Se ci fosse ancora bisogno di qualche buona prova che dimostri la profonda sciatteria con la quale certa (“grande”) editoria italiana fa (!) il suo mestiere – come se non bastassero le innumerevoli letterarie e commerciali degli ultimi anni – eccone qui una notevole:
Neanche più si sbattono per cercare e trovare 1) belle copertine; 2) copertine consone al testo edito e soprattutto 3) copertine che qualcun altro non abbia già utilizzato.
D’altro canto, considerando i libroidi di infima qualità che da qualche tempo a questa parte invadono (e distruggono) il mercato, è del tutto ovvio che quei testi editi nemmeno li leggano. Figurarsi se balza loro in testa di darsi da fare (sapessi quanto, poi) per le copertine.
P.S.: immagine tratta dalla pagina facebook di Eliselle, mirabile scrittrice – lei sì (qui il suo sito web).
Vi invito a leggere (cliccando sull’immagine qui sopra) l’ottimo articolo della sempre illuminante Annamaria Testa che, in esso, offre quella che mi pare la migliore disamina possibile della stato attuale della lettura in Italia – peraltro ricca di innumerevoli spunti di riflessione. Stato assai triste – ma è ormai lapalissiano denotarlo, purtroppo.
Vorrei però qui soffermarmi sul solo titolo dell’articolo, e che riassume in poche parole quello che è il dato più drammatico e sconcertante tra quelli analizzati da Testa: il calo ormai costante da anni del numero degli elettori, che sul grafico della lettura in Italia pare decisamente diretto verso un punto, molto in basso ma sempre più vicino, con scritto da parte estinzione. Termine volutamente catastrofista, sia chiaro, ma non così distante dalla realtà dei fatti, se andiamo avanti di questo passo.
Quel titolo mi fa riflettere sull’evidenza che, nel mondo dei libri e della lettura nostrano, a ben vedere ce ne sono parecchi di svanimenti in corso. Stanno svanendo i lettori, appunto, ma stanno svanendo pure i buoni libri, quelli che ancora hanno alla base un considerabile valore letterario e, dunque culturale: o meglio, ci sono ma svaniscono alla vista, nascosti dalla marea di libroidi senza alcun valore che troppi editori mettono in commercio per far cassa, vendendoli come meri beni da hard discount, da consumo utilitaristico e nulla più come fossero saponette (citando sempre Annamaria Testa). Ciò mette in luce che stanno svanendo pure i “buoni” editori, quelli che facevano autentico talent scouting, che avevano consapevolezza che pubblicare libri è un importantissimo lavoro culturale, una missione da portare avanti per il bene della società in cui si opera. Invece oggi, ribadisco, si punta a far cassa, anche perché molti editori fanno parte di gruppi industriali ai quali interessa solo l’utile di bilancio e/o i dividendi agli azionisti, e se un capolavoro letterario assoluto non garantisce le vendite di un libroide del personaggiucolo televisivo di turno, tranquilli che il primo sarà gettato alle ortiche in men che non si dica, alla faccia della cultura, della letteratura, del valore culturale (e sociale) della lettura e di tutto il resto: solo fregnacce, agli occhi di chi comanda i suddetti gruppi industriali.
Altra conseguenza inevitabile di quanto sopra, ormai in accadimento da tempo, è che stannosvanendo le librerie e i librai – quelli veri, anche qui intendo dire. Il mercato è inesorabile: se non c’è domanda, non serve offerta. Peccato che quell’offerta non è solo e meramente commerciale, ma è l’offrire la presenza pubblica di indispensabili presidi culturali – dacché questo sono le librerie, a mio modo di vedere – senza le quali qualsiasi luogo urbano perde buona parte della sua urbanità ovvero della civitas che nasce e prospera proprio grazie alla cultura diffusa, in massima parte.
