Puntuale come ogni mese, ecco a voi il numero 109 – Giugno 2013 di InfoBergamo.it, il primo mensile on-line bergamasco di cultura ed informazione, ovvero la più diffusa e letta web-rivista di genesi orobica, indubbiamente (fin dal nome, appunto!), ma di respiro,
spirito e interessi assolutamente nazionali, se non di più! Forte di un nuovo e prestigioso record di lettori nel mese di Maggio, ben 96.000, InfoBergamo.it si presenta con questo nuovo numero come sempre ricchissimo di contenuti di alto livello e di assai varia e assortita tematica, tra cultura, politica, società, arte, musica, libri, motori e molto altro, con approfondimenti mirati a fornire ai lettori non soltanto della preziosa informazione ma anche degli strumenti di azione diretta, per così dire, in ambito sociale – che poi dovrebbe essere una delle funzioni peculiari della stampa e dei media, di qualsiasi tipo e diffusione.
Come sempre, per InfoBergamo.it mi occupo di argomenti legati al mondo dei libri e dell’editoria, cercando di illuminarne certe evidenze e realtà contemporanee e, se possibile, offrine un punto di vista obiettivo e alternativo. In questo numero non potevo non occuparmi del principale evento nazionale legato al suddetto mondo, ovvero il Salone del Libro di Torino 2013, svoltosi solo poche settimane fa. Amato svisceratamente da tanti, e da altrettanti (o quasi) criticato, indubbiamente la kermesse torinese è annualmente, nel bene e nel male, la migliore rappresentazione dello stato dell’arte del mercato editoriale italiano, del suo pubblico, dei gusti, delle mode, delle tendenze, delle storture e, nel caso, degli orrori. Nell’articolo, intitolato Salone del Libro di Torino 2013: il fascino quasi incrollabile di una cattedrale nel deserto, troverete il personale reportage, completo degli ultimi dati statistici sulla vendita di libri in Italia, giusto per capire ancora meglio come vanno le cose, o dove stanno andando…
Cliccate sul titolo sopra riportato dell’articolo oppure QUI per leggerlo direttamente ma, ribadisco, non perdetevi nulla dell’intero ultimo numero e di tutto quanto offre la piattaforma web del mensile, cliccando sull’immagine della copertina lì sopra ed entrando nel sito del mensile: InfoBergamo.it merita sul serio la vostra attenta lettura, e sono certo che non vi deluderà!
Tag: libro
Rex Stout, “Nero Wolfe apre la porta al delitto”
Quando personaggi d’invenzione letteraria, con tutto il bagaglio vario e assortito di caratteristiche che li identifica, diventano protagonisti di cicli molto lunghi nel tempo, tendono per così dire a uscire dal tempo stesso, fissando una sorta di modello il cui iniziale successo di pubblico fissa in un certo modo e ne sancisce la necessaria ripetitività. Per intenderci, uno Sherlock Holmes che si è abituati a vedere in azione nelle vie e tra i palazzi della Londra di fine Ottocento/inizio Novecento, stonerebbe non poco se lo si leggesse impegnato nello scoprire un sospetto sul web, ad esempio, o facendo altro di così contemporaneo e così avulso dal personaggio classico e dalla sua abituale scenografia. Di contro, bisogna però considerare che, se pure il personaggio può restare ancorato alla propria iconografia standard, per il piacere dei suoi fans letterari, il suo autore il tempo lo percorre inesorabilmente, e inevitabilmente venendone in qualche modo influenzato.
Un qualcosa del genere l’ho notato in Nero Wolfe apre la porta al delitto (Mondadori, 2007, traduzione di Laura Grimaldi; titolo originale A Family Affair, 1975), romanzo che Rex Stout pubblicò nell’anno della sua dipartita da questo mondo ovvero quasi mezzo secolo dopo le prime avventure del “suo” celeberrimo investigatore privato, uscite nel 1934 – e sarà, questo romanzo, anche l’ultimo con Wolfe come protagonista…
Leggete la recensione completa di Nero Wolfe apre la porta al delitto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
P.S.: nell’immagine in testa al post, il Nero Wolfe certamente più celebre in Italia, quello della serie TV in onda tra il 1969 e il 1971 con Tino Buazzelli.
La Speranza è l’ultima a morire. Forse. (Una poesia)
Carme Funebre alla Speranza
Oh come bella, terribilmente bella,
Fu la morte della Speranza!
