E così, dopo che nell’editoria è stata varata la corazzata Mondazzoli la quale, nonostante lo scoglio dell’Antitrust piazzatosi (com’era ampiamente prevedibile) sulla sua rotta solo qualche giorno fa, controlla buona parte del mercato editoriale italiano, ecco che ora s’è varata un’altra corazzata navigante invece nel mare dell’informazione, la Stampubblica, che controlla un quarto del relativo settore primario (quella dei giornali) oltre a numerosi altri media, come ha ben evidenziato Francesco Giubilei in questo editoriale su Cultora. C’è poi quell’altra grande nave da battaglia in circolazione nelle acque radiotelevisive, la Fininvest, e così via.
Insomma, si direbbe che negli ambiti della cultura e dell’informazione si sia ormai imposta una ben determinata rotta, appunto, che col tempo viene seguita da navi sempre meno numerose in quantità e sempre più grosse nella stazza. Due ambiti, quelli citati, che è inutile rimarcare quanto siano fondamentali per qualsiasi paese la cui società si voglia definire – nel presente e ancor più nel futuro – avanzata ed emancipata in senso democratico. Ecco, proprio tale evidenza, l’importanza della cultura e dell’informazione quali elementi alla base di un’autentica democrazia, mi hanno fatto riflettere su ciò che invece sta succedendo in Italia (e non solo, sia chiaro) al riguardo: una sostanziale concentrazione, sempre più limitata, del controllo degli ambiti suddetti da parte di pochi, ovvero una situazione di supremazia oligarchica sui principali strumenti di diffusione della conoscenza intellettuale (i libri) e dell’informazione (giornali e TV) verso la quale pare che poco o nulla possa opporsi – la politica in primis, che piuttosto appare compiaciuta di queste concentrazioni tanto da sembrarne complice fin dal dimenticarsi che sovente (eufemismo) le stesse violino le leggi sul conflitto di interessi, tra le norme giuridiche più ignorate dalle nostre parti, inutile dirlo.
Sarà che è il mercato che lo impone, che il neoliberismo economico consente tali accentramenti, che da sempre il pesce piccolo è mangiato da quello più grosso o che due pesci entrambi grossi, non potendosi sopraffare a vicenda, si alleano per generarne uno ancora più grosso, fatto sta che a me tale situazione pare sonoramente stridere in tutta la sua imponente paradossalità. Ciò per un semplicissimo motivo: la cultura diffusa, che rappresenta un elemento fondamentale della democrazia – e di essa la buona informazione è una delle più virtuose cause-effetto –, per sua natura non può contemplare la rinuncia a una delle sue peculiarità vitali, ovvero il pluralismo delle fonti, che è sinonimo ineluttabile di libertà delle fonti stesse, in senso intellettuale ed espressivo oltre che filosofico, politico e sociale (tutti elementi strettamente legati tra di essi).
Sia che si intenda il termine cultura nell’accezione primaria, cioè “l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo”, sia, in senso più antropologico, come “l’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale” (definizioni tratte dal vocabolario Treccani), è inevitabile ritenere che la formazione culturale di una comunità sociale di natura democratica così come la stessa diffusione in essa della cognizione culturale – la quale si intende ovviamente di livello il più alto e approfondito possibile – non ammette alcun dominio oligarchico, con tutti i potenziali pericoli che da esso possono generarsi e diffondersi, checché poi siano gli stessi “oligarchi” a dichiarare pubblicamente che i loro sottoposti saranno sempre e comunque liberi di diffondere ciò che vogliono: cosa ampiamente smentita dalla storia, quella recente in particolare. Il tanto spesso (giustamente) demonizzato pensiero unico, inteso non solo in senso ideologico-culturale ma anche come “il concetto del primato dell’economia sulla politica” (nella definizione originaria di Ignacio Ramonet) e calato dall’alto come forma di (non)cultura imposta, nasce proprio in situazioni di pluralità culturale non garantita ovvero avversata. La nostra stessa identità sociale è nata e si è arricchita grazie a innumerevoli stratificazioni storiche, cognitive, intellettuali, filosofiche, politiche, le quali sono il compendio di un pluralismo e di una complessità culturale che, peraltro, ha rappresentato le fondamenta principali per la nostra civiltà, e la cui mancanza, o anche solo l’indebolimento, inesorabilmente porta ad un altrettanto indebolimento ovvero al deperimento della nostra identità ci individui, cittadini e membri della società civile.
