Di ispirazioni letterarie fin troppo avide (Woody Allen dixit)

Sembra che Dostoevskij scrivesse per soldi in modo da finanziare la passione per i tavoli di roulette di San Pietroburgo. Faulkner e Fitzgerald, dal canto loro, prestarono il propri talento ai rozzi magnati che stipavano il Garden of Allah di sceneggiatori portati all’Ovest col compito di sfornare fantasticherie di cassetta. Apocrifa o no, la mitigante consapevolezza che geni di quel calibro avessero temporaneamente ipotecato la propria integrità mi volteggio nella corteccia cerebrale qualche mese fa, quando squillò il telefono, mentre mi trascinavo per l’appartamento nel tentativo di sollecitare alla mia musa un tema degno di quel librone che un giorno dovrò pur scrivere.

(Woody AllenPura anarchiaBompiani Tascabili, 2007, traduzione di Carlo Prosperi, pag.39.)

woody-allen-1Beh, effettivamente in non pochi casi le “muse” di certi scrittori, più che “ninfe dei monti” – come sembra che l’etimologia originaria interpreti il termine – col tempo sono diventate ninfe dei conti! Ma, a parziale rivalsa dell’etica della categoria, bisogna denotare che di scrittori che abbiano conti da fare, nel senso pecuniario del termine e sulla colonna “entrate” del proprio rendiconto, oggi sono ben pochi! Ovvero, in parole povere: non resta che abbuffarsi di lenticchie, visto il periodo, e sperare che almeno questo funzioni…

Solo un quadernetto per appunti?

ads5245_csw_rlSe c’è una cosa affine al libro per la quale trovo altrettanto meritati i soldi spesi per acquistarla, è un quaderno per scrivere. Dei più semplici, non importa che sia di qualche marca in voga o che altro: qualche foglio di carta rilegato, magari in un formato comodo, da tasca, così da poterlo avere sempre con sé, per scriverci qualsiasi cosa ci frulli per la mente. Appunti, idee, intuizioni, dubbi da dirimere, ricordi da tener presenti, nomi di cose e persone interessanti, follie varie e assortite… qualsiasi cosa, ribadisco, ma scritta a mano su carta.

A parte il triste fatto che, nel nostro mondo webizzato e tastierizzato in modo più o meno touch (niente di male, per carità, anzi!), ci stiamo dimenticando come si fa a scrivere a mano e la bellezza di questo gesto tanto antico eppure così preziosamente antropologico e profondamente culturale… inoltre, avere la possibilità di appuntarsi qualche cosa di interessante che si è visto o che è comparso in testa, facendo di ciò un’abitudine consapevole, sia un appunto più o meno utile, più o meno profondo o che altro, è come rendere un po’ più chiara, più determinata la vita che stiamo vivendo, è come mettere agli atti qualche suo elemento più importante di altri, è – prendendo come senza dubbio condivisibile ciò che tanti dicono della lettura in quanto sfogo ovvero fuga dal mondo ordinario quotidiano e dalle sue incombenze spesso grevi – come avere l’opportunità di tracciare da soli la strada da seguire per quella nostra fuga, o almeno di mettere per iscritto alcune delle deviazioni intraprese, ecco.
Eppoi, ogni tanto è bene fissare la memoria delle cose su un supporto reale e fisico, non affidare sempre tutto alle memorie virtuali, meravigliose, comodissime, utilissime ma a volte – paradossalmente – così tanto al punto da diventare causa prima della dimenticanza e dell’oblio!

Jules Renard sosteneva che “Si dovrebbe scrivere come si respira. Un respiro armonioso, con le sue lentezze e i suoi ritmi all’improvviso affrettati, un respiro naturale, ecco, il simbolo del bello stile.” Io, più semplicemente e certo senza proporre un personale indegno paragone con lo scrittore francese, sostengo che si dovrebbe scrivere come si deve respirare. Un qualcosa di naturale, di spontaneo, di umano. Una forma semplice di intelligenza assoluta. E non importa cosa o quanto si scriva, lo ribadisco: bastano poche parole, qualche appunto, una traccia scritta. In fondo, è un segno della nostra presenza attiva nel mondo, anche quando essa resti confinata alla nostra mera personale conoscenza. Una traccia su un foglio di carta che, nel suo piccolo e significativo percorso alfabetico, può riprodurre almeno in parte la traccia della nostra vita, rendendola anche più importante di quanto non sia, più di valore. Anche su un quadernetto acquistato per poco o niente.

