Per una critica (costruttiva) della critica. Le quattro tesi di Michele Dantini

1419863140647Le-LibraireMichele Dantini è storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali.
Sul numero 23 di Artribune ha pubblicato un interessante e illuminante articolo su una questione (d’istinto stavo scrivendo “una ferita”!) aperta ormai da tempo immemorabile in ambito artistico e culturale: la critica. Disciplina che genera sempre parecchie discussioni anche per come la sua definizione pare essere cosa piuttosto vaga e lontana, il che genera interpretazioni innumerevoli, sovente di segno contrario le une con le altre e le quali a volte, tanto avviluppate su sé stesse che sono, smarriscono quello che dovrebbe essere il senso primario del fare (e praticare) critica. Che non significa semplicemente sancire se una cosa è bella o brutta, sia fatto ciò in due righe o in 1500 pagine – è una ovvietà, questa che ho appena scritto, anzi: dovrebbe esserlo, ma a quanto pare non lo è affatto.
L’articolo di Dantini, pubblicato su un magazine come Artribune che si occupa di arte contemporanea (non solo, ma soprattutto), è di conseguenza riferito al campo delle arti visive. Michele_Dantini_photoTuttavia, da appassionato di letteratura, so bene – e lo rimarco spesso, qui nel blog – che il problema della critica esiste in maniera simile se non maggiore anche in tema di libri e scritture letterarie, ove veramente si assiste a tutto e al contrario di tutto. Leggete l’articolo di Dantini sostituendo “artisti” e “opere d’arte” con scrittori e libri (mantenendo valido il termine “arte” e considerando tale la letteratura – anche se, lo ammetto, tale considerazione è a volte (!) un po’ (!!!) forzata) e la disquisizione proposta regge perfettamente, anzi, è sotto certi aspetti ancora più valida e importante per la letteratura che per l’arte visiva.
Insomma, sono certo che le quattro tesi di Michele Dantini rappresentino un efficace strumento di riflessione e di determinazione dell’essenza della questione, e che la loro considerazione sia necessaria per chiunque voglia impegnarsi nella pratica critica – che tratti d’un romanzo Harmony, di un saggio filosofico ovvero di un’opera di Cattelan.
Che poi queste così importanti tesi vengano recepite, meditate e, in caso di accordo, messe in pratica, beh, è un altro discorso. Purtroppo.

P.S.: Ringrazio di cuore Dantini per avermi concesso la possibilità di pubblicare il suo articolo anche qui nel blog.

Quattro tesi sulla critica. Quelle di Michele Dantini
È possibile coniugare connoisseurship e critica sociale, filologia e politica? È la domanda che attraversa oggi l’intero ambito della teoria culturale. Come si fa critica d’arte? Come si costruiscono un assenso e un dissenso perspicaci, e si produce un’effettiva conoscenza?

