In cammino – Francesco Careri, “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”

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Quello di Francesco Careri è un altro dei testi (Einaudi, 2006) a mio parere fondamentali per definire in maniera consona oltre che scientifica un concetto contemporaneo della pratica del camminare.
Camminare che, in tal caso, è pratica in primis urbana – e già qui appare la particolarità del testo di Careri, per come ordinariamente il cammino sia un’attività che viene spontaneo associare a territori non urbanizzati e antropizzati, piuttosto che ai paesaggi supermotorizzati delle città. Ma il principio di base (di matrice archeologica) della riflessione di Careri viene comunque dal transito nel territorio dell’uomo, dal suo lasciare tracce riconoscibili, che permettono la relativa riconoscibilità (e l’identificazione) del territorio stesso: cosa che l’autore ritiene assolutamente indispensabile anche nella città postmoderna contemporanea, ove si direbbe che gli elementi identificativi siano già in (sovr)abbondanza, interrogandosi “sulla possibilità di ripensare la vita nelle metropoli contemporanee come una vita strutturalmente nomade, dove anzi il nomadismo è l’unica possibile alternativa a quello che alcuni definiscono (e lo stesso Careri non sembra del tutto estraneo a quest’impostazione) un governo biopolitico della popolazione.
Vi presento Walkscapes, Camminare come pratica estetica attraverso il bell’articolo scritto da Dario Cecchi e pubblicato nel “Giornale di Filosofia“: cliccate sul link appena superato oppure sulla copertina del volume per leggere l’originale.

