Montagne di arte

Cesare Saccaggi, La Vetta (o La Regina dei Ghiacci), olio su tavola, 1912.

(Una montagna “simbolica” e simbolista, questa volta: d’altro canto ancora oggi la montagna è fatta di simboli e a sua volta simboleggia tante cose, in certi casi consone alla sua dimensione, in altri per nulla. Clic.)

Non scrivete più dei bei luoghi di montagna sui social!

[La Capanna Piansecco, in val Bedretto (Cantone Ticino). Foto tratta da Facebook.]

Le montagne sono il luogo perfetto per noi umani per creare un legame forte con la natura. Secondo il principio «se lo conosci vorrai anche proteggerlo», sfruttiamo numerosi approcci diversi per avvicinare gli appassionati di sport di montagna alla protezione dell’ambiente.
Al contrario delle città e dell’Altopiano, la natura e il paesaggio delle Alpi sono ancora intatti. Ci sono luoghi in cui il turismo è intensivo e in cui le montagne vengono banalizzate. Ma se ci si sposta con le proprie gambe in montagna, non si può fare a meno di realizzare quanto siamo piccoli e deboli in confronto. Proprio grazie a queste esperienze ho deciso anch’io di battermi per la protezione della natura e dell’ambiente.
Fondamentalmente bisogna essere umili lungo il percorso, non lasciare tracce del proprio passaggio, non essere arroganti e al contempo divertirsi. Inoltre: in qualità di visitatore, contribuire alla valorizzazione delle montagne acquistando prodotti locali. Oh, e non rivelate i segreti sui posti più belli sui social media!

[Philippe Wäger, geografo, responsabile del settore Ambiente presso il segretariato centrale del Club Alpino Svizzero, intervistato da “Tio.ch” il 10 gennaio 2025.]

Messa lì così sembra una mera battuta, in verità quello degli influencer che sul web postano foto e commenti riguardanti luoghi di montagna che poi vengono invasi dai loro followers è un problema oggettivo e comune a tutti i territori turistici (non solo montani, ovviamente) che in Svizzera viene spesso analizzato dai media. Ad esempio, un articolo del luglio 2024 pubblicato su “Swissinfo.ch” dal titolo Turismo di massa improvviso: le strategie svizzere contro “l’effetto influencer”, dopo aver citato alcuni casi di “influencer” i cui contenuti social hanno generato sovraffollamenti turistici nei luoghi interessati propone tra gli altri questo possibile “rimedio”:

I diversi uffici turistici elvetici cercano di limitare i disagi con tecniche che potremmo definire “chiodo scaccia chiodo”: ingaggiando, cioè, influencer che promuovano regioni meno conosciute e che potrebbero trarre numerosi vantaggi dal turismo, riducendo così la pressione sui “best seller”, che ormai non hanno nemmeno più bisogno di pubblicità.

Una buona idea innanzi tutto per togliere pressione turistica a zone già troppo affollate e permettere la scoperta di altre località parimenti belle ma per vari motivi poco o nulla considerate dal marketing del turismo? Oppure un boomerang che rischia soltanto di ritorcersi contro chi lo “lancia” e di spostare se non moltiplicare il problema generando disagi e danni da overtourism anche in luoghi che fino a oggi ne erano rimasti pressoché immuni?

Il disperato bisogno di conoscere il rischio, in montagna, non di eliminarlo

[Foto di Michele Comi.]

Sempre di più si insiste nel vedere la montagna come un contesto assai pericoloso, pieno di situazioni potenzialmente dannose. Parallelamente si persevera con una comunicazione dissennata infarcita di “adrenalina” e “mozzafiato”. Un corto circuito che non aiuta a far comprendere che frequentare la montagna significa accogliere l’elemento di rischio presente, accanto di tanti altri aspetti decisamente positivi, utili alla crescita di ciascuno.
C’è un disperato bisogno di conoscere il rischio, non di eliminarlo! Ogni metro della montagna presenta situazioni di opportunità e di rischio, ed è solo il nostro accostamento alla realtà che indirizza l’attitudine a decifrarla come buona o cattiva, salutare o nociva.
Attraversare il rischio significa sviluppare atteggiamenti, abilità, conoscenza e relazione con gli spazi attraversati. Pretendere di eliminarlo, significa ridurre la montagna ad un asettico luna park, da visitare passivi e “sicuri” []

È sempre interessante e illuminante leggere Michele Comi – qui in alcuni passaggi tratti da La montagna schiacciata tra sicurezza e adrenalina, articolo pubblicato su “Montagna.tv” il 14 gennaio 2025 – nella sua costante e appassionata (nonché quanto mai necessaria) opera di riconnessione con l’ambiente montano nella quale, da guida alpina e educatore/divulgatore sui temi legati alla frequentazione consapevole delle montagne, si spende da tempo. Un impegno riconosciuto dal conferimento del Premio Marcello Meroni per la cultura nel 2023, per come (si legge nella motivazione della giuria) «Il suo “essere/fare la guida” diventa per chi lo affianca un processo di riattivazione di un’intimità fisica con le montagne atto a risvegliare il personale istinto selvatico dimenticato, l’unico capace di far cogliere più informazioni e di far comprendere in profondità un territorio così speciale e unico come quello montano».

