Davide Sapienza, “L’Uomo del Moschel” (Bolis Edizioni)

Uno degli errori più gravi che noi adulti quasi inesorabilmente commettiamo, una volta diventati tali, è quello di non saper restare almeno un poco bambini. Nell’animo, nello spirito, nella visione delle cose del mondo, nella leggerezza con cui le potremmo affrontare e spesso risolvere senza troppi inutili arzigogoli mentali. Ne commettiamo invece non di rado un altro, di errore, intessendo le azioni quotidiane di infantilismo. Che è ben altra e diversa cosa rispetto al restare un po’ bambini, sia chiaro. Dacché se riuscissimo a restarlo, anche in piena età adulta, sapremmo realmente vedere il mondo con occhi ben più curiosi, attenti, perspicaci anche se in modo “alternativo” e chissà, appunto, forse lo sapremmo comprendere in un modo assai più ampio di quello solito, che viceversa nella nostra razionalità adulta ma a volte fin troppo ristretta riteniamo il più completo e corretto. E sapremmo sfruttare al meglio anche nella realtà materiale le visionarie immaterialità tipiche della mente dei bambini: la creatività, la fantasia, le illusioni, i sogni…

Ecco: somnium, il sogno. Quante volte si rimprovera ai bambini di vivere nel mondo dei sogni – o lo si rimprovera agli adulti come accusa di bambinesca ingenuità – senza capire che non è affatto qualcosa da rimproverare ma da ammirare e, magari, imitare! In fondo “I sogni sono per sempre, anche da adulti abbiamo questa opportunità e basterebbe farsi la domanda, «sono io adulto capace di sognare e percepire come quando avevo cinque anni?»” E proprio questo è uno dei passaggi “cardine” (a pagina 62) del nuovo libro di Davide Sapienza, L’Uomo del Moschel, edito da Bolis Edizioni, un racconto che pur nella sua brevità (sono meno di 80 pagine), e nonostante di primo acchito possa apparire un testo di letteratura per ragazzi, è invece un piccolo scrigno di grandi illuminazioni intessute dei temi principali della narrativa e del pensiero geopoetico di Sapienza – l’Oltretempo, l’Ognidove, l’andare selvatico, il legame (o “patto”) con la Natura, la mappa come “elemento genomico”, il tempo come spazio. Su tutto ciò si dipana la storia di Zurio, un bambino di cinque anni affascinato dalla Natura e da una valle montana nella quale, durante un’escursione coi genitori, incontra un misterioso personaggio di nome Silvano ma che si fa chiamare l’Uomo del Moschel (si pronuncia “möschèl”, per la cronaca), il cui ingresso nella giovane vita di Zurio innesca un’avventura onirica e super-temporale che compendierà nei suoi ambiti apparentemente fantastici l’intera vita del bambino in una prospettiva immaginifica e potentemente simbolica il cui punto di fuga – o uno di essi – è certamente il legame ancestrale e fondamentale tra l’uomo e la Natura, un legame che noi homines sapientes contemporanei possiamo riattivare pienamente proprio lasciando ben più spazio all’immaginazione fanciulla che al raziocinio sovente troppo avvoltolato su sé stesso.

Dicevo, poco fa, che di primo acchito L’Uomo del Moschel potrebbe apparire come un testo di letteratura per ragazzi, vuoi soprattutto dacché racconta principalmente le gesta di un bambino di cinque anni. In verità, il libro di Sapienza a me pare il racconto per ragazzi più da adulti che abbia mai letto. È talmente denso di narrazioni, temi, letteratura, pensieri, visioni, che veramente sa offrire al lettore moltissima sostanza nella quale navigare con l’intelletto sulla scia della lettura – quantunque, potrei obiettarmi da solo posto quanto affermato poco fa, è forse più adatta la mente aperta e curiosa di un ragazzino a farsi affascinare e magari capire la densità letteraria e tematica del libro rispetto a quella degli adulti. Certo è che il palinsesto espressivo de L’Uomo del Moschel ha così tanti strati, pur perfettamente armonizzati e amalgamati tra di loro, che potrebbe necessitare e meritare di essere letto più volte per chi lo volesse assimilare nel modo più intenso – almeno due certamente: una per godere della storia e della narrazione nel perfetto stile geopoetico sapienzano, e l’altra, o le altre, per andare a fondo nelle riflessioni delle quali la storia narrata è intessuta.

