Nozze Mondazzoli, ovvero: il nostro grosso MAGRO matrimonio (editoriale) italico

Photo credit: http://www.pickline.it/
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Mondazzoli, ovvero Mondadori e Rizzoli/RCS Libri: le nozze, intese naturalmente come fusione societaria, tra due dei più grandi operatori editoriali nazionali, delle quali avrete sicuramente sentito parlare e ne avrete letto nei mesi scorsi, visto che già da tempo se ne parla. A quanto pare siamo ora giunti al dunque: Mondadori ha fatto un’offerta d’acquisto per il ramo libri di RCS, pari a 120 milioni di euro, operazione che con gli annessi e connessi ammonterebbe in totale a 135 milioni di euro. Non certo spiccioli, anche se Pietro Scott Jovane, AD di RCS, pare vorrebbe spuntare una cifra anche maggiore (vedi qui) ed avrà tempo quindici giorni per dare una prima risposta all’offerta ricevuta; in ogni caso, sulla sostenibilità finanziaria dell’operazione, Ernesto Mauri, che invece è l’AD di Mondadori, ha dichiarato (vedi qui) che il gruppo di Segrate gode di “linee di credito piuttosto capienti per reggere questa operazione, non abbiamo bisogno di altre linee” ha replicato, sottolineando quindi che per il gruppo non sarà necessario un aumento di capitale.” Su tutto ciò pesano gli effetti dell’operazione, che potrebbe creare un colosso detentore di più del 40% del mercato editoriale nazionale, cosa pressoché unica in Europa, quindi con potenziali rischi di oligopolio e di squilibrio commerciale troppo grande: per questo molti invocano l’intervento dell’Antitrust (vedi qui), addirittura considerata da qualcuno (vedi Sandro Veronesi, ad esempio, il quale tuttavia è autore Bompiani dunque manifestante gli interessi di un campanile altro, bisogna dirlo) l’unica speranza per poter impedire le nozze Mondazzoli, il (per parafrasare quel noto film del 2002) grosso, magro matrimonio dell’editoria italica contemporanea.
Ma perché “magro”? – ora voi vi chiederete. Eh, ve lo spiego subito, dato che al di là dell’operazione in sé, dei suoi effetti pratici sul mercato editoriale, dei suoi rischi, delle criticità e di tutto il resto, la cosa è sotto molti aspetti sintomatica e illuminante dello stato attuale dell’editoria italiana, e delle strategie imprenditoriali e industriali che la reggono – ovviamente, nel suo comparto maggiore, quello dei grandi editori. L’operazione, come detto, vale 135 milioni di euro; come rimarca John Tevis sulla sua pagina facebook, Mondadori nel 2014 ha conseguito un utile di 9,3 milioni di euro a fronte di un fatturato di circa 350 milioni (pochino dunque, considerando poi che è uno dei primi risultati di bilancio in attivo dopo anni di perdite. Eppoi, utile derivante da cosa? Da aumenti effettivi delle vendite e dei ricavi, o da manovre contabili in bilancio?) ma, soprattutto, l’indebitamento complessivo di Mondadori a fine 2014 è risultato di 292 milioni di euro. Che con l’acquisto di RCS Libri – società che invece non fa utili ed è a sua volta parecchio indebitata – diventeranno quasi 450 milioni. Il tutto grazie alle banche, che elargiranno nuovamente dei soldi ad aziende tecnicamente fallite, o quasi, per ottenerne in cambio un debito enorme il quale, pur ammettendo utili di bilancio in costante ascesa (il che, con il mercato editoriale nazionale così asfittico, sarebbe un bel miracolo), solo tra decenni potrà essere sostenuto finanziariamente in modo adeguato.
Senza troppi giri di parole: i coniugi Mondazzoli, se effettivamente diverranno tali, andranno ad abitare in un enorme castello di carte, così gigantesco (per il mercato italiano) da oscurare tutti gli altri palazzi d’intorno ma al contempo così fragile che basterà un colpo di vento appena più forte del normale (mettiamo un’altra crisi finanziaria o un calo ulteriore dei lettori, ecco) per farlo rovinosamente crollare. In pratica, una sorta di Parmalat dell’editoria, come sostiene ad esempio Antonio Tombolini – fondatore di Simplicissimus – sul suo profilo facebook.