Seppur, mi viene da pensare (e da sperare, anche), il più importante riconoscimento alla sua opera è proprio da ricercare nel comportamento e nella consapevolezza di chiunque, seguendo i suoi consigli, frequenta e frequenterà le montagne «riacquistando una visione più equilibrata, eliminare l’ansia di controllo di ogni spazio naturale e scartare le baggianate da superuomini in grado di fare tutto a patto d’essere doverosamente attrezzati», come scrive Michele. In fondo questo è il modo con il quale rendere l’esperienza in quota la più bella, piena e appagante possibile, ma anche quello che fa delle montagne un luogo altrettanto bello e più affascinante di altri. Perché, appunto, le montagne non sono dei luna park, che alla fine sono tutti uguali e dopo un po’ inevitabilmente stancano.

A dire «montagna», ecco i primi personaggi che vi sono venuti in mente

[Foto di Erich Wirz da Pixabay.]
Qualche giorno ho proposto agli amici che leggono le mie cose sul web di citarmi il nome di un personaggio al quale per primo si pensa in mente a sentire la parola «montagna». Una figura che per ciò che è stato o è, ha fatto, ha detto, ha rappresentato, vi si possa identificare un’idea compiuta di montagna. Una sorta di “primo ambasciatore” delle terre altre, per così dire, o colui che meglio di altri potrebbe aver dato o dare forma, mente e anima al loro Genius Loci.

Innanzi tutto grazie di cuore a chi è stato al gioco – perché di ciò si trattava, non certo di un sondaggio con pretese demoscopiche ma più una “chiacchierata” tra amici: anche se le risposte, ben 150 (spero di non averne persa qualcuna!), formano un quadro sì giocoso ma comunque parecchio significativo. Le ho raccolte nell’istogramma che vedete qui sotto (cliccateci sopra per ingrandirlo) ordinandole alfabeticamente (nome-cognome) e non per quantità di citazioni, proprie perché non c’era alcuno scopo di comporre graduatorie di preferenza. Anche se la proposta iniziale era di indicare un solo nome di personaggi reali, ho inserito tutti quelli citati, anche quelli più “bizzarri”: perché ogni vostra risposta ha valore e in effetti risulta variamente interessante e significativa. Grazie ancora per averle espresse!

Posto ciò, potete liberamente ricavare dalle risposte ottenute le vostre considerazioni, mentre io qui ne rimarco alcune personali: se per molti versi la quantità di citazioni per Walter Bonatti poteva essere prevedibile, trovo significativo che il secondo personaggio più citato sia stato Mario Rigoni Stern (ribadisco, non importano il numero di voti o lo scarto): il primo una figura che incarna soprattutto la dimensione alpinistica e esplorativa della montagna, il secondo invece principalmente quella culturale e umana, i due ambiti fondamentali attraversi i quali l’uomo ha vissuto le montagne dai secoli scorsi fino al presente, seppur sia Bonatti che Rigoni Stern hanno poi elaborato il proprio legame con i monti anche in altri modi – così come hanno fatto ulteriori personaggi citati, conosciuti soprattutto come alpinisti ma la cui relazione con le montagne non si è manifestata solo attraverso la conquista delle vette e la sfida alle loro verticalità (Reinhold Messner, per dirne un altro tra i più citati).

Ugualmente interessanti sono le numerose citazioni a personaggi che invece poco o nulla si legano all’alpinismo così come quelle a figure familiari, mentre inesorabilmente poche sono le donne citate: se l’alpinismo si è spesso contraddistinto per la propria dimensione patriarcale, nella quale la frequentazione femminile delle vette spesso era ritenuta sconveniente, non solo la sua storia è ricca fin dall’inizio di grandi alpiniste ma in fondo è la montagna nei suoi tanti aspetti quotidiani a essere stata spesso “governata” dalle donne senza che ciò venisse loro adeguatamente riconosciuto. Così come oggi non esiste più un alpinismo “maschile” e uno “femminile” ma l’alpinismo e basta, credo che il Genius Loci montano non abbia genere. Che poi, a ben vedere, «montagna» è un sostantivo femminile che deriva dal latino mons mōntis, «monte», il quale è un sostantivo maschile, dunque: pari e patta!

Ancora una volta grazie per le vostre risposte!

Momenti unici (e impensabili) di estatica contemplazione

[Foto di Baptiste Lheurette da Pixabay.]
Trovo regolarmente qualcuno che si sorprende a sentirmi raccontare – o a leggere ciò che ne scrivo – di essere andato in montagna in giornate che abitualmente definiamo “brutte”, piovose o nevose, con cieli grigi, foschie diffuse e nebbie e tutti quegli altri elementi meteo-climatici che, appunto, non ci fanno pensare a quelle giornate come “belle”.

