Il Giorno della Memoria (giusta)

Pochi anni infatti ci separano dal più orribile crimine di massa che la storia moderna debba registrare: un crimine commesso non da una banda di fanatici, ma con freddo calcolo dal governo di una nazione potente. Il destino dei sopravvissuti alle persecuzioni tedesche ricorda e testimonia fino a che punto sia decaduta la coscienza morale dell’umanità.

Albert Einstein

Un disegno della pittrice ceca Helga Weissova, nata a Praga nel 1929. Internata nel ghetto di Terezin poco dopo il suo dodicesimo compleanno, Weissova vi rimarrà per quasi tre anni, per poi venire deportata ad Auschwitz, Freiburg e Mauthausen. Verrà liberata da soldati americani il 5 maggio del 1945.
Un disegno della pittrice ceca Helga Weissova, nata a Praga nel 1929. Internata nel ghetto di Terezin poco dopo il suo dodicesimo compleanno, Weissova vi rimarrà per quasi tre anni, per poi venire deportata ad Auschwitz, Freiburg e Mauthausen. Verrà liberata da soldati americani il 5 maggio del 1945.

Come acutamente afferma qualcuno (Andrea Coccia su Linkiesta, ad esempio), forse da tempo lo stiamo celebrando in modo errato, il Giorno della Memoria: perché ricordiamo la tragedia delle vittime dell’Olocausto, ma almeno allo stesso modo, se non ancor più, dovremmo ricordare – bene, molto bene – l’infamia dei carnefici. Che sono stati i nazisti, in primis, ma non solo loro, non soltanto la loro “cultura”, la loro follia assolutista. Se è accaduta una tragedia tanto spaventosa come la Shoah nel cuore della civiltà più progredita del mondo, dovremmo farci qualche domanda e finalmente, dopo 72 anni ovvero prima che veramente il più terribile oblio cancelli ogni cosa dalla mente delle persone, dovremmo pure darci qualche risposta. Sperando di esserne in grado: viceversa, vorrà dire che la decadenza della coscienza morale dell’umanità indicata da Einstein sarà continuata e alquanto peggiorata, lungo questi 72 anni.

Le cose semplici e importanti, e le cose grandi e superflue (Ota Pavel dixit)

Noi tre ragazzi in quei posti appena oltre il castello di Křivoklát ci andavamo con immenso piacere. Allora non sapevo perché, ma oggi lo so. Papà aveva capito già allora che una volta o l’altra avrei potuto vedere i boulevard di Parigi e i grattacieli di New York, ma che non avrei mai più avuto la possibilità di abitare per settimane in una baita dove il pane profuma dentro il forno e si fa il burro nella zangola, perché un giorno davanti a quelle baite ci sarebbero state parcheggiate le Skoda MB, all’interno i televisori avrebbero diffuso un chiarore intermittente, avrebbero servito del caffè nero e del pane sbiadito.

(Ota Pavel, La morte dei caprioli belli, Keller, 2013, pag.45.)

otapavel_galerie-980Il progresso, coi cambiamenti sociali e culturali che si porta appresso è sempre una cosa bella e auspicabile. A meno che diventi uno strumento di dimenticanza – quando non di annientamento – delle cose importanti che si possiedono, a volte tanto minime e banali da farcele credere trascurabili per poi renderci conto della loro grandezza e fondamentale importanza soltanto quando non ci sono più.

P.S.: cliccate sull’immagine per leggere la personale recensione de La morte dei caprioli belli, di Ota Pavel.

Sul lèggere contemporaneo (Giuseppe Culicchia dixit)

LÈGGERE: perdita di tempo, ovviamente quando si tratta di libri e quotidiani (…) Se su Facebook o Twitter ci si imbatte in un link che rimanda al brano sulla Neolingua tratto da 1984 di Orwell, in cui si narra della distruzione delle parole con conseguente eliminazione di qualsiasi forma di pensiero complesso, soffermarsi per un istante a riflettere, e collegare tale profezia alla riduzione del vocabolario e del pensiero grazie ai 140 caratteri di Twitter e ai «mi piace» di Facebook. Quindi ri-twittare immediatamente o cliccare «mi piace».