“Le” Parole – 13, SCRIVERE (ovvero: cos’è/cosa dovrebbe essere realmente uno “scrittore”?)

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

senza-nome-true-color-02L’etimologia della parola scrivere – nella particolare formulazione illustrata non tanto nella voce Treccani qui sopra ma in quella di seguito riprodotta (tratta dalla versione web del famoso Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani), che richiama altri significati originari come raschiare, incidere, scavare, scriverescolpire ecc. – termini che peraltro rimandano direttamente ad una matrice prettamente artistica dell’atto in sé -, mi ha fatto riflettere su una particolare interpretazione del relativo termine “scrittore” ovvero del senso contemporaneo dello scrivere, dalla quale ricavo una provocazione: quanto gli scrittori contemporanei sanno raschiare, scolpire, scavare nella lingua utilizzata, scritta e diffusa oppure quanto la rendono un mero e “inevitabile” strumento espressivo? Formulo la questione da un altro punto di vista: quanto gli scrittori di oggi, producendo letteratura, sanno creare, plasmare, forgiare o anche solo innovare la lingua, incidendo le loro opere direttamente nel corpo di essa così da modellarne la forma e dunque in qualche modo tornando a quell’accezione originaria del termine scrivere?

Credo da sempre che l’esercizio dello scrivere letterario non possa mai esimersi, in un modo o nell’altro, da una attiva necessità di evoluzione della lingua scritta, sia essa più o meno evidente. Penso allo scrittore come a un forgiatore del linguaggio, un modellatore della sua forma scritta e dunque, di rimando, di quella parlata, colui al quale è demandato – forse più che a chiunque altro – il compito di non lasciar infiacchire la lingua, di mantenerla sempre ricettiva nei confronti del presente e in moto vivace verso il futuro senza ovviamente mettere da parte il proprio passato: un arricchimento continuo, necessario e prezioso, insomma, di cui deve essere il promotore e il custode.

Posto ciò, altra domanda: dunque gli scrittori oggi, sono realmente tali oppure – a parte pochi casi – sono “solo” dei narratori? Sia chiaro, senza che l’un termine o l’altro possa e debba sancire la miglior qualità della letteratura prodotta: inutile dire che vi sono in circolazione scrittori di scarso pregio e narratori fenomenali. Ma, a prescindere da ciò, mi torna in mente quel noto motteggio di Paul Gauguin, l’arte o è plagio o è rivoluzione: e siccome la letteratura è arte (una verità che molto spesso tanti scrittori, o presunti tali, dimenticano per primi), la regola gauguiniana può senza dubbio essere adattata alla scrittura e indicare – ribadisco – come di principio non vi possa essere scrittura autenticamente letteraria che non rivoluzioni – o almeno non ci provi a farlo ovvero non sperimenti possibili innovazioni – la lingua, poco o tanto che sia.

Ecco, a mio modo di vedere il vero scrittore è costui: un rivoluzionario delle idee e parimenti del linguaggio – in misura certamente variabile ma altrettanto percepibile. È anche una precisa responsabilità insita nell’atto dello scrivere, questa, della quale ogni autore deve essere consapevole: potrà poi rispettarla o meno, nella massima e ovvia libertà espressiva possibile ma, in ogni caso, la deve riconoscere.

Sulla responsabilità del narrare (special guest: Emanuela E. Abbadessa)

