“Poca” spesa, tanta resa (culturale): l’esempio di Lissone e del suo MAC

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La cultura in Italia è messa male. Malissimo, anzi. E sovente è messa così per “imposizione” istituzionale – di quelle istituzioni in mano ai numerosi signor “con la cultura non si mangia” (sì, scusate ma insisto sempre molto su ‘sta cosa) che piuttosto che offrire alla società dell’ottimo cibo per la mente, si occupano solo al ben più bieco cibo per le loro “panze” e saccocce, terrorizzati dal fatto che, con la cultura, la gente probabilmente penserebbe di più e dunque diverrebbe quanto di più ostile al loro sistema di potere.
Ma tra i troppi che, per quanto appena affermato, sono stati da tempo trasformati in prede della più letale abulia intellettuale e culturale, ce ne sono alcuni che con mirabile orgoglio e senza troppi mezzi, ovvero senza il supporto di realtà adeguate ai loro fini, riescono a mettere in piedi e realizzare cose a dir poco fondamentali per preservare e diffondere la cultura nella nostra società, anche dove, per l’appunto, non ci si aspetterebbe di poterla trovare. Esempio che trovo mirabile di ciò è il MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, cittadina alle porte di Milano e dunque potenzialmente nell’ombra di tal gigante urbano e di tutte le sue prerogative – culturali e non – senza contare poi le solite dissertazioni sociologiche sulle problematiche delle periferie delle grandi città nell’era postmoderna e postindustriale che stiamo vivendo, eccetera eccetera. Invece, anche da questo punto di vista, il MAC di Lissone dimostra come la cultura, quando viene inserita in modo concreto, visibile e fruibile in contesti potenzialmente infecondi, non solo rende esteticamente più belle le realtà urbane che la ospitano, ma contribuisce ad evitare loro qualsiasi pericoloso degrado, aiuta a ridare vita a parti di essa altrimenti destinate all’oblio (non solo architettonico) e dunque al divenire elemento di abbruttimento civico e, inesorabilmente, diviene un prezioso volano per vitalizzare l’intera città, trainando dietro di sé innumerevoli altre piccole/grandi iniziative di simile genere e importanza.
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In breve, il MAC – Museo d’Arte Contemporanea, appunto – è un piccolo ma bellissimo e assai dinamico luogo d’arte con il quale, una quindicina d’anni fa, un’illuminata amministrazione comunale ha saputo prendere con una fava i classici due piccioni – anzi, tre: dare una sede ufficiale alla raccolta delle opere già di proprietà comunale e prima ospitate nel polivalente Palazzo Terragni (primo piccione) e riqualificare l’area della stazione ferroviaria locale, che come molte aree simili altrove diventa spesso zona non esattamente raccomandabile, in assenza di interventi urbanistici di interesse sociale (secondo piccione). E quando in altre realtà amministrazioni moooolto meno illuminate alla parola “riqualificazione” ci attaccano “centro commerciale” o altro di simile, a Lissone si è deciso di valorizzare la parte più significativa dell’insediamento ferroviario originario, risalente ai primi anni del Novecento, svuotandolo e ingrandendolo con una nuova costruzione in stile contemporaneo per formare un unico volume costituito da tre livelli fuori terra e un livello interrato, trasformandolo in luogo museale dedicato all’arte contemporanea (terzo piccione!), quella che più di ogni altra oggi, almeno tra le arti visive, è in grado di interpretare in sé il concetto di riflessione culturale di senso pubblico. Col tempo, poi, da semplice sede della collezione di quadri contemporanei premiati ed acquisiti durante gli anni del Premio Lissone – altra bella iniziativa che dalla sua piccola fonte è scaturita con tale forza da divenire oltre modo prestigiosa – è divenuto sede vitale e attiva di numerose iniziative artistiche e culturali, rivolte sia al pubblico più vicino e già attento al panorama artistico che a quello meno coinvolto e interessato, portando avanti una mission di diffusione culturale che, appunto, non è soltanto proficua alla realtà del museo e alla sua salvaguardia ma, soprattutto, a quella della realtà urbana d’intorno, in un circolo virtuoso che diventa fondamentale per il benessere civico di tutta la città.
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Il tutto, inutile dirlo, a pochi passi dall’aspiratutto-Milano e certamente senza poter godere di chissà quali risorse, ma mettendoci tanta iniziativa, volontà, passione culturale, spirito costruttivo in un proficuo connubio tra iniziativa privata e supporto pubblico – particolarmente illuminato a Lissone, ribadisco, per come la suddetta riqualificazione urbanistica e culturale abbia consentito, oltre alla nascita del MAC, la realizzazione della nuova Biblioteca Civica di Lissone, una delle più grandi del milanese, con annessa la Biblioteca del Mobile e dell’Arredamento, unica esistente in Europa.
Insomma: lode e gloria a Lissone, al MAC e chi ha saputo realizzare e sa tenere viva e reattiva una realtà del genere. Di cultura se ne può fare ancora, tanta, e di qualità, facendo rendere al massimo ciò che si ha a disposizione, anche quando sia “poca roba”. Lissone, lo ribadisco, non è Londra o New York, eppure di fronte al gigante Milano sa difendersi con grandissimo onore se non, sotto molti aspetti, con ancor più apprezzabile merito. Se altre realtà simili, a volte meno politicizzate e influenzate dal sistema di potere di quelle più grandi, e a prescindere da una eventuale minor preparazione nei confronti delle arti contemporanee – non solo di quelle visive – da parte delle realtà istituzionali presenti, sapessero realizzare cose simili, pur in scale e modi differenti (nonché con altre iniziative culturali di qualsiasi sorta in altre discipline), credo che la cultura in Italia avrebbe certamente di nuovo davanti un futuro roseo. D’altro canto lo si ripete spesso che, vista la situazione in cui stiamo, la rinascita culturale nostrana non potrà che scaturire dal basso: beh, vediamo tutti quanti di rendere i pochi torrentelli oggi defluenti un inarrestabile fiume in piena!
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del MAC – e poi visitatelo nella realtà, ovviamente!

