Davide Sapienza, “Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione” (Bolis Edizioni)

Il grande poeta americano Henry Wadsworth Longfellow ha scritto che «La musica è il linguaggio universale dell’umanità»; gli ha fatto buona eco Oscar Wilde con uno dei suoi celebri aforismi, nel quale afferma che «La musica è il genere di arte perfetto». In effetti la musica è un’arte che non pochi definiscono “totale”: è l’unica che, per essere goduta, non abbisogna che il fruitore vada ad essa ma il contrario. La lettura di un libro impone una certa concentrazione; la visione di un film lo stesso e similmente l’arte visiva; la musica invece ti avvolge col proprio effluvio armonico e ti rende partecipe della sua eventuale bellezza anche se stai facendo altro – guidando l’auto, lavorando, correndo, eccetera. Anzi, in certi casi diventa essa stessa promotrice di altra pratica artistica, come certi autori che non riescono a scrivere, o certi pittori a dipingere, senza della buona musica in sottofondo.

«Ok, ma che c’entra tutto questo con un libro che parla di geografia, Natura, ambiente, cammini?» vi starete probabilmente chiedendo. La risposta è bell’e pronta, ed è doppia: in primis, perché anche la relazione tra uomo e Natura, sia essa più o meno antropizzata, è per molti versi assai simile a quella che lega la musica al suo ascoltatore – non fosse altro perché si basa sull’armonia; in secundis, ma potrei anche dire soprattutto, perché vi sto per raccontare del nuovo libro di un autore, Davide Sapienza, che dalla musica proviene e che della musica (di qualità, è bene ricordarlo) è stato apprezzato cantore – tanto che, non incidentalmente, nel libro in questione di musica ce n’è e in molteplici forme. Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione (Bolis Edizioni, 2019) è l’ultimo libro del grande scrittore monzese – ma di “cittadinanza” orobica di lungo corso, ormai – e mai come in tal caso si dovrebbe dire, parafrasando il modo di dire anglosassone, “ultimo, ma non ultimo”. Perché Il Geopoeta, lo dice il titolo stesso, è “il” libro del geopoeta-Sapienza, quello che, dopo diversi lustri di esperienze profondamente e intensamente geografiche, dai quali sono scaturiti numerosi libri di successo (a partire dal 2004 e dalla prima edizione de I diari di Rubha Hunish) mette nero su bianco la “disciplina” geopoetica sapienziana, divenendone non solo e non tanto un vademecum o un manuale ma, veramente, rappresentando un autentico elemento di chiusura del cerchio perfetto tracciato dall’autore lungo il tempo, ivi incluso il periodo “musicale”, appunto. Una mappa sulla quale Sapienza traccia le coordinate della propria geopoesia, fissa i suoi itinerari tematici, intellettuali, spirituali, marca i punti di sosta, i luoghi importanti, disegna un paesaggio complessivo che è palinsesto e stratificazione di innumerevoli visioni, percezioni, riflessioni, illuminazioni e dichiarazioni intensamente programmatiche, per questo particolarmente emblematiche. Allo stesso modo la lettura del libro genera nella mente del lettore l’immagine vivida di una mappa perfettamente speculare e armonica (l’armonia, di nuovo): perché in fondo la geopoesia (senza voler dare definizioni di sorta, che ne ridurrebbero il senso profondo – infatti l’autore stesso si guarda bene dal darle) è proprio la narrazione più intensa che può scaturire dalla relazione tra uomo e Natura, uomo e territorio, quella relazione che, appunto, dà forma nell’uomo al territorio, sollecita l’esplorazione che genera la conoscenza, poi la consapevolezza dell’importanza di un tale legame, quindi il paesaggio, quale raffigurazione personale condivisa e mediata dall’immaginario collettivo ma che in fondo rimane sempre personale, espressione immateriale tanto quanto intensa del territorio vissuto, per pochi istanti o per una vita intera (infatti, “Un territorio vive dentro di noi mentre lo incontriamo”, pag.31).

