I turisti coi macchinoni

I turisti arrivano con le loro belle macchine sulla strada sterrata che è stata sistemata in primavera, si fermano alla staccionata davanti alla baita e suonano il clacson, suonano e guardano il colle sopra la baita dove sono sdraiati sul prato il bovaio e il porcaio, e si sbracciano finché non si rassegnano a scendere dalla macchina per aprire la staccionata e proseguire. Venti minuti dopo ripercorrono lo stesso tratto in retromarcia perché la strada non arriva molto più avanti e non c’è spazio per fare inversione coi macchinoni, e devono fermarsi a riaprire la staccionata che avevano lasciato aperta e adesso è di nuovo chiusa. I pastori sono sdraiati nell’erba sul colle sopra la baita e fanno ciao ai turisti con la mano.

(Arno Camenisch, Sez Ner, Edizioni Casagrande, 2009, pag.12.)

“Bestia” a chi?

Forse sarebbe finalmente il caso di limitare rigidamente, con apposita iniziativa istituzionale, l’introduzione di certi esemplari di razza umana (Homo Sapiens, o presunto tale) in determinate aree naturali. Troppo elevato il pericolo di manifestazioni di stupidità prevaricatrice e distruttiva, tale soprattutto se rivolta ad altre creature propriamente intelligenti e per nulla aggressive, a differenza degli esemplari della suddetta razza, i quali invece risultano non di rado animati da comportamenti aggressivi e deleteri nei confronti dell’intero ambiente naturale.

P.S.: cliccate sull’immagine per leggere l’articolo a cui si riferisce.

Antichi sentieri e viabilità storica: la “scrittura” dell’uomo sul “libro” che è il territorio in cui vive

mulattiereOra che finalmente un po’ di neve è caduta oltre una certa quota, dedico spesso le mie uscite di corsa in montagna all’esplorazione di vecchie mulattiere e percorsi storici della zona, ormai scarsamente frequentati se non da qualche rado locale – quasi sempre cacciatori che raggiungono i propri capanni di caccia durante la stagione venatoria – o, ancor più raramente, da qualche escursionista amante della solitudine, anche perché comode strade carrozzabili hanno ormai sopperito ai loro scopi originari di collegamento tra i centri di fondovalle e gli abitati rurali in quota, a loro volta spesso abbandonati.
È un peccato che tali antichi tragitti siano ormai sostanzialmente dimenticati e, di conseguenza, spesso soggetti all’usura del tempo e in cattive condizioni: personalmente trovo a dir poco affascinante la loro percorrenza, perché è un po’ come muoversi lungo la storia di quelle zone e delle genti che le hanno vissute e abitate fin dall’antichità. Sono solito dire che il territorio in cui vive l’uomo è una sorta di libro le cui pagine sono le diverse zone che lo caratterizzano – il piano, i campi, la montagna, i boschi, gli alpeggi, eccetera – e sulle quali l’uomo scrive la propria storia comune col territorio stesso: la “scrittura” che ne consegue, il segno umano lasciato su quelle pagine naturali, è proprio la rete di strade, carrarecce, mulattiere e sentieri che letteralmente “racconta” quella storia comune, ovvero l’interazione con il territorio delle genti che lo hanno abitato.
Lungo i percorsi sui quali corro per allenamento e puro divertimento, sono transitati pastori con le proprie greggi, contadini, boscaioli, cacciatori, commercianti, pellegrini, forse anche antichi guerrieri di eserciti di conquista eppoi, in tempi più recenti, i primi escursionisti in senso moderno, i primigeni turisti di quei monti oppure i lavoratori che scendevano alle fabbriche del fondovalle – quando non per emigrare chissà dove in cerca di una vita migliore – e i bambini che vi si recavano a scuola ma pure, in circostanze ben più infauste, soldati di schieramenti opposti, combattenti, partigiani… Un vero e proprio libro di storia, insomma, scorre lungo quei percorsi, portando con sé le infinite storie di tutte quelle genti e l’essenza del tempo in cui sono vissute e durante il quale hanno sfruttato gli antichi tragitti.
In fondo, percorrerli oggi, pur con fini meramente ludico-sportivi come faccio io, è quasi come viaggiare grazie ad essi attraverso il tempo: si ha l’occasione di osservare il mondo d’intorno (quantunque cambiato e certamente più antropizzato d’un tempo) con lo stesso sguardo ovvero lo stesso punto di vista di quei progenitori, si transita dai boschi e dai pascoli che garantivano loro la pur scarsa sussistenza vitale, si attraversano antichissimi nuclei rurali in cui hanno vissuto intere generazioni non di rado senza mai allontanarsi, dunque facendo di quelle poche case il proprio mondo – una sorta di minuscola ma preziosa sfera vitale sospesa nello spazio-tempo -, si scoprono lungo i sentieri i segni del tentativo di rendere meno dura quella vita: stalle ormai diroccate, muri a secco di sostegno a terrazzamenti, fonti, lavatoi e abbeveratoi, piccole cave e calchere, a volte ingressi di anguste miniere oltre ai vari manufatti devozionali, non di rado posti in luoghi legati a ben più antiche suggestioni pagane.
Lo ribadisco: è un peccato che queste antiche vie rurali siano state dimenticate, e non solo dagli uomini contemporanei ma, sovente, anche dai loro amministratori locali. Certamente la manutenzione di esse non costa poco e abbisogna pure di personale preparato all’uopo (prima che inaudite gettate di cemento o d’asfalto, credendo di sistemare le cose, in realtà le rovinino del tutto: cosa che più volte mi è toccato constatare), ma mantenerle in buono stato è veramente come mantenere in altrettanto buono e vivo stato la storia e la memoria che conservano, e che è imprescindibile elemento identificante – oltre che valorizzante – il territorio stesso che ne è percorso e la gente che lo abita. Non serve ricordare come la conoscenza quanto più approfondita del paesaggio, da parte delle persone che lo abitano, è peculiarità fondamentale per l’identità di esse oltre che – per certi versi soprattutto – per la cura e la salvaguardia del territorio dal degrado e dal dissesto (il che significa pure da eventuali scempi cementizi imposti da spregiudicati speculatori a cui, palesemente, nulla interessa della storia e della bellezza di un territorio, peraltro nemmeno “loro”). Dunque, mi auguro che gli amministratori interessati comprendano l’importanza di mantenere vive quelle antiche vie di transito, ma ugualmente spero anche che le stesse possano tornare ad essere frequentate come meritano: e non solo per il retaggio culturale e antropologico che conservano, ma anche per la grande bellezza naturale e paesaggistica che regalano nel percorrerle. Un tesoro grande e prezioso che sovente abbiamo appena fuori dall’uscio di casa, e che dovremmo conoscere e saper apprezzare: faremmo così un favore a noi stessi, innanzi tutto.