Con “connoisseurship” intendo una competenza visiva esperta e specifica. In assenza di connoisseurship prevale la chiacchiera sociologica, la glossa dottrinaria, il commento alla poetica (o meglio la sua parafrasi). Questa è la prima tesi. Una rosa è una rosa è una rosa: cioè un’immagine che ci “parla” al modo delle immagini, attraverso dettagli visuali. Dovremmo saperlo, ma per lo più non lo sappiamo. Nell’avvicinarci a un’opera d’arte occorre quindi prepararsi a reagire con prontezza a tutto ciò che, nell’immagine, è inatteso, smisurato, iperindividuale. Tutto ciò che eccede o perfino smentisce le dichiarazioni d’intenti o i punti di vista ragionati. In breve: tenersi alla larga dalle “generalità” manualistiche e affidarsi alla “memoria involontaria”.
Con “critica sociale” intendo la capacità di sintesi e riduzione. Se facciamo critica sociale significa che abbiamo scelto di abbandonare il piano della pedissequità e della cronaca culturale. Questa è la seconda tesi. Non vogliamo occuparci (nell’occasione almeno) di singoli artisti o di singole opere ma adottare prospettive “sistemiche”. E discutere criticamente, con attitudini distaccate, il mondo della produzione artistica contemporanea, le politiche di marketing, il mecenatismo, i viscosi vincoli di fedeltà interni alle tribù.
Terza tesi. Il critico-interprete (o meglio il critico-scrittore: cioè il critico tout court) alterna o intreccia connoisseurship e critica sociale. Non è al servizio dell’artista, del gallerista, dell’amministrazione locale o del museo. Non ha cioè l’obbligo di essere “complice” – la citazione è da Celant – né si presta al calloso rituale della promozione. Zelo, devozione e professionismo corporate uccidono l’acutezza e impongono reticenza. Possiamo certo batterci per questa o quell’opera, questo o quell’artista, ma solo sul presupposto della nostra intima convinzione e attraverso la chiaroveggente perspicuità della nostra scrittura. Questa dev’essere libera. Ripeto: libera.
Quarta tesi, ultima e decisiva. Il destinatario della critica non è l’artista. È invece il pubblico inteso in senso normativo, la comunità di cittadini non specialisti che chiede e attende di essere documentata per poter valutare.
Così intesa la critica è un’arte esatta, una forma di letteratura non-fiction; e insieme il riconoscimento di un diritto che vale per l’umanità in generale.

Michele Dantini
docente universitario, critico e scrittore

ISIS, Siria, Iraq. Il punto di vista consapevole di Lorenzo Manenti, artista che quelle zone conosce bene.

Mosul-museumLe terribili immagini dei terroristi dell’ISIS che distruggevano le opere d’arte antica del museo di Mossul, che pochi giorni fa hanno indignato il mondo (almeno a parole), mi hanno fatto tornare il mente un altro terribile saccheggio d’un luogo d’arte di quella parte sfortunata di mondo, quello del Museo Archeologico di Baghdad – il quale peraltro è stato fortunatamente riaperto da poco. Era il 2003, e di tale scempio fu data la colpa – ovvero venne accusata la complicità in qualche modo dolosa, per alcuni, agli americani. Se considerate che da più parti si ipotizzano legami tra la nascita dell Califfato dell’ISIS e l’attività della longa manus politico-militare americana, capirete perché (malignamente, ma forse anche no) mi sia tornato in mente quell’episodio di ormai 12 anni fa in Iraq.
Ancor di più, tuttavia, ho considerato che, per cercare di capire meglio cosa stia succedendo laggiù, non potevo che sfruttare la fortunata conoscenza di Lorenzo Manenti, mirabile artista la cui ricerca si è sovente incentrata sulla storia e la cultura (passate e contemporanee) dell’area mediorientale, anche grazie a residenze in loco – ultima in ordine di tempo in Giordania.
Sono convinto ci sia necessariamente molto da capire, sulle questioni mediorientali. Questioni fondamentali perché in effetti, banalmente ma ineccepibilmente, trattano della culla della nostra stessa civiltà. E perché in un certo senso in quella zona del mondo avvengono cose meravigliose e insieme cose terribili, più che altrove, forse. E’, insomma, anche per noi che virtualmente siamo lontani e alieni da quelle situazioni, un’ottima palestra di meditazione socio-geopolitica e filosofica.
Questo è quanto di estremamente interessante e illuminante Lorenzo Manenti mi ha scritto, prendendo come spunto iniziale il video della devastazione del museo di Mossul. Lo ringrazio di cuore anche per avermi concesso il permesso di condividere tali sue osservazioni, qui.