snoopy-scrittoreSovente pubblico qui sul blog dissertazioni – di genere vario ma obiettivo comune – sull’esercizio della scrittura letteraria, lo sa bene chi il blog lo segue con regolarità. Sono profondamente convinto che buona parte dell’attività di scrittura sia fatta dal continuo studio e dalla riflessione del senso, della forma, della sostanza e dell’essenza di essa, e ciò perché scrivere qualcosa che poi venga pubblicato rappresenta una grandissima responsabilità, non solo verso i lettori ma pure verso sé stessi autori. Questo implica che non  ci si possa mai sentire “arrivati”, nello scrivere, mai: è come percorrere una strada che può offrire panorami meravigliosi, a volte tranquilla e ampia, altre volte faticosa, piena di ostacoli e della quale non si conosce la fine, ma la cui percorrenza verso quel suo orizzonte indeterminato è fondamentale per non ritrovarsi fermi in mezzo ad essa, statici, privi di moto – qualcosa, dunque, di totalmente avulso dal senso stesso di una strada, che è appunto il viaggio su di essa. E se è vero che, sovente, la meta è proprio il viaggio, direi che ciò può valere anche nella grande avventura della scrittura letteraria, ancor più se nel corso di esso si possono incontrare altri viaggiatori con cui condividere quella strada, quei panorami, le visioni, le sensazioni, le idee.

Emanuela Ersilia Abbadessa, raffinata e arguta scrittrice (ma non solo – l’ultimo suo libro è questo) è certamente una di essi. A sua volta spesso medita sul senso dell’esercizio della scrittura, riportando poi le riflessioni elaborate in illuminanti articoli, uno dei quali voglio proporvi di seguito. Il tema principale di esso è la responsabilità dell’autore nei confronti della narrazione del “bene” e del “male” e sulla necessaria elaborazione di una consapevolezza circa l’effetto che la forma e la sostanza di questa narrazione può avere sul lettore. Tema assai importante e pesante (di argomenti e di relative possibili elucubrazioni, intendo dire), in senso letterario, ma con il quale prima o poi un autore si potrà ritrovare ad avere a che fare – se scrive autentica letteratura e non storielle da libroidi per ipermercati, certo.
Ringrazio di cuore EE per avermi concesso dal suo convento il consenso alla pubblicazione dell’articolo (che trovate in versione originale qui).
Buona lettura!

virgoletteCara amica,
qualche tempo fa, mi chiedevi se io scriva tutto ciò che mi passa per la testa e mi trovavo insieme a te a interrogarmi sulle responsabilità di chi usa la parola come mezzo di comunicazione. Naturalmente il gradiente di impegno cambia a seconda dell’uditorio che viene raggiunto e, come sai, credo che scrivere sui social o più in generale sul web, ci carichi di grossi oneri proprio per la vastità del pubblico che ipoteticamente può leggerci. Per questo detesto esprimermi su Facebook, ad esempio, su fatti di forte impatto emozionale o che, come recentemente avvenuto, coinvolgono le esistenze di molti.
emanuela-e-abbadessaLa scrittura di un romanzo offre possibilità di riflessione ancora diverse rispetto a questo argomento. Ho provato a riassumerle in un articolo apparso su “La Civetta” (anno XXI, luglio-settembre-agosto 2016) che ti riporto qui.
Devotamente
EE.