Lividi petali di defunte rose a galla
Fluivan sulle lacrime con mestizia
De l’incessante pianto della Tristezza,
Ed offriva l’icona ultima la Bellezza
Prima di celarsi dietro un fosco velo.
Nimbiche armate nel basso cielo
S’ammassavan forte ruggendo,
Ma sulla Terra assai scemando
Andava pure il vento, ultima forza.
Giungeva come sì irriverente sferza
Di dietro adusti fusti l’empio ghigno
De la Superbia, e del Sussiego degno
Compare; e con veemenza la Stoltezza
Le man batteva sozze di sconcezza,
Nel mentre che Barbarie e Ignoranza
Ballavan un’iniqua e dissonante danza
Menando le lor ammorbate membra.
Intanto il lugubre corteo nell’ombra
Andava, su le spine mestamente
Il passo grave nel buio terrificante:
E d’una notte senza stelle il terrore
Ponea sul mondo un drappo di dolore.
Componimento tratto dal mio Versi Irregolari (2007, Maremmi Editore Firenze/L’Autore Libri, Collana Biblioteca ’80 – Poeti, ISBN 88-517-1242-5, € 16,80).
Versi d’amore, di Passione, di Dolore, di Morte, così recita la copertina interna del volume: 88 componimenti poetici divisi equamente nelle quattro sezioni sopra citate, una evoluzione stilistica che dagli stilemi classici punta lontano, finanche a forme poetiche avanguardistiche e innovative, attraverso le quali sfuggire alla “regolare” ordinarietà del mondo lasciando che l’occhio estetico che la poesia offre possa scovare e analizzare nuovi punti di vista sulla vita umana, rivelandone l’essenza più profonda, più vera e pura, scevra da qualsiasi conformismo e convenzionalismo che oscura la bellezza della vita stessa, la prima e più preziosa arte.
Cliccate sull’immagine del libro qui sopra per averne ogni informazione utile e per sapere dove/come acquistarlo. Buona lettura, e lunga vita alla poesia!
P.S.: no, per carità! Non pensatemi affetto da pessimismo cosmico! Giammai! Però nemmeno da pervicace e cieco (dunque pure ottuso) ottimismo, questo sì!
Filippo Bettini, Roberto Di Marco, “Terza Ondata. Il Nuovo Movimento della Scrittura in Italia”
P.S.: (Pre Scriptum): ribadisco di nuovo quanto sostenuto qualche post fa – e lo farò ancora in futuro, se ne avrò l’occasione: personalmente, in tutta sincerità, 9 presunti “poeti” su 10 (sono magnanimo… Vorrei dire 99 su 100!) io li manderei a lavorare in miniera e nei livelli più profondi, in modo che non scrivano più quelle cose che poi hanno il coraggio di spacciare per “poesia”. Affermai ciò anche qualche tempo fa, qui nel blog, in un post tanto ironico nella forma quanto assolutamente serio nella sostanza.
Posto che – non sono certo io a stabilirlo, qui e ora – la poesia è la forma d’arte letteraria più alta e nobile mai generata dall’uomo, veramente troppa gente s’è creduta capace di scrivere versi poetici improvvisandosi, appunto “poeta”, palesandosi invece come totalmente all’oscuro di cosa sia veramente la poesia, del suo senso artistico, letterario, antropologico, della sua struttura e della tecnica necessaria, della sua storia passata e presente. Di tutto, in buona sostanza, scrivendo così inevitabilmente “versi” rispetto ai quali pure un biglietto con le cose da comprare nel negozio sotto casa risulterebbe più poetico.
