Non amo parlare di politica, almeno per come viene inteso tale termine (invero di origini nobilissime) dalle nostre parti: troppo umiliante e potenzialmente infangante l’averci a che fare, anche solo a parole! Ma se proprio devo gettarvi uno sguardo, cercando di cogliere percezioni atte a ricavarne una qualche opinione, beh, una di quelle più lampanti – e per il cui senso qui ne voglio trattare – è quanto la politica italiana, a “destra” come a “sinistra” (si notino le virgolette, e si pensi a quel noto brano musicale di Giorgio Gaber…), abbia ormai quasi del tutto disconosciuto e rinnegato qualsiasi legame con la cultura, ovvero con il pensiero culturale coevo e con coloro i quali ne sono fonte e voce – i cosiddetti “intellettuali”, termine che a dire il vero non mi mai piaciuto granché… – con risultati che più rispettosi della par condicio non si può. E mi tornano in mente le Lezioni sulla missione del dotto di Fichte, e su come i dotti (non l’avevano ancora inventato, allora, il termine “intellettuale”, almeno con l’accezione oggi in uso!)
abbiano la missione di diffondere la loro sapienza agli uomini, ovvero di fare della stessa la base virtuosa di qualsivoglia azione di natura sociale e dunque necessariamente, anzi, inevitabilmente politica. Nozioni di due secoli fa, ma pare che questi duecento anni siano stati percorsi dalla politica all’indietro, non in avanti…
A destra, di intellettuali veri e degni di tal nome credo proprio non ve ne sia nemmeno più uno: non a caso la destra italiana è talmente rozza, cafona, ignorante, demagogica (nel senso peggiore del termine) e politicamente immorale; non a caso vengono spesso definiti “intellettuali” personaggi le cui idee offenderebbero dei bambini di un anno; e non a caso ciò comporta l’arrivo sugli scranni del potere di personaggi che in qualsiasi altro paese genererebbero un senso di profonda vergogna nazionale… Votata al populismo più sfrenato, al panem et circenses estremo e a un concetto di liberalismo falso dacché prettamente oligarchico, la destra italiana ha praticamente fatto estinguere l’intellettualismo di parte per intraprendere una strategia politica (!?) che si basa proprio sull’assenza di pensiero e pure di qualsivoglia pur minima capacità di riflessione critica, anche quando indubitabilmente schierata. Temo che nemmeno ai tempi del fascismo vi fosse una tale assenza di intellettualismo pur di parte, appunto!
A sinistra, invece, di intellettuali ve ne sarebbero, eccome! – inutile dire che da sempre l’intellettualismo ha goduto di un maggior feeling con questa parte politica, piuttosto che con la destra. Epperò che fa la sinistra italiana? Li ignora, gli intellettuali; finge di cullarli tra le sue braccia ma evita accuratamente di ascoltarli, anzi, spesso se ne mostra parecchio infastidita, con atteggiamento saccente e presuntuoso tanto quanto ottuso e autolesionista. Non a caso la sinistra italiana è così tanto mentalmente rattrappita, incapace, sprovveduta, disadattata e inguaribilmente perdente; non a caso così spesso si vanta dei suoi princìpi e valori per poi puntualmente rinnegarli, con gran ipocrisia; non a caso ciò comporta che, così spesso, gli esponenti di sinistra appaiano come quelli di destra, ma seduti dalla parte opposta del parlamento, dando la viva impressione di esserlo, di sinistra, solo perché per un motivo o per l’altro non possono esserlo di destra. E pensare che il materialismo storico, papà del pensiero di sinistra (o comunista che dir si voglia), è frutto della riflessione filosofica, qualcosa che più intellettuale di così non si può!
Ergo, come dicevo all’inizio, par condicio perfettamente rispettata: destra e sinistra italiane ugualmente indegne di qualsivoglia rispetto e considerazione.
Ecco: volendo parlare di politica partendo da un punto di vista culturale, mi viene da dire e ribadire che la politica italiana è talmente immonda anche perché ormai totalmente priva di buona cultura. Cultura nel senso più alto e “propizio” del termine, quella che sarebbe capace di apportare al pensiero politico quanto di buono viene elaborato nelle discipline umanistiche, scientifiche e artistiche… No: oggi pensatori, letterati, scienziati, artisti e intellettuali d’ogni genere sono persone non gradite alla politica. I “dotti” di Fichte stanno ad essa come un animalista starebbe ad un gruppo di bracconieri coi fucili carichi. Pensano troppo, appunto, e il pensiero, quando derivante dalle suddette discipline ovvero da menti illuminate, è quanto di più opposto al magna-magna totale che, a conti fatti, la politica è. Forse perché in questo modo, ridotto tutto e tutti all’ignoranza più profonda, quando questo povero paese imploderà definitivamente non saremmo nemmeno più in grado di rendercene conto. Andremo allo scatafascio ridendo come degli ebeti. Amen.