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

Illuminanti narrazioni (in luce blu) del nostro tempo: Cosimo Terlizzi alla Traffic Gallery di Bergamo.

Cosimo Terlizzi
Cosimo Terlizzi
Come sa bene chi segue con una certa costanza il blog, da elemento attivo del mondo letterario e grande appassionato di arte contemporanea, vado spesso alla ricerca di espressioni artistiche che possano fondere nelle relative opere quei due ambiti, ovvero di forme d’arte che più di altre sappiano narrare storie. Storie suggestive, profonde, illuminanti il nostro mondo e la realtà che ci circonda nel modo che quasi sempre solo l’arte più vera e di valore sa fare.
E se uso spesso il termine “illuminare” riguardo tali argomenti – mi piace molto e lo trovo del tutto consono a questa nostra epoca che di frequente mantiene nell’ombra la verità più autentica per invece dare luce a quanto di essa si palesa come avverso, oltre che sostanzialmente futile e idiota – direi che lo stesso risulta più che adeguato per Luce incidente della lunghezza d’onda del blu, la personale di Cosimo Terlizzi in corso presso la Traffic Gallery di Bergamo – e aperta fino al 18 febbraio prossimo.

"Sacra Famiglia", Lambda Print, cm.40x50, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
“Sacra Famiglia”, Lambda Print, cm.40×50, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
Sono tante le storie che l’artista pugliese racconta con le sue opere, anche per via della molteplicità mediatica utilizzata da Terlizzi (arte visuale, fotografia, cinematografia, performance) e per la densità espressiva che conferisce ai suoi lavori, nei quali è in fondo egli stesso il primo a raccontarsi in quanto artista dunque filtro narrante delle storie raccontate ma anche come uomo, entità vivente del/nel mondo e delle/nelle realtà narrate ovvero ego, in senso antropologico e sociologico. Lo denota anche Piero Deggiovanni nel testo critico della mostra: “L’artista è colui che parlando di sé offre una rappresentazione ecumenica dello stato delle cose e dello spirito del tempo che dà loro forma. Per questa ragione sono convinto di trovarmi di fronte a una delle figure artistiche più importanti del nostro tempo.
Così, dopo il grande successo internazionale del video La Benedizione degli Animali, Terlizzi presenta un corpo di lavori inediti coerentemente in linea con la sua personale ricerca ramificata tra ciò che ancora Deggiovanni afferma essere “una insospettata coincidenza nel kitsch, di sacro e profano, sensualità barocca e ieraticità bizantina”. Fotografia, video, installazione, scultura, sono i mezzi attraverso i quali l’artista ci accompagna in un mondo sempre più in bilico tra ciò che costituisce l’identità individuale contemporanea, il concetto collettivo di sacro, la definizione del vuoto, e l’ingombrante presenza dell’ego – appunto: presenza ingombrante sotto molteplici aspetti ma inevitabile, in un certo senso, per noi uomini contemporanei. Come nel tentativo di ricostruire un percorso di liberazione spirituale attraverso il delinearsi di una nuova forma di religiosità, le opere di Terlizzi non vogliono e non possono essere considerate come oracoli di verità ma meri e semplici punti di riflessione riguardanti l’uomo e in generale gli esseri viventi in dialogo con l’ambiente e la società in cui essi crescono, vivono e in fine muoiono. Punti luce, insomma, illuminazioni preziose che possono renderci più chiara la nostra essenza ed esistenza nel mondo di oggi, la nostra