Per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire (Leo Longanesi dixit)

Si parla di romanzo e non si è ancora ben capito che per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire, da dire nel senso sociale, politico o per usare una parola più ardente e più sonora, umano.

(Leo Longanesi, citato in Francesco Giubilei, Leo Longanesi, il borghese conservatore, Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015, pag.146)

longanesi_h_partbLonganesi denotava sagacemente quanto sopra già sessant’anni fa… ecco, fate conto che da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Anzi, di più: guai se oggi scrivere romanzi debba essere un esercizio letterario di senso sociale, politico ovvero culturale e, perché no, artistico. E’ il metodo più veloce per non farsi pubblicare, questo!
(P.S.: cliccate qui per leggere la recensione del libro di Francesco Giubilei da cui è tratta la citazione.)

Di detrazioni fiscali sui libri e detrazioni culturali sulle menti

Senza nome-True Color-02Cristina Giussani, presidente del SIL – Sindacato Italiano Librai aderente a Confesercenti – commentando il rapporto diffuso dall’Istat sulla lettura in Italia – ovvero la deprimente (e ormai cronica) situazione fotografata in esso, dice: «Sarebbe più efficiente passare ad un approccio globale del problema. Per questo auspichiamo che la Legge Giordano, attualmente in discussione in Parlamento, introduca per tutti la possibilità di usufruire di detrazioni fiscali sull’acquisto dei libri, che siano di varia o di scolastica. Un intervento che, soprattutto se inserito all’interno di una grande campagna per rilanciare il ruolo culturale di libri e librerie, può efficacemente stimolare l’avvicinamento degli italiani alla lettura.» (Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere l’articolo in originale nel sito del SIL.)

Sì, ok, può aver ragione, Cristina Giussani. Anzi, ce l’ha senza dubbio. Però, io penso, il vero “approccio globale del problema” non sarebbe tanto quello di far pagar meno i libri (qualsivoglia cosa significhi e comporti ciò) semmai di riportare gli italiani sui libri ovvero – temo – di rialfabetizzarli culturalmente, e non con provvedimenti presi per legge, calati dall’alto e nemmeno resi strutturali, sicché domani un nuovo governo annulli il tutto per propri differenti interessi o semplicemente perché non vi siano più fondi disponibili (una motivazione, vera o presunta, sempre molto in voga negli esecutivi nazionali), ma in base a un necessario, anzi, incontrovertibile cambio di clima culturale. Che io non vedo, non percepisco, non intuisco. Al contrario, vedo una cultura sempre più disprezzata dalla politica e dalle sue parti amministranti.
C’è da fermare un processo di imbarbarimento sociale ormai parecchio avanzato, insomma, affinché qualsiasi iniziativa del tipo (giustamente) proposto dal SIL possa avere effetti realmente fruttuosi. Altrimenti, sarà come drogare un cavallo così che vinca quelle gare in cui arrivava sempre ultimo, per poi vederlo stramazzare a terra dopo il traguardo lasciando che di nuovo siano gli altri cavalli a vincere.

L’Europa odierna, la dignità negata, e 8 secoli di civiltà buttati al vento

(Photo courtesy Epa/Georgi Licovski)
(Photo courtesy Epa/Georgi Licovski)
Se c’è una cosa che ha segnato irrimediabilmente la storia dell’Europa in questo 2015 ormai agli sgoccioli, è certamente stata l’epitaffio nei confronti della sua (presunta) civiltà scritto da essa stessa attraverso la scellerata gestione dell’arrivo e del transito sul suo territorio dei profughi e dei rifugiati, delle cui vicende ormai tutti sappiamo – seppur spesso nel modo distorto trasmesso dai media. Eppure esattamente 800 anni fa, nel 1215, il re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra promulgava la poi divenuta celeberrima Magna Charta, nella quale già era sancito il diritto dei rifugiati provenienti dai paesi in guerra di essere accolti – lo ricorda la prestigiosa rivista Il Mulino sulla propria pagina facebook:

“In futuro sarà lecito per chiunque uscire dal nostro regno e rientrarvi, sano e salvo, per terra e per mare, fatta salva la fedeltà che ci è dovuta, fuorché in tempo di guerra per breve periodo, secondo la comune utilità del regno, ad eccezione degli imprigionati e dei fuorilegge, della gente di paesi in guerra con noi, e dei mercanti, peri quali valga ciò che è stabilito qui sopra.”