Quanto meno, prima di proporre pubblicamente ciò che si è scritto – e magari pretenderne pure una produzione editoriale – tutta ‘sta massa di poeti dovrebbe profondamente e intensamente studiare la materia poetica, dall’era classica fino a quella contemporanea, in modo da capire se quanto scritto possa almeno sostenere un qualche confronto con ciò che è già stato fatto oppure no. A meno che quei suddetti presunti poeti non ritengano di essere tali per genesi divina, e/o indubitabilmente pregni d’un afflato poetico che nemmeno Dante o Leopardi o chi altro di considerabilmente grande… A meno che non siano dei gran presuntuosi, in buona sostanza. Cosa che temo parecchio, ahinoi, dacché in tali condizioni coloro che si proclamano difensori del verso poetico in realtà finiranno per ucciderlo definitivamente. Se non l’hanno già fatto…
La recensione qui sotto tratta di un altro ottimo testo che chiunque si prefigga di trattare la materia poetica dovrebbe leggere, ad esempio – e ne trovate/troverete altre, di recensioni a ottimi testi, nella pagina relativa, qui nel blog. Ma è inutile dire che di simili libri ottimi e necessari ce ne sono certamente altri, in libreria – magari su quegli scaffali nascosti e pieni di polvere negli angoli più bui, visto che ormai la poesia è relegata in tali anfratti, non certo in bella vista…
Dopo il fondamentale La Poesia Italiana d’Avanguardia di Fausto Curi – e proseguendo nello studio dell’avanguardia letteraria italiana dal dopoguerra in poi – Terza Ondata di Filippo Bettini e Roberto Di Marco, edito da ES/Synergon di Bologna, è certamente uno dei testi più interessanti e utili che si possano trovare sul mercato, dichiarando apertamente il suo contenuto (e lo scopo che si propone) fin dal proprio titolo ovvero analizzare e soprattutto presentare una significativa selezione di autori di quel movimento letterario avente la sua massima luce nei primi anni ’90 del secolo scorso e denominato “Terza Ondata” – nome che intende identificarlo come, appunto, terzo considerabile movimento di letteratura sperimentale e avanguardistica dopo le prime avanguardie storiche di inizio Novecento e dopo la neoavanguardia del dopoguerra, avente il proprio simbolo nel celebre Gruppo 63 di Sanguineti e C. – peraltro terzo e per ora ultimo movimento d’avanguardia letteraria ad oggi, mi pare di poter dire…
Leggete la recensione completa di Terza Ondata cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
Scrivere tanto, scrivere poco, scrivere bene… Ma prima: “come” scrivere?
Come chi segue il blog sa, da qualche tempo ho ingaggiato una riflessione su in che modo si possa raggiungere la (migliore) qualità di scrittura attraverso l’analisi della quantità: se per scrivere bene si debba scrivere tanto o scrivere poco, insomma, il che poi è una riflessione sull’uso della fantasia e della creatività, o meglio ancora sullo “spazio” da concederle nel personale processo di invenzione narrativa per fare che da esso si possa trarre il meglio letterario possibile.
Tuttavia, banale ma concreto dirlo, prima del come scrivere in senso concettuale c’è evidentemente il “come” scrivere in senso pratico, materiale, e poco tempo fa tale questione è stata analizzata da Jacopo Iacoboni su La Stampa, prendendo quale pretesto per ciò l’uscita di un libro negli USA sull’argomento, Daily Rituals: How Artists Work, scritto dal giornalista Mason Currey – libro che mi auguro possa essere pubblicato presto anche in Italia, così come lo è già in molti altre paesi.
E’ un articolo parecchio interessante, il quale in effetti ci può portare a riflettere anche sulla nostra personale materialità letteraria, che ovviamente non può non influire, poco o tanto, su ciò che scriviamo e come lo facciamo.
Ve lo propongo di seguito, mentre QUI lo potrete leggere in originale nel sito de La Stampa. Cliccando invece sulla copertina del libro di Currey, potrete visitare il sito web ad esso dedicato.
Il Corpo della Scrittura
Hemingway, Nabokov, Burroughs… La materialità dello scrivere in un imperdibile libro uscito in America
Hemingway stava sempre in piedi, ritto come il suo fucile. Haruki Murakami si sveglia alle 4 di mattina, scrive per sei ore, il pomeriggio fa dieci chilometri di corsa o 1500 metri in piscina, e va a letto alle 9 di sera. Twain si chiudeva in studio dall’alba alle cinque, e poi la sera, a cena, leggeva ad alta voce i suoi prodotti ai commensali. E meno male che era Twain: pensate identico, ossessivo rituale imposto da uno con altra penna.
C’è modo e modo di scrivere. C’è chi batte su una tastiera e chi scrive. Chi scrive male – che è comunque scrivere – e chi scrive bene. Chi crede di scrivere, un fenomeno anche questo interessante, per la psicologia. La scrittura, diceva Jacques Derrida, è l’unico caso in cui il pensiero incontra il mondo (Derrida diceva «l’esteriorità-corporeità»). Di cos’è fatta, appunto, e come, la materialità dello scrivere? Esce in questi giorni negli Stati Uniti un libro bellissimo, pura filosofia del voyeurismo, Daily Rituals: How Artists Work, di Mason Currey, un critico che per anni ha lavorato alla ricostruzione della materialità delle scritture, i luoghi, i modi, le fisse, i tic, dentro i quali l’esteriorità del mondo – la quotidianità «innanzitutto e per lo più», avrebbe detto Heidegger – entra nel processo di creazione di uno scrittore. Currey, ma anche il geniale magazine Brainpicker , ha raccolto cose note e altre un po’ meno, finendo col disegnare un quadro imperdibile della psiche d’artista.
