Le definizioni contano

Mi viene da pensare che ad esempio quei due tizi là, quello di Roma e quello di Milano (dico loro ma vale anche per altri, nel caso), forse sbagliano a far le cose che fanno perché è sbagliato il modo con il quale si fanno definire. Cioè, voglio dire: se si facessero correttamente chiamare l’uno Presidente del Consiglio dei Ministri e l’altro Presidente della Giunta Regionale, e non invece “premier” e “governatore” come tanti sui media li chiamano sbagliando grossolanamente (nonché ingiustificatamente, per giunta) senza che loro stessi per primi abbiano da obiettare come dovrebbero, magari, chiamandoli nel suddetto modo giusto, direbbero cose altrettanto giuste e farebbero ciò che è giusto fare. Invece, chissà, può essere che dicano cose che poi non fanno e fanno cose che non dovrebbero proprio perché così tanti li denominano come non dovrebbero invece di come sarebbe opportuno facessero. Ecco.

È un po’ – se mi passate l’”allegoria” – come se aveste a che fare con un pittore, dal quale dunque vi aspettate delle tele dipinte, ma vi ostinate a chiamarlo imbianchino. Se quello non obietta nulla su tale pur errata definizione, finirà per assecondarvi e tinteggiarvi muri, forse anche con gran maestria, ma resta il fatto che non è ciò che avrebbe dovuto fare, essendo lui pittore e non imbianchino.

Perché insomma, mi preme rimarcarlo, le parole sono sempre importanti. Anche nelle piccole cose, anche dove sembrerebbero quisquilie, questioni trascurabili e invece no, sono spesso quelle più emblematiche e rivelatrici di come vanno le cose, qui. Già.

Asfaltare

Asfaltare.

Sembra proprio questo il termine più in voga in questo periodo. Non è stato inventato adesso, sia chiaro, l’uso corrente con l’accezione di “prevalere in modo assoluto sul proprio avversario” – la quale, non si può negare, ha una evidente e inquietante carica aggressiva: ne parla approfonditamente l’Accademia della Crusca in questo articolo dello scorso marzo nel quale appunto, si cita la prima o una delle prime apparizioni del termine con quella accezione, nel 1995 su “La Repubblica” – ma ho la viva impressione che tale uso si stia diffondendo sempre più. La parte politica che vince le elezioni asfalta quella avversa (come al solito, da queste parti, se c’è qualsiasi cosa che possa essere usata in modi e accezioni ben poco nobili, la politica la userà per prima!), l’interlocutore che nel pubblico dibattito mette in difficoltà l’altro interlocutore lo asfalta, la squadra di calcio che vince nettamente sull’altra la asfalta, ma pure nel colloquio quotidiano, il tizio che si fa mettere in piedi in testa dal suo capo o che soccombe in una discussione con chicchessia viene asfaltato.

Ecco.

Colgo tutto questo proliferare di asfalto e di asfaltate, un po’ ovunque, e mi chiedo: ma allora perché le strade italiane sono talmente malmesse, piene di crepe, buche, voragini? Non è che l’asfalto necessario a renderle di nuovo accettabili e degne d’un paese civile e avanzato è stato inopinatamente dirottato altrove, ad “asfaltare” tutt’altro?
O forse – visto che la politica la utilizza così tanto, questa terminologia – è solo un sistema per far credere che di asfaltature in Italia se ne facciano tante e ovunque, tacciando così di falsità qualsiasi automobilista che se ne lamenti?

Domande legittime, no?

Sull’assegnazione del Nobel a Peter Handke

(Photo credit: “Wild + Team Agentur – UNI Salzburg” [CC BY-SA 3.0 -http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/])
La questione delle polemiche che hanno accompagnato l‘assegnazione del Premio Nobel 2019 per la Letteratura a Peter Handke, che in passato aveva espresso posizioni criticate e controverse a favore dei serbi nella guerra della ex Jugoslavia, poi in qualche modo ritrattate, mi ha fatto tornare alla mente due vicende similari, seppure non del tutto paragonabili. In primis quella di Knut Hamsun, che il Nobel lo vinse prima di essere accusato di simpatie filonaziste e di collaborazionismo con il governo-fantoccio nazionalsocialista norvegese; eppoi quella di Ezra Pound, così vicino al fascismo e a Mussolini nel suo lungo soggiorno in Italia da ispirare il nome di uno dei più noti gruppi neofascisti italiani attuali. Entrambi grandissimi autori, tra i più importanti della letteratura moderna, entrambi messi all’indice a lungo per quelle loro simpatie.