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E’ on line il numero 106 – Marzo 2013 – di InfoBergamo!
E’ uscito il numero 106 – Marzo 2013 – di InfoBergamo, il primo mensile on-line bergamasco di cultura ed informazione, ovvero la più diffusa e letta web-rivista di genesi orobica, indubbiamente (fin dal nome, appunto!), ma di respiro, spirito e interessi assolutamente nazionali, se non di più. Come sempre, anche in questo numero 106 c’è veramente parecchia carne al fuoco della quale “cibarsi” e di livello assolutamente eccellente, tra cultura, politica, società, arte, musica, libri, motori e molto, molto altro, come si può evincere dal sommario del mese…
Per quanto mi riguarda, i miei contributi/sguardi/esplorazioni del panorama editoriale e letterario nazionale (e non solo) torneranno dal prossimo numero di Aprile. Ma nel frattempo non perdetevi nulla di questo nuovo numero 106 del mensile (e nemmeno della piattaforma web relativa): cliccate sull’immagine della copertina e avrete tutto quanto a vostra disposizione. InfoBergamo merita sul serio la vostra attenta lettura, e sono certo che non vi deluderà!
Ma la politica è veramente libertà di pensiero? (Björn Larsson dixit #2)
“Aveva perfettamente ragione Gao Xingjian, che sapeva bene di cosa stava parlando, quando sosteneva che ogni forma di associazione o movimento politico implicava già una sorta di repressione della libertà di pensiero e di espressione.“
(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pag.23)
Che dire, se non di essere totalmente d’accordo? Non potrei non esserlo, dacché sono italiano. E ho detto tutto.
Se la barca merita di affondare, che coli a picco! (Cupe e amarissime riflessioni sugli ultimi accadimenti politico-elettorali italici)
Sarò parecchio amaro e cupo – come appunto recita il titolo del post. Sappiatelo, e scusatemi per questo fin da ora.
A me pare che pure le ultime farsesche elezioni politiche (e “farsesche” non certo per la presenza di un comico tra i leader di partito) non abbiano fatto altro che confermare una già storica evidenza: buona parte del popolo italiano ha nel proprio DNA l’ineluttabile necessità di essere dominato – attenzione: non “governato”, dominato!) da un potere che sia tanto forte da giustificare l’assoggettamento pedissequo alla sua egemonia, e al quale il popolo conferisce ogni facoltà pur di deresponsabilizzarsi e giustificarsi in tal modo quanto combina nella propria esistenza quotidiana. Sia un leader che impersoni le brame più facili e popolari, sia un dittatore, un papa, ma pure un simbolo, un’icona, un’ideologia, uno status symbol, una bandiera, una squadra di calcio, un campanile: l’italiano suddetto deve avere qualcuno che lo guidi, qualcuno nel quale identificarsi, qualcuno a cui accodarsi e che lo sollevi il più possibile dal dover pensare. Questo io credo venga dalla storia di questa miserrima nazione, che dopo i fasti dell’Impero Romano (ormai troppo lontani nel tempo affinché ne possa restare qualche buona traccia) non ha fatto altro che subire invasioni, dominazioni, liberazioni e successive nuove dominazioni che hanno spezzato sul nascere qualsiasi germoglio di identità – nazionale, sociale e infine anche individuale: inevitabilmente direi – e dunque qualsivoglia virtuosa consapevolezza civica. Gianni Brera sosteneva che l’Italia aveva per secoli sofferto di “sindrome da liberazione”, appunto: sempre dominata da qualcuno e sempre liberata da qualcun altro (straniero, generalmente), ovvero mai in grado di maturare quella suddetta consapevolezza necessaria alla costruzione di un’autentica e virtuosa società civile, capace di riflettere nelle sue strutture di governo il meglio di essa e non, viceversa, superficiale al punto da nemmeno rendersi conto di ciò che è e di dove sta andando. L’identità nazionale italiana secoli fa era un infante che abbisognava di una buona educazione e degli insegnamenti necessari a farle maturare una determinata e adeguata personalità, e a tutt’oggi infante è rimasta: mai divenuta adulta ovvero ineluttabilmente superficiale, politicamente rozza, incolta, priva di qualsiasi impulso all’autodeterminazione, mancante di qualsiasi riferimento in base al quale maturare la capacità di scegliere ciò che è buono e ciò che non lo è. E, proprio come un infante, non fa che credere a tutto quello che gli viene propinato, addirittura lasciandosi convincere che chi lo sta ingannando sia invece il custode e il difensore della verità, dacché superficiale al punto da non saper più nemmeno riflettere, da non essere più in grado di formulare dei dubbi oppure quando sia in grado di farlo, comportandosi come l’Asino di Buridano o lasciandosi impaurire dai dubbi stessi e fuggirne lontano. In fondo penso che gli stessi motivi siano alla base del fatto che l’Italia sia un paese così spaventosamente arretrato in tema di diritti civili: non avendo la coscienza civica e l’intelligenza politica per rifletterci sopra e stabilire cosa sia giusto fare, lascia fare ad altri (vedi sopra), cioè a quei poteri che tutto vogliono meno che i diritti dei cittadini siano difesi, preservati e ampliati – ciò che invece sarebbe cosa del tutto naturale e inevitabile, in una vera democrazia.
