche consapevolezza. Il lamentatore seriale, invece, è consapevole soltanto di doversi necessariamente lamentare di qualcosa, qualsiasi essa sia e senza pensare o capire cosa sia, anche perché d’altro canto non richiede che gli altri capiscano la sua lamentela: però pretende che tutti la ascoltino, ovviamente senza controbatterla – esercizio peraltro sostanzialmente inutile, questo. In fondo egli non si sta realmente lamentando di nulla: il suo è un riflesso incondizionato ancorché cronico, appunto. Per tale motivo finirà pressoché sempre col fare o con l’essere ciò di cui si lamenta continuando nel frattempo a lagnarsene, e questo è l’eloquente segno della sua imperterrita e irrimediabile serialità.

Ugualmente inutile è lamentarsi con esso del fatto che si lamenti sempre di qualcosa: ciò servirebbe solo da pretesto per ulteriori e ancor più veementi lamentazioni. Inoltre ciò finirebbe per soddisfare quel suo disperato bisogno di attenzione: conviene invece lasciarlo nel suo brodo, per fare che, nella propria irrefrenabile lamentazione, finisca finalmente per lamentarsi pure di sé stesso raggiungendo con ciò il proprio acme assoluto e dunque autoannichilendosi subito dopo.

In ogni caso, pur se malauguratamente ciò non avverrà, qualsiasi altro atto nei suoi confronti sarà tempo sprecato, dunque da evitare: come pensare di svuotare l’oceano con un cucchiaio, in pratica. Non conviene nemmeno provarci, neanche spendere mezzo secondo per pensare di farlo: tanto per il lamentatore seriale l’acqua sarà sempre troppo bagnata.