posizione e l’interazione con quanto abbiamo intorno, magari riattivando quelle peculiarità percettive che noi, esseri senzienti e dotati di emotività profonda, abbiamo a disposizione proprio per comprendere a fondo quanto il mondo ci presenta. E – nuovamente cito Deggiovanni – “Questo viraggio del senso della mostra sul piano meramente percettivo, è un giocare di sponda, un’allusione alla complementarità di corpo e spirito, di luce e opacità, d’innocenza e ironia. In effetti  è agendo sulla percezione, ovvero sui sensi, che accediamo alla sfera divina.” Una sfera probabilmente molto più umana di quanto vorremmo (e ci vogliono far) credere.

"Pietra d'oro", Scultura, pietra e fogli d'oro, cm.30x15x10, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
“Pietra d’oro”, Scultura, pietra e fogli d’oro, cm.30x15x10, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
Bellissima e intensa mostra, Luce incidente della lunghezza d’onda del blu: da non perdere, se siete in zona Bergamo entro il prossimo 18 febbraio, e da sfruttare quale ottima occasione per conoscere meglio la ricerca artistica ed espressiva di Terlizzi, veramente molto interessante e – non a caso – illuminante.
Cliccate QUI per conoscere ogni informazione utile sulla mostra, e su come visitarla.

Visitando “Segantini. La Mostra.”, Palazzo Reale, Milano

Mi posso vantare, almeno per un minimo istante? Ok: il primo a inserire nella oggi mastodontica e solenne Wikipedia la voce “Giovanni Segantini” fui io, nel 2006. Bene, fine momento-vanità.
Ma ciò, facezie a parte, può servire a denotare quanto lo scrivente possa essere stato felice di reincontrare Giovanni Segantini a Milano con la mostra presso il Palazzo Reale, e dunque in un certo senso ansioso di constatare come la città giovanni-segantinilombarda, nella quale il grande pittore di origine trentina ha cominciato la sua luminosissima (termine non casuale) carriera e con la quale ha mantenuto sempre un rapporto piuttosto stretto, nel bene e nel male, ha voluto rendere omaggio al personaggio e alla sua arte.
Dico subito che è un piacere vedere una certa colonna di visitatori in attesa all’ingresso di Palazzo Reale, cosa non scontata per un artista che non può certo vantare – in senso nazional-popolare – la nomea d’un Picasso o di un Van Gogh (anch’egli in mostra a Milano in un’altra ala del palazzo) e, più tardi, un bell’affollamento nelle sale lungo le quali è allestita l’esposizione. Segantini è pittore che cattura il senso estetico dell’appassionato, senza dubbio, coi suoi sublimi paesaggi naturali in grande formato, ma è pure artista che suscita una notevole e per certi versi imprevedibile riflessione teorica, sulla forma della sua arte e sulla sostanza. Attivo giusto nel periodo di transito tra la pittura di stampo classico e la nascita delle prime avanguardie moderne, riesce a sviluppare uno stile tanto debitore dell’una epoca quanto anticipatore – e sovente senza fruire di contatti diretti – con l’altra, inoltre caratterizzandosi per uno stile assolutamente personale che deriva da un approfondito studio dei soggetti (umani o naturali) da ritrarre – testimoniato nella mostra dai numerosi disegni e bozzetti preparatori delle opere, che diventano ora a loro volta opere singolari – nonché una accentuata sensibilità verso la presenza e l’effetto della luce, la sua capacità di “disegnare” e/o “modificare” delle scene, di cambiarne l’essenza, la profondità sociologica, il coinvolgimento emotivo generabile da esse.

