Ve lo ricordate, no, cosa sentenziò pubblicamente quel noto ex ministro italiano in un frangente nel quale, assurgendosi a rappresentante e portavoce non solo del governo di appartenenza o un’intera classe politica ma dell’intero, strategico e ben radicato modus operandi alla base degli atti pubblici istituzionali… “Con la cultura non si mangia” disse. Già.
Ma se tale dichiarazione programmatica comprova in maniera indubitabile il “perché” della situazione di frequente sfascio del comparto culturale italiano, con conseguenti ricadute sociali e civiche, in verità sarebbe un poco da modificare, posta la realtà effettiva delle cose in tal senso: con la cultura non ti fanno mangiare. Perché qualcuno che mangia c’è, e solitamente non è mai colui che la cultura la produce, semmai è chi la cultura sfrutta per mere ragioni politico-gestionali (per stare seduto sull’ennesima poltrona istituzionale itaGliana, insomma). Invece chi la cultura la sa produrre, e spesso dimostrando un talento mirabile – in letteratura, in arte visiva, nel cinema, nel teatro e in tanti altri comparti culturali – inevitabilmente farà la fame. O meglio, verrà ridotto a fare la fame, almeno finché non troverà la porta giusta da aprire e ciò quasi sempre svendendosi alle bieche e distorte logiche commerciali (se non proprio consumistiche) che purtroppo da tempo hanno intaccato anche la cultura nazionale e che rifuggono da qualsiasi autentico talento creativo/artistico/culturale in genere come il fuoco dall’acqua. Per questo, anche nel campo creativo, sempre più “cervelli”, ovvero giovani culturalmente talentuosi, se ne vanno all’estero (vedi qui, ad esempio). Forse alla fine sfonderanno, forse no, ma certamente in ogni caso non saranno costretti alla miseria per non riuscire a valorizzare adeguatamente – o quanto meno sufficientemente – le loro capacità.
A meno che, un domani, qualcuno non ci spieghi come fare la spesa e pagare le bollette di casa con visibilità, creatività, talento, sacrificio, gavetta infinita… Tutti valori che la nostra società non riconosce più, ormai.
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Una assurdità dura (a morire) come il marmo. Quello delle ormai sfigurate Alpi Apuane.


Perché sto disquisendo di cultura anche ora, qui, nonostante le fotografie lì sopra vi potrebbe far pensare diversamente.
E disquisisco della questione dell’escavazione di marmo nelle Alpi Apuane, che rappresenta un perfetto esempio di ciò, nonché di come l’insensato interesse di pochi possa arrecare danni gravissimi a tutti quanti – le foto suddette credo siano assolutamente eloquenti. Sviluppatasi (soprattutto negli ultimi anni) in base a una incredibile ristrettezza di vedute strategiche industriali e imprenditoriali, sostenuta da motivazioni ormai puerili e del tutto confutata dall’effettiva ricaduta economica sul territorio – assente, se non per pochissimi, appunto – che anzi è stato definitivamente impoverito, spaventosamente sfregiato oltre che gravemente inquinato (con gli scarichi degli impianti di escavazione, ad esempio), l’escavazione del marmo apuano è una pratica che sarebbe finalmente l’ora di fermare definitivamente, per come si configuri senza più alcun dubbio quale scempio terribilmente irrazionale e dannoso, non solo in senso ambientale.
Perché, io credo, seppur essa sia portatrice d’una cultura industriale secolare – con tutte le risapute ricadute artistiche, poi – mi pare una vera e propria assurdità che al fine di continuarla pervicacemente, nonostante le palesi sconvenienze d’ogni sorta, si giunga a distruggere una cultura innegabilmente e inevitabilmente più importante, qual è quella ecologica, ambientale e dell’estetica del paesaggio i cui benefici sono per tutti, non solo per pochi.
Una incredibile, inaudita, folle assurdità.
Purtroppo, ahinoi, siamo nel paese dei piccoli e meschini egoismi, dei cinici tornaconti materiali, dei privilegi tanto più concessi a chi meno ne sarebbe degno,che con la complicità di politicanti ottusi (e non solo) diventano diritti inalienabili, obblighi, vincoli e prescrizioni imposte a tutti, anche se, ribadisco, fanno guadagnare ben pochi a scapito di tutti gli altri.