virgoletteFrancesco Careri è architetto ed insegna Arte civica (così ha preferito ribattezzare la public art) all’Università di Roma Tre. Ma non si tratta di un architetto qualsiasi: sarei tentato di dire che Careri non costruisce né progetta alcunché. Si può essere architetti senza costruire? È precisamente la sfida che Careri porta avanti, non da solo, ma con il collettivo Stalker/Osservatorio Nomade, che da diversi anni opera a Roma e non solo. Alcuni di voi conosceranno già sicuramente Stalker. Il gruppo comunque, è bene ricordarlo, nasce ispirandosi al movimento studentesco della Pantera e a quella pantera imprendibile, che terrorizzava la metropoli di Roma apparendo ora qui ora lì senza che si riuscisse a catturarla, continua in qualche modo ad ispirarsi Stalker. E qui veniamo all’argomento del libro, Walkscapes. Camminare come pratica estetica. Gli Stalker camminano, ma non si limitano a passeggiare per la città dei monumenti, delle piazze, dei grandi viali, dei parchi. La loro pratica è “estrema”, è un tentativo di “mappare” la città dal di dentro, di scoprire com’è possibile vivere la città – in particolare le sue periferie – al di fuori degli spazi progettati dagli architetti, che troppo spesso sono diventati i simboli di cop_walkscapesun’invivibilità delle grandi metropoli. È possibile raggiungere Roma da Tivoli a piedi, passando per dei percorsi alternativi alla strada che inevitabilmente dovremmo percorrere in auto? Per gli Stalker è possibile, è questione di sperimentazione sul campo e di scoperta di spazi sconosciuti, che sono però, forse, gli spazi dell’autentico incontro nei quartieri ai margini delle grandi città.
In questo testo Careri vuole dar conto delle premesse storiche e concettuali di questo approccio alla conoscenza della città. L’autore parte dal racconto biblico di Caino e Abele. Caino è l’agricoltore, lo stanziale (il termine ebraico kanah significa “possedere” o “governare”, ricorda Careri, e, aggiungo io, ha un essenziale riferimento alla manipolazione tecnica); Abele è il pastore, il nomade ancora in contatto con le cose quali esse si mostrano all’uomo (hebel vuol dire “fiato”, “vapore”). Caino è, potremmo dire, il bravo ragazzo, ma le sue povere offerte sono sgradite a Dio in confronto ai ricchi sacrifici di animali di Abele. Di qui l’invidia, l’uccisione del fratello e, per Francesco Careri, l’originario dissidio tra “nomadi” e sedentari. Si sente in queste pagine l’eco di un debito verso Deleuze; tuttavia il libro conserva sempre un’impronta agile e fresca, senza lasciarsi irretire nel gioco della citazione colta.
Il nomadismo diventa perciò un’istanza di re-visione dello spazio urbano che non passi attraverso l’aggiunta di nuove costruzioni. Non si può parlare per questo di architettura in senso stretto per Stalker e l’ibridazione (di pratiche, di stili, proposte e ricerche teoriche) diventa la cifra della sua azione sul territorio. In questo senso Careri individua una precisa generalogia nella storia dell’arte nell’ultimo secolo. Il 14 aprile 1921 Dada organizza la prima visita ad un luogo banale della città: la chiesa di Saint-Julien-le-Pauvre, a Parigi, che sarà il primo gesto per scardinare un’idea “auratica” di arte. Tre anni dopo i surrealisti, nati dall’esperienza di Dada, danno vita alla “deambulazione”, che sarà sia urbana che extra-urbana. L’idea di fondo di Breton, che guida il gruppo, è quella di dar voce alla “città inconscia”. Saranno i lettristi negli anni ’50 a dare per la prima volta importanza all’aspetto di una pratica artistica che non lascia tracce visibili, mentre i situazionisti si allontaneranno dai lettristi, dando vita di nuovo a delle “psicogeografie”.
Particolarmente interessante è l’esperimento di New Babylon, che l’Internazionale situazionista portò avanti ad Alba nel 1956: si trattava di una città-labirinto predisposta per accogliere ed ospitare una comunità zingara che una volta l’anno, per un certo periodo, sostava ad Alba. Città perciò nomade nella sua stessa costituzione ed aperta all’accoglienza di chi non si plasma sulla forma del luogo che gli è stato assegnato come abitazione, ma che al contrario chiede uno spazio aperto da “disegnare” con la propria presenza. È quello che in chiave artistica porterà poi avanti, e con questa esperienza si conclude la carrellata genealogica di Careri nella storia dell’arte, la cosiddetta land art, in particolare americana (di cui facciamo almeno un nome: Richard Long), che fa assurgere il passaggio in un luogo ad opera d’arte. Nella sua forma più avanzata questa pratica (a questo punto, liberi dalla pretesa rivoluzionaria che avevano ancora i situazionisti, possiamo parlare di pratica) non lascia più nemmeno una traccia effimera sul terreno e tutto viene affidato ad una documentazione, perlopiù fotografica, che già non è più l’opera d’arte. Qui posso riallacciarmi ad alcune considerazioni iniziali dell’autore per trarre alcune conclusioni. La pratica del camminare viene letta da Careri alla luce dell’archeologia, ricollegandola all’elevazioni di menhir da parte di molte antiche civiltà. Il menhir viene visto come il segno di un passaggio, che necessariamente incidiamo nella memoria (e Derrida ci ha insegnato che non c’è memoria se non nella protesi di memoria). Questo significa, aggiungo io, che non si può pensare la percezione se non come sempre insieme riconoscimento. Riconoscimento di un luogo che è già stato visitato, ma anche riconoscimento della presenza di un altro (e perciò riconoscimento dell’altro), secondo la modulazione che Careri dà del menhir da luogo di passaggio a luogo di culto o luogo d’incontro dei differenti gruppi umani in movimento. I walkscapes sono perciò landscapes, paesaggi, letteralmente “pezzi di terra” non posseduta, ma vista, attraversata: i walkscapes sono, potremmo dire, pezzi di cammino che ci servono a ricostruire la geografia di un luogo, la metropoli, altrimenti inimmaginabile (nel senso del sublime matematico kantiano, come già Stefano Catucci in un volume in collaborazione con Stalker sottolineava).
Il libro di Francesco Careri va letto perciò lasciandosi sollecitare e un po’ affascinare da questi continui rimandi alle avanguardie, all’archeologia, all’architettura, secondo una schema che è facilmente individuabile ormai come un classico, il movimento cioè dalla riscoperta di una condizione primitiva alla ridefinizione della condizione umana moderna. Questo volume dev’essere per questo letto come un tentativo di articolare una lunga esperienza sul campo, dandole un più forte fondamento teorico. Questo libro è sicuramente un invito a conoscere meglio e magari partecipare, visto che è possibile, ad una delle “azioni” sul campo di Stalker, ma anche soprattutto ad interrogarsi sulla possibilità di ripensare la vita nelle metropoli contemporanee come una vita strutturalmente nomade, dove anzi il nomadismo è l’unica possibile alternativa a quello che alcuni definiscono (e lo stesso Careri non sembra del tutto estraneo a quest’impostazione) un governo biopolitico della popolazione.
(Dario Cecchi, Giornale di Filosofia, 18/07/2006)

Scrivendo (su carta) Volo! Il nuovo magazine sta arrivando…

Manca poco ormai – ufficialmente la data sarà quella del 5-6 Aprile prossimi, nell’ambito della seconda edizione della Fiera del Libro della Romagna – al debutto della versione on paper di ScrivendoVolo: l’apprezzata qualità dell’approfondimento culturale del sito sarà dunque disponibile a breve anche nel nuovo magazine – proprio per quanto appena detto non l’ennesima e solita rivista cultural-letteraria, ma molto di più, e molto meglio.

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Con i contributi, tra gli altri di: Enrico GregoriFrancesca MazzucatoMarco Proietti ManciniRoberto Alfatti AppetitiGiovanni ModicaVincenzo CiampiAnnalisa TerranovaMaria Giovanna LuiniLaura ZG CostantiniAlberto Fezzi… E del mio. Già, ci sarà anch’io, ed è inutile dire che a prescindere da me, con siffatto parterre di firme, il magazine merita tutta la vostra attenzione.

Cliccate sull’immagine per visitare il sito web di ScrivendoVolo e restare aggiornati sull’uscita della rivista e su ogni altra cosa.

