L’apparenza inganna…

6948182-cool-girl-with-gunIl Boss picchiettava nervosamente le dita della mano sul grande tavolo di legno grezzo, nascondendo occhi certamente torvi dietro i soliti occhiali neri. Quando la porta si spalancò e il sicario vi comparì, le dita si contrassero in modo che ricordassero degli artigli pronti a ghermire. Parlò seccamente.
“E’ ora di dare a quelli una lezione che non possano mai più scordare! Non devono ficcare più il naso nei nostri affari… E’ un lavoro sporco, ed è per questo che ho fatto venire te. Ti hanno già detto cosa fare: fallo, e torna qui. Troverai la tua ricompensa!”
Senza dir nulla, e soltanto piegando le labbra in un ghigno di estrema baldanza, il killer uscì dal buio magazzino sul molo del porto. Niente di più semplice – ripeté tra sé: ammazzare una ragazzina di sedici anni o giù di lì, la figlia del capo dei rivali. Lavoro sporco perchè la vittima era una “semplice, candida scolaretta”? Beh, in quelle cose non ci doveva essere posto per i sentimenti e le suggestioni, nel bene e nel male; aveva ragione il Boss, lui per questi “lavori” era una garanzia.
La mattina successiva si appostò poco fuori il cancello della villa del capo dei rivali; questi ne era appena uscito, nella propria lussuosa auto nera: meglio così, il campo era ancora più sgombro. Di lì a breve il cancello elettrico si aprì nuovamente: ora doveva essere la figlia, che usciva per recarsi a scuola… Sbloccò la sicura della pistola impugnandola, pronto ad agire.
E fu proprio lei, ad apparire, la figlia del capo avversario. Il killer trasalì: la “bambina” doveva avere sì sedici anni, ma quale differenza con la media della sua età! Alta, i capelli lunghi biondi, la pelle diafana, un fisico da donna adulta, armoniosa, formosa – e che donna, con tanto di minigonna scoprente gambe perfette e… Insomma, roba da non poter restare insensibili, tanto che il killer quasi istintivamente uscì dall’auto entro cui si era appostato, per osservare meglio quella gran bellezza, tanto giovane quanto già così attraente. Inevitabilmente lei lo notò. Lo guardò un istante con espressione prima perplessa e quindi in un certo senso conscia, poi sorridendo gli venne incontro di qualche passo. Il sicario reagì come ogni uomo di fronte ad una bella donna, con impettito compiacimento. La ragazza, giunta a qualche metro da lui, fulmineamente estrasse un piccolo revolver dalla borsa a tracolla e lo freddò, un solo preciso colpo in mezzo agli occhi. L’uomo cadde all’indietro dentro un aiuola con il tonfo di un corpo ormai inerte, paralizzato nella subitanea morsa mortale. Lei lo osservò compiaciuta per un attimo ancora poi, con tutta tranquillità, si incamminò di nuovo lungo il marciapiede, notando lo scuolabus spuntare in fondo al viale.

(P.S.: è un racconto inedito, questo, che fa parte di una raccolta moooooooolto particolare di futura pubblicazione editoriale – ovvero già tra le mani dell’editore. Quando finalmente gli allineamenti stellari saranno propizi alla sua uscita, di sicuro sarete i primi a saperlo!)