Visitate il sito http://www.salviamoleapuane.org/, è il miglior strumento sul web per conoscere nel dettaglio la questione e per comprenderne tutta l’importanza, nonché l’attuale drammaticità. Nella pagina facebook Alpi Apuane: le montagne che scompaiono, invece, troverete altre immagini significative sullo stato dell’estrazione di marmo nelle Alpi Apuane (da lì vengono anche quelle che vedete in testa al post).
L’Italia è un paese culturalmente alla deriva? No. S’è già schiantato, e da un bel po’.
Vi riassumo io in due parole ciò che c’è scritto qui sopra: quasi il 40 per cento dei dirigenti e dei professionisti italiani non ha letto un solo libro in tutto l’anno che è appena passato.
Nemmeno un libro.
Niente, ok? Niente.
Guardate bene l’infografica lì sopra, appunto, e considerate il raffronto con Spagna e Francia, i due paesi europei culturalmente più affini all’Italia.
Bene – si fa per dire. Considerato il raffronto, ora, quando sentite parlare di crisi industriale, di stagnazione economica e di recessione, di made in Italy che non funziona più, di perdita della cultura del lavoro, di ristrettezze di vedute strategiche del management nostrano e di mancanza di innovazione, di futuro incerto se non fosco, di cervelli lasciati fuggire all’estero o di cervelli che si rifiutano di restare in Italia e di tutto il resto di affine nonché, in generale, se vi chiedete il perché la società civile italiana sia tanto arretrata, degradata, ignorante, imbarbarita, incapace di risolvere i (gravissimi) problemi che la ammorbano e di non farsi comandare da una classe politica a dir poco ignobile, non guardatevi troppo in giro con fare stupito a pensare e supporre chissà che. La verità è in pochi e certi dati, come quelli lì sopra. Dati che attestano “il capolinea culturale dell’Italia”, come denuncia LINKIESTA dal cui sito ho tratto l’infografica (cliccandoci sopra potrete leggere l’articolo relativo) ovvero, come penso io ormai da tempo e in modo sempre meno dubbio, la sostanziale morte culturale di questo povero paese. Purtroppo per noi tutti.
Torino-Riyad: andata e ritorno, o nemmeno andata? Il Salone del Libro, l’Arabia Saudita e il necessario ruolo politico della cultura
Disserto ancora sull’evento torinese, questa volta per tutt’altra questione rispetto al mio precedente articolo. Forse avrete letto sui giornali delle forti perplessità sulla presenza in qualità di paese ospite al prossimo Salone del Libro di Torino (sempre che si faccia!) – (no, beh, tranquilli, si farà, si farà…) – dell’Arabia Saudita, soprattutto dopo lo sconcertante caso di Ali Mohammed al-Nimr, il giovane attivista condannato a decapitazione e crocifissione pubblica per aver manifestato in vario modo contro il regime – accuse peraltro ben poco dotate di effettivo fondamento, a quanto sembra. Inutile dire che quello di al-Nimr non è che l’ultimo di un lunghissimo elenco di casi non solo di violazione dei diritti umani ma pure di negazione delle più elementari libertà fondamentali (“Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba” predica un diffuso ed emblematico proverbio locale!) senza contare poi l’appoggio ben più che presunto alle più feroci organizzazioni terroristiche fondamentaliste, il tutto senza alcun moto di revisione di tale atteggiamento socio-politico da parte del potere saudita, anzi, con la reiterata sostanziale difesa di questo inquietante status.
Al momento in cui sto scrivendo queste righe, i vertici politici regionali e comunali sembrano concordare sul diniego alla presenza del paese arabo al prossimo Salone, mentre da quest’ultimo non è ancora arrivata una comunicazione definitiva ufficiale (arrivata poi il 6 ottobre, dopo che questo articolo era stato scritto e pubblicato altrove – n.d.s.) se non, già a maggio di quest’anno, la presa di posizione della presidente Giovanna Milella che, poco dopo essere stata eletta a capo dell’organizzazione dell’evento, criticò la scelta: “Dobbiamo ripensarci su” – peccato che nel frattempo non sia ancora chiaro chi dirigerà il prossimo Salone, con la posizione della stessa presidente Milella messa in discussione da più parti.
Inutile rimarcare che la reazione saudita non s’è fatta attendere, con l’ambasciatore a Roma Rayed Khalid A. Krimly a dichiarare che “Desta stupore constatare che quanti si ergono a promotori del liberalismo e del pluralismo stiano manifestando ostilità alla partecipazione di rappresentanti di altre culture in un evento di cultura internazionale».