Ma c’è anche chi (il già citato Veronesi, vedi sopra) ipotizza che tutta l’operazione sia solamente di natura speculativa, fatta solo per poter rivendere a breve il settore libri di RCS, magari all’estero – magari (qui speculo io) a qualche altro protagonista primario del mercato (no, non ho scritto Amazon. Ok, però l’ho pensato, ammetto.)
Dunque, per riassumere: oggi la strategia imprenditoriale dei principali editori italiani – i quali sono, non dimentichiamocelo mai, soggetti culturali, ovvero promotori di cultura pubblica, non mere fabbriche di produzione di beni di consumo! – è questa: indebitarsi, ingrandirsi, indebitarsi, ingrandirsi. Proprio come quelle fabbriche appena citate, cioè come quella grande industria legata a quadruplo filo alla finanza creativa contemporanea, alla politica e alle varie lobby di potere, che poi (chissà come maaaaai…) spesso salta per aria (vedi il caso Parmalat, appunto), non prima però di aver fatto danni indicibili al proprio mercato di riferimento. Ovvero, in tal caso, alla cultura che di quel mercato dovrebbe essere il movente primario, lo ribadisco.
Nel frattempo, dietro e lontano da tali sommovimenti finanziari così palesemente antitetici a qualsiasi concetto di cultura, lettura, letteratura e quant’altro, l’editoria indipendente, i piccoli editori e librai e tutta la filiera non industriale, per così dire, soffre terribilmente. Di essa, alle banche sempre pronte a regalare denaro a chi non se lo meriterebbe affatto, non interessa nulla, e infatti la falcidia dei piccoli editori e delle librerie indipendenti continua inesorabile. Motivo in più, a mio modo di vedere, per fare fronte comune e scavare un solco netto tra quell’editoria così corrotta dalla finanza e quella che, ancora e pur tra infinite difficoltà (e tutti i distinguo del caso), sa fare editoria di qualità, sa portare avanti discorsi editorial-letterari logici, sa trovare nella ciurma fin troppo vasta degli scrittori esordienti chi merita di diventare “qualcuno” (come ha evidenziato anche quest’anno il premio Strega). A mio modo di vedere il problema veramente grave, alla fine, non è solo che i coniugi Mondazzoli si prendano il 40% e più del mercato, è pure che con la loro ingordigia lo privino di qualsiasi buon valore culturale e lo deprimano al punto che nessuna ripresa del numero dei lettori e della diffusione della buona lettura sarà possibile, perché il mercato editoriale sarà diventato una specie di discarica di pulsioni finanziarie distorte e di strategie commerciali ottuse.
Insomma, come scrisse Joyce: “Fragilità, il tuo nome è matrimonio.” Che non parlasse di vita coniugale ma di fusioni societarie?

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Streaming di libri: innovativo salvagente o ennesima zavorra per il mercato editoriale?

Lea_landing_11All’ultimo Salone del Libro di Torino, il Gruppo Editoriale Laterza ha presentato Lea – Libri e altro, progetto di diffusione editoriale in streaming che si configura come una vera e propria biblioteca digitale dalla quale è possibile scegliere e leggere, in configurazione iniziale, 500 libri in streaming, con un abbonamento che ricalca quello delle piattaforme che offrono musica o film, a 7,90 euro al mese o 79,00 euro all’anno. Lea, a dire della stessa casa editrice, si ispira all’esperienza di Spotify, che permette di accedere alla musica senza doverla neanche scaricare, e ripercorre la strada dei contenuti in abbonamento già intrapresa nel nostro Paese da Amazon con il suo Kindle Unlimited.
Posto che il progetto nasce da una casa editrice specializzata in testi di saggistica prevalentemente umanistica, dunque relativamente di nicchia per il mercato editoriale, ma considerando che, ovviamente, può essere esempio per iniziative simili da parte di editori di narrativa generalista, viene inevitabilmente da chiedersi: è una buona idea, questa di Laterza? Un nuovo prezioso ausilio per la diffusione della lettura nel nostro paese, oppure un’altra mazzata sui piedi di un’editoria che non sa più cosa inventarsi per salvare sé stessa e i suoi sempre più tetri bilanci?