Per dire: L’Uomo del Moschel può (anche) essere letto e inteso come una lunga riflessione sul concetto di “tempo” e sulla conseguente percezione comune – peraltro un tema, questo, tipico della geopoetica di Davide Sapienza, come già ricordavo più sopra. Una delle particolarità fondamentali del racconto è nell’intreccio dei piani temporali sui quali si svolge la narrazione ovvero delle età del protagonista, raccontato alle età di cinque anni, di quindici e poi da vecchio che ricorda se stesso bambino. Un intreccio che tuttavia, piuttosto che dare corpo e giustificazione al concetto classico di “tempo”, ne dimostra tutta l’evanescenza, materiale e immateriale. A pagina 10 Sapienza scrive: “Il tempo non si tocca, non ha odore, non ha sapore, non si vede e per i nostri sensi non esiste proprio.” Eppure l’uomo da sempre è condizionato dalla propria percezione del tempo che scorre e ancor più oggi, in un’epoca che ha reso la nostra vita una corsa costantemente frenetica, quando non nevrastenica, verso non si sa bene cosa. Insomma, l’intuizione scientifica di Einstein circa la relatività del tempo resta sostanzialmente ignorata dall’uomo contemporaneo, così come l’unica vera e importante misura del tempo che probabilmente dovremmo considerare, quella della Terra – altro tema, quello del “tempo della Terra” e del rapporto di esso con il “tempo” degli uomini, lungamente sviluppato dalla geopoesia di Sapienza. Tuttavia sembra che ne, L’Uomo del Moschel, Sapienza si riferisca direttamente proprio alla relatività einsteniana, ad esempio quando scrive (pagina 9) che “il nostro tempo è solo uno spazio“, mettendo in relazione i due elementi che definiscono il nostro vivere come fa la teoria della Relatività, precisando più avanti – e così contestualizzando l’affermazione nel tema principale del libro – che “la cosa più bella dell’infanzia è che da bambini noi non sappiamo che stiamo crescendo – almeno non nel senso che lo intendono gli adulti. Questa è una delle forme di libertà che la vita concede e che nell’età adulta va a smarrirsi fino a farci restringere l’idea di tempo al significato della sua utilità“. Insomma: noi adulti, “ottusamente razionali” fino a fare della percezione del tempo un mero e distorto elemento funzionale ai nostri bisogni (sovente assai bassi) mentre i bambini, loro sì, ben più “consci” nella loro inconsapevole ingenuità della reale accezione del concetto di “tempo”.

D’altro canto, “da bambini sappiamo tante cose senza poterle spiegare” (pagina 53) e tale evidenza è – sarebbe – ben più importante, e meno leggera come potrebbe apparire, pure per gli adulti. Torno dunque a quella prima citazione del racconto di Sapienza, alla necessità per noi “grandi” di chiederci se siamo ancora in grado di sognare e percepire come quando avevamo cinque anni: se dovessi trarre da L’Uomo del Moschel un messaggio significativo, tra i tanti che vi si possono ricavare (e al di là che, in senso generale, l’esercizio di trovare gioco forza “messaggi” nei testi letterari non è sempre conveniente), ad esempio è l’appello a non abbandonare mai e conservare in noi lo spirito bambino, la forza e l’efficacia pratica dello sguardo dell’immaginazione, della fantasia, dei sogni, la curiosità che in giovane età ci spinge a voler sapere tutto senza necessariamente doverlo spiegare – le spiegazioni verranno dopo, semmai: d’altronde, se non si ha qualcosa da sapere non si ha nulla da poter spiegare. Eppoi – come recita la quarta di copertina, citando W.B. Yeats – “Ciò che non si può spiegare non è poesia“. E la nostra vita, se vuol essere almeno un poco poetica, non può abbandonare l’immaginazione e il sogno, due elementi tanto “inspiegabili” quanto ineluttabilmente vitali.

Libro bello, affascinante, emozionante, denso, illuminante, L’Uomo del Moschel. Un’opera “diversa” nella produzione di Davide Sapienza, eppure totalmente “di” Davide Sapienza. Che contiene pure un piccolo omaggio al sublime Vichy il Vichingo. Be’, a questo punto cosa si può volere di più?

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