Il Giro d’Italia?

Ah, ma dunque il Giro d’Italia l’hanno corso di nuovo?
Pensavo che il ciclismo non si praticasse più, che i corridori li avessero squalificati tutti.
Non ci fosse stata ‘sta cosa di ieri delle buche nelle strade di Roma, non me ne sarei nemmeno accorto!

P.S.: sono stato per una vita un grande appassionato di ciclismo. Ma è uno sport che ormai ha perso molta parte della sua credibilità, e senza che sia mai stato fatto qualcosa di serio per risolvere la questione doping. Spiace dirlo, ma è più credibile il wrestling, ormai.

Paolo Rumiz, “Annibale. Un viaggio”

Dici (a chiunque) “Annibale”, e inevitabilmente sono due termini più altri a saltare in mente ai più, come se rappresentassero per il primo una necessaria referenza: elefanti e Alpi. Perché l’episodio (invero ancora parecchio indeterminato, geograficamente) del passaggio delle Alpi con i grandi pachidermi africani – alte quote, neve, ghiaccio, eccetera contro savana, sabbia, caldo, eccetera – è senza dubbio quello grazie al quale la maggior parte delle persone ricordano il nome del grande condottiero cartaginese. Molto meno fissata nella memoria, a parte che per qualche fugace nozione scolastica (Canne), è invece la fondamentale realtà storica legata ad Annibale Barca, figlio di Amilcare detto Barak, “il fulmine” , ovvero quella che lo certifica come il grande fustigatore di Roma, l’unico ad averle suonate di santa ragione all’Impero Romano e, per questo e soprattutto in forza di una retorica formulatasi durante il periodo fascista e tale rimasta (non c’è nulla da fare, gli italiani non hanno né memoria e né senso critico storico), sostanzialmente rimosso dalla storia d’Italia oppure sostituito, nelle citazioni glorificanti, dall’unico romano che invece lo sconfisse militarmente, Publio Cornelio Scipione detto poi l’Africano – guarda caso è il suo, l’Elmo di Scipio cantato nell’inno nazionale. In verità l’esercito cartaginese venne sconfitto in quella battaglia (Zama, 202 a.C.) ma non certo Annibale, che peraltro non fu soltanto uno dei più grandi condottieri e strateghi militari della storia, uno che riuscì, con un esercito parecchio pugnace ma quasi sempre inferiore in numero e mezzi rispetto ai nemici, a mettere a ferro e fuoco l’intera Europa Sudoccidentale, non fu solo colui che sconfisse la Roma imperiale: fu pure un personaggio molto particolare, con un’intelligenza e un carisma fuori dal comune, una libertà di pensiero e d’azione altrettanto straordinarie per l’epoca e, appunto, uno che riuscì a fare cose incredibili, a partire dal far valicare le Alpi a degli enormi animali africani abituati a tutto fuorché alle montagne fredde e innevate.
Forte della sua insuperabile esperienza di viaggiatore illuminato e visionario – nonché della propria grandissima cultura – Paolo Rumiz si trasforma in una sorta di detective spazio-temporale e si mette sulle tracce del grande cartaginese, ripercorrendo la sua rotta europea dalla Spagna fino al Sud Italia, quindi quella che lo riporta in Africa e poi che lo fa finire in Turchia, ove finirà anche la sua vita. Annibale. Un viaggio (Feltrinelli, 2008) si può dire sia il diario di quell’investigazione geografica e storica, nato inizialmente come reportage per La Repubblica, quotidiano ove Rumiz scrive tutt’ora, ma poi diventata un’esperienza a tutto tondo per la quale il resoconto giornalistico è stata solo una delle conseguenze, e probabilmente non la più importante – almeno dal punto di vista culturale e umano []

(Leggete la recensione completa di Annibale. Un viaggio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La neve, il disagio, la meraviglia