Di sicuro la seconda che ho scritto è ciò che hanno subitamente pensato i librai. Un sistema di diffusione di libri e letture in streaming, senza più bisogno fisico dell’oggetto-libro e di un suo acquisto nei punti vendita, ovviamente in linea teorica taglia fuori dalla filiera editoriale le librerie, tutt’al più ridotte – in base a quanto sostiene la stessa Antonia Laterza, ideatrice del progetto – a punti vendita degli abbonamenti a Lea, in cambio di una percentuale prevista per ogni abbonamento venduto. E nemmeno sembra tenere il concetto di social reading e di community alla base del progetto, di dialogo e discussione sui libri, la condivisione sui social e quant’altro del genere, che vorrebbe coinvolgere le librerie su Lea per alcuni servizi utilizzabili all’interno della piattaforma, come i gruppi di lettura specifici delle stesse librerie: un’idea, detta così, apparentemente interessante ma poi sostanzialmente inapplicabile per mille motivi, e che fa peraltro cadere il senso stesso di “gruppo di lettura” offerto dalle librerie, che nascono proprio intorno a testi acquistati/acquistabili presso di esse ovvero in base a specifiche argomentazioni offerte in quelle attività comuni sovente legate al tipo stesso di libreria, non certo imposte e calate dall’alto in base a volontà altrui.
D’altro canto – sempre ragionando in senso generale, non sullo specifico caso Laterza – mi viene al solito da pensare che posta la situazione drammatica in cui versa lo stato della lettura in Italia, ogni iniziativa che possa e voglia tentare di risollevarne le sorti – peraltro in tal caso con modalità del tutto analoghe alla diffusione editoriale digitale – sia benvenuta. Non riesco però a non rilevare alcuni elementi che nel complesso, non per pregiudizio ma per obiettività, mi suonano strani. Uno, il fatto di ispirarsi ad un sistema di diffusione del quale Amazon è sovrana: come a dire che, piuttosto di contrastarlo, tanto vale arrendersi e imitarlo, senza pensare troppo alle conseguenze che potrebbe generare. Due, l’altra ispirazione, Spotify, servizio di streaming musicale: ma veramente, al di là della mera fruizione, la letteratura di qualità è assimilabile alla musica mainstream? Un saggio storico lo si può ritenere simile a un album di Lady Gaga, e dunque lo si può trattare e diffondere allo stesso modo? Tre, il social reading: a chi piace veramente? E’ sul serio un’esigenza della comunità dei lettori, oppure è qualcosa che lo si vuol far passare come tale per mero interesse e calcolata convenienza? Quattro: può essere che sia utile alla causa della lettura (e dei lettori) il voler togliere di mezzo a tutti i costi l’oggetto-libro, il volerlo rendere in modo assoluto una sorta di entità virtuale, qualcosa piazzato in un cloud lontano e nemmeno più presente in forma di ebook sul proprio hard disk? Oppure si corre forte il rischio che un elemento culturale articolato come un libro, un testo letterario, finisca per perdere ancora più del proprio appeal nei confronti del pubblico meno portato alla sua fruizione? Ovvero che il libro e la lettura si riveli definitivamente quanto di più opposto (non contrario, opposto) alla virtualità contemporanea così invece funzionale per altre cose? Cinque: per tutto quanto sopra esposto, non è che sia soltanto un modo molto scaltro attuabile dagli editori per salvare i propri bilanci aziendali senza di contro offrire qualcosa di veramente innovativo, nella sostanza, al lettore? Sei: i librai, ma ne ho già detto.
Ora, per concludere: lungi da me l’essere pregiudizialmente negativo nei confronti di progetti come Lea e di qualsiasi altra cosa che – ribadisco – possa tentare di tappare al meglio le falle della barca editoriale italiana sempre più imbarcante acqua. Tuttavia a volte risulta irrefrenabile l’impressione che tali progetti siano soltanto e soprattutto iniziative di facciata, individuali e mai corali, mutuate da esperienze straniere nate in situazioni meno preoccupanti rispetto alla nostra, mai mirate a ottenere un reale e concreto beneficio per l’intero mercato editoriale ma soltanto tornaconti parziali e personali, mentre ciò che in primis serve veramente, ovvero rimettere il libro sotto gli occhi e tra le mani degli italiani prima che qualsiasi altra cosa, non viene quasi mai considerato e attuato. E se ciò non avviene, qualsiasi buona e innovativa iniziativa a favore della lettura non potrà mai conseguire il necessario successo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

God save the Queen’s bookshops! Come la Gran Bretagna cerca di sostenere le librerie indipendenti (dopo averle quasi ammazzate!)