Non voglio qui entrare nel merito delle attuali polemiche verso il Nobel a Handke – se ne volete sapere di più e provare a costruirvi una vostra meditata opinione, vi consiglio due approfonditi articoli che trattano il caso dagli opposti punti di vista: questo di DoppioZero, che si può definire pro, e questo di “ValigiaBlu”, contro – ma vorrei proporre una riflessione sulla necessità o meno, o se preferite sulla equità oppure no, del mantenere separati, in una figura pubblica afferente all’ambito della produzione culturale, l’aspetto artistico (lo scrittore, in questo caso), da quello civico (il cittadino comune, in tale accezione sullo stesso piano di tutti gli altri). Ovvero: le opinioni, le idee, le espressioni pubbliche del pensiero di un autore possono (o magari devono) in qualche modo influenzare il giudizio sulla sua opera e sulla produzione culturale? Se uno scrittore scrive un romanzo-capolavoro ma in pubblico sostiene idee deprecabili, deve essere deprecato anche come autore? Oppure i due aspetti devono necessariamente restare separati perché relativi a due atteggiamenti intellettuali diversi, se pur scaturenti dalla stessa fonte cerebrale?

In fondo ogni opera d’arte rappresenta sempre anche un atto politico e, in qualche modo, civico-sociale; in certi casi il suo carattere provocatorio è necessario alla trasmissione efficace dei suoi contenuti e del suo messaggio. Ugualmente le parole proferite da un intellettuale di chiaro valore e provata fama, autore di opere di riconosciuta importanza artistica e culturale, assumono un valore politico, e tuttavia verba volant…, a differenza delle sue opere materiali, senza contare che è legittimo cambiare col tempo le proprie idee (che ciò sia fatto per equilibrata riflessione, per nuova convinzione o per mera opportunità).

Dunque? Quale può essere, per quanto sopra esposto, la responsabilità di un autore? Quali i suoi diritti di libera espressione del pensiero e quali i suoi doveri in qualità di inventore e produttore culturale? E, dall’altra, parte che libertà di giudizio e che responsabilità ha chi deve giudicarne l’opera?

Per quanto mi riguarda, nel caso di Peter Handke (e posto che conosco assai poco le sue opere), comprendo entrambe le posizioni di chi s’è detto a favore e di chi s’è detto contro l’assegnazione del Nobel (quantunque credo che tutte e due siano espressioni di un univoco punto di vista originario) ma credo che siano molto rari i casi in cui le opinioni del cittadino possano inficiare il valore dell’opera dell’autore. Tuttavia, appunto, lascio a voi la libera riflessione al riguardo.

Il cretino grammaticale

[…] Non sono del resto gli incolti a spingere le lingue verso il futuro. È chi è sensibile all’andazzo. Chi sta sulla cresta dell’onda e fa da modello di comportamento sociale.
Robert Musil diede una definizione del tipo umano in questione. In una conferenza sulla stupidità tenuta a Vienna nel 1937 (quindi, sull’orlo dell’abisso), lo differenziò anzitutto dallo stupido predisposto alla devianza, com’è l’ignorante autentico. Stupido anch’esso, definì il tipo che invece ingrossa le mode, ma per eccesso d’adesione al mondo. Campione di un morbo incurabile della cultura: il conformismo. Per paradosso, stupido proprio in quanto di successo e socialmente tenuto per intelligente. “La prevalenza del cretino” di Fruttero e Lucentini illustrò i modi di tale successo, decenni dopo.
Nei mutamenti linguistici, va dunque riconosciuto un ruolo al cretino. Lo si può, anzi lo si deve fare senza spregio, con modi conoscitivi e estendendo anche alla diacronia linguistica, che rischia di essere in proposito esemplare, lo spirito del programma assegnatosi nel 1981 da Raymond Aron con queste parole (qui recate in italiano): “E dico spesso che l’ultimo libro che vorrei scrivere dovrebbe trattare, sul finire, del ruolo della stupidità nella Storia”. Intento cui lo studioso francese non fece in tempo a dare séguito e che, per vastità e profondità della materia implicata, più che ambizioso, può definirsi temerario. […]

(Da un bell’articolo di Nunzio La Fauci su Doppiozero circa l’uso della perifrasi nell’italiano parlato e scritto contemporanei, intitolato Mutamento e prevalenza del cretino e che potete leggere nella sua interezza qui. Cioè, che dovete leggere, dacché assai illuminante e non solo dal punto di vista linguistico-grammaticale.)