É un paradosso, lo ribadisco, che una società democratica permetta alla cultura e all’informazione di non essere virtualmente democratiche, e non dal mero punto di vista giuridico – che conta ma è conseguente al resto – quanto rispetto al concetto stesso di democrazia e ai suoi principi naturali.
Ma non voglio ora rendere questa dissertazione troppo teoretica (e barbosa, probabilmente) e non voglio spingerla oltre, verso ulteriori questioni correlate che chiamano in causa altri elementi, ad esempio la conformazione economica della società in cui viviamo con tutti gli annessi e connessi, la situazione politica del momento, i tornaconti particolari degli attori in gioco eccetera. Così come non voglio demonizzare tout court niente e nessuno: piuttosto, i “demoni” nascono da soli nei casi in cui non si rifletta in modo attento e approfondito su tali questioni prima che ulteriori loro sviluppi le portino oltre i limiti democratici, appunto. In effetti i demoni sono creature orride, spaventose: mostri, ecco, proprio come quelli che genera il sonno della ragione. E in questi casi, mi viene da temere, il controllo superiore e la limitazione della cultura e dell’informazione è da sempre uno dei più efficaci sonniferi.
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Eppur si muovono! Le “formiche” della filiera editoriale indipendente accumulano (finalmente) provviste culturali per le prossime stagioni
Lo scorso febbraio fa pubblicavo qui su Cultora un articolo dei tanti che dedico alla situazione della filiera editoriale indipendente nazionale: era il periodo in cui la Legge Levi subiva l’attacco da parte della lobby dei grandi editori, e in esso incitavo editori e librai indipendenti (che definivo come formiche in lotta contro gli “elefanti” della grande editoria) a fare fronte comune e il più ampio possibile e incazzarsi, finalmente, invece di subire continuamente le pretese della grande editoria ed essere obbligati a una costante (rin)corsa ai ripari, come appunto è accaduto nella vicenda della tentata “revisione” (in verità era un’uccisione) della Legge Levi, fortunatamente conclusasi bene – ovvero senza alcun danno ulteriore. L’unione fa e farà sempre la forza, in buona sostanza era questo il messaggio di fondo di quell’articolo e degli altri dedicati al tema in questione, e a fronte di ciò in qualche modo criticavo l’editoria indipendente nazionale di essere troppo sfilacciata e poco coesa – paradossalmente, visti gli intenti inevitabilmente comuni e l’arroganza fin troppo palesata da parte della grande editoria contro di essi.
Bene: pare che finalmente i soggetti facenti parte della filiera editoriale, e fortunatamente non solo di quella indipendente, cerchino di mettere in pratica quello che qui, nel mio/nostro piccolo, si auspicava. Prima buona mossa è stata l’organizzazione del convegno “Librerie, futuro scontato? Rimanere indipendenti fra futuro e innovazione”, messo in atto lo scorso 8 giugno a Roma dal SIL-Sindacato Italiano Librai di Confesercenti cui hanno partecipato, tra gli altri, l’Onorevole Flavia Nardelli, Vice Presidente Commissione Cultura della Camera dei Deputati, il Direttore di Confesercenti Nazionale Giuseppe Capanna, il Presidente di SIL Cristina Giussani, il Vice Presidente dell’ODEI – Organizzazione Editori Indipendenti – Andrea Palombi ed il vice presidente dell’Associazione Librai Italiani Confcommercio Aldo Addis. In esso si è evidenziato, da parte della filiera editoriale e al fine di rilanciare l’interesse nei libri ed il ruolo culturale dei librai, la necessità di un intervento di riforma e di rilancio del settore, a partire da una nuova Legge quadro che riduca o abolisca le percentuali di sconto massimo attualmente previste dalla Legge Levi, permetta di creare un rapporto più solido tra librerie e scuola e riveda la struttura dell’attuale rete. Dalla parte istituzionale rappresentata dall’Onorevole Nardelli, invece, è venuto l’auspicio che “la filiera del settore si presenti unita nelle sue proposte di rilancio e presenti un progetto comune”. Nemmeno avesse letto e fatto proprio il messaggio di quel mio articolo dello scorso febbraio!
