La coscienza e la maggioranza

La coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.

(Harper LeeIl buio oltre la siepe, Feltrinelli Editore, Milano, 2013, cap.11.)

Ha pienamente ragione Harper Lee, e in effetti le sue parole riescono anche a spiegare rapidamente e bene come mai la nostra epoca sia così piena di “incoscienti conformati”, individui che si allineano al pensiero calato dall’alto soffocando del tutto la propria coscienza – termine che deriva dal latino conscientia a sua volta derivato di conscire, cioè “essere consapevole, conoscere”: ciò che risulta quanto di più ostile alle “verità” presunte e imposte come indubitabili.
È un gran bel paradosso, certamente, e parecchio inquietante, ma tanto quelli non ne sono coscienti, non sanno rendersene conto. Con gran danno per tutti, se non si riattiva loro la coscienza – be’, sperando che ne abbiano ancora una, che non sia stata del tutto repressa.

(Post ispirato da un tweet di Emanuela Ersilia Abbadessa, che ringrazio. L’immagine in testa all’articolo è tratta da qui.)

Il torto (perenne) dei giornalisti

Il grande torto dei giornalisti è di parlare solo dei libri nuovi, come se la verità fosse mai nuova. A me sembra che fino a quando non si siano letti tutti i libri antichi, non ci sia alcuna ragione di preferire i nuovi.

(Charles-Louis de MontesquieuLettere persiane, a cura di Lanfranco Binni, Garzanti, 2012,  cap.CVIII pag.148.)

Al di là dell’esagerazione aforistica, Montesquieu dice una cosa verissima e validissima tutt’oggi. se ricontestualizzata alla produzione editoriale contemporanea, che vive di novità continue e di libri dalla vita editoriale sempre più breve, sempre più legata a quanto riscontro trovino sui media e alle copie di conseguenza vendute per poi sparire dalle librerie appena dopo che l’interesse sia scemato – inesorabilmente scemato per l’incalzare di ulteriori novità, appunto. Come se i libri avessero una data di scadenza quando invece, se sono buoni libri, durano per generazioni intere e, se sono addirittura capolavori, diventano classici e durano per sempre. O durerebbero per sempre: ma chissà se il meccanismo editoriale odierno – un meccanismo folle, con il quale l’editoria pensa di salvarsi al momento ma che col tempo la porta a una inevitabile autodistruzione – può ancora consentire a un grande libro di diventare un classico, o se il tritacarne editorial-commerciale non lasci più scampo ormai a niente e nessuno di letterario.

Gente senza scrupoli

«Ma cosa ci si può aspettare da una nazione la cui storia è fatta di violenza e giustizia sommaria? La conquista del West non è altro che un’immensa spartizione storica di cadaveri, non certo un insediamento pacifico di pionieri in un nuovo continente. Quella conquista è la vittoria di un manipolo di gente senza scrupoli, e sono loro che hanno costruito gli Stati Uniti.»

(Arto Paasilinna, Il liberatore dei popoli oppressi, Iperborea, 2015, pagg.55-56.)

I boschi come patrimonio civico

Sul nel bosco con scuri, seghe e roncole, tutta la gente della contrada per l’assegnazione del legnatico d’uso civico. Una cosa antichissima: da bambino andavo con mio nonno, e mio nonno con il suo, e così indietro per secoli perché quassù non c’erano padroni né canonici né nobili; poveri sì ma liberi, e per nostra legge antica i boschi sono della comunità.
La legna per i focolari, il legname e il carbone dolce per il commercio con la pianura e con Venezia. Il ricavato di questo commercio serviva per la spesa pubblica: il medico, i maestri, per l’assistenza ai più bisognosi, per il prete, per il piccolo esercito a difesa della patria montana. Nel 1310 avevano scritto «Il bene del Governo è quello del Popolo e il bene del Popolo è quello del Governo. Tutte le cariche pubbliche sono elettive». E ancora: «Il prete bada esclusivamente alle cose dell’anima e non può intervenire nella cosa pubblica». E così i «fuochi» eleggevano i pubblici amministratori, i soldati i loro comandanti, i fedeli il prete, e poi tutti, scaduto il mandato, non erano rieleggibili al fine di evitare nepotismi e clientele. E siccome c’era rispetto per le idee altrui chi veniva quassù trovava ospitalità. Poi capitarono Napoleone, Francesco Giuseppe e i Piemontesi. Per non dire della guerra.

(Mario Rigoni Stern, Legnatico d’uso civico in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.176.)

Arto Paasilinna, “Il liberatore dei popoli oppressi”

Nella libreria di casa, reparto “libri ancora da leggere”, ne avevo ancora due in deposito di Arto Paasilinna quando, lo scorso anno, è giunta la notizia della sua dipartita. Per me il grande scrittore finlandese ha rappresentato una delle figure fondamentali e “marcatore referenziale” delle mie esplorazioni letterarie fin dal primo libro che lessi, e se date un occhio agli articoli che a Paasilinna ho dedicato nel blog la potrete comprendere bene, questa cosa. Al punto da compiere un lungo viaggio in Finlandia, qualche anno fa, determinando l’itinerario anche in base alle località di cui avevo letto nei suoi libri, e da acquistare nello shop di Helsinki della sua storica casa editrice locale, la WSOY, due dei suoi testi in lingua originale: idioma che non conosco affatto, giusto per il mero gusto di possederli.

Potrete dunque capire che, dopo la sua scomparsa, quei due ultimi libri da leggere a casa sono diventati particolarmente significativi; certo posso ben pensare che Iperborea ne pubblicherà ancora altri – Paasilinna è stato un autore a dir poco prolifico, dunque il materiale non manca – ma dal mio punto di vista, insomma, non volevo sprecare troppo rapidamente questo piccolo “patrimonio” paasilinniano a disposizione.

D’altro canto, come resistere a libri che, ormai lo so benissimo, sanno farmi divertire come pochi altri? Ecco.

Ne Il liberatore dei popoli oppressi (Iperborea, 2015, traduzione di Francesco Felici; orig. Vapahtaja Surunen, 1986) si può trovare un Paasilinna ancor più a briglia creativa sciolta, se possibile, rispetto ad altri suoi romanzi, così da intessere una storia vorticosa nella quale quasi ad ogni pagina al suo protagonista succede qualcosa. Protagonista che stavolta si chiama Viljo Surunen, professione glottologo (eminente, per giunta), attivista per i diritti umani che, dopo una riunione di Amnesty International a Helsinki e con l’incitamento della bella maestra di musica Anneli Immonen, anch’ella sensibile a tali cause politico-umanitarie, decide di non poter più stare con le mani in mano nei confronti delle vicende di tanti prigionieri politici che un po’ ovunque nel mondo subiscono le angherie di dittatori efferati e dei loro regimi totalitari []

(Leggete la recensione completa de Il liberatore dei popoli oppressi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)