Ecco, per l’appunto: svanendo tutto quanto sopra, inesorabilmente svanisce anche la cultura diffusa, dal momento che il libro – anche questa cosa la ribadisco da sempre – è l’oggetto culturale per eccellenza, il più immediato, semplice, economico ed efficace metodo per agevolare la diffusione della cultura in ogni parte d’una società civile. La quale, senza cultura, svanisce a sua volta: non esiste interrelazione sociale che non sia supportata da una cognizione culturale ben estesa e propagata. Non a caso, la nostra società civile, così sofferente da tempo di tali malanni culturali, presenta un tasso di coesione sociale nonché di consapevolezza sociologica e antropologica tra i più bassi in Europa. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani: ma l’unica base per farli era ed è la cultura, senza di quello si può fare ben poco – e si vede!
Insomma: è un mondo in potenziale drammatico svanimento, quello della lettura dalle nostre parti.
Cosa fare per invertire questo processo devastante? Annamaria Testa, nell’articolo, già fornisce qualche buona idea. Per quanto mi riguarda, torno al titolo del suo articolo dal quale sono partito per elaborare la mia disquisizione, e dico che stanno svanendo i lettori, a quanto sembra, ma non possono svanire le persone. Che se erano lettori e non lo sono più, o se non lo sono mai stati, lo possono diventare o tornare a essere. Ovvero, c’è bisogno che la lettura ricominci dai fondamentali, dal basso – lasciando stare l’alto istituzionale, sul quale si può fare poco o nulla affidamento – da noi tutti singoli individui; deve tornare a essere qualcosa di pubblico, di usuale, di ordinario, deve diventare motivo di chiacchiericcio quotidiano esattamente come lo è il calcio o la politica – anzi, al posto del calcio e della politica! Il libro deve diventare un oggetto costantemente nello sguardo e nella mente delle persone: i buoni libri non possono perdere il fascino e le doti che posseggono, semmai è stato il nostro modus vivendi contemporaneo che, da un certo punto in poi, ha voluto ignorare o oscurare quel fascino e quelle doti che mai e poi mai la televisione (un tempo fonte di acculturamento di massa e poi di imbarbarimento) potrà offrire con simile forza ed efficacia. In confronto ad altri intrattenimenti contemporanei, un buon libro è un po’ come un hotel da almeno quattro stelle nel quale si possa alloggiare, godendo di tutti i suoi confort, ad un prezzo irrisorio, mentre quegli altri intrattenimenti sono come un albergo bellissimo fuori e alquanto scadente dentro. Come si potrebbe giudicare chi scelga di alloggiare in quest’ultimo – con ottusa pervicacia, peraltro – piuttosto che nel primo? Ecco, ci siamo intesi.
(Richard Wentworth, “False Ceiling”, Biennale d’Arte di Venezia 2009. Image credit: Andrea Pattaro/Vision.)
letterale (ant. litterale) agg. [dal lat. tardo litteralis]: che riguarda la lettera di uno scritto, che si attiene cioè al significato più ovvio e per così dire esterno delle parole.
letteràrio agg. [dal lat. litterarius, der. di littĕra «lettera»]: di opera dell’ingegno che appartiene alla letteratura.
Sono termini, i due qui sopra, che non di rado nel parlato quotidiano superficiale ovvero poco ragionato la gente confonde, noto. Così, ad esempio, il significato formale di qualcosa diventa “letterario” e di contro il romanzo un genere “letterale”. Nulla di male, per carità, con un poco più di attenzione e cinque secondi di lettura del dizionario l’errore può essere risolto. Tuttavia, a volte ho l’impressione che proprio la confusione più o meno diffusa di questi due termini possa rappresentare in modo assai significativo la realtà contemporanea della scrittura narrativa. Una realtà, lo dico da subito, la cui curva della qualità sul diagramma editoriale percepisco in netta e costante discesa già da tempo: vuoi perché “non li scrivono più quei grandi romanzi d’una volta!” (affermazione banale, forse, ma non poco veritiera), o vuoi perché sul mercato oggi giunge così tanta fuffa che, inesorabilmente, la media qualitativa letteraria s’abbassa – anche per colpa di editori non più consapevoli di cosa significhi veramente il termine “letteratura” – fatto sta che nelle classifiche di vendita si trovano spesso libri di valore letterario quanto meno dubbio, mentre chissà quanti ottimi lavori restano nascosti sul fondo più buio e polveroso degli scaffali delle librerie, sempre che su di essi riescano ad arrivare.