L’invenzione

ufo_bikeDi tutte le invenzioni mai concepite dall’avanzatissima tecnologia sviluppatasi sul pianeta, frutto di centinaia di secoli di progresso, sviluppo, avanzamento scientifico di una civiltà tra le più evolute dell’Universo, quella era di gran lunga la più strabiliante e incredibile. Eppure, in principio non aveva destato un così gran clamore; certo, la notizia aveva riscosso un cospicuo interesse, ma come spesso succede per ogni novità, quand’anche geniale e rivoluzionaria, molti si erano dichiarati increduli, diffidenti: troppo innovativa, troppo diversa dalla tecnologia corrente, così basata su un’idea totalmente inedita! Il mondo, insomma, sembrava non rendersene conto, proseguendo l’abituale modus vivendi: i traffici stellari continuavano, le astronavi da trasporto intergalattiche volavano come ogni giorno, quelle interdimensionali non sentivano di colpo superata la loro modernissima tecnologia, così come non pareva cambiata la vita dei loro equipaggi, delle rispettive famiglie o di alcun altro che, appunto, pensava fosse così inaudito un oggetto come quello – anche di fronte alle pur fantastiche astronavi superluminari di nuovissima generazione. Eppoi, a quel tempo in cui viaggi di miliardi di anni luce compiuti in pochi giorni erano eventi del tutto ordinari, com’erano concepibili spostamenti di, viceversa, pochi chilometri in tante ore? E senza nemmeno il supporto dei megamputer planetari, o dei più recenti e potenti Sintocerebri?! Cose del tutto inopinate, insomma!
Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, in ogni città, per i percorsi extraveicolari, nelle piazze e nei parchi all’ombra delle altissime sopraelevate fotoniche, uomini e donne a cavallo di quello strabiliante oggetto cominciarono a vedersi, probabilmente all’inizio per quel solito desiderio di esibizionismo, di mostrarsi “avanti” o “alla moda” – dacché molti, ovviamente, tuonarono dai media contro quell’invenzione tacciandola quale “frutto di tecnologia sfrenata”, “spregiudicato orpello da bislacca fantascienza” o simili definizioni biasimevoli… Ma, come detto, inesorabilmente, ove non regni la più bieca e folle ignoranza, ogni genialità prima o poi emerge e viene compresa: così, ormai, quello strabiliante, fantastico oggetto – quelle due ruote gommate pilotabili con una semplice barra dotata di freni a leva e movibile tramite due bracci girevoli collegati ad una catena metallica mossi dai piedi (che infatti la gente ormai comunemente chiama pedali) – trasporta chiunque qui e là sul pianeta con inaudita lentezza e svago supremo, sorvolati velocemente in cielo dalle grandi astronavi superluminari – gioielli tecnologici di colpo divenuti obsoleti ferrivecchi per viaggi interstellari senza più alcun fascino, rispetto a quei pochi chilometri così piacevolmente pedalati

(P.S.: è un racconto inedito, questo, che fa parte di una raccolta moooooooolto particolare di futura pubblicazione editoriale – ovvero già tra le mani dell’editore. Quando finalmente gli allineamenti stellari saranno propizi alla sua uscita, di sicuro sarete i primi a saperlo!)