Ogni libro è un viaggio. Lo è sia per l’autore che intraprende un cammino scrivendo un incipit, sia per quanti leggeranno. I viaggi ci cambiano e leggere, dunque, è un modo per mettere in mano ad altri la possibilità di cambiarci la vita.
Ogni libro cambia la vita di chi scrive e di chi legge. E facendo scorrere gli occhi tra le righe, anche nell’illusione di tenere tra le mani un qualsiasi mezzo di intrattenimento, una parte di noi è consapevole che le singole parole, il modo di concatenarsi tra loro e i sensi del racconto, alla fine, ci renderanno persone diverse.
Non tutti i libri però danno al lettore la medesima percezione del mutamento. La cosiddetta narrazione di genere, nella rassicurante uniformità di plot che si ripetono sempre simili e nell’osservanza di regole abbastanza precise, appaiono, d’acchito, incapaci di cambiarci davvero. Con i loro buoni e i loro cattivi, sempre caratterizzati da certezze dentro le quali è quasi impossibile fare insediare margini di dubbio, i gialli, ad esempio (così come i romanzi rosa, i noir e tutto ciò che può essere ascritto a una categoria più o meno precisa), rappresentano una realtà talmente fittizia da divenire, per iperbole, rassicurante.
Ma cosa avviene invece quando, fuori dalla narrazione di genere, per dirla manzonianamente, non è possibile dividere il bene e il male con un taglio così netto che una parte dell’uno non resti nell’altro? Accade, che il lettore si trova di fronte a qualcosa in grado di scompaginare le sue convinzioni ma, nello stesso tempo, ha davanti personaggi che somigliano a lui nelle insicurezze, nelle debolezze, nel desiderio di vendetta così come nelle ambizioni, insomma, nel bene e nel male e, a volte, al di là del bene e del male. Cioè, accade che il libro narra effettivamente la vita e non la sua cristallizzazione stereotipata dentro canovacci di genere più o meno aderenti ad essa e che del vero hanno solo la pretesa ma, nei fatti, proprio in forza della divisione netta tra bene e male, consegnano al pubblico un altrove in cui l’ordine interiore rassicura perché diverso dalla vita reale.
Affrontare i grandi temi intorno ai quali l’uomo indaga da sempre – la vita, la morte, l’amore – è compito e responsabilità dello scrittore.
Nel tempo però sono mutati i gradienti di responsabilità e questi temi, non potendo più essere affrontati con i medesimi strumenti, hanno sovraccaricato il narratore di responsabilità, sia al momento dell’indagine, sia in quello della consegna al pubblico.
Se si potesse dare una data ideale al giro di boa che ha costretto chi scrive a portare sulle spalle il peso del dubbio e rappresentare personaggi più reali e al contempo più inquietanti, dovremmo provare a considerare il tempo circolare, liberarci delle gabbie cronologiche e postulare una possibile mescolanza di diacronia e sincronia.
Per il suo potere evocativo e per la larga diffusione della vicenda, poniamo come spartiacque il dubbio amletico. Esso non riguarda solo la possibilità dell’esistenza di una “giusta vendetta”, ma addirittura la totale riscrittura dei rapporti tra vita e morte e tra uomini: così, la bomba deflagra nella narrativa e pone scrittore e lettore di fronte al dubbio grazie all’introspezione o, per dirla più precisamente, alla psicanalisi.
In forza dell’idea di circolarità del tempo delle idee, un archetipo (in questo caso quello del Principe di Danimarca) non deve necessariamente venire cronologicamente dopo un’acquisizione scientifica e, dunque, poco importa l’epoca in cui Shakespeare vi pose mano se Amleto è in effetti roso da inquietudini a cui Freud avrebbe dato, vari secoli dopo, nomi assai precisi.
Ecco il punto: nel momento in cui uno scrittore “giustifica” il male narrando il pregresso di un personaggio gli concede in qualche modo delle circostanze attenuanti e le azioni stesse di un cattivo smettono di essere inchiodate a un pirandelliano teatro di cartapesta, cessano di essere abiti comodi indossati per una commedia dell’arte e diventano il risultato di un portato di traumi. Se sapessimo da Hugo che l’ispettore Javert – ostinato nel suo male e nel cieco desiderio di perseguire Jean Valjean in modo acritico, in forza di un’idea di giustizia che non ammette né espiazione né rieducazione – da bambino era stato vittima di bullismo o di abusi, molto probabilmente saremmo anche pronti a giustificare buona parte delle sue azioni. Stesso discorso può essere valido per qualsiasi personaggio a cui si associa un’idea concreta di male ma, per una curiosa specularità, di rado il pregresso di un personaggio è utilizzato per dare conto delle azioni virtuose di cui si può fregiare.
A questo punto, sia pure con qualche approssimazione, risulta che la narrativa moderna ha dovuto rinunciare alla netta divisione tra buoni e cattivi usando le armi dell’introspezione e della coscienza perché questa è responsabilità precisa dello scrittore: tenere fede al patto col lettore e fornire una narrazione verosimile. Di contro, spogliato di questa stessa responsabilità, l’autore di genere può permettersi di attenersi al realismo descrittivo di fatti e luoghi relegando di contro la vita, la morte e l’amore in uno spazio protetto in cui proprio l’estremo realismo, come in un gioco degli specchi, allontana dal vero per la carenza dello sguardo “dubbioso” sui personaggi.
Forse questo è solo un modo come un altro per esorcizzare la paura della morte e quella dell’amore capace di far compiere azioni estreme. Ma le inquietudini della vita narrate dalla letteratura, sono ben altra cosa.