Un altro buon passo nella formazione di un fronte editoriale – teorico e pratico – coeso, soprattutto ad interesse dei librai indipendenti, è stato compiuto all’inizio del corrente mese di luglio, quando nel corso di un incontro finalizzato alla creazione di un tavolo di confronto sulle problematiche del settore – in special modo riguardo i testi scolastici ma non solo – si sono confrontati il vicepresidente del SIL-Confesercenti, Antonio Terzi, il presidente di ALI, Alberto Galla, ed il presidente di Federconsumatori, Rosario Trefiletti. Ne è uscita in primis la comune constatazione delle difficoltà e delle profonde rigidità nei rapporti commerciali con gli editori e con la filiera della distribuzione del libro – rigidità che non consentono alle librerie del territorio di competere con le offerte proposte, illegittimamente, dalla grande distribuzione. Posto ciò, i rappresentanti degli esercenti ed il Presidente della Federconsumatori hanno convenuto sulla necessità di mettere in campo iniziative per produrre interventi strutturali in grado di contenere le spese per l’istruzione nel rispetto delle normative vigenti e delle prerogative del ruolo del libraio.
Infine, è notizia proprio di questi ultimi giorni che, a fonte di quella sorta di investitura dell’On.Nardelli (nel frattempo nominata nuova Presidente Commissione Cultura della Camera dei Deputati) a fare che la filiera editoriale porti alla politica una proposta comune, SIL-Confesercenti ed ALI-Confcommercio stanno organizzando una riunione a Milano per il mese di settembre con i principali rappresentanti degli editori, dei distributori, dei grossisti, per proporre una collaborazione finalizzata sia al rafforzamento della Legge Levi, attraverso la previsione di sanzioni a fronte delle numerose e crescenti violazioni della stessa legge che ogni anno registriamo, sia alla realizzazione, insieme alle Istituzioni, di un progetto onnicomprensivo per il settore che preveda, fra l’altro, il sostegno alle aziende impegnate nella promozione del libro, della lettura e della cultura. La proposta-invito all’incontro (che trovate qui) è già stata raccolta da numerosi soggetti della filiera non solo indipendente, come già accennato: da Messaggerie a Odei, da Giunti a Ibs a Mondadori e via discorrendo. Al momento, ma sono passati pochi giorni, manca la risposta dell’AIE ancora impegnata con la scelta del nuovo presidente. Tuttavia, sottolinea il vice presidente SIL-Confesercenti Antonio Terzi, “anche l’AIE non potrà sottrarsi.” Il tema è proprio quello che indicavo in quel mio articolo citato, come nota Terzi: “Capire che la barca affonda per tutti di questo passo e darsi nuove regole. Utopia? Vedremo. Fosse per me sarei per chiuderci tutti in una stanza e chiedere a chi sta fuori di gettare la chiave fino ad una fumata bianca. Intanto finalmente la commissione cultura ha fatto proprio un testo base per la legge Giordano sulla promozione alla lettura. Il testo comprende alcune proposte del SIL: sgravi sugli affitti per le librerie, qualche sforzo sul tema della detrazione degli acquisti di libri, finalmente una definizione di libreria indipendente e l’apertura verso un marchio di qualità che certifichi l’attivismo culturale delle librerie.”
Questo, per ora è quanto. Non ci si può non augurare che tutte queste buone premesse possano finalmente portare innanzi tutto a una nuova – o rinnovata, o conquistata – presa di coscienza da parte della filiera editoriale indipendente sulla necessità di fare corpo comune e voce singola, in modo da poter perseguire gli altrettanto comuni intenti propri del settore con adeguata forza, sia politica che d’opinione. Inoltre, conseguendo il necessario riequilibrio dell’intero comparto editoriale nazionale, grazie al quale la grande editoria e la filiera indipendente possano essere dotati di pari diritto e capacità di dialogo e d’azione, in considerazione di quell’obiettivo comune (di nuovo) che, è bene rimarcarlo, non è solo industriale e commerciale ma soprattutto culturale e di rimando sociale.
Che le notti estive, da qui a settembre, portino buon consiglio, insomma. In fondo è proprio nella bella stagione che le formiche lavorano sodo per accumulare provviste utili all’inverno seguente… E sono provviste culturali che potranno risultare preziose a tutti quanti, stavolta.
P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.
Mark Lombardi, quando l’arte sa illuminare la parte più oscura e torbida della realtà
Da scrittore dotato di grande passione per la scrittura letteraria e per assimilabile grande passione verso l’arte contemporanea, sono da sempre molto interessato e affascinato da quelle forme d’arte che integrano in modo più o meno cospicuo il segno grafico con le parole scritte, ovvero con un testo che sia leggibile e che dunque palesi un determinato senso tematico/letterario.