Amleto

il_fullxfull.82355403Ancora qualche lacrima scorreva sul viso, scivolando per le guance e cadendo poi sulla terra rossiccia del piccolo e semplice tumulo, sul quale una croce in legno condensava una tristezza tanto grande come mai provata, incredibilmente; e un fiore, una margherita di prato colta lì accanto, il cui bianco candore dardeggiava sul cumulo terroso, quasi che, di sotto, ancora un cuore pulsasse di vitale energia.
Ma era inevitabile quel gesto, pensava Marco, per quanto bizzarro potesse parere, ed inevitabili erano le lacrime, alimentate dai ricordi, che egli, solitamente così contegnoso per nel momento del dolore, s’era ritrovato fluide sulle gote. Negli anni della sua pur breve vita, quegli occhi così sempre sospesi a metà tra una vaga malinconia e una gioia in qualche modo contenuta, avevano conquistato il giovane Marco, ora uomo maturo e pur sempre giovane quando accanto si muoveva l’amico scomparso. Le incredibili peripezie di quel giorno nel quale lo aveva incontrato, ferito nel corpo e malandato certo nello spirito, così piccolo e già tanto infelice nello sguardo, parevano cronaca d’una vita appena trascorsa, quando il servizio militare lo aveva portato lontano da casa, sulle montagne, capoposto d’un centro di trasmissione immerso nella natura montagnosa più bucolicamente selvaggia, e sul limitare del maestoso bosco egli lo aveva incontrato. Poi il nascondiglio ricavato in caserma durante la notte precedente la partenza per la licenza – grazie al buon cuore d’un amico ufficiale di picchetto; l’accompagnamento a casa e l’ammissione come nuovo membro di famiglia, apparentemente scomodo eppure subito bene accetto da papà, mamma e dai fratelli, lui, Amleto, così capace di conquistarsi le simpatie di chiunque con la sua forse a volte esagerata effervescenza, sempre mista a quella punta di malinconia dietro la quale non era difficile immaginare il nascondiglio d’un passato difficile…
Amleto si chiamava, anche – appunto – per quel non so che d’eterna dubbiosità che pareva perennemente latere nei suoi moti e nel suo sguardo; l’affettuosità iniziale si trasformò ben presto in una grandissima amicizia, enorme, così ricca bizzarramente di umanità da imporre quasi eventuali confronti con altre simili e più ordinarie; e poi, in comune, una passione per entrambi forte più di ogni altra, quella per la montagna, per le ore passate all’aria aperta e rarefatta dell’alta quota, godendo delle meravigliose effusioni del sottobosco antelucano, o di quelle coloratissime dei fiori che innumerevoli sbocciavano nei prati primaverili – e che così freneticamente attiravano Amleto, correndo dall’una all’altra corolla come per un bisogno innato – o un passato da ape, chissà! E poi i pendii, le creste, le cime rocciose e le vette immacolate dalla coltre ghiacciata, che esso saliva, sempre un passo dietro a Marco, per una sorta di rispetto verso l’amico-guida o per una volontà di salvaguardargli sempre le spalle dai mille pericoli che l’incantato reame di rocce e ghiacci sapeva offrire, insieme alle più grandi emozioni di cui anime senzienti potessero godere. E la vetta era il premio per entrambi! Il riposo dopo la fatica, il rilassamento dopo la tensione dello sforzo necessario sulle spesso difficoltose vie d’alta quota: ma sentirsi in cielo, con più nulla sopra, soli sulla massima punta era il semplice ma intenso motivo per dare il via ai festeggiamenti. Per le vallate ai piedi delle montagne, allora, gli abitanti dei villaggi avevano ormai imparato ad identificare i richiami pieni di gioia che parevano provenire direttamente dal cielo, ridendo divertiti e in qualche modo affascinati da quell’amico comune così buono, così gioiosamente umano, da qualche anno facilmente avvistabile sui pendii, sulle creste e sulle punte sopra i tetti delle loro case.
Ma quella sua massiccia figura, possente se pur caracollante, che pareva estratta in qualche modo da un quadro del Segantini, aveva chiaramente segnato nel destino che la Morte ne evidenziasse, per via della mano mai fallace della tragedia, la propria breve ma significativa vita.