Appunto, per tornare a quella mia impressione, ho la vivida sensazione che oggi l’esercizio della scrittura – poi resa attività editoriale – sia più affine al significato del termine “letterale” che di “letterario”: scrittura che genera opere ovvie, esterne alle parole, ovvero senza alcuna profondità, senza alcuna ricerca di valore. Della mancanza contemporanea di grandi scrittori – ma forse quel “grande” è persino di troppo – ho già disquisito più volte (ad esempio qui): temo che inevitabilmente la letteratura del tempo presente finisca per essere intaccata dalla decadente e problematica realtà d’intorno, la quale non mancherebbe di offrire temi letterari importanti ma, forse, non offre di contro il contesto ideale alla loro (meditata e approfondita) narrazione, semmai imponendo necessità ed esigenze del tutto superficiali e futili che ben poco hanno a che fare con il pensiero – in senso generale, dunque artistico e letterario ma non solo – e il relativo esercizio di cognizione e comprensione del mondo d’intorno.
In tal modo la letteratura, spinta anche dal degrado di senso e sostanza dell’industria editoriale, sempre più distorta verso fini meramente imprenditoriali/industriali/finanziari e dunque consumistici al punto da rendere il libro, oggetto culturale per eccellenza, sempre più simile a qualsiasi altro bene di consumo, finisce per diventare un superficiale esercizio di scrittura, cioè di stesura di testi che si adattino il più possibile al suddetto superficiale contesto contemporaneo e le cui parole, appunto, risultino soltanto per ciò che sono e dicono piuttosto che per quanto potrebbero insegnare, o quanto meno agevolare la riflessione. Le storie scritte e pubblicate diventano dunque sostanzialmente letterali e non letterarie, appunto, dotate di un semplice fine d’intrattenimento (che non è affatto secondario, per carità, ma che diviene a sua volta vuoto di senso se assurge a unico e univoco senso di un testo edito) e quasi sfuggenti da ogni accezione pienamente letteraria nonché da qualsivoglia approfondimento culturale. E’ il trionfo dei libroidi, come li ha definiti Gian Arturo Ferrari (uno che il sistema editoriale contemporaneo lo conosce fin troppo bene…) con felice e da me sovente citata intuizione, «Finti romanzi che infestano gli scaffali di librerie e biblioteche, mescolandosi alla letteratura “vera” e rendendosi di fatto indistinguibile rispetto ad essa.» ovvero testi privi di carattere letterario e dunque di valore culturale, appunto, che rivendicano un mero scopo commerciale – sovente nemmeno conseguito, il che annulla pressoché del tutto il loro senso e li rende uno spreco sostanziale di carta, inchiostro e denaro.
Insomma: quella confusione linguistica tra “letterale” e “letterario” è inopinatamente divenuta una sorta di bizzarra regola su cui si basa la produzione editoriale contemporanea, e col tempo rischia pure di trasformarsi nel sunto del suo epitaffio. Al di là di qualsiasi importante considerazione sullo stato della lettura e del mercato editoriale in Italia ovvero di come risollevarne le sorti commerciali, credo sia necessario anche un rapido e consapevole ritorno ad una scrittura nuovamente letteraria, che sappia ricuperare una preponderante valenza culturale, cognitiva, formativa ergo pure sociale e senza chiaramente mettere da parte la capacità di intrattenimento, finalmente a sua volta recuperata a scopi ben più alti e luminosi di quelli attuali. L’esercizio della scrittura deve tornare ad essere qualcosa di importanza vitale, per così dire, un atto di immensa responsabilità oltre che di natura culturale nel senso più alto del termine, appunto, ma pure politico – perché lo è da sempre e non può esimersi da esserlo, poco o tanto. Gli scrittori devono scrivere i propri libri come se non ci fosse un domani – lo hanno già rimarcato altri – o come se avessero una mannaia sopra la testa pronta a calare se quanto scritto e pubblicato risulti vuoto di valore letterario – anche perché, appunto, si è (bisogna essere) autori e scrittori, non disonesti scribacchini di futilità spacciate per letteratura!