Di transumanze temporali e bergamini imperituri (nonché d’un bel libro sul tema)

Un altro bel ricordo delle mie avventure montane dal quale mi viene da trarre riflessioni altre, personali e forse confutabili, può anche essere, ma per chi vi scrive importanti…
Tornavo da una salita sulle Orobie Valtellinesi, più o meno di questo periodo, era già piuttosto tardi e avevo fretta di tornare a casa – avendo una buona ora e mezza di strada da fare – anche per smaltire la stanchezza della sgambata. Mi misi in macchina ma solo dopo pochi chilometri la mia speranza di essere a casa alla svelta svanì di colpo: la strada che stavo percorrendo (unica esistente in quella alta valle) era totalmente ingombrata da una enorme e multicomposita mandria – o gregge, non so con che termine precipuo definirla/o – con pecore, capre, mucche e non so quali altri animali da pascolo confusi nel branco. Stavano scaricando (come si usa dire) gli alpeggi più alti per tornare alle stalle di fondo valle, e una messe di animali così abbondante non poteva che farlo in quel modo, all’antica. Una transumanza vera e propria, insomma, e di quelle “massicce”. E tutti gli altri dietro, io con la mia auto e chiunque altro, a meno della metà della velocità da “passo d’uomo”, senza possibilità di passare se non trovando il modo di smezzare l’animato branco come Mosè col Mar Rosso (più facile questa seconda cosa: una volta aperto, almeno il Mar Rosso non avrebbe deciso di tornare sui suoi passi come la solita testarda capra di montagna farebbe quasi certamente, in queste circostanze!)
Avevo fretta, ribadisco, ma subito dopo il primo inevitabile istante di sconcerto, più che di ira, fui assolutamente affascinato da quel tappeto vivente e semovente di creature animali, dal loro muoversi con ondeggiare inopinatamente armonico, dalla loro docilità delle bestie che pareva far intendere la consapevolezza di dover fare ciò che veniva chiesto loro di fare dai pastori, nonché dalla rappresentazione ed espressione fremente di vita e vitalità che percepivo scaturire dal branco.
Ci restai dietro di esso a lungo, divertito e interessato, senza alcuna fretta di superarlo, anzi, in qualche modo (pur se automunito) contento di dovermi adattare alla sua lentissima copertina-libro-bergaminivelocità, che tuttavia mi parve del tutto consona, ideale al contesto.
Il ricordo di quella transumanza subìta così allegramente me lo ha fatto tornare un libro (la cui copertina vedete qui a fianco: cliccateci sopra per saperne di più e, nel caso, per acquistarlo) da pochissimo editato dal Centro Studi Valle Imagna – vallata proprio orobica (ma del versante bergamasco) ove i pastori protagonisti delle transumanze venivano (e vengono oggi, i rarissimi rimasti) detti bergamini. E mi è venuto da riflettere che a volte cose come la transumanza, che ci appaiono di primo acchito relitti d’un epoca passata ormai sepolta dal progresso e dalla tecnologia, in verità il tempo non lo subiscono affatto, ma siamo noi, semmai, a giudicarle “roba vecchia e superata” perché incapaci di coglierne la valenza essenziale, niente affatto legata allo scorrere del tempo e al progresso tecnologico ma al rapporto dell’uomo con la terra (intesa come territorio e come pianeta) e alla relativa necessaria armonia con essa e le sue creature. Un metro di giudizio diverso, insomma, per gesti e azioni umane di matrice non solo funzionale ma pure culturale che ancora oggi, nella nostra era post-moderna, post-industriale, post-contemporanea, post-un-sacco-di-altre-cose, ci possono insegnare molto di utile e di conveniente, oltre che rappresentare elementi al di là del tempo (e, per certi versi, pure dello spazio) che sono parte della Natura stessa, più che dell’uomo. E l’uomo, a sua volta, è parte della Natura, inutile rimarcarlo (anche se la cosa è parecchio dimenticata), ergo, converrete che il cerchio così si chiude.

P.S.: di libri sul tema (nonché su molti altri argomenti legati ai territori di montagna) il Centro Studi Valle Imagna ne ha pubblicati molti. Visitate qui il catalogo completo delle pubblicazioni.