Posto ciò, devo ammettere la colpa di non aver mai adeguatamente approfondito la conoscenza dell’opera di Mark Lombardi, artista concettuale americano che tuttavia definire in tal modo risulta parecchio limitante, se non per certi aspetti
fuorviante. I suoi disegni, diagrammi ovvero infogrammi di precisione maniacale con i quali metteva in correlazione i poteri forti, le varie lobby politiche, economiche, industriali e finanziarie e vari settori delle classi dirigenti con la criminalità e il terrorismo internazionale di varia natura, formano delle figure perfette e armoniose, in tal modo dimostranti un’armonia grafica riconducibile alla matrice estetica dell’arte, ma nel contempo illustrando e illuminando la realtà – torbidissima e sovente spaventosa, inutile dirlo – di quei poteri dominanti, e di buona parte della realtà che da essi derivava e tutt’oggi deriva – in primis gli attentati dell’11 Settembre 2001, pochi giorni prima dei quali Lombardi morì d’una morte che in alcuni desta ancora
più d’un sospetto – e della quale stiamo subendo le conseguenze planetarie, chissà ancora per quanto tempo (a proposito, tanto per dire: ingrandite la foto qui accanto, e meditate…)
Dicevo poco sopra che qualsiasi definizione si porvi ad usare per l’opera di Lombardi risulta facilmente fuorviante… Lombardi era una artista, ok, le cui opere tuttavia ben poche persone riconoscerebbero come “d’arte”, intendendo l’accezione classica ed estetica di questa definizione; però, come detto, i disegni prodotti sono talmente belli, nel segno grafico, che assurgono realmente al rango di arte contemporanea concettuale e minimalista. Ma, con la sua arte e con quanto rivela, Lombardi era pure un cronista sui generis, uno che veramente illuminava le realtà dei fatti in modo libero e indipendente: in effetti il testo utilizzato nelle sue opere è composto soltanto da nomi, date e pochi altri appunti funzionali al disegno raffigurato.
Tuttavia, al di là di qualsiasi definizione, etichetta o catalogazione pensabile, Mark Lombardi con la sua arte ha attuato come pochi altri il senso precipuo e fondamentale che da sempre le discipline artistiche devono e dovrebbero conseguire, ovvero la raffigurazione della realtà attraverso una matrice estetica e al contempo tematica ed espressiva che permetta a chi ne fruisce di riflettere su quanto raffigurato, di valutare, di considerare e magari di comprendere. L’arte non deve imporre una qualche idea o, peggio verità – sarebbe altrimenti mera propaganda, come quella utilizzata dai regimi – ma, appunto, deve offrire un punto di vista perspicace, penetrante, illuminante e se possibile alternativo su quella realtà. Deve agevolare la libertà di pensiero, insomma, esattamente come l’arte è manifestazione di libertà espressiva, in senso grafico e non solo. E Mark Lombardi, nei suoi lavori, lo ha saputo fare benissimo, peraltro mettendoci davanti agli occhi la potenziale verità sugli ultimi 30 anni almeno di geopolitica internazionale, su come ciò che ci è stato presentato e imposto come “bene” ma che sovente è l’esatto contrario, nonché – allo stesso modo – su certi “nemici dell’Occidente” che invece erano (e sono) amici, e pure fraterni…
Su Mark Lombardi in Italia c’è pochissimo materiale. Di recente RAI 5 – l’unico canale della televisione pubblica italiana degno di essere visto! – ha mandato in onda il documentario Mark Lombardi – Kunst und Konspiration realizzato dalla regista tedesca Mareike Wegener, il cui promo è questo:
Poi, per citare un paio di altre fonti utili su Lombardi, questo è l’articolo di Wikipedia (in inglese), mentre questo è il sito della Pierogi Gallery di Brooklyn, che ne detiene le opere (visibili in una interessante selezione). Ma, appunto, se avete una buona dimestichezza con la lingua inglese, potete trovare molti altri documenti interessanti, sul web: Mark Lombardi è un personaggio che merita assolutamente di essere conosciuto e apprezzato in tutto il suo grandissimo valore, e per quanto sappia aprirci occhi e mente sul nostro mondo contemporaneo.