Ecco: se ciò potrà in qualche modo essere compreso e tornare a sussistere, nella produzione editoriale, sono certo che i libri e la lettura avranno un futuro ben più roseo e solido di quanto si potrebbe temere ora. E forse, con il relativo aumento di lettori, ci si confonderà pure meno di oggi tra “letterale” e “letterario”!
Premessa standard a post unificati: siccome che è Estate e fa caldo, a volte molto caldo, e siccome che a me il caldo sfianca, dacché mi potreste vedere in giro con addosso solo una t-shirt nel bel mezzo d’una bufera di neve a Gennaio, e siccome che, capirete bene, gestire un blog è attività tremendissimamente faticosa – ben più di, ad esempio, lavorare in miniera a 1.500 metri di profondità o in acciaieria come addetto agli altiforni o nei terreni agricoli sotto il Sole cocente ovvero altro di ugualmente arduo… ehm… – ho deciso, durante queste settimane canicolari, di far lavorare un po’ gli altri. Già. Ovvero, di ribloggare articoli che ho potuto trovare e leggere su altri blog, e che mi sembrano assolutamente meritevoli della vostra attenzione. Sì, insomma, un modo anche – soprattutto, in effetti! – per rendere omaggio a tanti colleghi blogger i cui post ritengo veramente ottimi, esemplari e spesso illuminanti – blogger che ho la fortuna e l’onore di seguire. In attesa che torni alla svelta la stagione fredda, ovviamente. Freddissima, anzi! O di trasferirmi alle Svalbard, come forse si starà augurando chi ora stia leggendo queste mie cose e ami il caldo estivo…
Comincio con un articolo tratto da Grafemi, il blog diPaolo Zardi, che ritengo uno dei migliori in senso assoluto tra quelli che si occupano di letteratura e cose affini. Ribloggo probabilmente la più efficace e illuminante recensione (ma tale termine è fin troppo limitante, nell’identificare lo scritto in questione) mai letta circa un libro(ide, dovrei dire, citando Gian Arturo Ferrari) sul quale è inutile dire qualcosa, “50 Sfumature di grigio”. Una recensioneingegneristica – d’altronde lo è, Paolo Zardi, ingegnere! – che trovo fenomenale nel rappresentare forse il miglior metodo di valutazione di testi del genere (in senso commerciale, non letterario) di cui il suddetto titolo è esempio lampante. Il che peraltro mi porta a riflettere su un aspetto, o meglio su una delle tante storture della produzione editoriale contemporanea, ovvero sul rapporto intercorrente tra (certo) testo edito e recensione critica dello stesso, e sulla proporzionalità dei valori (letterari) effettivi di entrambi, soventeinversa, dalla cui riflessione credo ne trarrò qualche opinione da proporvi prossimamente. Un grazie a Paolo Zardi per l’ottimo lavoro compiuto con Grafemi.
Cinquanta sfumature di grigio – oh!
Una delle accuse che più spesso viene mossa a chi scrive recensioni è di non leggere i libri di cui parla. Non so se sia sempre vero – le recensioni che ho potuto leggere sui libri che conosco dimostrano, in molti casi, un’approfondita conoscenza del contenuto, e un’analisi non banale. Nel caso di questa recensione, invece, ammetto, anzi, dichiaro da subito, che io non ho letto “Cinquanta sfumature di grigio”, che non conosco l’autrice (è un’autrice, vero?), che non ho letto neanche gli altri due libri che compongono la trilogia, che ho sfogliato qualche pagina qua e là, per capire se la cosa poteva interessarmi, che nutro alcuni piccoli pregiudizi sulla qualità complessiva dell’opera, che non so spiegarmi il successo così vasto di un porno harmony (è questa l’idea, probabilmente sbagliata, che me ne sono fatto), ma che nonostante questo, parlerò di questo libro, e lo farò usando un approccio completamente diverso: l’analisi della frequenza delle parole.