Credo sia anche per questo che Giorgio Bocca sostenesse che gli italiani fossero sostanzialmente un popolo di fascisti: non in quanto sostenitori “storici” di quel regime, semmai perché privi di presenza civica al punto da non poter che lasciarsi assoggettare dal primo uomo forte in circolazione, capace di dir loro ciò che vogliono sentirsi dire e, nel contempo, senza che essi si curino di quanto quell’uomo poi faccia concretamente. Fa nulla, dunque, se è/sarà un perfetto incapace, un emerito malfattore ovvero un vuoto fantoccio: non conta questo, conta che egli sappia riempire il vuoto civico (ovvero, lo ribadisco, sociale, sociologico e antropologico) che essi hanno dentro, nella mente e nell’animo.
A ben vedere, la validità del noto motteggio popolare “ogni popolo ha i governanti che si merita” è proprio qui. Come sosteneva Goethe, il miglior governo è quello che ci insegna a governarci da soli. Addirittura Thoreau, dotato di pensiero per certi versi ancora più avanzato (e/o rivoluzionario), affermava addirittura che il miglior governo è quello che non governa affatto. In Italia è accaduto e continua ad accadere il contrario: incapaci di governarci da soli (ovvero, insisto, a generare una sana e consapevole società civile) finiamo puntualmente per farci governare dal peggior governo possibile, che in quanto tale non governa nemmeno: domina, impone, imperversa, assoggetta, soggioga, facendosi gli affari propri mentre il popolo assiste stoltamente e applaude a comando. Come accade in TV – e non è certo un caso, questo. Per non piangere verrebbe da ridere, così sperando di evocare Bakunin – “Una risata vi seppellirà!” – e come invita a fare uno dei leader più votati in quest’ultima tornata elettorale, ma forse nemmeno questo molti italiani sanno più fare, se non facendolo sguaiatamente, purtroppo.
Nossignori: per questa Italia non c’è speranza alcuna. Avrebbe infinite risorse per rinascere e diventare una potenza assoluta – la cultura in primis, non mi stancherò mai di dirlo! Oh, già, la cultura, guarda caso quanto di più assente nei proclami di tutte le forze politiche presentatesi al voto… E ho detto tutto! – e invece si è inesorabilmente votata al suicidio. Stando così le cose, e dato che nulla fa pensare che possano cambiare tanto profondamente da sovvertire tale stato, non c’è nessuna speranza. La barca sta affondando, ma i passeggeri continuano a mettere al timone i peggiori capitani possibili: beh, non si meritano altro che colare a picco, a questo punto.
Io la penso così. Sia benvenuto e lodato chiunque mi potrà contraddire e smentire, ma al momento la mia idea è questa.
Pugnaci esercizi di autodifesa culturale
Ormai è più che chiara, la situazione. Quasi pleonastico rimarcarla. L’Italia, paese primario al mondo (se non primo in assoluto) per potenzialità culturali, e per altrettanto potenziale e fruttuosa influenza della cultura sulla società civile e sullo stato del paese, la cultura stessa istituzionalmente l’ha ormai gettata alle ortiche. La classe dirigente che ci comanda, ignorante e becera (oltre che sovente criminale), non capisce quanto bene si potrebbe ricavare (anche dal punto di vista economico) dalla cultura – non solo: con la ormai palese strategia di rincoglionimento di massa (scusate la franchezza) posta in atto da decenni, funzionale al far che le menti spente non possano creare noie e fastidi alle loro mire di potere e di dominio sempre più vaste, sta facendo in modo che la cultura, in Italia, sia ormai quasi allo stato di cadavere. Lo si sa bene, d’altronde, che la cultura genera pensiero, dunque intelligenza, dunque consapevolezza della realtà: tutto ciò che il potere aborrisce, invece, per i motivi di cui sopra.
