La geografia è uno specchio della psiche

La geografia è uno specchio della psiche, nella quale si riflette: e quasi ovvio dirlo, ma la via di comunicazione tra questi due luoghi e costituita dalla percezione che a sua volta viene educata attraverso il cambiamento indotto dei paesaggi interiori, plasmati da ciò che vediamo e sperimentiamo fuori dal nostro corpo. Il processo di definizione del territorio che abbevera lo spirito e la mente, avviene infatti attraverso il corpo – il canale di comunicazione più importante con la realtà circostante. Il corpo deve potersi muovere, deve viaggiare, deve percepire, deve raccogliere dati visibili e invisibili che ritrasmette alla mente e alla psiche sotto forma di emozioni e di pensieri.

(Davide Sapienza, Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, Bolis Edizioni, 2019, pag.77.)

Davide Sapienza, “Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione”

Il grande poeta americano Henry Wadsworth Longfellow ha scritto che «La musica è il linguaggio universale dell’umanità»; gli ha fatto buona eco Oscar Wilde con uno dei suoi celebri aforismi, nel quale afferma che «La musica è il genere di arte perfetto». In effetti la musica è un’arte che non pochi definiscono “totale”: è l’unica che, per essere goduta, non abbisogna che il fruitore vada ad essa ma il contrario. La lettura di un libro impone una certa concentrazione; la visione di un film lo stesso e similmente l’arte visiva; la musica invece ti avvolge col proprio effluvio armonico e ti rende partecipe della sua eventuale bellezza anche se stai facendo altro – guidando l’auto, lavorando, correndo, eccetera. Anzi, in certi casi diventa essa stessa promotrice di altra pratica artistica, come certi autori che non riescono a scrivere, o certi pittori a dipingere, senza della buona musica in sottofondo.
«Ok, ma che c’entra tutto questo con un libro che parla di geografia, Natura, ambiente, cammini?» vi starete probabilmente chiedendo. La risposta è bell’e pronta, ed è doppia: in primis, perché anche la relazione tra uomo e Natura, sia essa più o meno antropizzata, è per molti versi assai simile a quella che lega la musica al suo ascoltatore – non fosse altro perché si basa sull’armonia; in secundis, ma potrei anche dire soprattutto, perché vi sto per raccontare del nuovo libro di un autore, Davide Sapienza, che dalla musica proviene e che della musica (di qualità, è bene ricordarlo) è stato apprezzato cantore – tanto che, non incidentalmente, nel libro in questione di musica ce n’è e in molteplici forme. Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione (Bolis Edizioni, 2019) è l’ultimo libro del grande scrittore monzese – ma di “cittadinanza” orobica di lungo corso, ormai – e mai come in tal caso si dovrebbe dire, parafrasando il modo di dire anglosassone, “ultimo, ma non ultimo”. Perché Il Geopoeta, lo dice il titolo stesso, è “il” libro del geopoeta-Sapienza, quello che, dopo diversi lustri di esperienze profondamente e intensamente geografiche, dai quali sono scaturiti numerosi libri di successo (a partire dal 2004 e dalla prima edizione de I diari di Rubha Hunish) mette nero su bianco la “disciplina” geopoetica sapienziana []

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Davide Sapienza, “L’Uomo del Moschel”

Uno degli errori più gravi che noi adulti quasi inesorabilmente commettiamo, una volta diventati tali, è quello di non saper restare almeno un poco bambini. Nell’animo, nello spirito, nella visione delle cose del mondo, nella leggerezza con cui le potremmo affrontare e spesso risolvere senza troppi inutili arzigogoli mentali. Ne commettiamo invece non di rado un altro, di errore, intessendo le azioni quotidiane di infantilismo. Che è ben altra e diversa cosa rispetto al restare un po’ bambini, sia chiaro. Dacché se riuscissimo a restarlo, anche in piena età adulta, sapremmo realmente vedere il mondo con occhi ben più curiosi, attenti, perspicaci anche se in modo “alternativo” e chissà, appunto, forse lo sapremmo comprendere in un modo assai più ampio di quello solito, che viceversa nella nostra razionalità adulta ma a volte fin troppo ristretta riteniamo il più completo e corretto. E sapremmo sfruttare al meglio anche nella realtà materiale le visionarie immaterialità tipiche della mente dei bambini: la creatività, la fantasia, le illusioni, i sogni…
Ecco: somnium, il sogno. Quante volte si rimprovera ai bambini di vivere nel mondo dei sogni – o lo si rimprovera agli adulti come accusa di bambinesca ingenuità – senza capire che non è affatto qualcosa da rimproverare ma da ammirare e, magari, imitare! In fondo “I sogni sono per sempre, anche da adulti abbiamo questa opportunità e basterebbe farsi la domanda, «sono io adulto capace di sognare e percepire come quando avevo cinque anni?»” E proprio questo è uno dei passaggi “cardine” (a pagina 62) del nuovo libro di Davide Sapienza, L’Uomo del Moschel, edito da Bolis Edizioni, un racconto che pur nella sua brevità (sono meno di 80 pagine), e nonostante di primo acchito possa apparire un testo di letteratura per ragazzi, è invece un piccolo scrigno di grandi illuminazioni intessute dei temi principali della narrativa e del pensiero geopoetico di Sapienza – l’Oltretempo, l’Ognidove, l’andare selvatico, il legame (o “patto”) con la Natura, la mappa come “elemento genomico”, il tempo come spazio. Su tutto ciò si dipana la storia di Zurio, un bambino di cinque anni affascinato dalla Natura e da una valle montana []

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