Una delle sole quattro esemplificazioni (copie conformi) sopravvissute del testo del 1215. Cotton MS. Augustus II. 106, conservato alla British Library (tratto da Wikipedia).
Una delle sole quattro esemplificazioni (copie conformi) sopravvissute del testo del 1215 della Magna Charta. Cotton MS. Augustus II. 106, conservato alla British Library (tratto da Wikipedia).
Dopo 8 secoli, l’Europa non solo si è dimenticata di tali principi di civiltà e umanità, ma li ha pure calpestati per fare spazio a ignoranze, egoismi, biechi tornaconti, populismi, criminosità politiche varie e assortite che hanno comportato soprattutto ciò che mai dovrebbe essere negato a un essere umano, quanto più se in difficoltà: la dignità. E non sto affatto riferendomi a cosa si debba fare nel concreto: il problema non è l’accoglimento o il respingimento oppure che altro. In un senso e nell’altro, qualsiasi decisione presa deve essere sempre rispettosa della dignità delle persone: e io credo che l’Europa – salvo rari casi – non abbia saputo fare ciò, anzi, che abbia scientemente negato una condizione dignitosa a molti dei profughi giunti in terra europea da paesi a dir poco devastati da guerre e disordini, e lo abbia fatto per via di una inopinata ma purtroppo sempre più profonda barbarie politica e culturale scaturente dalla propria tremenda pochezza identitaria.
Questa enorme, ottusa e imperdonabile pecca io credo che l’Europa se la vedrà tornare indietro nel prossimo futuro – anche perché sovente chi ne fa le spese sono i bambini, ai quali in tal modo viene “insegnata” una inspiegabile (per loro) crudeltà che finirà per sedimentarsi nell’animo. Chiunque neghi diritti fondamentali di civiltà, umanità e, se è il caso, carità ad altre persone che giustificatamente ne abbisognano, inesorabilmente ne subirà le conseguenze. Lo insegna la storia, e insegna pure che, quando ciò accade, è sempre cosa drammaticamente meritata. Ma credo che a tanti dei politici che malauguratamente governano l’Europa contemporanea – un’entità geopolitica e culturale che potrebbe e dovrebbe fare da guida al pianeta intero mentre invece affoga nei pantani biecamente politici da essa stessa creati (in tema di profughi, particolarmente emblematico, ma non solo) – ciò non interessi granché, dacché sono essi stessi i primi a non capire cosa sia l’Europa, nonché cosa possa e debba fare per sé stessa, la sua gente e per il mondo del quale rappresenta una parte così importante.

Camus, Silone e la mancanza di una autentica cultura “europea”

camus-siloneSovente sui media ci capita di sentire parlare in modo critico di “Europa”, da parte di coloro i quali, per parte politica, interesse, convinzione più o meno giustificata e giustificabile o altro,  ne avversano concetto, forma e sostanza.
Certamente tali pulsioni anti-europeiste pescano nella (spesso più bieca e vuota) politicaggine partitica, pugnace in quel senso solo per mera convenienza di potere – o di relativa opposizione ad esso nel tentativo di ribaltare la situazione a proprio favore, ovvio. Tuttavia non posso non vedere un serio pericolo in questo anti-europeismo populista, per come in esso e con esso si finisca per confondere l’Europa in quanto istituzione politica e l’Europa in quanto territorio di storia, cultura e tradizioni comuni, oltre che di valori condivisibili per genesi antropologica e sociologica comune. Sia chiaro, il pericolo (ugualmente di carattere populista) esiste anche in senso opposto, ove l’Europa sia identificata meramente come entità politica e non come compendio comunitario dei caratteri sopra esposti. Il tutto, poi, scivola inesorabilmente o nel provincialismo campanilista più retrivo e antistorico ovvero, dall’altra parte, nel globalismo ideologico più massificante e culturalmente omologante.
Su tale questione, ho letto di recente una citazione di Albert Camus che a sua volta cita Ignazio Silone – due grandi della letteratura del Novecento, inutile rimarcarlo. Citazione tratta dal mensile Montagne360 di ottobre 2015, inserita in un articolo che presenta il sentiero di recente realizzazione dedicato allo scrittore abruzzese attorno a Pescina, suo borgo natale, e che in poche parole svela cosa significhi essere veramente europei (prima che europeisti così come anti-, naturalmente) ovvero cosa manchi a livello culturale, purtroppo, nel distorto concetto oggi diffusosi di “Europa”:
Così dunque scrisse Camus – nel 1957, tenetelo ben conto:

E’ perché amo il mio paese che mi sento europeo. Guardate Silone, che parla a tutta Europa. Se io mi sento legato a lui è perché egli è nello stesso tempo incredibilmente radicato nella sua tradizione.

E si tenga conto come da parte sua Silone, nell’introduzione a Fontamara, confermasse questa visione glocalista (per usare un termine tanto brutto quanto modaiolo) della propria letteratura:

Tutto quello che m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all’estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui.

Ecco: brevemente tanto quanto profondamente Camus, già quasi 60 anni fa e prendendo a modello tale visione nostranamente cosmopolita (mi si passi l’ossimoro, opinabile ma è per fini di sintesi) di Silone circa la propria scrittura, ha saputo spiegare quale forma e sostanza possa e debba avere un’Europa autenticamente comunitaria e identificante per chiunque vi faccia parte, dal Circolo Polare Artico al Mar Mediterraneo. Un concetto massimamente culturale che contiene l’identità locale e l’identificazione continentale, questa seconda come logica e inevitabile somma delle prime. Un concetto antropologico, semplicissimo eppure ignorato da tanti, volutamente o meno, se non proprio rifiutato, combattuto, oltraggiato: per egoismo, anacronismo, ottusità, ignoranza, follia.
Un concetto che finché non sarà finalmente compreso nel modo più ampio possibile, non consentirà alcuna effettiva unità europea, ne dal punto di vista politico-istituzionale, ne (cosa per certi aspetti pure più grave) da quello culturale, civico e antropologico. Con le conseguenze che abbiamo già da tempo sotto gli occhi.

Perché la politica disprezza così profondamente la cultura?