"Ave Maria a trasbordo", 1882-1886
“Ave Maria a trasbordo”, 1882-1886.
Non a caso Segantini è stato definito “il pittore della luce”, e in effetti tale definizione rende assai bene la sua sublime capacità di cogliere e rappresentare la luminosità naturale (soprattutto, ma non solo) nelle sue opere: il celeberrimo Ave Maria a trasbordo è un quadro, ad esempio, che pare avere dietro la tela un faro ad illuminarlo, dimostrando perfettamente quanto sopra affermato. Certo poi Segantini saprà ancora di più “illuminare” i fruitori delle sue opere con le tele nate in Engadina, che della meravigliosa valle svizzera sanno catturare e inglobare tutto il naturale fulgore – anche se, sappiatelo, a Milano non è presente il Trittico della Natura (o delle Alpi), opera a mio modo di vedere (ma sono di parte!) di quasi inarrivabile bellezza, che gli svizzeri han pensato bene di non farsi scappare e di tenere ben custodita e coccolata presso il bel Museo Segantini di St.Moritz (dando peraltro con ciò ottimo motivo di andare in visita anche di questo luogo d’arte – visita che io direi pressoché indispensabile, per entrare ancora meglio nello spirito panteistico che fu per Segantini grande impulso e ispirazione alla sua pittura, e per godere come lui della bellezza di una delle più sublimi zone delle Alpi).

"Il Naviglio a Ponte San Marco", 1880.
“Il Naviglio a Ponte San Marco”, 1880.
Vi sono comunque in mostra a Milano opere meno note ma altrettanto significative: cito ad esempio Il Naviglio a ponte San Marco, opera del 1880 dunque prodotta proprio agli inizi di “carriera” eppure già del tutto significativa del percorso artistico che Segantini poi compirà, col suo presentare una parte superiore di matrice impressionista – anche se, sia chiaro, dico ciò per semplicità d’intendimento, dacché Segantini non ebbe che rarissimi e flebili contatti con la scena impressionista che da pochi anni, a quel tempo, stava sviluppandosi soprattutto a Parigi – e una parte inferiore già divisionista o quasi. Le altre opere presenti, beh, sono per la maggior parte note o arcinote, e a ben vedere l’assenza importante del Trittico della Natura è ben compensata da due opere di altrettanta potenza: Alla stanga, del 1886 e, ancor più, La raffigurazione della primavera, del 1897, capolavoro di rara bellezza e stile.
"La raffigurazione della primavera", 1897.
“La raffigurazione della primavera”, 1897.

Insomma, a mio giudizio quella di Palazzo Reale a Milano è una mostra veramente interessante, ben costruita, sovente spettacolare e tutto sommato piuttosto completa e significativa di chi fu (e perché lo fu) Segantini. Forse sarebbe stata utile qualche nozione in più circa il contesto nel quale la sua attività artistica si concretizzò, d’altro canto – lo ribadisco – si può benissimo approfondire la conoscenza segantiniana con una bella escursione in Engadina, tra St.Moritz col suo museo Segantini, Maloja e l’atelier ove l’artista lavorò e visse nonché, magari, una capatina al piccolo cimitero del villaggio nel quale è sepolto, percorrendo il bellissimo sentiero Segantini e restando un poco al cospetto di quelle maestose vette alpine che egli amò profondamente e così meravigliosamente seppe rappresentare sulle proprie tele.

Cliccate QUI per visitare il sito web della mostra e conoscere ogni informazione utile alla visita.