Books-Are-My-Bag-at-Orion-2A qualche settimana dalla “vittoria sul campo” sulla legge Levivittoria di una battaglia che, pleonastico rimarcarlo, non significa affatto trionfo nella guerra dell’editoria nazionale – torno a dissertare un poco sul tema, nel mentre che la situazione pare assestata su una calma apparente la quale mi auguro non tolga nulla all’energia e alla tensione necessarie alla filiera editoriale indipendente per contrattaccare, quanto prima, e per finalmente uscire dalle posizioni di subordine finora mantenute e rivendicare con forza la propria identità in faccia ad un mercato che i poteri forti dell’editoria di sicuro quanto prima tenteranno nuovamente di mangiarsi.
Vi disserto sopra, a tali questioni, utilizzando la vecchia, banale ma sovente fruttuosa pratica dello sbirciare altrove che succede, e in particolare verso un paese la cui realtà della distribuzione e della vendita di libri è stata ed è tuttora alquanto emblematica, soprattutto per noi in Italia: la Gran Bretagna. A differenza di altri paesi europei ove esistono leggi che fissano lo sconto massimo applicabile al prezzo di vendita dei libri – Francia, Spagna ad esempio, per non citare poi la Germania ove lo sconto non esiste nemmeno – e nei quali le librerie indipendenti si difendono piuttosto bene dall’avanzata dei grossi gruppi editoriali e dei colossi della vendita on line, ovvero rispetto alla situazione italiana e alla nostra scassatissima legge Levi, che pur non essendo nulla di eccezionale risulta comunque sgradita ai grandi editori, come abbiano visto un mesetto fa, nella Terra di Sua Maestà non esistono leggi di regolamentazione del prezzo dei libri e la scontistica è libera. Ciò ha provocato in pochi anni un vero e proprio massacro delle librerie indipendenti e una correlata fagocitazione del mercato da parte dei principali e più grandi gruppi editoriali, i quali ovviamente hanno fatto cartello, hanno aumentato i prezzi imponendoli ai punti vendita controllati e così hanno generato un doppio danno per i lettori – nonché per il mercato, per il panorama culturale nazionale (dato che insieme a molte librerie sono morti anche parecchi editori indipendenti) e per sé stessi. E’ successo qualcosa, insomma, che potremmo veder accadere anche in Italia, in caso di abolizione della legge Levi o di qualsivoglia altra regolamentazione del mercato editoriale.
Fatto sta che, in Gran Bretagna, la situazione s’è rapidamente aggravata al punto da non poter più essere ignorata, dal pubblico dei lettori in primis ma anche da elementi istituzionali del panorama editoriale e politico, e da qualche tempo sono nate iniziative di salvaguardia della filiera editoriale indipendente piuttosto interessanti e a loro volta significative.
Innanzi tutto, è rimarcabile la presa di posizione a difesa delle librerie indipendenti di uno dei più grandi editori angloamericani, Penguin Random House. Hannah Telfer, responsabile del settore Consumer e Digital Development dell’azienda, ha dichiarato che “la raccomandazione umana rimarrà sempre fondamentale nella ricerca dei libri”, esprimendo una scelta di campo praticamente opposta al “modello Amazon” basato su Big Data e smart algorithms. Scelta dalla quale è poi nata una delle suddette iniziative di salvaguardia dell’editoria indipendente: “My independent bookshop”, una piattaforma innovativa con la quale si mettono in correlazione e dialogo e-commerce, passioni dei lettori e salvaguardia delle librerie indipendenti. I membri di “My independent bookshop”– semplici appassionati, blogger, bibliotecari, esperti di letteratura eccetera – allestiscono negozi virtuali dove possono mettere in mostra fino a 12 libri, raccomandandoli e condividendoli con le rispettive community attraverso Facebook, Twitter, Google+ e gli altri social. Quando un lettore acquista un libro, entra in gioco la piattaforma e-commerce “Hive”, connessa con centinaia di librerie indipendenti sparse nel Regno Unito, che si occupa non solo della transazione ma anche di stornare una percentuale del ricavo a favore della libreria preferita dall’acquirente.