Ha ragione Luca Radaelli, quando sulla propria pagina facebook scrive che c’è stato un tempo, meno impazzito di questo, in cui la neve non era solo pericolo, ostacolo alla viabilità, fastidio, disagio, ma fonte di gioia, fascino e bellezza. È verissimo: ci stiamo talmente straniando dalla realtà, dalle cose importanti, dalla bellezza, dalla capacità di meravigliarci, dal piacere di godere dei momenti di incanto, dalla curiosità di recepire il senso e l’essenza di ciò che abbiamo intorno, dalle percezioni emotive più genuine e dalla sensibilità che ne è fonte ed è peculiarità di ogni creatura senziente… e solo per inseguire frivole superficialità, futilità, scempiaggini, sconcertanti miserie intellettuali e spirituali, eccitazioni artificiose, ipocrite, false, illusioni prive (ovvero private) d’ogni logica e d’ogni valore… che stiamo perdendo, oltre al legame con la realtà, il senso stesso della vita. Non solo una dissonanza cognitiva, non solo un fenomeno di alienazione e uno smarrimento di logica culturale sempre più simile a un vero e proprio disagio psicosociale, ma ancor più una perdita di autentica umanità.

Anche perché, perdendo la capacità di meravigliarci, perdiamo pure la facoltà di pensare: già Aristotele, nel primo libro della Metafisica, sottolineava questo aspetto affermando che “gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia”. In fondo è per questo che i bambini imparano tutto così rapidamente e non smettono mai di essere curiosi. Noi adulti invece – continuamente lamentosi, stizzosi, irosi, collerici ma quasi sempre per riflesso indotto o pedissequa imitazione e quasi mai con cognizione di causa e ponderata consapevolezza – non lo sappiamo quasi più essere, finendo per perdere non solo il legame col mondo d’intorno ma pure con noi stessi. Come tanti pupazzi di neve su una spiaggia a fine luglio, insomma.

Flaiano semper docet!

Tornare a leggere il grandissimo Ennio Flaiano (lo sto facendo con il suo Diario Notturno, come forse avrete notato) in questo particolare periodo per il paese – periodo di campagne elettorali e votazioni imminenti, nel quale l’Italia riesce sempre (e sempre più) a dare il peggio di sé – è veramente significativo. Non solo ci si rende nuovamente e inequivocabilmente conto di come la situazione politica in Italia è sempre più grave ma sempre meno seria (Flaiano scrisse quel suo famoso aforisma nel Taccuino del 1954!), anzi: ci si capacità del fatto che non c’è alcuna via di salvezza, da essa. Almeno per chi o cosa continui a esserne sottoposto, per necessità o (peggio) per scelta. Semmai, come già dissi qui, l’unica possibilità di salvezza è dalla parte opposta. Totalmente opposta.

La sQuola e il BurIan

Sarà, ma a me la decisione di tenere le scuole chiuse per maltempo, così solite e tipiche delle nostre italiote parti, mi pare una scempiaggine pari a quella di continuare a chiamare “Burian” un vento che si chiama Buran.

B-U-R-A-N, senza quella “i”!

Il diritto allo studio scolastico e alla frequentazione ordinaria di un luogo deputato ad esso, per principio non deve essere mai negato – semmai soltanto in occasione di eventi climatici realmente eccezionali (e non è affatto il caso di questi giorni) o altri gravi impedimenti – prevedendo per le circostanze come quella attuale attività didattiche alternative per gli studenti che possano essere presenti in modo da non danneggiare quelli che effettivamente non lo possono essere. È un principio tale e quale a quello – ribadisco, metaforizzando –  per il quale nessuno può negare il moto di un vento che giustamente soffia dove e come vuole nonostante quelli che nemmeno sanno come si chiami realmente. Ecco, sovente ho l’impressione che forse nemmeno quelli che impongono certe decisioni sanno veramente cosa significhi “scuola”, né tanto meno quanto sia necessaria l’educazione ai più naturali seppur fastidiosi disagi.

Be’, a questo punto speriamo non torni l’era glaciale, altrimenti ci ritroveremo una società di analfabeti ignoranti!

(L’immagine in testa al post è tratta da Roma Today. Cliccateci sopra per leggere l’articolo correlato.)