Victor Gischler, “La gabbia delle scimmie”

cop_La-Gabbia-delle-ScimmieInformazione mediatica contemporanea, action movie, docu-fiction, reality show di matrice “sociale”, certi videogiochi molto in voga oggi, certa “cultura take away”, molto web… Sono solo alcuni dei tanti elementi che popolano l’immaginario collettivo del tempo presente, e che si basano spesso su una sorta di superspettacolarizzazione della realtà ordinaria, troppo “ordinaria”, appunto, da poter essere presentata e riportata tale quale è ad un pubblico che, dotato di punti di riferimento (pseudo)culturali ben determinati e, come già accennavo, basati sul metodo “tutto e subito”, potrebbe stancarsene rapidamente… Elementi a volte meravigliosi, sia chiaro, costruiti spesso in modo geniale e assolutamente, pienamente coevo e consono alla nostra epoca su matrici che mixano sociologia e teatro, in modo da prendere per mano il loro fruitore e portarselo appresso dove egli vuole andare, ovvero dove essi vogliono che vada, attraverso uno scambio in tempo reale di bisogni, volontà, desideri, offerte, soluzioni.
Sì, ok, forse la sto facendo troppo lunga e complicata… La gabbia delle scimmie è l’esordio narrativo di Victor Gischler, (Meridiano Zero, collana “Meridianonero” , 2008, con traduzione di Carlo Prosperi e Marina Rotondo; titolo originario Gun Monkeys, 2001), un romanzo noir che più noir non si può, duro, epico, velocissimo e violento, con una costante atmosfera da massacro totale imminente che, se possibile, viene pure accresciuta dallo humor nero che vena la narrazione e da certa moralità distorta che il protagonista della vicenda dimostra, gangster feroce e spietato che si cura di continuo che la madre non si preoccupi per lui e che il fratello minore, ovviamente affascinato dalla sua vita selvaggia, torni invece a studiare all’università e si costruisca una vita “normale”, lontana dagli innumerevoli cadaveri che invece tappezzano la quotidianità del protagonista suddetto…

Leggete la recensione completa di La gabbia delle scimmie cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Ah, l’amore, l’amore… (L’amore?!?)

Dunque… Innamorato.
Bene, direi di sì, insomma, certo… Tuttavia mi viene da chiedermi: okay, ma cos’è poi l’amore? Concetto dal quale poi si deriva quell’attributo così agognato e sfruttato? Voglio dire: se io accuso Sandro di essere puzzolente ma egli non conosce ‒ o non riconosce – lo stesso concetto di “puzza” in base al quale io lo accuso dell’aggettivo derivato, come può lui dirsi e riconoscersi effettivamente tale?
Posto ciò… Cos’è l’amore? Cosa significa “amare”?
Beh, ad esempio il prigioniero condannato a morte su una nave di pirati lo sapeva bene cosa volesse dire amare! “A mare”!, urlava bieco il capitano, sancendone la sorte finale e spingendolo sull’asse a sbalzo dal ponte con la sua spadaccia. Inequivocabile, un senso del genere, dacché inequivocabilmente lasciava chi ne subiva l’effetto amareggiato! E non lascia così anche l’amore, assai spesso? In fondo, solo un cambio di vocale c’è di mezzo, per il quale si più follemente amoreggiare oggi, e domani rimanere follemente amareggiati, tanto da uscire di senno per aver perso l’amore, appunto. Ah, quanto può essere amaro l’amore!
Già, ma forse la regola del “cambio di vocale” potrebbe effettivamente valere: in fondo, se l’amore può essere accostato a una cosa, questa potrebbe essere un umore… Uno stato d’animo, una condizione di spirito del tutto propria, personale, cioè individuale… Infatti, rovinato un amore, rovinato l’umore! E il cuore non è più protagonista di tutto quanto, ma subalterno: non detta lui il ritmo, ma un ritmo è già nell’amore: vocale-consonante-vocale-consonante-vocale. Beh, un ritmo etimologicamente perfetto, la migliore (o la più suggestiva) armonia mai verbalmente generata tra vocali e consonanti! Dunque, sotto un altro punto di vista, comunque non un fine ma un mezzo: godere d’un buon amore per godere d’un buon umore!
E allora, tutti quelli che si dicono “innamorati”? E se fossero solo degli ingenui che camminano sul tremolante asse a sbalzo del ponte della nave dei pirati, convinti invece di starsene sul più fermo e sicuro piano? Così, basta un tremolio, un colpetto di vento, una piccola vocale variata… Splash! L’amore si fa amaro come l’umore, e da innamorati si diventa in-ammarati! E vai a dirglielo poi al pescecane, che già ti brama leccandosi i denti, che tu no, accidenti! Tu l’amavi, eri innamorato, non hai nemmeno capito come diavolo sei finito lì! Ma lui niente, fa pinne da mercante, apre bene bene le sue fauci… E tu cosa fai? Ne resti amareggiato, appunto!