Altra iniziativa interessante nata all’ombra del Big Ben è “Books are my bag” una campagna a difesa delle librerie indipendenti o, ancor più, di presa di coscienza dell’importanza di esse e della loro presenza urbana. Partendo da tale presupposto e da dati statistici incontrovertibili tanto quanto ignorati dai grandi editori – ad esempio, il 68% dei lettori preferisce scoprire nuove letture nei bookshop (Fonte: Censuswide, giugno 2013), o la stima che le librerie siano responsabili della scoperta del 21% dei titoli venduti per un valore generato attorno ai 450 milioni di sterline (Fonte: Bowker, marzo 2013), oppure ancora il dato indicante che dopo la chiusura di molte librerie indipendenti una vendita editoriale su 10 non è migrata verso altre librerie o nel canale on line, il che, in soldoni, significa che un certo numero di lettori si è sostanzialmente perso – “Books are my bag” ha coinvolto i vari elementi della filiera editoriale in un lungo e costante calendario di eventi: una grande festa “nazionale” di lancio dell’iniziativa, che si ripete annualmente in autunno, la distribuzione di una shopper estremamente modaiola (anche in una versione artistica, firmata da Tracey Emin), un concorso e un fitto calendario di incontri, attività, presentazioni e attività social per risvegliare il senso di appartenenza dei lettori alle loro comunità di quartiere (che in metropoli come Londra non è affatto cosa da poco). I risultati di tutto ciò non hanno tardato ad arrivare: nella sola prima settimana di lancio dell’iniziativa, secondo quanto dichiarato dalla Bookseller Association, le librerie coinvolte hanno guadagnato il 18% sulle vendite rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’idea adesso, dopo una valutazione dei risultati complessivi della campagna in questi primi due anni di azione, è quella di ampliarla e renderla costante durante tutto l’anno, piuttosto che concentrata in un periodo limitato.
Insomma: in Gran Bretagna sono dovuti arrivare in vista dell’orlo del precipizio per invertire la marcia e tornare su terreni più agevoli e tranquilli. Da noi, lo sapete bene, ci sono anche ora in corso alcune iniziative che, almeno nello spirito, vorrebbero conseguire risultati simili ai pari progetti britannici, e c’è da augurarsi vivamente che tali buoni risultati arrivino. Ciò che manca, a mio parere – e spero ancora per poco – è una strategia programmatica messa in atto dall’editoria indipendente per non dover più subire le mosse della grande editoria ma per contrastarle e reagire – propositivamente – con indipendenza di mezzi, di azioni, di intenti e di scopi. Per non dover più rincorrere un mercato trainato e soggiogato dai grossi gruppi editoriali, in pratica, ma per riavere tra le mani le redini che le spettano. E, magari, pure per guadagnarne qualcun’altra.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Rimettere in testa alla gente l’oggetto-libro per tornare a leggere. L’esempio di “Libri sotto i portici” a Castel Goffredo

librisottoiportici_high1Ogni qualvolta vengano pubblicate statistiche e dossier di varia natura sullo stato della lettura di libri in Italia – inesorabilmente fotografanti una situazione sempre più tetra, come sapete bene – ci si interroga sui vari possibili perché e sul come poter invertire una tale tragedia culturale. E’ palese che – io continuo a credere per precisa strategia, almeno per certi aspetti – si sia fatto di tutto per disabituare la gente alla pratica della lettura, imponendo una versione moderna e ben “dopata” del panem et circenses di epoca romana, rivelatosi assolutamente efficace anche oggi.
In ogni caso, al di là di tali inevitabili considerazioni, credo anche che non solo manchi un buon e diffuso esercizio della lettura, nel nostro paese, ma manchi pure il libro, ovvero l’oggetto in quanto tale, simbolo culturale per eccellenza per possibilità di diffusione e per economicità (l’ho più volte rimarcato, anche qui). Temo, insomma, che a molti italiani manchi proprio la presenza mentale, mnemonica, intellettuale o che altro di simile del libro, manchi l’attenzione e la considerazione primaria verso di esso, quella che te lo fa balzare in mente come qualcosa di bello, di gradevole e ancor più di ordinario, di normale, e che dunque per diretta conseguenza ti generi la voglia di leggerlo.