Cosa serve veramente per scrivere bene?

ge2Pare che un giorno qualcuno chiese a quel vecchio ubriacone geniale di Charles Bukowski cosa serva veramente per scrivere e lui rispose che per scrivere servono due cose: una macchina da scrivere, e una sedia. «Ma delle volte è difficile trovare la sedia», sembra abbia precisato lo scrittore americano.
A leggere questo suggestivo aneddoto – che, come tanti altri relativi al vecchio Hank, sono ammantati da un certo alone di leggenda ma che, d’altro canto, segnalano la loro probabile veridicità in maniera proporzionale alla stravaganza apparente – mi tornano in mente quei tanti articoli che ovunque, sul web, citano consigli per scrivere di celebri scrittori a frotte. Sia chiaro: io per primo li leggo, me ne faccio incuriosire e interessare e, a volte, li condivido sulle mie pagine social. Però, appunto, a stare dietro a Bukowski mi viene pure da pensare a come in fondo tutti quei “consigli” non siano altro che una sorta di mix tra ameno folklore letterario, gossip da rotocalco di costume e specchietto per aspiranti scrittori-allodole, con solo – a volte – una piccola parte di effettivo interesso critico (e senza escludere che gli stessi celebri autori di quei consigli non si siano voluti divertire alle spalle dei potenziali consigliati raccontando loro intriganti banalità che poi hanno acquisito lo status di “illuminazioni” – o qualcosa del genere – solo grazie alla nomea di chi le abbia espresse!) Perché, diciamocela tutta, se si leggono i dieci (o otto o dodici o cinquanta – la quantità è altamente variabile) consigli per scrivere un romanzo di Hemingway o di Orwell (due nomi a caso) ma non si possiede il talento creativo e tanto meno le capacità di scrittura dei due autori citati, beh, è esattamente come leggere un manuale di volo scaricato dal web e pensare, una volta letto, di poter diventare pilota di caccia supersonico!
Ma non solo: volendo articolare un poco di più tale riflessione, mi chiedo anche come un esercizio artistico inevitabilmente individuale e solitario come la scrittura – in fondo anche nei rari casi in cui sia svolto in maniera collettiva – possa essere ridotto ad una manciata di rapidi e inevitabilmente semplificati (loro malgrado) “consigli” che abbiano un effettivo, considerabile valore e siano condivisibili in modo ampio tanto quanto è offerto dal web contemporaneo. Anche per ragioni di stile e modus operandi personali, intendo dire: se un tal autore, facendo l’esatto opposto di quanto consigliato da Hemingway, sapesse scrivere dei gran capolavori, significherebbe che il grande scrittore americano è un cattivo maestro oppure un bugiardo? Ovviamente no – ma ci siamo capiti, io credo.
Insomma: è interessante leggere i suddetti “consigli” del tal grande scrittore se si adotta la stessa predisposizione di lettura d’un magazine da spiaggia (lo dico con tutto il rispetto per chi li diffonde attraverso i propri articoli – l’ho fatto anch’io, ribadisco). In fondo aveva – ha – ragione Charles Bukowski: per scrivere serve una macchina da scrivere (o quanto oggi di assimilabile) e una sedia, né più né meno, ma pure se la sedia non si trova il buon scrittore qualcosa di buono la tira fuori comunque, a differenza del non scrittore (che magari si crede invece tale, e pure di valore) che neppure sul più prezioso e confortevole divano sa cavare un ragno letterario dal proprio buco (nero) creativo.
Anche perché, io credo, i veri segreti – ovvero i buoni consigli – riguardo le proprie capacità letterarie e di scrittura i grandi scrittori li hanno infilati direttamente nei testi scritti, ed è un ottimo esercizio di lettura, assolutamente propedeutico a quello di scrittura, coglierli nei loro libri. Semmai è bene determinare le proprie tot regole per scrivere un buon testo, affinandole di continuo con la pratica, l’esperienza, le soddisfazioni, le delusioni, la necessaria umiltà, tonnellate di libri letti e la certezza che, in una pratica artistico-espressiva quale è la scrittura, si può (e si deve, o dovrebbe) sempre fare meglio. Solo così, prima o poi, ci si potrà sedere su quella bukowskiana sedia. Forse.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.