D’altro canto, la natura programmatica (e assai pragmatica) de Il Geopoeta viene rivelata fin dal primo capitolo: un potente manifesto politico – in fondo l’arte, quando autentica e potente, è sempre politica, nel senso originario e nobile del termine) e parimenti un vero e proprio atto d’amore nei confronti della geografia, in quanto disciplina scientifico-culturale fondamentale e in quanto strumento personale irrinunciabile di orientamento nel mondo – e non solo in senso di punti cardinali. Una disciplina tragicamente osteggiata, negli ultimi tempi, da troppi elementi politici (questa volta nel senso più basso del termine) e istituzionali, probabilmente perché, tra le scienze umane, quella più in grado di mettere chiunque al posto giusto nel mondo abitato – antropologicamente, identitariamente, culturalmente – e a chiunque di fornire ottimi strumenti di comprensione del mondo stesso e delle sue verità. Ma non solo: la geografia è anche intensa manifestazione di un altro elemento non troppo gradito al giorno d’oggi, la libertà. La prima frase del libro dice questo: “Ho capito molto tempo fa che la geografia parla una lingua libera.” La libertà è un’altra presenza strettamente intessuta con le riflessioni e le considerazioni che formano il testo del libro (così come gli altri testi di Sapienza): libertà che è condizione di mente e d’animo personale, materiale e immateriale, ma è anche essenza di ribellione virtuosa. D’altro canto l’intero cammino intellettuale e letterario dell’autore scaturisce da una condizione di libertà di mente e d’animo che rappresenta una delle costanti fondamentali della sua scrittura sul e nel territori geografico così come delle attività pubbliche ad essa correlate. Lo afferma egli stesso più volte ne Il Geopoeta, ad esempio a pagina 67, “la conversazione con il territorio fornisce una libertà difficilmente riscontrabile nel quotidiano” ma non prima di aver ribadito, quasi rispondendo a se stesso e all’incipit del libro citato poco fa, che la geografia “è pericolosa perché rende liberi”. È la libertà di chi comprende che il concetto di “confine”, nel bene e nel male, è del tutto artificioso tanto sul terreno quanto nella mente e nell’animo degli uomini – ma pure, mi viene da dire, nelle arti espressive e in letteratura, sì che è geopoetica anche la prosa del libro, e non solo perché così espressivamente sublime e profonda… Nemmeno soltanto perché Sapienza dedica un intero capitolo del libro alla musica – quella “suonata” veramente, intendo dire – seppur sia una parte fondamentale nel comprendere ancora meglio cosa sia la geopoesia e come sia nato e sviluppato il cammino geopoetico dell’autore nel corso della sua vita, anche al di là di ciò che poi è diventato testo scritto confluito nei numerosi libri. Neil Young, The Beatles, Pink Floyd, note musicali che hanno aperto le porte ultradimensionali creando paesaggi sonori in grado di dare forme nuove, e generare nuove visioni e percezioni, ai paesaggi geografici, come se anche la forma(zione) dei territori possa essere assimilabile alla forma(zione) delle onde sonore che si propagano in ambiente. Ovvero, ancora meglio, come se l’andare per territori e luoghi sia qualcosa di simile al tracciare armonie sul pentagramma geografico, scritture necessariamente armoniose con lo spazio attraversato, abitato, vissuto, col quale ci si relazioni in ogni modo possibile.