Riportare i libri in mezzo alla gente, e nel modo più diretto, meno mediato e più fruibile possibile, in pratica. Qualcosa del genere da ormai più di quattro anni a questa parte lo fa Castel Goffredo, comune in provincia di Mantova già noto in qualità di “città della calza”, ovvero centro di riferimento di un distretto industriale della calzetteria di rilevanza mondiale ma, appunto, dal 2011 organizzatore di “Libri sotto i portici“, evento con cadenza mensile il cui nome, nella sua semplicità, è del tutto programmatico. Ne parlo qui dacché, nonostante sia una manifestazione dall’esistenza già consolidata, ho potuto riscontrare che non sia ancora così nota tra gli appassionati di libri e lettura quanto meriti, e perché – ribadisco – trovo sia un’iniziativa tanto semplice e “popolare” quanto preziosa e proficua, stante ciò che poco fa ho rimarcato.
“Libri sotto i portici” è nata il 6 febbraio 2011, giorno della prima edizione, con grandi ambizioni: fare di Castel Goffredo uno dei maggiori mercati italiani del libro usato (ma non solo), se non il maggiore, nonché un punto di riferimento nazionale per le pratiche pubbliche di agevolazione della lettura. Gli organizzatori (ovvero il “Comitato Libri Sotto i Portici” che riunisce in una notevole ed esemplare “rete” la onlus Gruppo San Luca, la Pro Loco Castel Goffredo, l’Associazione Commercianti, il Circolo Collezionisti Castellani e gli Amici delle Biblioteche Comunali di Mantova) hanno affidato le proprie ambizioni a più di un fattore: l’ospitalità ai librai gratuita, poiché non si paga plateatico; la manifestazione a prova di maltempo, perché “Libri sotto i portici” ha come palcoscenico l’ampia rete dei portici, tra antichi e contemporanei, oltre quattrocento metri protetti dalla pioggia e dalla neve, che possono accogliere dalle 100 alle 150 bancarelle e relativi librai; ogni appuntamento contraddistinto da un fil rouge che mette in evidenza temi di interesse comune: ad esempio, per quello appena trascorso del 5 aprile, erano protagonisti Natura, fiori, frutti, giardini, erboristeria, farmacopea, medicina e cura naturale del corpo (qui, poi, trovate il calendario degli altri appuntamenti per l’anno in corso).

Insomma: all’apparenza un normale mercato di libri usati e non, come ce ne sono parecchi altri in circolazione. Tuttavia, la manifestazione di Castel Goffredo, nella sua semplicità, riesce a mettere in pratica ciò che indicavo in principio di articolo come cosa più che necessaria: riportare il libro in mezzo alla gente, ridonarvi il valore di oggetto culturale comune, rimetterlo nel campo visivo – e dunque nella percezione mentale – di tutti, peraltro con costanza e frequenza redditizie e senza alcun filtro di mezzo. Sia chiaro (e dico quanto di seguito per prevenire pure eventuali diffidenze al riguardo): lode e gloria imperiture alle fiere, ai saloni e alle rassegne varie di tipologia classica; ma certamente e inevitabilmente sono eventi, questi, di più mirata partecipazione e con effetto per così dire culturalmente concentrato, data la loro cadenza tipicamente annuale – oltre che di diversa natura, inutile rimarcarlo. Necessari, essi, per fissare pubblicamente lo state dell’arte della lettura e della produzione editoriale, così come altrettanto necessari sono gli eventi del genere di “Libri sotto i portici” per la loro potenziale dote di “imposizione programmatica” dei libri tra la gente. E sono fermamente convinto che, se girando per i nostri paesi e le nostre città, avessimo le stesse possibilità di trovarci di fronte l’immagine e la visione di un libro tanto quanto quelle degli smartphone più alla moda, tanto per dire, la lettura sarebbe cosa assolutamente più diffusa e praticata. Magari non come i selfie o le chat sui social network, ma quasi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Se la legge Levi, le librerie ti bevi!