Fu un baleno, un attimo repentino, di quelli che pur alla mente più stolta fanno comprendere come in fondo la vita non sia che un tenero fuscello in balia di mille e mille venti dei più impetuosi. La solita giornata, meravigliosa nel clima in mattinata, passata in alta montagna; una facile cima raggiunta, contornata da un candido ghiacciaio sulla cui parte destra passava la via di salita, a pochi passi da un ripidissimo versante che verso valle sprofondava di parecchie centinaia di metri: ma non v’era difficoltà per chi restasse nella traccia, e Amleto – ormai un anziano frequentatore di monti d’ogni sorta – ben sapeva farlo. Poi il tempo che cambia, improvvisamente, e tra scuri nembi veloci da Est già il minaccioso ruggito d’un temporale estivo, e i bagliori che illuminano i contorni di quei mostri nimbici. Tempo di ritirata, ed anche assai repentina, per evitare le nefaste conseguenze d’una tempesta in alta quota. Giù, quindi, speditamente verso valle, verso un riparo, con Amleto eccezionale nel seguire passo dopo passo, perfettamente, le movenze veloci di Marco, sicuro anche nei passaggi un poco più delicati.
Poi… Poi… Un tratto della via rasente delle cornici di neve create dal vento, un piede di Marco che sprofonda, sente il vuoto, ma con guizzo il corpo ben allenato, facendo leva, salta via, riesce ad andare oltre, poggiando i piedi con un solo balzo su una zona ben più salda; ma per Amleto, subito dietro, attaccato agli scarponi dell’amico, è la soglia dell’abisso finale, oscuro di tragedia. Marco fa solo in tempo a girarsi, ad osservare impotente il grosso corpo che scivola sul ripido pendio ghiacciato, le unghie a ricercare quel minimo attrito significante la salvezza, ma la gravità inesorabile che trascina in basso con la forza d’attrazione di un mostro generato da un lugubre incubo e ingordo di vittime da immolare in gloria della propria invincibilità… E negli occhi, quei grandi occhi marroni che ancor più grandi parevano nel grosso viso rivolto per l’ultima volta verso l’amico sulla cresta che inutilmente gridava la propria disperazione: in quei lucidi occhi non vide Marco la rabbia d’una fine imprevista e incomprensibile, come non vide lo smarrimento verso un fato tremendo e repentinamente letale. No, egli vide in quell’amico la cui ora ultima era oramai scoccata il più grande messaggio d’amicizia che mai ebbe occasione di notare, profondo, inequivocabile, prezioso, in quelle scure iridi scritte poche, inesprimibili parole che mai essere umano avrebbe potuto meglio formulare; quasi che quel lungo rapporto amichevole che aveva unito nel tempo sempre più Marco e Amleto, pure nel momento tragico della Morte improvvisa, fosse comunque destinato a perdurare, in eterno, non solo nel ricordo, ma in qualche ulteriore maniera forse sovrumana, superiore alla comune comprensione, eppure ben solida e duratura, e il grosso amico scomparso lo sapesse, lo sapesse per quell’istinto naturale che, nella dimensione ove l’anima più d’ogni altra materialità è protagonista, unisce le creature pure nello spirito, pure come l’aria tersa delle alte quote che Marco e Amleto amavano così tanto.
Ma ora il ricordo assumeva la dolorosa forma d’una semplice croce in legno, su un altrettanto semplice tumulo di terra bruna, dello stesso colore di quegli occhi malinconici.
La margherita biancheggiava, unico chiarore in quel quadro d’oscura tristezza, finché una improvvisa folata di vento la colse tra i suoi refi, facendola rotolare lungo il piccolo tumulo, come una trottola color bianco-oro. Amleto la colse con un guizzo repentino, corse un poco in disparte, nell’ombra d’un cespuglio; la annusò profondamente, come faceva il padre, poi ricorse via, tra i piccoli denti quella sorta di giocattolo naturale, trotterellando gioiosamente intorno alla semplice sepoltura, scodinzolando una contagiante felicità che ben presto non poté non rasserenare il triste volto di Marco. Veramente la vita continuava, veramente una grande amicizia pareva rinascere in quel vispo cucciolo di San Bernardo, già così simile al padre, che quello stesso nefasto giorno era nato dal grembo di Ginevra, la pari razza dello zio Vittorio. Aveva il piccolo gli stessi occhi paterni, gli occhi di una creatura proveniente da un mondo che spesso l’uomo egoista e ben provvisto di spocchia si diletta considerare proprio unico dominio, egli come solo essere in grado di sviluppare profondi sentimenti quali appunto la più forte amicizia. Ma Amleto aveva insegnato a Marco come in effetti una tale virtù fosse superiore a qualsiasi dimensione, a qualsiasi diversità, universale e infinita come d’infinita amicizia aveva bisogno il mondo, inquinati dall’odio dell’uomo superiore. E un cane, una semplice creatura, aveva dimostrato di sapere meglio di molti altri umani ciò, e di conoscere profondamente il valore di una virtù che gli umani stessi così spesso oggi davano come una sorta di dote definitivamente acquisita.
Marco e il piccolo Amleto si allontanarono, l’uomo davanti e il cucciolo bianco-bruno appena un passo dietro. Marco lo osservò, e sorrise, nella indefinibile sicurezza d’un miracolo avvenuto.