Ray Bradbury poteva scrivere ovunque, e si vede, a patto di avere con sé una macchina da scrivere. «Se mi viene qualche idea e non la archivio, è lei che archivia me. Da ragazzo scrivevo nella mia camera da letto, o in salotto con mia madre e mio padre che parlavano con la radio accesa ad alto volume». Questa
potenza compulsiva di fronte alla macchina trovò la sua massima realizzazione «ai tempi in cui scrivevo Fahrenheit 451. Avevo trovato un posto alla Ucla dove, con dieci cents, affittavi una macchina da scrivere per mezz’ora». A botte di mezze ore è stato partorito Guy Montag, uno dei personaggi più lunari nella storia della letteratura.
Basta che un oggetto iconico, se non un luogo o una situazione, ci guidi. Protegga la nostra capacità di essere fino in fondo noi stessi, anche nonostante – e anzi, grazie – alla mediazione e gli intralci della materia. Kerouac descrisse nel ’68 vari dei suoi rituali, «una volta accendevo una candela e scrivevo di getto tutto, finché la candela non si spegneva». Poi passò a ispirarsi con la luna piena. A un certo punto cominciò a esser ossessionato dal numero nove, e prima di scrivere faceva nove saltelli, magari chiuso in bagno, quasi a trovare un suo equilibrio mentale, «una specie di yoga». «Io scrivo a mano, su grandi fogli bianchi o gialli che odorano di scrittori americani. Tutte le mattine non più tardi delle otto», ha raccontato Susan Sontag. L’ora è importante. Il mattino ha (spesso) l’oro in bocca; a volte nel senso di Jack Nicholson in Shining, comunque, sempre, costeggiando follia e alienazione, di cui la scrittura è simulacro.
Hemingway doveva alzarsi in piedi, sempre con i suoi mocassini oversize indosso, e davanti a sé, bella alta sulla scrivania, la macchina da scrivere. Si sa che scriveva dalle prime luci dell’alba fino a quando non gli si chiariva il passaggio successivo della narrazione, «fuori è freddo e tu invece sei caldo e scrivi, nessun rumore», tutto è silenzio. Finisci quando cominci a sapere quale sarà il prossimo passo, il giorno successivo. La vera fatica: arrivarci.
De Lillo ha confessato di scrivere quattro ore di mattina e due di pomeriggio, ogni giorno, ma tra i due momenti va a correre. Non mangia, non prende caffè, non fuma («smisi tanti anni fa», disse nel ’93). Per «rompere il linguaggio» ( to break the language ) guarda ossessivamente una foto di Borges su sfondo nero regalatagli da Colm Toibin. «La sua faccia fiera, lo sguardo da cieco, le narici aperte, la bocca incredibilmente vivida… sembra dipinto». È l’ammonimento di uno che non perde tempo a guardar fuori dalla finestra. William Gibson ha invece scritto Neuromante andando a pilates tre volte la settimana, e solo dopo, alle dieci, cominciando a scrivere. Vonnegut ha scritto Mattatoio n. 5 tutti i giorni dalle 5,30 alle 8. Dopo, passeggiata fino alla piscina comunale, e nuotare, nuotare. Nel pomeriggio, oltre a varie attività d’insegnamento, immancabile scotch alle 17,30, sempre lo stesso, cinque dollari e cinquanta, allo State Liquor Store. Altro che tè.
In qualche caso la materialità della scrittura è già in sé e per sé teorica, per esempio è interessantissimo – anche se noto – che Vladimir Nabokov scrivesse su cartoncini da biblioteca rigorosamente ordinati in scatole, dove lavorava per sequenze, che quindi potevano essere tranquillamente invertite alla fine, a cose fatte; è un azzardo paragonarlo al cut up di Burroughs, eroinizzato, sui post-it della stanza d’albergo del Pasto nudo a Tangeri?
È con sollievo che apprendiamo che qualcuno, come Gertrude Stein o James Joyce, si alzava tardi. Non è segno di pigrizia mentale. Lo scrittore di Ulisse , anzi, restava anche a letto a perdere tempo e per principio non si tirava mai in piedi per scrivere prima delle undici. In effetti, l’abbiamo sempre ammirato.
twitter: @jacopo_iacoboni