Lorenzo Manenti
Lorenzo Manenti
Il video è scioccante, non avrei mai voluto vederlo, ma quando mesi fa arrivò la notizia della conquista di Mossul mi ricordo di aver pensato che prima o poi sarebbe accaduto l’irreparabile. E questa volta la situazione è ben peggiore di quella del museo di Baghdad 12 anni fa: allora, nonostante la situazione disperata, ci fu la reazione di pochi ma coraggiosi iracheni che cercarono di fermare lo scempio, e comunque i responsabili del museo ebbero la possibilità di spostare in luoghi sicuri tutto quello che era possibile spostare. Coloro che presero a mazzate le statue colpivano per scaricare la rabbia repressa per decenni dalla dittatura di Saddam, altri rubarono per fare affari d’oro, non c’era la volontà di distruggere sistematicamente tutte le opere presenti nel museo. Quello che più colpisce ora è l’azione che avviene indisturbata, senza nessuna opposizione. Non sono così esperto da poterti dare un’opinione chiara sulla responsabilità diretta degli Stati Uniti in tutto questo… la situazione in Medio Oriente si è deteriorata anno dopo anno, errore dopo errore, da almeno un secolo a questa parte. E’ appena passata la ricorrenza della Prima Guerra Mondiale che si è conclusa con l’Impero Ottomano fatto a pezzi da Francia e Inghilterra a tavolino secondo logiche che non hanno tenuto conto di etnie, religioni e quant’altro… così i curdi si sono trovati divisi in 4 o più nazioni, gli Sciiti un po’ in Iraq e un po’ in Persia e così via… nascono nazioni guidate da fantocci filooccidentali solitamente scelti appositamente tra le minoranze etniche del paese di turno e quando qualcuno alza la testa, come fece Mossadeq in Iran, interviene la CIA a spegnere gli entusiasmi, con la conseguenza che a volte i popoli si incazzano e al potere in Iran ci sono saliti gli ayatollah… e via via fino alla pianificazione dell’invasione dell’Iraq, nazione non scelta a caso tra le tante in discussione: gli Stati Uniti volevano aprire il Medio Oriente al loro libero mercato, serviva una nazione modello per spalancare il loro business in quell’area di mondo così chiusa, l’Iraq era la nazione più debole, fiaccata dalla logorante guerra contro l’Iran e dall’embargo del decennio successivo. Un errore dietro l’altro… eliminato Saddam hanno azzerato esercito e polizia lasciando senza stipendio e con un’arma di ordinanza a disposizione migliaia di persone, hanno dato in mano la ricostruzione del paese a ditte statunitensi che hanno portato i loro operai, i loro materiali, i loro macchinari lasciando a terra le ultime fabbriche irachene ancora in piedi… altre migliaia di persone senza un lavoro e imprenditori e industriali che in molti casi hanno deciso di dare gli ultimi risparmi ai ribelli… hanno dato in mano la nazione a politici dichiaratamente filosciiti creando divisioni interne con i sunniti ed i curdi (che comunque da sempre rivendicano la loro indipendenza) e per di più hanno abbandonato l’Iraq quando questo era ancora debolissimo sotto tutti i punti di vista (il tutto con costi stratosferici ricaduti sui cittadini americani stessi). Nel frattempo si sono destabilizzati tutti i paesi del nord Africa e per contagio la Siria. Ogni paese è storia a sé… in Egitto per esempio continua questo braccio di ferro tra popolo che vuole diritti e democrazia e personaggi che salgono al comando del paese e in breve si prendono tutti i poteri. In Marocco il Re ha capito in tempo l’andazzo e ha fatto concessioni quanto basta per spegnere gli animi accesi. La Libia è stata prima aiutata nella volontà di eliminare la dittatura di Gheddafi da un’Europa a pezzi e subito dopo abbandonata a sé stessa con tutte le conseguenze che vediamo oggi. La Siria è diventato territorio di scontro per procura tra potenze che hanno difeso Assad e potenze che hanno aiutato i ribelli contro