(Ecco: questo che avete appena finito di leggere è un altro racconto inedito – avrà una quindicina d’anni, almeno! – tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Beh, in ogni caso, spero vi sia piaciuto.)

Democrazia

Democracy21(Dopo vi dico, di questo testo. Ora leggete…)

Tutto cominciò qualche tempo fa, dopo una tornata elettorale politica che si svolse nel modo più regolare possibile, con una coalizione composta da alcuni partiti che ottenne una vittoria netta, con percentuale di oltre il 45%, mentre la coalizione “avversa” ottenne poco meno del 35%; la parte di voto rimanente andò a favore di partiti e movimenti minori. Alcuni di questi contribuirono a siglare accordi politici con la coalizione vincente, in modo da stabilire una necessaria maggioranza parlamentare semplice, e quindi si poté formare un governo ed eleggere il primo ministro.
Tutto regolare, appunto, ovvero nulla di politicamente precario. Un esempio luminoso e ammirevole di democrazia – scrivevano i giornali con tutta l’enfasi di cui sapevano incomparabilmente adornarsi. Tuttavia, già da tempo tra la gente serpeggiavano al proposito considerazioni di segno diverso. “Una volta la politica era l’arte del compromesso, oggi invece è l’arte dei compromessi!” ironizzava qualcuno, ma tutto sommato l’importante era che un governo vi fosse, di qualsiasi parte, segno, idea o che altro ma vi fosse. Generava, in fondo, la stessa comoda tranquillità che fornisce la guardia giurata fuori da una banca: si potrebbe obiettare a lungo sulla sua reale efficacia in caso di rapina ma intanto c’è e va bene così, perché grazie ad essa si può credere di essere tranquilli, allo stesso modo per cui si può credere di essere in democrazia, se un governo c’è.
Ma le parole non hanno lo stesso valore per tutti, inutile rimarcarlo. Forse per alcuni un valore non ce l’hanno proprio: in effetti deve essere riconosciuto, il valore, per sussistere. Similmente, forse – e al di là di quanto tra la gente comune si diceva, ovviamente – anche per tale motivo il valore politico e non solo di alcuni esponenti del governo eletto non venne riconosciuto da altri che al programma di esso (ovvero ai relativi incarichi) si ritenevano evidentemente più consoni: nonostante una maggioranza semplice piuttosto ampia, i dissidi nell’esecutivo non tardarono a manifestarsi e a scaturire in una crisi di governo.
Vennero indette nuove elezioni ma prima si provvide, al fine di evitare questioni simili, a modificare la legge elettorale in vigore, in modo da garantire una maggiore e più proficua stabilità di governo – scrissero i giornali con immutabile ed encomiabile positività. Con la nuova legge sarebbero stati candidabili solo persone direttamente indicate dalle relative liste: persone fidate, dunque, leali e fedeli. L’elettore doveva solo votare la lista, senza più il fastidio di dover scegliere pure il candidato: avrebbe pensato a tutto la lista stessa, ovvero il partito politico di riferimento. Un’innovazione senza precedenti e democraticamente modernissima – si affrettarono a rimarcare i giornali con caratteri cubitali in testa a lunghi articoli di approfondimento, che la gente comune era invitata caldamente a leggere per evitare di borbottare come, a quanto sembrava, aveva preso a fare.
Si votò e si elesse il nuovo governo, composto per la maggior parte da amici e collaboratori di lunga data del primo ministro (cosa che qualche rara voce commentò in modo non del tutto positivo) della cui fedeltà e lealtà dubitare sarebbe stato quanto meno offensivo, sia verso il buon nome dello stesso primo ministro che verso il suo governo, il quale finalmente poteva lavorare con l’invocata stabilità politica necessaria.
Malauguratamente, il nuovo esecutivo durò poco più di un mese, travolto da inopinati litigi e imprevedibili voltafaccia. Il Presidente dovette conferire l’incarico ad un nuovo primo ministro il quale subito volle precisare che, pur nel solco dell’ottima legge elettorale poco tempo prima varata, non avrebbe commesso lo stesso errore del suo predecessore, “tanto nocivo per la stabilità politica e per il buon nome delle istituzioni” – così riportarono i media con edizioni straordinarie di grande impatto.