Libro_CLMRD_12_ruotato_300Questo è un brano tratto da CERCASI LA MIA RAGAZZA DISPERATAMENTE (Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2011, ISBN 9788896838532, Pag.132, € 13,00, illustrazione di copertina di Vittorio Montipò – Ebook: ISBN 9788896838617 – € 7,00) il mio ultimo romanzo su carta e ebook disponibile in tutte le librerie della realtà e del web!
Cliccate sulla copertina del libro qui accanto per avere ogni altra utile informazione sul romanzo (dove acquistarlo, come, articoli, recensioni, segnalazioni e quant’altro…), oppure visita la pagina di Facebook dedicata al libro!

Che cos’è un libro? Certamente, non è solo un “libro”… (Giorgio Manganelli dixit)

Non so che sia un libro: ma penso che saggiamente agissero quei cuneiformi che, per via della chiodosa grafia, ne improntavano spessi e argillosi poi ben cotti mattoni; ogni pagina, trecento delle nostre. È inganno tipografico, che una pagina abbia lo spessore esiguo su cui, su entrambi i lati, si stampa. Direi che la pagina comincia da quella esigua superficie in bianco e nero, ma si dilunga e si dilata e sprofonda, ed anche emerge e fa bitorzoli, e cola fuori dai margini.
(Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Einaudi 1977 – Adelphi 2002.)

Con efficace parallelismo storiografico, Manganelli conferma un concetto che ritengo indispensabilmente importante e condivisibile, cioè che un buon libro non è un mero oggetto contenente una Manganelli-scrittore_photostoria, ma è tutta una storia di suo e peraltro priva di limiti di tempo e di spazio, incomprimibile se non nell’immensa vastità della mente e della fantasia del lettore, che non passa mai, che non perde mai forza, lucentezza e valore anzi, che più passa il tempo e più quella si spande, perfettamente in grado di colmare qualsiasi eventuale spazio vuoto interiore del lettore che ne affronterà la lettura.
Questo è un buon libro. Questo deve essere – ovvero dovrebbe essere, dal momento che, purtroppo, certa produzione editoriale da ipermercato troppe volte oggi lo riduce spaventosamente a ciò che mai dovrebbe essere: ne più ne meno che un oggetto, appunto, fatto di banale carta e inchiostro il quale, una volta lettone il futile se non inutile (in senso letterario) contenuto, di un mero oggetto subisce la fine, divenendo uno scarto.

Il podcast della puntata #15 di RADIO THULE 2012/2013

Ecco qui, come tradizione del giorno successivo a quello della diretta, il file in podcast della puntata #15 di RADIO THULE 2012/2013 di lunedì 20 Maggio 2013!
Pronti ad ascoltare la radio come fosse una rivista da leggere, dalle pagine ricche dei più svariati argomenti? E’ giunta l’ora, questa sera, di sfogliare Cronache da Thule 3 e disquisire di libri, musica, idee, opinioni, facezie, disgrazie, considerazioni sul mondo che ci sta intorno serie oppure no… Cronache da Thule, ovvero il numero 3, per questa stagione, del magazine di RADIO THULE!
In questa puntata si parlerà… Del più importante evento italiano dedicato ai libri e alla lettura, di una rock band e di un album fondamentale per la musica degli ultimi 25 anni, di uno sconcertante scempio ambientale perpetrato lo scorso inverno in Valtellina e delle sue conseguenze, di una affascinante mostra dedicata alle Alpi lombarde… E di molto molto altro! – il tutto, come sempre, ben accompagnato dalla consueta selezione musicale di alta qualità.

Cliccate sulla radio qui sopra per ascoltare e scaricare il file, oppure visitate la pagina del blog dedicata al programma con tutto l’archivio delle puntate di questa e delle stagioni precedenti.

Prossimo appuntamento con RADIO THULE, lunedì 3 Giugno 2013. Save the date e, per ora, buon ascolto!

Salone del Libro 2013 di Torino: il fascino quasi incrollabile di una cattedrale nel deserto.