Comunque, al di là di ciò, la vicenda mi porta a formulare la seguente dubbiosa osservazione: un evento culturale di portata notevole (a prescindere dalle sue difficoltà concrete) come il Salone del Libro di Torino, il quale appunto col suo manifestarsi rappresenti in qualche modo la cultura e il senso generale di essa, a fronte di una questione come quella rappresentata dalla presenza dell’Arabia Saudita ovvero di un paese in diversi modi del tutto antitetico a qualsiasi buon concetto di “cultura”, deve negare la suddetta presenza oppure deve accordarla?
In soldoni: come manifestazione culturale – di nome e di fatto – e dunque espressione di cultura nel senso più ampio del termine, è giusto che il Salone rifiuti la presenza dell’Arabia Saudita, usando in qualche modo (improprio?) la cultura stessa come uno scudo bellico contro chi quella cultura rifiuta, oppure proprio per lo stesso motivo dovrebbe comunque accogliere i sauditi per far loro capire, in un contesto di raffronto esplicito e ineludibile, che quella da essi definita “cultura” (“altra” ovvero diversa, se vogliamo stare alle parole dell’ambasciatore sopra citate) non è affatto tale ma solo un bieco muro dietro il quale nascondere le più barbare atrocità?
Per riassumere ancora di più: il diniego definitivo rappresenterebbe un vero e proprio scontro culturale (con tutte le relative considerazioni del caso)? L’accoglienza, invece, sarebbe un segno di dialogo e un tentativo di far cambiar rotta al regime saudita, oppure raffigurerebbe una resa al suo efferato arbitrio sociopolitico?
Mi pare che la questione, sotto questo punto di vista, sia ben più importante e delicata del mero (e pur significativo) “sì/no” su cui pare concentrarsi la stampa, dacché genera inevitabilmente una riflessione sul ruolo politico della cultura – ruolo inteso come attivo, d’azione, non solo teorico e dunque passivo. Per quanto mi riguarda, di primo acchito trovo difficile non esprimere il più fermo diniego verso la significativa presenza di un regime così efferato, follemente anacronistico e lontano da qualsiasi dimensione di umanità sociale – nonché di cultura, ribadisco. Però mi chiedo anche se il diniego tout court non possa finire con l’estremizzare ancora di più la posizione e l’azione interna del regime saudita, visto che, da bravi produttori di quel maledetto liquido nero che al mondo intero serve per muovere ogni mezzo semovente, avrebbero comunque alleati a gogò pronti a chiudere entrambi gli occhi sulla situazione dei diritti umani pur di ossequiare i principi di Riyad.
Insomma, il “no” è del tutto sostenibile e auspicabile ma solo se seguito da una qualche azione diplomatica e politica di carattere culturale, non solo del Salone che certamente da solo può far ben poco ma a livello ben più ampio e possibilmente alto, volta a fare pressione sui dittatori sauditi al fine di far cambiar loro un po’ di quelle idee malsane sulle quali basano il proprio potere. Ritrovando dunque un ruolo politico attivo e d’azione della cultura e dei suoi elementi rappresentativi in senso diretto (verso i sauditi) e indiretto (verso le istituzioni nazionali e internazionali) fondamentale non solo in tale circostanza. Lo stesso discorso varrebbe per il “sì” alla presenza arabo saudita al Salone, ma in tal caso credo che sarebbero i sauditi stessi a rifiutare la presenza in un evento che li accolga anche per far loro un adeguato cazziatone. Quanto meno, tuttavia, in questo caso sarebbero soprattutto loro a perdere una buona occasione culturale.
P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.
P.S.2: cliccando sull’immagine in testa al post, potrete visitare la pagina di change.org dedicata alla petizione da firmare per chiedere al governo saudita l’annullamento della condanna inflitta ad al-Nimr.
Biblioteche lombarde addio: la Regione presto le chiuderà definitivamente
Ok, ok, il titolo è volutamente polemico, esagerato se non catastrofista, e tuttavia voglio fin da subito precisare che non ha alcuna accezione politico-partitica, nel senso che mi pare superfluo rimarcare come il maltrattamento del comparto culturale italiano, in ogni sua parte, sia cosa assolutamente condivisa da tutte le parti politiche istituzionali e non certo da qualche mese a questa parte.