In effetti, il nuovo primo ministro fu di parola. Non vi era alcun “amico” o “collaboratore” in senso propriamente detto nel nuovo governo, il quale infatti era in buona sostanza composto da familiari del primo ministro, e non oltre il terzo grado di parentela. Quale miglior modo per garantire una autentica meritocrazia, quand’essa sia direttamente constatabile grazie ad un univoco e ben conosciuto ambito elettivo? Ma il tono sinceramente convinto con cui i membri del nuovo esecutivo ribadivano appena possibile tale affermazione non bastò a placare un certo malumore che prese a serpeggiare nell’opinione pubblica, convenientemente supportato da quelle parti politiche che si erano ritrovate a far parte dell’opposizione parlamentare – ovvero, che sfortunatamente non annoveravano tra le proprie fila parenti stretti del primo ministro. (Anzi: in tali fila politicamente avverse confluirono pure un paio di suoi ex collaboratori, dei quali si venne a sapere che erano l’uno un cugino di quarto grado, e l’altro solo uno zio della moglie.) Si prese a tacciare il capo del governo di nepotismo familista, ma egli ricacciò le accuse sostenendo che non vi erano nipoti nel suo governo; altri parlarono di consanguineità dittatoriale, e nuovamente egli rispose che non si poteva certo “ridurre una disciplina nobile come la politica a mera disputa sugli esame del sangue personali” – un’affermazione che impegnò intellettualmente una folta schiera di stimati analisti politici in numerosi dibattiti televisivi per diversi giorni, nel mentre che nelle strade molti cittadini, più semplicemente, ne restarono piuttosto perplessi. E a ragione, convennero poi in tanti, quando si constatò che molti dei ministri vennero eletti in base a principi meritocratici a dir poco arcani, se il titolare del dicastero della giustizia – fratello del primo ministro – aveva in corso un procedimento penale per furto aggravato, il ministro della salute gestiva un’attività di vendita di pesticidi chimici mentre il ministro dell’istruzione diramò un comunicato sui progetti del proprio dicastero intitolato “Nuovi obbietivi per una squola miliore” – e quando alcuni gli fecero pubblicamente notare la scorrettezza linguistica di tale titolo, egli rispose che “non sarebbe stata certo una b in più in una parola a rovinare un progetto così di valore!”
Il malumore serpeggiante divenne crescente polemica. Inevitabilmente e inopinatamente, dacché se alcuni quotidiani esaltavano “l’innovazione creativa di una lingua ormai troppo arcaica compiuta dal ministro”, ve ne furono altri che cavalcarono il malumore della piazza denotando l’incongruità tra parole e fatti di alcuni esponenti del governo – almeno finché le vendite dei quotidiani in oggetto, dopo il relativo aumento, non tornarono a calare, momento in cui i suddetti esponenti vennero solo considerati “qualcosa di nuovo rispetto al passato” – sic et simpliciter.
Posti tali presagi, tuttavia, il cammino del nuovo esecutivo si fece subito oltre modo irto, e a fronte delle inestinguibili e variegate proteste il primo ministro fu costretto a rassegnare le dimissioni di lì a breve.
A tal punto, con un paese per buona parte in subbuglio e una situazione politica assai frammentata dagli ultimi insuccessi istituzionali, occorreva senza alcun dubbio un governo di unità nazionale, che potesse ricomporre e riappacificare il paese nonché trovare l’accordo di tutti i partiti politici. Con trovata che i media definirono senza mezzi termini geniale, il Presidente conferì l’incarico di nuovo primo ministro a uno dei più famosi calciatori del paese, un personaggio popolarmente apprezzato che avrebbe messo a disposizione della politica tutta la propria grande esperienza agonistica e sportiva, così da far vincere al paese anche la partita più importante, quella politico-istituzionale. Con buona pace delle solite malelingue, che rimarcavano come un calciatore fosse probabilmente bravissimo a segnale un goal da trenta metri di distanza dalla porta oppure destreggiandosi in mezzo all’intera difesa avversaria, ma su che possedesse pure un’adeguata preparazione politica e diplomatica v’era inevitabilmente da porsi qualche dubbio, il primo ministro incaricato formò la nuova squadra di governo inserendovi undici altri calciatori più una lunga serie di sottosegretari – “Perché oggi la panchina lunga è importante!” disse a supporto di tale sua scelta – e conferendo gli incarichi ministeriali in base ai ruoli ricoperti sul campo di gioco: il Ministero della Difesa a un difensore, ovviamente, il Ministero delle Infrastrutture a un portiere, quello dei Trasporti a un’ala, e così via; qualche discussione si ebbe sull’assegnazione del Ministero della Giustizia a un libero, in ogni caso il nuovo governo venne finalmente varato.