Assad. Questi ribelli sono una costellazione di sigle e siglette ognuna delle quali risponde a propri ideali e a propri scopi. Da parte nostra è mancata la volontà di capire bene e fino in fondo con chi si aveva a che fare, è mancata la capacità di creare un fronte unito contro Assad. Nei lunghi anni di indecisione nostra sul da farsi la rivoluzione ha cambiato pelle… quando sei in mare con l’acqua alla gola e qualcuno ti tende la mano tu la prendi senza chiederti di chi è… in Siria sono arrivati migliaia di guerrieri che nulla avevano a che fare con gli ideali alti e puri di chi ha cominciato quella rivoluzione e molti degli aiuti (soldi e armi) sono finiti nelle mani sbagliate. Ora, non saprei dirti se questo è avvenuto per errore, miopia o invece per lucida e spietata strategia… non lo so… vedendo le conseguenze attuali e future (la prossima e probabile invasione di terra di una coalizione guidata dagli USA) fatico a vedere possibili ciniche speculazioni sulla situazione per trarre un qualche vantaggio. E questa mia idea è rafforzata dal fatto che sempre gli USA stanno per raggiungere l’indipendenza energetica con le nuove tecniche di estrazione del petrolio. Ci sono altri attori in gioco come l’Arabia e il Qatar che pare abbiano finanziato e non poco l’ISIS con lo scopo di destabilizzare la zona… ma con quale fine? Per alzare il prezzo del petrolio? L’impressione è che ci siano molti paesi che hanno fatto il loro gioco sporco più o meno direttamente ma alla fine la situazione è sfuggita di mano a tutti. Quello che più mi preoccupa è vedere parte delle popolazioni cadute sotto l’ISIS applaudire le file di pick up che sfrecciano per le strade… ecco, questa è la cosa più pericolosa, il fatto che generano consenso, il fatto che una parte di popolazione vede in loro qualcosa di meglio di ciò che avevano prima. E se un gruppo di terroristi armati di AK47 e mitragliatori su pick up li puoi eliminare on un bottone e uno schermo a migliaia di km di distanza lo stesso non lo puoi fare con queste persone che applaudono gli uomini vestiti di nero. Ad esse devi dare una prospettiva futura diversa, devi spiegargli le cose… e di certo non gliele puoi imporre a modo tuo… la democrazia in questi paesi, se arriverà, avrà comunque un dna diverso dalla nostra, avranno una loro storia come noi abbiamo avuto la nostra, con i loro tempi, come noi abbiamo avuto i nostri, con migliaia di morti, come noi abbiamo avuto i nostri innumerevoli morti.
Riguardo alla nostra indifferenza sull’importanza di tali questioni, non so che dire. Cioè: al muratore bergamasco che si alza alle 5 e mezza per andare a Milano a sbarcare il lunario sai cosa importa di quello che succede in Medio Oriente? Magari allo stesso muratore non gliene frega niente di visitare Brera o gli Uffizi… o l’Accademia Carrara… allo stesso tempo penso a quanto le nazioni occidentali, Italia compresa, spendono in missioni archeologiche in quell’area di mondo per formare il personale locale, continuare gli scavi, aprirne di nuovi, sistemare i musei, gli archivi ecc. ecc.
Ti ricordi, l’anno scorso, lo scandalo di quei milioni di euro spariti, cioè rubati, da Clini che era il responsabile di un progetto internazionale per la tutela delle risorse idriche dell’Iraq? Quello era un progetto utilissimo perché in Iraq saper domare le acque dei due grandi fiumi ha da sempre fatto la differenza tra lo sviluppo delle economie e quindi delle civiltà e la decadenza delle stesse. Progetti come questi vanno a beneficio di tutti, non generano distinzioni etniche…
Questo per dire che la volontà di fare qualcosa di buono c’è.
Ho scritto un fiume di cose, non so se abbiano un senso logico e non so se rispondono alle tue richieste di chiarimenti. L’unica e reale certezza, purtroppo, è che la situazione laggiù è sempre più complicata e difficile.