Mario Rigoni Stern, “Stagioni”

cop_stagioni_rigoni-sternMario Rigoni Stern è uno di quei personaggi che rispetta perfettamente il pensiero che si potrebbe avere di uno come lui, prima di conoscerlo; poi lo vedi, lo conosci, e pensi: ecco, un grande scrittore è proprio così, con una tale figura, una tale solennità umana, una evidente profusione di saggezza, di esperienza, di sensibilità letteraria tratta anche con la forza dagli eventi della vita, quasi come se fosse, egli stesso, un personaggio di una sua opera trasformatosi da uomo di carta scritta a essere in carne e ossa – e così è veramente, per Rigoni Stern, il Sergente nella Neve cantore della tragica epopea di guerra degli Alpini in Russia, durante la seconda guerra mondiale.
Anche Stagioni (Einaudi, 2012; 1a edizione 2006), dunque, è un libro che tutto sommato ci si potrebbe aspettare dallo scrittore di Asiago: ma il bello è che ciò non toglie nulla al suo valore – letterario e non – anzi, forse in tal modo soddisfa ancora di più il lettore che abbia un minimo di conoscenza dell’autore, anche senza finora aver letto nulla di suo – come è nel mio caso – ugualmente come sorprende e affascina il neofita dello stesso…

Leggete la recensione completa di Stagioni cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Daniele Borghi, “L’altra vita di Emma”

cop_laltra-vita-di-emmaRicordate Un giorno di ordinaria follia? In quel celebre e bel film del 1993 diretto da Joel Schumacher, Michael Douglas interpretava William Foster, un perfetto uomo medio che, assillato e depresso da piccoli/grandi problemi quotidiani, familiari in principio e poi “sociali”, perdeva la testa trasformandosi in uno spietato assassino. Con tutti i distinguo del caso, la protagonista del romanzo di Daniele Borghi, L’altra vita di Emma (Fernandel) è una sorta di William Foster in gonnella: donna di mezz’età, si muove ormai come un’estranea in un mondo quotidiano che le soffoca la vitalità tra un matrimonio ormai esaurito nel suo senso classico e una monotonia giornaliera popolata da persone false e ostili…

Leggete la recensione completa di L’altra vita di Emma cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

(Messaggio autopromozionale!) – Un libro divertente, ironico, fantasioso, ma soprattutto originale! (Ismar Gennari dixit)

Ho finito il tuo libro, “La mia ragazza quasi perfetta“. Sei un genio, oppure sei pazzo o tutti e due. Perché per tirare fuori una storia del genere bisogna essere genialmente fuori! E’ bello e mi è piaciuto una cifra, perché è divertente, ironico, fantasioso, ma soprattutto originale!!! E non è cosa da poco scrivere qualcosa di nuovo, di unico per trama e stile in un mondo dove si è già letto di tutto!

Ismar Gennari. Un collega, già! E in un mondo di serpi come quello degli scrittori – massì, siamo sinceri: ogni autore pensa sempre di essere (comprensibilmente, in fondo) il più bravo di tutti, e tutto sommato deve possedere un minimo di ambizione e di autoconsiderazione – nei confini naturali della propria etica professionale, se così si può dire – per ambire a qualche notorietà… Dunque quando i complimenti (sinceri, ovvio), vengono da un altro autore, in qualche acquisiscono pure più del loro valore “nominale”.
Per chi non lo conoscesse, Ismar Gennari è l’autore di Giallo e Blu, una cop_giallo-e-bluraccolta di sedici racconti che parlano di quanto varia, fragile e talvolta assurda possa essere la specie umana, che per testardaggine o pigrizia si isola creando il vuoto nella propria vita, che si ama senza limiti, che senza remore distrugge la natura e maltratta gli animali, così come ugualmente può arrivare a maltrattare le altre persone o addirittura sé stessa. Un suonatore di contrabbasso che suona per amore della musica e non vuole seguire le orme dei genitori, violinisti di successo che vivono per i riflettori e i riconoscimenti del pubblico ma hanno il vuoto nella loro anima, un ragazzino che scatta furtivamente foto a donne nelle quali si imbatte per caso, un serial killer che svolge con amore il suo lavoro perché adora realizzare i sogni delle persone e nulla è più sincero e profondo dell’odio, una ragazza che ripete quotidianamente rituali stanchi e sempre uguali ed è ostaggio della solitudine e del micidiale rimpianto per le occasioni non colte, un operaio che durante il turno di lavoro alla catena di montaggio riflette sulla vita e sul futuro dei propri figli, un ragazzo tossicodipendente che, dopo aver racimolato in maniera viscida una bella somma, può finalmente permettersi della roba di lusso, per un viaggio sin troppo forte… E molte altre storie, tutte ugualmente sorprendenti e intriganti.
Un libro, Giallo e Blu, del quale a breve vi offrirò le mie impressioni di lettura.
Se invece volete sapere tutto quanto su La mia ragazza quasi perfetta, cliccate QUI.