“Mi sembra l’edizione più bella”, “Un Salone Pop”, “La crisi gli ha graffiato l’epidermide, ma non lo ha scalfito.” eccetera. L’edizione 2013 del Salone del Libro di Torino forse più che in passato si è connotata per delle aspettative piuttosto forti, dovute non solo a un’edizione 2012 che ha lasciato perplessi parecchi operatori del settore ma pure per i continui appelli alla salvaguardia della cultura – per la quale, inutile dirlo, il libro rappresenta l’oggetto fondamentale e non solo in senso simbolico – provenienti dalla società civile in questi tempi di sbando civico e politico sempre più grave. Ergo, il principale evento nazionale legato ai libri e al mondo dell’editoria è risultato l’inevitabile obiettivo, almeno per il settore di competenza, delle suddette istanze, e gli slogan che ho citato in principio di articolo, provenienti dallo stesso establishment del Salone – ovvero rispettivamente dal direttore del salone Ferrero, dall’assessore regionale Coppola e dal presidente della Fondazione per il Libro Picchioni – hanno senza dubbio contribuito ad autoalimentare le aspettative sull’edizione appena conclusa. Dunque, cosa è stato il Salone del Libro di Torino 2013? Ha mantenuto le attese? Ha accettato di mettersi sulle spalle il pesante fardello della salvaguardia della cultura letteraria ed editoriale presso il grande pubblico, oppure no?
Innanzi tutto, è necessario dare un’occhiata al panorama generale della lettura in Italia, che come ogni anno in concomitanza con il Salone viene offerta dall’indagine Nielsen sulla lettura di libri nel nostro paese. Panorama ancora una volta nebuloso, con il mercato editoriale che nei primi quattro mesi del 2013 segna un -4,4% nel valore e un -0,75% nel volume, ovvero nel numero di copie vendute rispetto al 2012: in pratica, si sono vendute meno copie dello scorso anno nonostante un calo del prezzo di copertina dei libri, con una conseguente diminuzione dei fatturati. Perdono un po’ tutti i settori: -10,7% a valore la non fiction salone-libro-2013_logopratica (guide cucina, viaggi, lifestyle, eccetera), -8,7% la non fiction specialistica (testi di management, computer, professionale, eccetera). Più contenuto il calo per fiction (narrativa, -3,7%) e non fiction generale (saggistica, -1,9%), mentre in controtendenza è soltanto il settore dei libri per ragazzi che, da gennaio ad aprile di quest’anno, ottiene un +4% a valore e un +6% a volume. Infine, continua la sofferenza delle librerie indipendenti che riducono ancora la loro quota di mercato: dal 37,1% del primo quadrimestre 2012 al 35,6% dello stesso periodo quest’anno, mentre la quota coperta dalle librerie di catena è leggermente aumentata, dal 41,5% del 2012 al 42,2% del 2013. La vendita on line è al 6,3%, in aumento ma ancora piuttosto marginale.
Insomma: dati parecchio foschi, appunto, in qualche modo richiamati anche dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel videomessaggio inviato per l’inaugurazione del Salone, con il quale ha stigmatizzato la desuetudine degli italiani alla lettura. Eppure, bastava essere presente nei padiglioni del Lingotto per denotare anche solo visivamente un cospicuo aumento del pubblico presente rispetto, ad esempio, alla scorsa edizione, cosa che farebbe pensare a quei dati negativi sulla vendita di libri come a delle poco attendibili voci di Cassandra… Ma è il solito effetto “cattedrale nel deserto” che offre il Salone di Torino, in ciò effettivamente ben rappresentato da quell’essere “pop” che l’assessore regionale Coppola ha rimarcato all’inaugurazione. “Pop” ovvero popolare, attinente alla cultura di massa: è vero, la lettura è una cosa talmente importante per una buona società civile da non poter che sperare sia diffusa il più possibile, dunque veramente “di massa”, tuttavia il termine “pop” indica anche una peculiarità mediatica della cultura contemporanea, per questo di livello sovente inferiore rispetto a quello che l’arte letteraria, in qualsiasi forma, dovrebbe rappresentare. Per essere chiari: la lettura deve essere “pop”, di sicuro, ma il libro – e di rimando l’intero panorama letterario ed editoriale – non troppo, altrimenti si degrada allo stato di mero oggetto di consumo. Vogliamo ad esempio parlare dei libri di ricette che spuntavano ovunque (molti validi, senza dubbio, ma quanti invece del tutto inutili?), con tanto di cucina allestita nel padiglione 3 nella quale chef vari e assortiti cucinavano insieme a note presentatrici di relativi programmi TV? Più pop-mediatico (e futile qui, mi si consenta) di così! Mah…