Però è anche vero che la situazione in cui si ritrova il Sistema Bibliotecario Lombardo – ovvero della più grande e (sovente si sostiene) evoluta regione italiana – è veramente emblematico di come la cecità e l’incapacità amministrativa troppe volte constatabile nei governi italiani ad ogni livello rischi sul serio di provocare danni terrificanti tanto quanto – all’apparenza – ben poco considerati dai suddetti amministratori pubblici.
La questione è la seguente: le reti bibliotecarie lombarde sono oggi in pericolo per via di una spirale di tagli che colpisce con maggior forza le realtà che hanno compiuto investimenti negli anni passati, organizzandosi e garantendo una crescita dei servizi e delle risorse. Tagli che sono il frutto del “combinato disposto” dei risparmi di spesa del Decreto Delrio nei confronti delle province e della politica di Regione Lombardia e toglie l’ossigeno a un servizio di qualità ed eccellenza azzerando (letteralmente: zero Euro nel bilancio 2015!) dopo quarant’anni i contributi per il sistema delle biblioteche lombarde. Eppure basterebbe un milione e mezzo di euro per garantire ossigeno a tutte le reti lombarde che, peraltro, costituiscono una delle vere eccellenze culturali della regione, con un servizio conforme ai migliori standard europei quasi unico in Italia.
Di contro è da ormai due anni che tecnici e amministratori dei Sistemi Bibliotecari Lombardi denunciano la situazione e le possibili conseguenze a Regione Lombardia, chiedendo che si dia continuità ai servizi di rete che hanno un costo di meno del 10% del costo complessivo per le biblioteche della regione, ma che svolgono l’insostituibile compito di garantire il collegamento e le economie di scala fra le biblioteche e lo scambio di documenti tra una biblioteca e l’altra, garantendo l’accesso alle risorse a tutti anche nei più lontani angoli del territorio lombardo.
In soldoni (espressione purtroppo solo metaforica, già): il sostentamento economico del sistema bibliotecario lombardo era di competenza delle provincie; ora tali enti sono stati soppressi (sì, vabbé, diciamo così che ancora non s’è capito cosa diavolo siano, ora) ergo quel sostentamento è in automatico finito sulle spalle dell’ente Regione, il quale ha mantenuto – per il 2015 – il proprio impegno istituzionale di bilancio di 395mila Euro, ma non ha voluto prendersi carico della quota ex provinciale mancante (vedi qui un articolo in merito). Anche l’ipotesi dello stanziamento di questi soldi in un capitolo di bilancio speciale si è scontrata con il diniego secco dell’assessorato al Bilancio, il quale chiede che siano ancora le provincie a sostenere economicamente le biblioteche (il solito scaricabarile all’italiana, già. Come poi se avessero ancora, le provincie, l’identità istituzionale e le possibilità finanziarie di prima che il decreto Delrio le svuotasse, rendendole delle “cose” indefinite. Ulteriore alternativa ventilata – anzi, ultima spiaggia! – sarebbe che i comuni subentrassero nella gestione economica delle biblioteche: ma, inutile dirlo, sarebbe come chiedere a un materassino (da spiaggia, appunto) di attraversare l’Oceano Atlantico trasportando merci. Pura utopia.
Ora, è difficile dire quale buon effetto potranno avere la sensibilizzazione generale sulla questione e la raccolta firme in corso presso le biblioteche lombarde per chiedere alla Regione di prendersi carico della salvezza (termine quanto mai adatto) del sistema bibliotecario. Di sicuro, come una presenza malevola e letale, torna in mente quel “con la cultura non si mangia!” che pare aleggiare inesorabilmente nelle stanze istituzionali italiane (non solo di Lombardia, certo: ne ho già dissertato anche qui su Cultora) e la constatazione circa il cronico disinteresse della politica verso la gestione dei servizi culturali di base – stiamo parlando di biblioteche, mica di pindarici musei d’avanguardia. Tocca ancora a noi comuni cittadini, per l’ennesima volta, far capire indubitabilmente ai nostri amministratori tutta l’assurdità di certe (non) politiche: d’altro canto l’alternativa è vedere trasformata la nostra società civile in un deserto sempre più privo di vitalità culturale, nel quale qualsiasi peggior barbarie può scorrazzare libera. E ora, scrivendo ciò, non credo affatto di essere così catastrofista.