Il “Reliquiario” dell’inconscio di Emanuele Puzziello, alla Piscina Comunale di Milano

"Spoliazione", acrilico su tela, cm.20x20, 2011
“Spoliazione”, acrilico su tela, cm.20×20, 2011

Vi ho già parlato qualche tempo fa della Piscina Comunale di Milano, e vi ho invitato a tuffarvi nelle sue meravigliose tanto quanto autentiche acque artistiche
La personale di Emanuele Puzziello (nato a Maglie, Lecce, nel 1982; vive e lavora fra Modena e Lecce), che s’inaugura venerdì 31 Ottobre in Piscina, è un ennesimo motivo per portarsi il costume – al contrario di tanti altri che, per starsene a mollo nell’arte di oggi, devono invece indossare una maschera. E non intendo quella con boccaglio annesso!
Cliccate sulla locandina qui sotto per visitare la pagina facebook della Piscina Comunale ed avere ulteriori informazioni…
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Lorenzo Manenti: la dignità assoluta dell’Arte, prima di ogni altra cosa

Se mi dovessero chiedere, così su due piedi, senza pensarci troppo insomma, il nome di un artista che a mio parere ha notevoli possibilità di emergere, prossimamente, e diventare qualcuno di rinomato nel panorama artistico contemporaneo, beh, uno dei nomi (e cognomi) che farei – senza nulla togliere a chiunque altro, eh! – è quello di Lorenzo Manenti.
16255_10202136880734547_1955738138_n (1)Questo per una motivazione semplice e lineare quanto in verità articolata e profonda, se analizzata con completezza: perché Manenti sta portando avanti, ormai da parecchi anni, un discorso artistico coerente, ben determinato, originale e distintivo, di grande spessore e qualità, quasi fosse pianificato in un progetto accuratamente ponderato e di lungo periodo, nel quale siano confluiti elementi non solo artistici ma anche storici, etno- e antropo-logici, filosofici, politici. Eppure nelle sue opere non solo è assolutamente presente la tipica istintività dell’arte più innovativa e singolare, grazie alla quale si evita il pericolo di un eccessivo cerebralismo – tipico di certa arte contemporanea, che a volte deborda in ambiti di eloquenza eccessivamente complicati vanificando così l’eventuale bontà estetica e vestendosi di uno snobismo piuttosto irritante – ma trovo ancora più mirabile il notevole equilibrio che Manenti ha saputo conseguire tra mera espressività artistica, ovvero la forma della sua opera, e consistenza tematica, cioè la sostanza di essa. Equilibrate, appunto, così che l’una sostenga l’altra, e l’altra non adombri o addirittura soffochi l’una. In questo modo i lavori dell’artista bergamasco offrono un’esperienza artistica nel verso senso della parola, ovvero una interazione tra opera d’arte e fruitore di essa del tutto armoniosa e accessibile ma al contempo profonda e illuminante. Cosa rara, inutile rimarcarlo, in un panorama artistico spesso e volentieri troppo impegnato nell’apparenza più che nella sostanza, più che alla verità del proprio messaggio (se un messaggio c’è, naturalmente!).


Così Lorenzo Manenti dice della propria ricerca artistica:

Mi interessa l’idea di memoria e di tempo. Il tempo, concetto astratto, è in grado di concretizzarsi attraverso il deterioramento dei materiali, rendendo visibile, tangibile, la distanza tra l’origine di un oggetto e noi che oggi ne siamo, temporaneamente, i custodi. Di conseguenza il concetto di memoria è inevitabilmente legato a quello di responsabilità verso ciò che ci è stato consegnato e che dobbiamo a nostra volta consegnare nel migliore stato possibile a chi verrà dopo di noi, senza dimenticare che tutto prima o poi avrà una fine. Sento che ogni reperto archeologico stipato nei musei o rimasto in sito o ancora custodito gelosamente dalla terra porta con sé una carica di energia della civiltà da cui proviene e di cui spesso ne è tutto ciò che rimane.

In questo periodo potete ammirare le opere di Lorenzo Manenti in ben due mostre tematiche, insieme ai lavori di altri artisti: a Lonigo, Vicenza, fino al 29 Settembre prossimo in Parsing Properties. The politics of art experience; a Milano, fino al 4 Ottobre presso Dimora Artica, in Scriptorium. Cliccate sui titoli delle mostre (le cui locandine trovate qui sotto) per saperne di più, mentre per ammirare un ampio portfolio delle opere di Manenti – quella sopra è una selezione necessariamente stringatissima anche se già significativa – cliccate QUI.

Un’artista da conoscere a fondo e seguire con grande attenzione, insomma, al quale il tempo prossimo darà ampia e luminosa ragione, ne sono certo.