Sconti-libri-altraversioneAl di là del bislacco gioco di parole del titolo (pardon!), penso che molti di voi già conosceranno – almeno per nome – la cosiddetta Legge Levi, o “Legge sul prezzo dei libri”, controversa normativa che nel 2011 ha cercato di mettere un certo ordine al mercato editoriale italiano (in gran ritardo rispetto ad altri paesi europei, more solito!) e, tra le altre cose, fissato un tetto massimo al valore di sconto applicabile ai prezzi di vendita dei libri, con ciò venendo incontro alle richieste della piccola e media editoria e delle librerie indipendenti ma di contro scatenando vivaci proteste di molti lettori fautori del “meno costa meglio è”, sovente ritenendo che tale strategia commerciale sia indiscutibile ausilio alla vendita di libri e alla diffusione della lettura.
Bene – o male, fate voi: è notizia di solo qualche giorno fa (io la prendo da qui) che una delle norme contenute nella bozza del disegno di legge sulle liberalizzazioni e sulla concorrenza, su cui il governo in carica è al lavoro, predisporrebbe l’abolizione del limite massimo del 15% di sconto applicabile sui libri, appunto sancito dalla suddetta Legge Levi nel 2011. Di conseguenza verrebbero aboliti i commi 3 e 4 dell’articolo 2 della normativa che, rispettivamente, permettevano una deroga alla regola del tetto massimo agli sconti per il mese di dicembre e fissavano uno sconto massimo del 20% in occasione di eventi particolari come manifestazioni o fiere (sempre che tali commi fossero effettivamente rispettai dai soggetti coinvolti, ma questo è un altro discorso).
Un’abolizione, in buona sostanza, che consentirebbe di nuovo ai maggiori gruppi editoriali e alla grande distribuzione (sovente in comunella, lo si sa bene) di fare il bello e il cattivo tempo sui prezzi di vendita dei libri, con modalità consentite dai propri grandi numeri e, di contro, sostanzialmente impossibili per l’editoria indipendente e per quelle librerie di ugual natura (ovvero non di catena, ma quelle oggi ormai si fanno chiamare bookshop, non più banalmente “libreria”!) che devo subire imposizioni di prezzo e condizioni di vendita insostenibili nei confronti della grande distribuzione o della vendita on line. Tutto questo, per di più, aggravato dal fatto che tali angustie commerciali vanno a colpire un’editoria che ancora produce letteratura di qualità, a fronte invece di quanto prodotto, distribuito e imposto dai grossi gruppi editoriali – ma non vado oltre, anche qui, per non imboccare strade speculative infinite che peraltro avrete percorso più volte pure voi.
Insomma, il ritorno di un lobbismo editoriale (!) senza pudore, capace di influenzare la politica (ma non ci vuole molto, suppongo) a tutto vantaggio di un’oligarchia che, per come ha lavorato negli ultimi anni, ha fatto più danni che buone cose per l’editoria, la letteratura e – soprattutto – per la cultura nazionale, a fronte di una situazione di mercato palesemente sbilanciata e deprecabilmente lasciata in condizioni di liberismo assoluto. Peccato che si stia parlando di libri, ovvero oggetti culturali, e di cultura diffusa, appunto, non di detersivi o ciabatte da mare – il che dimostra, una volta ancora, la mancanza di preparazione non solo tecnica ma pure culturale di certa classe politica e dirigente nostrana quando abbia a che fare con cose di una certa delicatezza.
Se effettivamente l’abolizione delle suddette norme – ovvero lo svuotamento sostanziale della Legge Levi, controversa e discutibile quanto si vuole ma almeno primo passo per regolarizzare il settore – andrà in porto è ancora da vedere, tuttavia mi chiedo nuovamente perché, molto semplicemente e banalmente, visto che siamo comunque un paese del pianeta Terra e non di Nettuno o di Alpha Centauri, non si dia un’occhiata ad altre situazioni simili intorno a noi e a legiferazioni in materia che sembrano funzionare bene: la normativa vigente in Germania, ad esempio, che fin dal primo articolo recita così: “La presente legge è volta alla tutela del libro inteso come bene culturale.” Quella italiana inizia invece così: “La presente legge ha per oggetto la disciplina del prezzo dei libri.” Sarò esageratamente caustico, ma temo che già così poche parole dimostrino molto, se non tutto.

N.B.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.