P.S.: per avere un quadro ancora più dettagliato sui temi sopra esposti e conoscerne un ulteriore punto di vista, a sua volta proveniente dall’ambito artistico, vi propongo a questo link un articolo a firma Marco Enrico Giacomelli uscito su Artribune.com. In esso, Giacomelli sottopone un’interessante dissertazione circa altri ipotizzabili motivi celati dietro alla furia iconoclasta dei terroristi dell’ISIS. Motivi se possibile ancora più materiali, e assolutamente vili, di quelli annunciati dalla propaganda del bieco califfato.

Parlate in italiano, please!

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(P.S. (PRE Scriptum!): il titolo dell’articolo è ironico, eh!)

La questione dell’invadenza di terminologie straniere (soprattutto, se non unicamente, di derivazione anglosassone) nella lingua italiana è annosa, e solitamente divide i contendenti in due fazioni piuttosto nette: quelli che sono assolutamente favorevoli (e vengono accusati di essere dei traditori della cultura propria e nazionale) e quelli che invece si oppongono fermamente (e vengono accusati di essere dei conservatori retrogradi e lontani dalla realtà).
Ultimamente, la questione è tornata a farsi animata, soprattutto grazie a certe prese di posizione contrarie all’eccessivo uso di lemmi stranieri e di anglicismi in particolare, e ancor più per un’iniziativa di qualche giorno fa dell’Accademia della Crusca, la quale ha organizzato a Firenze il convegno La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi. Così recitava la presentazione dell’evento:

Possiamo, o non possiamo, dirlo in italiano? Uno degli obiettivi principali dell’Accademia è restituire agli italiani la piena fiducia nella loro lingua in tutti gli usi, compresi quelli scientifici e commerciali, senza combattere battaglie di retroguardia contro l’inglese e consapevoli che il lessico è di per sé la parte più sensibile al mutamento e alle innovazioni di ogni lingua. Questo convegno cercherà di fare il punto sulla diffusione dei neologismi e soprattutto degli anglicismi, anche in riferimento alla situazione degli altri paesi europei di lingua romanza. Ci si chiederà se la reazione delle diverse lingue di fronte al forestierismo sia analoga, o se ci siano differenze da nazione a nazione, da idioma a idioma.

Per quanto mi riguarda, il pensiero che formulo sulla questione è molto semplice e lineare – pure banale, direi: ogni nuovo termine che una lingua può acquisire è benvenuto e prezioso, a patto che per utilizzarlo non se ne eliminino di originali, anche d’altro significato. Ovvero: poniamo che – semplifico numericamente la cosa – l’italiano sia fatto di 1.000 parole e ne arrivassero 200 nuove dall’inglese. Se per questo l’italiano disporrà di un bagaglio aggiornato di 1.200 parole, sarebbe ottima e auspicabile cosa. Se invece la lingua diventasse di 800 termini originali, oltre a quelli nuovi, se non ancora meno dacché le nuove parole potrebbero fare le veci di più d’una originale, allora sarebbe una sostanziale sciagura, culturale e non solo. Insomma, il problema non è l’intrusione di termini stranieri, è la perdita di quelli italiani – perdita causata dagli stessi parlanti la lingua italiana per mera, scarsa consapevolezza del valore della propria lingua. Non c’è alcun problema nel fatto che oggi si usi dire, ad esempio, low cost oppure outlet, termini che rapidamente identificano certe determinate cose, il problema nasce quando la gente non sappia più (ri)tradurre in italiano questi termini, perché ne ha dimenticato l’origine e l’accezione primaria.
In ogni caso, al di là delle valutazioni “istituzionali” della Crusca o di altre realtà preposte a ciò, si possono trovare sul web pure altre iniziative a difesa della lingua italica. Una di quelle più interessanti (e interattive) l’ho trovata su nuovoeutile.it, che con l’aiuto della rete ha stilato una lista di 300 termini inglesi che si potrebbero (e dovrebbero) usare nella loro versione italiana, dotata di pari valore espressivo, quando non superiore. Come denota Annamaria Testa, “curatrice” della lista, “l’idea è trovare alternative italiane realistiche ai forestierismi superflui. E suggerire che qualche volta si può, senza far troppa fatica, dire in italiano quel che, magari per abitudine o pigrizia, si dice in inglese, e dare così un taglio allo stucchevole, provincialissimo itanglese.
Ve la propongo, ribadendo che, sia quel che sia, la questione è valida e importante, dacché se oltre a tutto il resto dovessimo finire per impoverirci pure linguisticamente, beh… Non oso immaginare le conseguenze che subiremmo.
Ovviamente, cliccate sopra l’immagine per leggere la lista in tutta la sua interezza.
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Deutschland über alles (in Kultur)! La Germania aumenta la spesa nella cultura, l’Italia…