Dunque? Dunque non resta che fare una cosa – del tutto ovvia e naturale, d’altronde, se veramente vogliamo vivere in un sistema democratico: riprendere in mano il controllo della realtà, fare ciò che le classi dirigenti non fanno e probabilmente non faranno mai (visto al proposito l’orizzonte che abbiamo di fronte…), e cominciare a farlo fin dalle piccole cose – dacché, non dimentichiamocelo, anche le più grandi conquiste sono spesso fatte di tanti piccoli progressi, a partire da noi tutti singoli individui in su.
Ecco di seguito, ad esempio, due ottimi esercizi di autodifesa culturale, alla faccia di quei beceri potenti che un libro non sanno forse nemmeno come sia fatto…
Esercizio di autodifesa culturale #1: la biblioteca di condominio
“È stata inaugurata lo scorso 12 febbraio la prima “Biblioteca condominiale” a Milano, in via Rembrandt 12, passata subito agli onori della cronaca grazie alla singolare problematica che il suo fondatore, il Sig. Roberto Chiappello, è riuscito a mettere in luce. Non solo nel condominio di via Rembrandt 12, abitato da circa una settantina d’inquilini, si assiste infatti all’assurdo di non conoscere i propri vicini di pianerottolo, o il non aver scambiato se non un vuoto “buongiorno” per le scale con gli altri condomini. Il paradosso si raggiunge in ascensore, ci racconta con un filo di ironia lo stesso signor Chiappello che siamo andati a trovare per chiedere come procede l’iniziativa, dove, se si è in tre, uno fa girar il mazzo di chiavi, l’altro guarda il soffitto e l’altro il pavimento, perpetuando questa bizzarra situazione. “Abbiamo cercato di abbattere le distanze tra gli inquilini del palazzo, di dialogare con i condòmini per verificare se anche da parte loro ci fosse la volontà di creare finalmente un nostro spazio, adibito al dialogo e al confronto” dichiara il signor Chiappello. La Biblioteca, allestita in una sala adiacente alla portineria, ora considerata come spazio comune del condominio, imbiancata e sistemata di tutto punto per l’iniziativa, conta tra le sue fila più di mille titoli, ancora non catalogati, ed altri mille sono in arrivo. La maggior parte di questi libri, sottolinea il signor Chiappello, sono arrivati grazie anche al supporto di persone all’esterno del condominio, “ho addirittura ricevuto una telefonata da un signore di Perugia che voleva donarci alcuni libri”, aggiungendo, in risposta a chi del condominio aveva proposto di chiudere la biblioteca agli “esterni”, che queste opere non sono altro che un veicolo culturale, un mezzo attraverso il quale promuovere una nuovo modo di fare coesione sociale, all’interno tanto del condominio quanto del quartiere.” (articolo tratto da www.milanoize.com. Qui l’originale.)
Esercizio di autodifesa culturale #2: la comunità dei lettori
“Liberos in logudorese significa sia libri che liberi ed è il nome di un nuovo interessante progetto.
Liberos – come si legge sul sito di Michela Murgia – è un progetto di rete nato per volontà di scrittori, editori, librai, associazioni culturali, bibliotecari e agenti letterari. Partirà tra poche settimane, ma intanto è già on line una pagina di pre-lancio con un video (con musiche di Arrogalla). Il network Liberos sarà operativo ai primi di marzo. E’ già possibile però effettuare una pre-iscrizione su http://www.liberos.it (per testare per primi le funzionalità della comunità) e seguire l’iniziativa su Facebook e Twitter.
L’idea di Liberos nasce dalla constatazione delle difficoltà di sopravvivenza di tutti i soggetti della filiera sarda del libro e si propone di offrire a librai, bibliotecari, editori e agli altri attori del mondo editoriale uno strumento di relazione costante, di progettazione comune e di comunicazione diretta con i lettori. Ai lettori, che sono la chiave di volta di questo progetto, Liberos offre moltissimi servizi, il principale dei quali è un social network on line dove incontrarsi, costruire i propri angoli di lettura personalizzati, entrare in contatto diretto con gli autori, le associazioni, i librai, gli editori e i bibliotecari e ricevere informazioni sul mondo del libro in Sardegna.”
(Articolo tratto da www.edumondo.it. Grazie di cuore a Marta, del blog Tramedipensieri, per la segnalazione.)
Ecco. La cultura è nostra, la cultura siamo noi. Riprendiamone il controllo, e avremo tra le mani l’arma forse in assoluto più efficace contro qualsiasi deriva sociale, imposta per strategia o meno.
Alla pugna! E, mi raccomando, siate feroci e spietati, quando avrete un buon libro tra le mani!