Durò due giorni, ovvero fino a qualche attimo dopo la cerimonia di insediamento, quando in base al protocollo si invitarono i ministri appena eletti a riunirsi per la prima volta nel gabinetto di governo, e le televisioni di mezzo mondo ripresero l’inopinata e obbiettivamente indecorosa scena di due dozzine di individui in doppiopetto che cercarono di infilarsi tutti insieme, spintonando e imprecando, nei bagni della sala in cui si era svolta la cerimonia. Un luogo, qualcuno commentò subito dopo, peraltro consono agli individui suddetti; di contro, dai media scaturì sull’accaduto un silenzio pressoché totale.
Il paese, a tal punto, viveva una impasse politica e istituzionale a dir poco seria. C’era bisogno di una scossa, un cambiamento radicale con il quale si potesse nuovamente garantire sia l’esercizio democratico del voto da parte dei cittadini, sia la migliore e più proficua governabilità del paese stesso. Il tutto, tennero a precisare con fermezza le più alte cariche dello stato, utilizzando gli strumenti legislativi vigenti, unici a rappresentare pienamente un concetto sano di democrazia e, parimenti, a spegnere sul nascere qualsiasi impulso antidemocratico e sovversivo che le piazze in subbuglio potevano generare. Su diretta indicazione dei partiti politici – a loro volta “rappresentanti compiuti del più alto concetto di democrazia”, come asserirono i loro leader con frequenza che, grazie alla stampa, divenne degna di una eco d’un coro lirico nel Grand Canyon – venne formata una commissione di saggi, ovvero eminenti esperti di diritto costituzionale e parlamentare, la quale dopo svariate consultazioni con i suddetti leader politici e alcuni giorni di solenne dibattimento a porte chiuse, formulò una proposta che subitamente alcuni quotidiani giudicarono geniale ancor prima che fosse resa pubblica, peraltro generando in molti cittadini un déjà vu che non prometteva nulla di buono.
In buona sostanza, la commissione dei saggi propose una radicale modifica alla legge elettorale, che sarebbe variata nel seguente modo: si sarebbe tornati a breve alle urne, garantendo ai cittadini l’esercizio del voto, e i risultati dello stesso sarebbero poi stati vagliati e analizzati da una commissione elettorale che ne avrebbe giudicato la bontà ovvero la problematicità, in tal caso componendo il parlamento e le relative maggioranze di governo indipendentemente dai risultati del voto. In questo modo si sarebbe potuto conseguire un equilibrio politico-parlamentare adeguato alla formazione e al supporto di un governo stabile eliminando il pericolo di un eventuale risultato elettorale poco determinate e dunque destabilizzante; nel contempo i cittadini avrebbero potuto esercitare come sempre l’attività di voto, recandosi alle urne, scegliendo le liste da sostenere e votando, soddisfacendo il diritto democratico (così si affermò) e la tranquillità sociale che ne è sempre derivata.
Fu una soluzione indubbiamente notevole, una vera e propria cerchiatura del quadrato per come sapeva smussare qualsiasi possibile angolo ovvero ostacolo alla gestione politica del paese; inoltre, a ben vedere e posta la realtà dei fatti, sanciva ciò che ormai da parecchio tempo era divenuto il diritto di voto popolare, dacché a molta parte dei cittadini ciò che importava in primis era l’esercizio in sé, il recarsi al seggio, il compiere i tradizionali e suggestivi gesti del voto. Era il partecipare a questo rito collettivo istituzionale così piacevolmente democratico, che permetteva agli elettori di sentirsi parte del paese, della sua vita politica, che donava la sensazione concreta di vivere in democrazia, appunto. Tutto il resto, poi, non contava molto,in fondo i politici fanno sempre quello che voglionochiosavano molti con un misto di rassegnazione e indifferenza. Però votavano sistematicamente, questi, e si sentivano la coscienza a posto. Era un po’ come il recarsi con regolarità alla messa della domenica e, per questo, sentirsi buoni credenti: non faceva nulla se poi, appena usciti dalla chiesa, non si sapesse nemmeno qualche fosse il brano delle sacre scritture letto o cosa il parroco avesse detto nell’omelia. L’importante era aver osservato l’impegno, esserci stato, in chiesa, e magari essersi fatto notare dai presenti in essa – il tutto con l’approvazione del parroco stesso e dell’istituzione rappresentata.
“Ma così votare non serve più a niente!” presero tuttavia a contestare alcuni, ed altri si spinsero addirittura a parlare di “colpo di stato”. Certi intellettuali, addirittura, citarono chissà quale loro obliato predecessore il quale avrebbe affermato che “l’unica differenza tra la dittatura e la democrazia è che nella prima non ti fanno perdere tempo a votare” – ma d’altro canto è noto che agli intellettuali piace molto atteggiarsi a categorici bastian contrari, dacché se tali non apparissero si potrebbe facilmente mettere in dubbio la celebrata vivacità del loro intelletto.