Ma, come sostengo a ogni simile occasione a costo di diventare noioso, in montagna le giornate brutte non esistono (salvo rarissimi casi di oggettiva rischiosità): ciascuna di esse, serena, piovosa, sfavillante di luce o grigia di nebbia, è una giornata a sé, è un unicum che diventa tale non solo per le sue caratteristiche ambientali ma perché noi lo siamo nel qui-e-ora che vi esperiamo in quella particolare circostanza, diversi da com’eravamo il giorno prima e da come saremo l’indomani, o come cinque anni fa oppure tra dieci esattamente come diverso è il luogo in cui ci muoviamo e con il quale interagiamo – cambiano le condizioni meteo, le stagioni, i colori della vegetazione, del cielo, le luci e le ombre, le vedute, le percezioni, le emozioni, gli avvistamenti di animali selvatici, le persone che incrociamo e magari con le quali ci fermiamo a scambiare due parole. È la rielaborazione costante della nostra relazione con il luogo e il suo prezioso arricchimento: a ogni elemento esperienziale precedente si aggiungono quelli nuovi, per quanto sopra differenti, e la prossima volta se ne aggiungeranno di ulteriori, ancora diversi. Come cambia il paesaggio esteriore, cambia quello interiore che introiettiamo nel nostro andare in ambiente, nel caso aggiornando quello che ci si era già depositato dentro in forma di mappa cognitiva personale nelle precedenti occasioni.

Tuttavia c’è un elemento, per certi versi più oggettivo ma non di meno fondamentale, che mi rende così piacevole vagare per le montagne (io vado lì, ma il principio è lo stesso per ogni altro luogo che possa offrire simili circostanze e esperienze) quando il tempo è “brutto”. Nel caso in cui le giornate sono belle, il clima è favorevole e l’intero territorio splende alla sua massima bellezza, in buona sostanza si ritrova la condizione che riteniamo di norma sperata e ideale per camminarci, vagarci, esplorarlo, ricavarci la più ampia soddisfazione: ed è così, ovviamente, nulla si può dire al contrario. O quasi: perché invero, quella massima bellezza dei luoghi c’è anche nelle condizioni ambientali peggiori, solo che da esse ne viene celata oppure ci costringe a non considerarla come potremmo proprio perché ci tocca restare maggiormente sensibili a quelle condizioni più o meno disagevoli. Passatemi la definizione: le giornate belle in montagna sono ciò che ci aspettiamo di trovare, sono la normalità, l’ovvietà attesa, sperata, ciò che rende tangibili le nostre aspettative come le abbiamo desiderate immaginando la gita da compiere. Il clima perturbato, invece, in qualche modo ridona mistero ai luoghi e ai loro paesaggi, li rende meno attendibili, costringe ad acuire verso di essi e il moto nelle loro geografie una maggior sensibilità che invece la giornata di pieno Sole non richiede, conferendoci un ben maggiore comfort. Giornate così belle nelle quali, forse, il Genius Loci del territorio nel quale stiamo non si fa vedere, si tiene nascosto, abbagliato da tanto sfavillio e per ciò timoroso di non essere considerato come meriterebbe. Per poi invece disvelarsi nuovamente proprio quando le condizioni si fanno meno confortevoli e dunque vi è necessità della sua presenza, del suo aleggiare sul luogo così da rimetterne in luce l’anima, e l’identità peculiare – che ci sono sempre, ripeto, con il bello e il brutto tempo.

[Foto di Полина Андреева da Pixabay.]
Le nebbie e le foschie che si sfilacciano intorno a punte, valloni, canali ridefiniscono a ogni istante le forme dei monti regalando spesso percezioni inedite delle loro morfologie e della presenza geografica nel territorio d’intorno, i boschi si ammantano di un’aura incantata, la pioggia che bagna il terreno consente il rilascio di innumerevoli olezzi naturali che altrimenti rimarrebbero sopiti, la neve ridefinisce dimensioni, forme, distanze oltre che i colori, variando spesso in modo sorprendente i registri cromatici della Natura. È la perturbazione della normalità, l’eccezione alla regola abitualmente sperata e magari invocata ma più superficialmente che per altri motivi, il cambio di prospettiva immateriale che, pur lasciando il luogo intatto nella sua materialità, lo ammanta di un’estetica e di una dimensione differente, capace – come detto – di donarci altrettanto differenti sensazioni, percezioni, visioni, emozioni ed esperienze del luogo, che accresceranno grandemente in noi la sua conoscenza e, ne sono certo, la voglia di tornarci di nuovo, per rivivere una tale perturbazione e raccoglierne l’inopinata contemplazione ogni volta come un dono che sarà sempre diverso dal precedente e dal successivo.

Ecco, la conquista di questi eccezionali, unici momenti di estatica contemplazione è forse ciò che più di altra cosa mi fa andare per monti anche nelle “giornate brutte”: perché ormai so bene di ritrovarli anche lì, ogni volta, immancabilmente, e come sempre arricchenti la mente, il cuore, l’animo e lo spirito come poche altre cose sanno fare.

N.B.: l’ispirazione alla base di questi miei pensieri viene da Franco Michieli, il più originale esploratore italiano e mio prezioso conoscente, che ne ha scritto in altri modi su Le Vie insivibili, l’ultimo suo libro pubblicato, del quale vi scriverò presto.