Variazioni sul tema…Ogni romanzo, ogni storia, è formata da parole (che a loro volta sono formate da grafemi…) che rappresentano, nel loro insieme, la tavolozza che l’autore ha usato per narrare una vicenda. Spesso non ci rendiamo conto di cosa caratterizza lo stile di uno scrittore, perché le variabili in gioco sono tante: la punteggiatura, la costruzione dei periodi, un certo modo di procedere nel ragionamento, la scelta delle metafore (il mondo alle quali attingono), il rapporto tra i paragrafi… e le parole. Ci sono autori che ne usano pochissime, sempre le stesse, e grazie a questo costruiscono storie bellissime – penso a Hemingway, a Faulkner – e altri che danno fondo a tutta la loro conoscenza linguistica per raccontare episodi minimi – e qui mi vengono in mente Nabokov e la sua straripanza verbale, e il più grande autore di tutti i tempi, Shakespeare. Un tempo, l’analisi della frequenza con la quale compaiono le singole parole si affidava a un approccio qualitativo, a sentimento… Ora, invece, è possibile, con un semplice programma (che possiedo solo io: me lo sono scritto con le mie mani), conoscere i numeri che caratterizzano un libro. Così, invece di leggere “Cinquanta sfumature di grigio”, l’ho sottoposto a questa elaborazione, che mi ha fornito alcuni risultati che considero interessanti.
La prima cosa che posso dedurre scorrendo quest’arida lista di parole affiancate dalla frequenza con la quale compaiono è che il centro della storia, il fulcro, l’elemento più rilevante, è un certo “Christian”, che compare 892 volte in un libro che, nella mia edizione, ha poco più di 600 pagine; e ho il sospetto che il pronome “lui”, che compare 973 volte, faccia riferimento proprio a questo tizio. La presenza di 652 occorrenze del pronome personale “mia”, e 540 “mio”, mi spinge a pensare che che la storia sia raccontata in prima persona; come indizio ulteriore, noto che “io” compare 538 volte (stiamo parlando di numeri molto alti: per capirci, la preposizione “da” compare 766 volte, meno spesso dell’onnipresente lui-Christian). “Grey”, 548 volte, è un cognome o un altro uomo della storia?
Che il mondo dell’editoria italiana non se la passi bene (eufemisticamente dicendo!) è inutile che ve lo dica, no? Che l’editoria stessa, soprattutto nei suoi più grandi e celebrati nomi, ci voglia far credere che non sia così e lo voglia fare pubblicando spesso libri piuttosto discutibili (oggi sono eufemistico, già…), ovvero imbellettandosi con ciprie di pessimo valore e gusto per nascondere il disfacimento ormai in atto da tempo, credo sia evidente anche ai più distratti. Ma di come tale disfacimento profondo abbia intaccato addirittura il midollo del mondo editoriale nostrano, e oserei dire pure l’animo, se ne stanno accorgendo anche al di fuori del suddetto mondo: e se tale sguardo critico giunge da osservatori di indubbio valore e altrettanta illuminazione e sagacia, la gravità della situazione non ne viene certo sminuita, anzi! Osservatore in questo modo lo è Christian Caliandro, a mio parere una delle migliori firme critiche sulle arti e cose affini in circolazione, che sul periodico Artribune #10 (Novembre/Dicembre 2012, pag.28) – dunque, come appunto dicevo poco fa, da un punto di osservazione sostanzialmente esterno all’ambito editoriale e letterario vero e proprio – coglie e rimarca argutamente lo stato di coma via via più profondo della buona letteratura, in Italia, nonché il valore concreto di essa nel e per il mercato (e nel pubblico da esso ben addomesticato):
“È chiaro che, in uno scenario del genere, la cultura svolge una funzione decisiva, e decisamente interessante. La cultura, infatti (soprattutto nel nostro Paese, ma non solo), è stata percepita sempre più nel corso dell’ultimo trentennio come un gradevole diversivo da praticare nel tempo libero, una forma particolarmente virtuosa di intrattenimento. Questo processo ha avuto impatti significativi non solo sulla fruizione culturale, ma anche – e forse soprattutto – sui meccanismi di produzione. Di recente, Gian Arturo Ferrari ha giustamente e lucidamente definito “libroidi” i finti romanzi e i finti memoir che infestano gli scaffali di librerie e biblioteche, mescolandosi alla letteratura “vera” e rendendosi di fatto indistinguibile rispetto ad essa.