(Ecco: questo che avete appena finito di leggere è un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Beh, in ogni caso, spero vi sia piaciuto.)

L’Essenza (un racconto inedito)

Un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Buona lettura!

landschaft_1L’Essenza

Le imposte di legno inumidite dalla guazza antelucana rilasciavano lievissimamente un inconfondibile olezzo di bosco allorquando i primi caldi raggi di Sole superavano con il loro consueto ardore la linea delle alte montagne ad oriente per illuminare le case del villaggio, prima quelle più alte sui versanti occidentali, poi via via le altre e l’intera vallata. E quel gentilissimo profumo, delicato eppure così intenso, rappresentava per Matti la più meravigliosa sveglia di fragranza, annunciante meglio d’ogni altra cosa una nuova giornata dal cielo azzurro e sgombro di nubi. Ma non solo: il cinguettare allegro di mille uccelli sui pini appena fuori la casa; lo scampanio delle mandrie ormai ben distribuite per tutta l’ampiezza dei vasti alpeggi intorno; il vociare dei contadini e dei boscaioli e dei lavoratori della montagna intenti nelle proprie attività quotidiane… una nuova, bella mattina!
La madre del giovane giungeva allora velocemente, ben ligia ad un incarico del quale il figlio da tanto tempo l’aveva incaricata e di cui si sentiva doverosamente investita: l’apertura delle imposte della stanza da letto, quelle che davano direttamente sulla maestosa bellezza della Grande Montagna, sulle sue vette, sulle sue pareti e sui suoi ghiacciai, così che i profili di legno scuro della finestra divenivano una favolosa cornice per un quadro che forse mai pur grande artista avrebbe potuto pienamente eguagliare, con la sua arte.
La freschissima e frizzante aria della mattina di montagna penetrava allora nel piccolo locale, come una dolcissima ma fremente scarica di energia, un’energia naturale, ancestrale, indescrivibile eppure capace di dar vigoria ad ogni cosa più di chissà qual’altra forza. Penetrava a cavallo della purissima luce mattutina, resa ancor più preziosa nel suo fulgore dalle immacolate nevi della Grande Montagna, che parevano divenire specchio per ogni luminosità presente nell’Universo, pure di quella stellare oramai nascosta dalla chiarezza possente del cielo diurno.
Matti sentiva questo favoloso prodigio sulla propria pelle, quasi che i brividi causati dalla fresca temperatura fossero in realtà fremiti dovuti proprio a quella misteriosa energia; sentiva tutta la bellezza del momento, tutta la maestosa gloria di un incantesimo rinnovato ogni giorno e ogni giorno diverso dal precedente; sentiva tutta l’incredibile eufonia verso cui tendeva ogni pur minima essenza presente in Natura, così aumentandola come un virtuale crescendo sinfonico. Era come se la Natura melodiasse la sua infinita bellezza in una possente ouverture la cui direzione spettasse, per meriti insindacabili, soltanto alla solennità della Grande Montagna e a niente altro. La mente annebbiata dal torpore del sonno notturno pareva aprirsi come la corolla di un grande cardo all’apparire del Sole, pareva a quella luce agganciarsi come per il moto di un girasole, di quella nutrirsi per un processo di fotosintesi clorofilliana nel quale unica e abbondante produzione fosse quella di emozioni, di fortissime e parimenti dolcissime sensazioni, di impressioni come di immagini che nella loro vaghezza riponevano tutta l’indescrivibile bellezza.
Matti percepiva l’ingresso dall’esterno nella propria piccola stanza della più profonda essenza di ogni cosa e di ogni elemento: ognuno dei flebili bagliori la cui somma e compendio determinava ogni immagine di luce degli elementi del paesaggio esterno, ogni piccola, infinitesima parte olezzante dei profumi della legna, dell’erba umida di rugiada, dei fiori nei campi, del latte munto nelle vicine stalle e del burro conservato nelle cantine delle case e di ogni attività umana, così come di ogni minimo soffio della brezza che allietava la mattina discendendo ben carica di freschezza dagli alti circhi ghiacciati della Grande Montagna. Qualsiasi elemento raccontava la propria essenza, la esplicava con gli strumenti offerti dalla Natura, rivelando ognuno in quell’ancestrale discorso il proprio piccolo ma fondamentale segreto – come nello sfogliare le pagine d’un grimorio medievale, ricco di formule magiche che, nella loro interezza, fornivano la chiave d’accesso ad una dimensione superiore, una dimensione favolosa, mitica quale per Matti era il mondo là fuori dalle mura domestiche, ed in particolare quel mondo al cui centro s’elevava imponente e maestosa la mole turrita e merlata del “castello” della Grande Montagna.
E quella montagna Matti sapeva di conoscere perfettamente, pur se mai v’era salito. Essa si ricreava ogni mattina, ad ogni apertura delle imposte, nell’angusto spazio della propria camera da letto, meravigliosamente concentrata per l’effetto d’una misteriosa magia con tutta la propria bellezza, la propria grandezza, la propria raggiunta irraggiungibilità, come se i ghiacciai e i nevai, le pareti, le vette, i pascoli, gli alpeggi e i boschi, le vallate con i propri zampillanti corsi d’acqua, i pittoreschi villaggi ed i mille sentieri riflettessero la propria naturale avvenenza in quel piccolo spazio, ed unicamente in onore al giovane uomo per quei pochi, stupendi, prodigiosi istanti.
Forse sarebbe salito un giorno, con l’aiuto di qualcuno, pure sulla vetta massima della Grande Montagna: e allora, chissà, la situazione si sarebbe ribaltata, nella constatazione che in realtà nessun muro chiudesse la piccola stanza da letto dalla quale egli per tanti anni aveva volto gli occhi quassù, nessun muro per un’anima capace di riconoscere l’essenza più profonda di ogni piccola grande emozione.

Poi Matti s’accostava alla sedia accanto al letto, si vestiva con la solita cura degli abiti quotidiani. Seguendo col tocco della mano la parete a destra, sulla quale luccicava una stupenda piccozza da ghiaccio – regalo di amici alpinisti – andava in bagno per rinfrescarsi. Fatto ciò giungeva la madre, per accompagnarlo al piano inferiore per la colazione, poi porgeva al giovane il bastone bianco che ne agevolava il movimento nel mondo invisibile, fra tutte quelle cose di cui egli non discerneva la forma ma assai bene percepiva l’essenza – così che egli potesse uscire, camminare un poco, andare per i dolci prati adiacenti alla casa e respirare a pieni polmoni quella fresca aria discendente con la solita, meravigliosa briosità dalla sua tanto amata Grande Montagna.