Che i giornalisti facciano ciò che vogliono, ma non i giornalisti! (Sergej Dovlatov dixit)

Nel giornalismo, ad ognuno è concesso fare una cosa, ma che sia una sola. In quella e solo in quella violare i principi della morale socialista. Per esempio a uno è concesso bere. Ad un altro fare il delinquente. Ad un terzo raccontare barzellette politiche. Ad un altro essere ebreo. Ad un altro non essere iscritto al partito o, per esempio, condurre una vita immorale. Eccetera. Ma ad ognuno, ripeto, è concessa una cosa sola. Non si può essere contemporaneamente ebreo e ubriacone, Delinquente e non iscritto al partito…

(Sergej DovlatovCompromessoSellerio Editore, Palermo, 1996, traduzione dal russo e cura di Laura Salmon, pag.140.)

Badate bene: Dovlatov fa riferimento alla sua esperienza di giornalista nella Tallinn sovietica di metà anni Settanta e lo fa con la sua celeberrima, pungente ironia. Ovvero, egli sottintende: ai giornalisti servitori (volenti o più spesso nolenti) dell’ideologia di regime era concessa una di quelle cose elencate, ma assolutamente non fare giornalismo, non raccontare la realtà dei fatti ai lettori dei giornali del tempo o agli spettatori dei canali TV di Stato, non ci provare nemmeno a fare autentica informazione. Allora sì, era concesso loro un qualche tipo di “sfogo” alla vita altrimenti rigidamente avviluppata nelle maglie del regime e ai suoi voleri asservita. Ma non fare i veri giornalisti, giammai.

Beh, almeno allora una “motivazione” – la bieca, coercitiva e opprimente morale socialista – per tale sorta di condizione professionale c’era. Oggi no, anzi. Eppure non mi pare che dalle nostre parti, nella sostanza, la situazione sia diversa dall’Estonia sovietica di allora – almeno non per quanto riguarda la qualità dell’”informazione” di tanta stampa e altrettanti media, se ancora tale termine sia corretto utilizzare.

P.S.: cliccate sull’immagine di Dovlatov per leggere la mia recensione a Compromesso.

Sergej Dovlatov, “Compromesso”

cop-DovlatovIl mondo della letteratura è parecchio strano, a volte, più di altri ambiti assimilabili. Gli eccessi di notorietà ovvero le mancanze che caratterizzano certi scrittori risultano non di rado inspiegabili, o forse in verità non si può spiegare qualcosa il cui gradimento sostanziale deriva da un esercizio del tutto singolare e individuale quale è la lettura, quando invece i film o la musica godono di una fruizione attiva di natura generalmente collettiva. E se oggi quei sobbalzi di notorietà – verso l’alto o il basso, ribadisco – diventano ancora più evidenti (ma paradossalmente più spiegabili dall’influenza dei media e della rete sui gusti diffusi) – anche nel passato i casi di scrittori e opere letterarie di pregio per di più misconosciuti dal grande pubblico, oppure da esso per oscuri motivi non particolarmente graditi, sono numerosi.
Ecco, credo che Sergej Dovlatov sia uno di quegli scrittori. Io stesso, lo confesso, sono arrivato a leggerlo non tanto per un interesse diretto sul personaggio e la sua scrittura quanto su una città, Tallinn, che fa da sfondo al libro di cui vi sto per dire: Compromesso (Sellerio Editore, Palermo, 1996, traduzione dal russo e cura di Laura Salmon. Orig. Kompromiss, 1981). Dovlatov, nato nel 1941 a Ufa, a ridosso degli Urali, finì nell’attuale capitale dell’Estonia, allora sotto il dominio dell’URSS, come giornalista e corrispondente di alcuni quotidiani locali. Di carattere e temperamento piuttosto ribelle e indisciplinato – ma in senso buono, intendo dire, ovvero come insofferente al rigore imposto dal regime sovietico – vedeva puntualmente i propri articoli rivisti e corretti dalla rigida censura in vigore: quei giornali, in base alle direttive del PCUS, non dovevano fare informazione ma “educazione politica e ideologica”, anche in caso di notiziole apparentemente insignificanti – e nonostante il già allora evidente suo grande talento narrativo e letterario…

dovlatov-photoLeggete la recensione completa di Compromesso cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Il giornalismo è un commercio su larga scala (Sergej Dovlatov dixit)

Sui giornalisti si è espresso in modo eccellente Ford: “Un cronista onesto si vende una volta sola”. Ritengo tuttavia che questa affermazione sia idealistica. Il giornalismo ha i suoi punti-vendita, i suoi negozi dell’usato e persino il suo mercatino delle pulci. Cioè è un commercio su larga scala.