Sempre in tema di narrativa, uno scrittore e un osservatore lucido dei processi culturali che attraversano la contemporaneità italiana come Giuseppe Genna ha ratificato lo stato delle cose: “Oggi, domenica 20 maggio dell’anno orrendo 2012, constato che “Resistere non serve a niente”, opera narrativa del migliore tra i prosatori italiani e cioè Walter Siti, edita da RCS Libri, è al 16° posto della classifica riservata agli autori nostrani, classifica che è pubblicata oggi su ‘La Lettura’ del Corriere. La fonte è Nielsen, la rilevazione riguarda i dati di due settimane or sono. Due settimane fa è stato realizzato un lancio promozionale impressionante del libro e dell’autore. Dunque è questo (il 16° posto tra gli italiani, chissà in classifica generale) a cui può giungere attualmente uno dei migliori scrittori italiani viventi. Nessuno perciò deve avere da ridire se non vanno in classifica o ci restano per poco o raggiungono posti ‘bassi’ altri scrittori italiani che scrivono bene (penso a Michele Mari, Antonio Moresco, Tommaso Pincio, Giulio Mozzi, Teresa Ciabatti, Letizia Muratori, Marco Mancassola, Giorgio Vasta e molti molti altri con cui mi scuso per la mancata nominazione, dovuta al fatto che altrimenti stendevo un elenco enorme; con l’eccezione di Aldo Nove e Valeria Parrella, che in classifica ci vanno e ci stanno). L’asticella del salto in alto editoriale è posta definitivamente dal caso Walter Siti. L’entrata in classifica non è dunque più prioritaria. L’opera narrativa si sta avvicinando all’opera poetica, per quanto concerne la sua ricezione collettiva e sociale, diciamo: numerica.”
Temo non sia così assurda questa finale previsione di Caliandro. Come la poesia, appunto, che tutti dicono di apprezzare, che rappresenta l’apice assoluto dell’arte letteraria, che pare quanto di più nobile e sublime l’uomo possa concepire e godere, ma poi gli scaffali (esigui, solitamente) che nelle librerie ospitano i volumi di poesia sono sempre il posto più deserto di esse, quelli dove, se ci sta qualcuno, è perché sta parlando al cellulare, e sa che lì può stare più tranquillo che altrove – di certo più che in vicinanza delle cataste di best-seller da strombazzamento mediatico martellante che usualmente sono sotto i migliori riflettori delle librerie stesse… Appunto: finirà così pure la buona letteratura? In qualche modo automusealizzandosi, ovvero diventato cosa tanto apprezzata di principio quanto disprezzata nella pratica?
D’altro canto, il fatto che un buon libro – intendo dire, lo ribadisco, un libro dal valore letterario autentico e considerevole – non finisca tra le mani di (pseudo)lettori da libri acquistati perché di essi è passato lo spot in TV, e che approcciano la lettura con relativa vacua forma mentis, potrebbe anche essere una cosa positiva, non tanto per il lettore in sé (al quale non potrebbe che far bene migliorare la qualità delle proprie letture, ça va sans dire!) quanto per la conservazione di quella suddetta buona letteratura nostrana e degli autori che la sanno scrivere. Perché di sicuro i tanti “libroidi” (come li ha definiti Gian Arturo Ferrari) che oggi infestano gli scaffali delle librerie venendo spacciati per “letteratura”, altro non sono che meri oggetti di consumo, e in quanto tali inevitabilmente destinati a non lasciar traccia culturale alcuna di sé. Ecco, posta tale fondamentale differenza, e il senso che se ne può ricavare, forse si può sperare che per la letteratura di valore ci possa essere un futuro, e migliore di quanto la realtà attuale faccia inevitabilmente temere.