In effetti anche quest’anno il Salone del Libro non è sfuggito da quell’immagine a metà tra una grande sagra paesana e un supermercato dei libri che da qualche tempo offre: nulla di male, sia chiaro – anzi, molto divertente, ma da più parti mi hanno denotato come, a differenza di similari eventi esteri (Londra, Francoforte), sembra sia data maggiore importanza alla mera vendita dei libri, al Salone di Torino, piuttosto che alla primaria e basilare “missione” di diffusione e salvaguardia della cultura letteraria, anche in ambito più specificatamente professionale. Viene inevitabilmente da pensare che ogni libro acquistato al Salone è un libro in meno venduto in libreria – e magari, insisto, in una libreria indipendente – e tale fatto non mi sembra, in tutta sincerità, così positivo per un evento che invece i librai li dovrebbe difendere e con grande forza – senza contare ciò che già altri hanno denotato, ovvero che sovente il visitatore del Salone è attratto in esso dal fascino dell’evento in sé più che da un autentico interesse verso la letteratura e la lettura, e magari viene a Torino, vede da vicino qualche personaggio famoso, compra pure qualche libro ma poi, per il resto dell’anno, non entra più in libreria…
I librai, appunto: a ben vedere mancano, al Salone, pur rappresentando l’elemento forse principale dell’intera filiera editoriale nonché – l’ho pure io qui più volte rimarcato – un vero e proprio presidio culturale sparso sul territorio nazionale al servizio e a disposizione di tutti. Non sarebbe male se pure loro in un evento così omnicomprensivo fossero in qualche modo presenti, quanto meno a livello di categorie professionali nazionali o locali, dato che la loro assenza pressoché totale rende piuttosto palese l’impressione di come siano un po’ abbandonati al loro destino, schiacciati dalle librerie di catena – di proprietà dei grossi gruppi editoriali – e dall’espansione dell’editoria digitale, vera e propria razza in via di estinzione che mai nessuna pur meravigliosa libreria griffata potrà sostituire. E’ una questione in parte assimilabile a quella degli editori indipendenti – i piccoli e medi, per intenderci – la cui netta diminuzione lo scorso anno fu motivo di numerose perplessità, ma che non mi pare quest’anno tornati ad occupare i (spesso troppo costosi) stand del Salone, nonostante l’organizzazione ne avesse fatto, a parole, un preciso obiettivo dell’edizione 2013. Torino resta comunque sbilanciato a favore della grande editoria – anche per ovvie ragione di convenienza politica ed economica – e anche l’incubatore dei piccoli editori, iniziativa nata quest’anno per supportare appunto le più piccole realtà editoriali, mi pare ancora poca cosa rispetto a tutto il resto: apprezzabile, certamente, ma occorre fare di più se non si vuole che pure il Salone, più o meno indirettamente, finisca per favorire una situazione di mercato di natura oligarchica, in Italia.
Molto bello invece lo spazio dedicato al Cile, paese ospite di questa edizione del Salone – d’altro canto dal panorama letterario veramente ricco di notevolissimi autori, le cui immagini campeggiavano su grandi poster appesi al soffitto dello spazio: Neruda, Sepulveda, Bolaño, Coloane, Serrano – e cito solo i primi che mi vengono in mente, ma già sufficienti a rimarcare il rilevante valore della letteratura cilena, che avrebbe meritato un interesse del pubblico ancora maggiore di quello riscontrato.
Ecco, questo è stato, a (inevitabilmente) grandi linee, il Salone del Libro 2013. Un evento che ha saputo ancora una volta attrarre e affascinare un pubblico parecchio numeroso, offrendogli ciò che quello si aspettava di trovare con, io credo, forse un po’ troppa prevedibilità, ovvero troppa accondiscendenza verso la situazione di mercato attuale, in qualche modo subendola piuttosto che influenzandola – cosa che da un evento come quello di Torino ci si potrebbe anche aspettare. Pur con il suo incrollabile fascino, resistente anche in questi tempi magri come quello d’una cattedrale barocca in mezzo ad un deserto via via sempre più arido e che personalmente continuo comunque ad apprezzare (a differenza di molti che invece lo ritengono la lusinga di un ormai inutile carrozzone), probabilmente il Salone manca ancora di essere un buon volano per l’intero settore editoriale nazionale, una sorta di motore che ogni anno possa accendersi dando un prezioso impulso al comparto nella sua interezza. Comprendo benissimo che esserlo, in quest’era di crisi cronica e di smarrimento culturale, sia sempre più arduo, ma venire a conoscenza che proprio durante i giorni festosi del Salone l’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche italiane e per le Informazioni bibliografiche (www.iccu.sbn.it) denuncia il rischio di chiusura perché non dispone più dei finanziamenti necessari alla gestione del Servizio Bibliotecario Nazionale (Sbn), ovvero della rete grazie alla quale vivono tutte le biblioteche italiane, rende la festa di Torino bella, sì, ma inevitabilmente anche un poco sguaiata.