Sandro Botticelli, La Voragine dell'Inferno, 1490-1495.
Sandro Botticelli, La Voragine dell’Inferno, 1490-1495.
La riflessione che vi sottopongo in questo articolo parlerà di cultura in senso politico. Politico, sì, non partitico – anzi, l’esatto opposto, nella sostanza. Nasce, tale riflessione, dal frequente constatare lo stato in cui giace la cultura (in senso generale) in Italia, e di come essa risulti programmaticamente negletta e sostanzialmente disprezzata da tutti i governi che si sono succeduti alla guida del paese negli ultimi decenni, di qualsiasi parte, segno, colore fossero. Per tale motivo ho affermato lì sopra che queste mie considerazioni, scaturenti dal personale punto di vista di fruitore ergo sostenitore della cultura – in senso lato ma pure, se non soprattutto in senso di valore politico di essa – hanno un marchio non a-partitico, semmai anti-partitico. Perché se la politica è, classicamente, la gestione della cosa comune e la cultura, con tutte le arti d’ogni sorta che la formano, è da sempre la fonte della migliore, più sagace e sovente profetica rappresentazione del nostro mondo comune e delle sue pubbliche realtà, inevitabilmente i prodotti culturali – meglio, l’attività di produzione culturale, è in tutto e per tutto anche un esercizio politico. Di qui non ci si scappa.
Posto ciò, e appunto in tema di stato spesso fatiscente della cultura in Italia generato in molti casi dal sostanziale disinteresse istituzionale – così ben certificato dall’ormai celeberrimo “con la cultura non si mangia!proferito da un noto ex ministro – viene da chiedersi perché ci sia una tale conclamata avversione della politica verso le cose culturali. Ecco, la risposta migliore che mi viene in mente scaturisce da quelle peculiarità lì sopra elencate riguardo la cultura, la quale da sempre – quando sia di qualità – è originale, fuori dagli schemi, innovativa, sovversiva, spesso pure profetica, appunto. Ovvero, è quanto di più avverso a qualsiasi sistema di potere, politico in primis ma non solo, che per sua natura persegua come obiettivo fondamentale la propria salvaguardia, e che dunque contrasti qualsivoglia pur minimo elemento che possa mettere in discussione lo stato di fatto sul quale il sistema suddetto si regge e prospera. Che venisse o venga da una parte o dall’altra dell’emiciclo parlamentare, proclamandosi dunque al caso conservatrice o progressista, la classe politica di questo paese si è sempre dimostrata inequivocabilmente e rigidamente reazionaria verso la cultura. Per mera fobia, appunto, per angoscia di quanto potesse generare e proporre alla gente, per il terrore che un buon nutrimento culturale possa permettere alla gente di pensare: la cosa massimamente invisa a qualsiasi potere dominante.
Non è un caso, poi, che tale atteggiamento politico non si limiti al solo ambito culturale: purtroppo viene facile constatarlo pure, ad esempio, nell’innovazione tecnologica, nella ricerca scientifica, nell’evoluzione sociale… – l’elenco è piuttosto lungo e d’altro canto notorio.
L’alternativa a ciò messa in atto dal potere nella storia, passata e recente, è l’assoggettamento della cultura alle sue direttive, ovvero la trasformazione della produzione culturale in mezzo di propaganda e di celebrazione del potere stesso, con la parallela eliminazione materiale di quella che non si voglia allineare. Ma siccome tale metodo necessita di un clima di vigente antidemocrazia – e comunque di casi del genere ve ne sono pure in circolazione, anche solo come adattamento al più piatto e ruffiano politically correct: tra libri, musica, cinema e quant’altro, di esempi in tal senso ve ne sono a bizzeffe – al potere non resta altro che lasciare languire la cultura in uno stato di sostanziale e crescente miseria (non solo finanziaria, ribadisco), semmai sostenendo tutto quanto nel quotidiano sia invece ad essa avverso, dalla TV (che non è più “cultura” da tempo, serve dirlo?) agli elementi meramente consumistici fino al materialismo e all’edonismo più ottuso – il caro vecchio panem et circenses, ecco.
Insomma, tutto ciò per sostenere che dal profondo sconcerto derivante dalla constatazione che qualsiasi parte politica che abbia avuto e ha mansione amministrative ha sempre e comunque fatto in modo di non considerare la cultura, se non di avversarla, scaturisce una ulteriore, palese considerazione: non saranno i cambi di colore politico al potere a risollevare le sorti della cultura in Italia, piuttosto serve un radicale cambio di punto di vista, di visione generale, di orizzonti e di fini. Un cambio di sistema, ecco, che sappia cancellare il dogma programmatico che il suddetto ex ministro palesò pubblicamente e riconosca, ovvero comprenda profondamente, tutta l’importanza sociologica, antropologica ergo pure politica – nel senso “alto” del termine, antitetico a qualsiasi accezione partitica di esso, oggi purtroppo dominante – che la cultura possiede per il bene e il progresso della società nella quale si manifesta.
Sembrerebbe una cosa persino banale e totalmente ovvia, vero? Ho fatto la scoperta dell’acqua calda, lo so bene: peccato che sia una scoperta del tutto ignorata, con gli sconcertanti – anzi, per restare in metafora, raggelanti risultati che ci ritroviamo davanti.
Senza tutto ciò, beh, temo che per la cultura nazionale il futuro sarà sempre più cupo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.