(Sergej Dovlatov, CompromessoSellerio Editore, Palermo, 1996, traduzione dal russo e cura di Laura Salmon, pag.176.)

dovlatov-photo2No! Non ci crederete, ma in questa citazione non si sta dissertando del giornalismo nostrano! Impossibile, dal momento che Dovlatov, nel libro dal quale è tratta tale citazione, raccontava della sua esperienza di corrispondente a Tallinn, a metà anni Settanta, nell’Estonia allora sotto il dominio del comunismo sovietico.
Come? Ma allora da quei tempi e da quella condizione politico-ideologica repressiva non è cambiato molto, dite?
Eh, in effetti…

(P.S.: cliccate sull’immagine di Dovlatov per leggere la mia recensione a Compromesso.)

Chi c’è al capezzale del comatoso Salone del Libro di Torino?

Cultora-SaloneTorinoSiamo sinceri: pensavamo (ovvero ci hanno fatto credere) che fosse forte, atletico e aitante, invece il Salone del Libro di Torino è un malato claudicante, parecchio deperito se non già in stato comatoso. Ed è una cosa parecchio brutta, sia chiaro, dacché, piaccia o meno, si sia guastato e volgarizzato oppure no, resta almeno in linea teorica l’evento dedicato ai libri e alla lettura più importante in Italia, e potenzialmente il più prestigioso nonché fruttuoso per il comparto stesso.
Bene (male): posto ciò, come rivela l’articolo di Federica Colantoni su Cultora (cliccate sull’immagine lì sopra per leggerne l’originale), chi si sta ora organizzando per cercare di portare i soccorsi, o quanto meno qualche utile aiuto, al suddetto malato grave torinese? Gli editori, ok, ma quali? Quei grandi gruppi editoriali che hanno biecamente lottizzato il Salone con i propri megastand-supermercato relegando i piccoli e gli indipendenti a (quasi) mere comparse? No. Non sono pervenuti, lorsignori. Sono soprattutto gli editori indipendenti, piccoli e medi, a mettersi per primi in azione e cercare di salvare il Salone: Instar Libri, Chiarelettere, Minimum Fax, Sellerio… Poi c’è Longanesi, nome già più affine alla grande editoria ma dotato di propria fama prestigiosa, mentre degli altri oligopolisti dominatori del mercato editoriale nostrano, al momento in cui scrivo queste mie note, non c’è traccia. Arriveranno, probabilmente, quando capiranno come mettersi di traverso e far passare tale iniziativa di salvataggio come proprio merito esclusivo… In ogni caso, al momento, chi si sta impegnando per salvare l’evento torinese è soprattutto quella parte di editoria che dall’evento stesso è stata non di rado presa a pesci in faccia. E chissà, nell’augurabile caso che il salvataggio vada a buon fine, se il Salone si ricorderà poi di ciò, o se tornerà inesorabilmente a genuflettersi al volere e alle pretese dei grandi editori – quelli che vorrebbero tenere alto il vessillo della lettura e della produzione letteraria nazionale ma che, negli ultimi lustri, non hanno fatto che danni, oltre a un sacco di libracci di infimo livello.

Atti di (mala)fede (Augusto Monterroso dixit)

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Le idee che Cristo ci lasciò sono tanto buone che fu necessario creare tutta l’organizzazione della Chiesa per combatterle.

(Augusto Monterroso, Cristianesimo e chiesa, in Il resto è silenzio, a cura di Barbara Bertoni, Sellerio 1992, pag.124; citato da Paolo Nori qui)

Affermazione ineccepibile quella di Monterroso – un autore di mirabile valore letterario che meriterebbe ben più considerazione, dalle nostre parti, di quanto non abbia. Ineccepibile dacché comprovata dalla storia, da venti secoli a questa parte e fino ad oggi. E, voglio dire: compreso, l’oggi.