Tuttavia, dicevo, non nasce “solo” da tutto ciò (che è già tantissimo, appunto) la matrice poetica del libro: in verità scaturisce pure da una peculiarità della scrittura di Davide Sapienza che trovo sempre affascinante e che ne Il Geopoeta, se possibile, diventa ancora più percepibile: la sua musicalità, proprio. Si può aprire il libro a caso e leggere la pagina che ci si trova di fronte, di qualsiasi cosa il testo disquisisca, e subito appare chiara questa armoniosità stilistica e lessicale, la ritmica così costantemente gradevole, eufonica, che ovviamente acuisce il piacere della lettura stessa. Non deriva solo dalla produzione poetica – nel senso di genere letterario, qui – di Sapienza, dall’aver pubblicato anche raccolte in versi. Credo sia, anche tale peculiarità, in qualche modo un frutto del rapporto profondo intessuto dall’autore con la Natura e la geografia, una sorta di manifestazione o trasformazione delle armonie naturali in armonie lessicali e letterarie. Che peraltro riesce a rendere ancora più profondo il testo e più approfondite le dissertazioni che offre al lettore.

Veramente, come dicevo, si genera la visione di una mappa geografica che si imprime rapidamente e con vivida traccia nella mente del lettore: una mappa della quale ho fino a qui elencato alcuni dei “luoghi” che ne caratterizzano il paesaggio – ma ce ne sarebbero infiniti altri, spazi geografici materiali oppure culturali e immateriali: la “Grande Montagna” sotto la quale l’autore vive, la Valle dell’Occhio, il Nordland e l’Artico, Giovanni Segantini, Jack London, Barry Lopez, il ragazzo selvaggio, lo sguardo bambino e la parola selvatica, l’Ultratempo e l’Ognidove, Rubha Hunish, la luce artica, le stelle che rendono il cielo la meta del nostro cammino “assoluto” (“le nostre connessioni neuronali trovano corrispondenza in quelle dell’intelligenza dell’universo”, pag.116)… Tanti luoghi uniti da percorsi e cammini svolti in una forma scritta che riprende tale e quale il movimento dei piedi lungo tracce sulle quali non mancano preziosi indicatori di passaggio e direzione – i cairn, gli ometti di pietra ai quali Sapienza dedica un altro capitolo del libro – e che nel complesso assume veramente i tratti di un cammino iniziatico e parimenti definitivo ma niente affatto finale. Perché nel “geopoeta” – in quanto figura umana – trova compimento quel noto aforisma di Pessoa, «i viaggi sono i viaggiatori» e non solo, si manifesta anche la condizione ulteriore e non meramente speculare da me formulata qualche tempo fa, i viaggiatori sono il viaggio. La chiusura di un cerchio ampio quanto l’infinito dal quale possono derivare mille altri cerchi ugualmente compiuti e comunque singolari, unici, particolari, dimensioni molteplici che chiunque può percorrere ed esplorare.

È un libro denso e sublime, Il Geopoeta, potente e raffinato, fonte sostanziosa di luce ed energia. Che d’altro canto si prende in carico un compito niente affatto semplice – o forse sì, semplice per un testo così ma niente affatto scontato: quello di andare dal “geopoeta” alla “geopoesia”. Ovvero di rendere chiaro che esiste un “geopoeta” perché esiste la geopoesia e per tale motivo chiunque può essere un geopoeta. A suo modo, con le proprie sensibilità, intessendo la personale relazione con la geografia e la poesia dei territori e dei paesaggi. In fondo Il Geopoeta Sapienza ci dice proprio questo: «Amici, tenete conto che c’è questa possibilità ed è probabilmente importante considerarla!». Non si erge sul piedistallo travestito da maestro di pensiero e di filosofia che di lassù guarda ai discepoli e insegna loro la “verità”, al contrario è come se dichiarasse: io ho intrapreso il mio cammino e ve lo sto raccontato, ora voi intraprendete il vostro e raccontatelo a chi volete! Proprio come si legge a pagina 65: “Geopoetica significa anche, semplicemente, fare spostare lo sguardo dal testo scritto all’orizzonte intorno a chi legge”. Un gesto tanto “minimo” quanto fondamentale, per se stessi, la propria vita, il sentirsi realmente vivi, lo stare al mondo, il mondo stesso.

Ecco, non ci può essere motivo migliore e più grande per leggerlo, questo libro.