(Giuseppe Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità, Einaudi 2016, pag.125, voce “Lèggere”.)

culicchia_una_marina_di_libriAppunto.
(A, pi, pi, u, enne, ti, o. 7 caratteri: non male, ne avrei ancora 133 da consumare… ma lo so, potrei fare pure di meglio. Penso.)

(Cliccate qui per leggere la personale “recensione” di Mi sono perso in un luogo comune.)

Scrittori e agenti letterari, come l’uovo e la gallina (Giuseppe Culicchia dixit)

Io che non ho mai avuto un agente mi chiedo da sempre se non farei meglio ad avercelo. Forse mi avrebbe fatto guadagnare di più, anche se dovevo dargli il 10%. E se invece oltre a non farmi guadagnare di più avessi pure dovuto dargli il 10%? A dirla tutta è questa la domanda che mi ha davvero impedito di procurarmi un agente. Fermo restando che se mo lo fossi procurato sarei vissuto nel dubbio che forse avrei fatto meglio a non procurarmelo. La questione dell’agente, posso dirlo dopo averne disquisito in più occasioni con altri colleghi incrociati a festival letterari e saloni del libro, è come quella dell’uovo e della gallina: non se ne esce.

(Giuseppe Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità, Einaudi 2016, pagg.12-13, voce “Agenti”.)

giuseppe-culicchia1Per la cronaca, pure io non ho un agente. Primo, perché non sono nessuno per poter pretendere di averne uno, e secondo… perché, dovrei averne uno?

(Cliccate qui per leggere la personale “recensione” di Mi sono perso in un luogo comune.)

Scrivete, scrivete, scrivete! (Henry Miller dixit)

Volete davvero scrivere? Allora fatelo ogni giorno, anche se non avete niente da dire.

(Henry Miller, citato in Maurizio PrincipatoJohn Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.60.)

Henry-MillerPiù volte in passato, qui sul blog, mi sono occupato della questione “Meglio scrivere poco o tanto per riuscire a scrivere bene?” – questione sostanzialmente priva di risposta per come, alla fine dei conti, ognuno possa formularne una propria in base all’esperienza personale. Di contro, se è vero ciò che Miller sostiene ovvero che, per mero principio, al fine di riuscire bene in qualcosa bisogna il più possibile e con massima assiduità praticare quella cosa (che sia la scrittura, un lavoro, una disciplina sportiva… insomma, è una regola pragmatica generale), è anche vero – o meglio è evidente, posto il panorama letterario ed editoriale contemporaneo in genere – che non è affatto automatico che, pur scrivendo ogni giorno, alla fine da cotanta operosità ne venga fuori qualcosa di buono e pubblicabile. Ecco, il punto è proprio questo: se non si ha niente da dire si può comunque scrivere per esercitarsi nella pratica letteraria, come dice Miller, ma solo quando si ha qualcosa da dire ciò che si è scritto può meritare di essere pubblicato, fermo restando che lo si sia scritto nel modo linguisticamente e stilisticamente migliore possibile.

Personalmente, concordo abbastanza con lo scrittore americano: credo che più si scriva oggi, meglio si scriverà domani. Ma ciò comporta pure che più si scrive, più alto deve essere il limite qualitativo che spartisce i testi pubblicabili da quelli trascurabili. Se l’esercizio della scrittura, più o meno assiduo che sia, oltre al miglioramento della qualità letteraria non genera anche un buon discernimento individuale sulla qualità stessa di ciò che si è scritto, sostanzialmente diviene una pratica fine a sé stessa ovvero un mero esercizio d’egotismo ed esibizionismo. Sì, proprio come quello che frequentemente si può cogliere stando dentro il panorama letterario nostrano, ecco.