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La Germania. La tanto (da tanti) odiata Germania, che in Europa fa il bello e il brutto tempo, la Germania della Frau Merkel che impone diktat e giudica tutti gli altri paesi europei.
Beh, giusto o sbagliato che tutto ciò sia, qui, ora, non mi interessano tali questioni. Me ne interessa un’altra, della quale quasi nessuno ne ha dato notizia e parlato in Italia. E io credo non casualmente, dacché, sapete bene, i media e gli organi di informazione (?) sanno bene che a volte non devono informare, perché qualcuno preferisce così.
Comunque, venendo al sodo, e proferendo lodi e glorie supreme ad Artribune, unico (prestigioso) media che, mi pare, abbia dato il giusto risalto alla notizia: la commissione Bilancio del Bundestag ha di recente comunicato che gli stanziamenti per la cultura cresceranno nel 2015 di 118 milioni di euro in più, per un totale di oltre 1 miliardo e 300 milioni. Un aumento percentuale del 4,26 %, impensabile con le logiche dei nostri governanti. “La commissione Bilancio ha scelto di dare un forte segnale sulla centralità della politica culturale” ha dichiarato Monika Grütters, ministro tedesco della cultura. “Vorremmo che l’esempio fosse seguito dai responsabili culturali dei diversi Länder, che in un momento finanziariamente difficile non subiranno tagli dal governo centrale”.

Monika Grütters, ministro  tedesco della cultura. Colpa (anche) sua se la Germania è un luogo più civile rispetto all'Italia.
Monika Grütters, ministro tedesco della cultura. Colpa (anche) sua se la Germania è un luogo più civile rispetto all’Italia.
Bene (si fa per dire). Posto ciò, facciamoci del male, ora (“grazie” a questo articolo, ma se ne trovano innumerevoli altri, in tema). L’Italia, che fino al 2009 spendeva in cultura lo 0,9 % del Pil, è calata allo 0,6% nel 2011, finendo così all’ultimo posto fra i 28 Paesi dell’Unione Europea. Questo è quello che emerge dall’analisi delle spese in cultura condotta dal Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica della Presidenza del Consiglio. Lo studio registra un lieve incremento nelle regioni del Nord, quelle del Centro stabili sugli stessi valori, ma al Sud un ulteriore, drammatico calo. Nel contesto europeo, l’Italia evidenzia il più alto disinvestimento nel decennio con un meno 33,3%, più del doppio rispetto alla Grecia che registra un meno 14,3%. Intanto altri Paesi, dall’Olanda all’Ungheria, dalla Danimarca alla Slovenia, investono nel settore oltre l’1,5% del Pil, e quasi tutti gli altri Paesi europei oscillano tra l’1 e l’1,5%.
Sono dati del 2011 (perché pure nell’aggiornare tali dati siamo bravi e lenti somari!) ma certamente ritenere che negli anni successivi la situazione sia migliorata è purissima, cristallina, irrefutabile utopia. Si veda pure questa significativa infografica, che ho tratto da qui:

spesa-italiana-culturaCome denota Massimo Mattioli nell’articolo di Artribune citato, “Quello che in Germania non è in discussione, per esempio, è che chiudere o comunque ridimensionare un museo, o un altro centro culturale, non provoca un danno solo nella misura in cui mette in difficoltà i lavoratori direttamente coinvolti: è un vulnus inaccettabile all’identità nazionale, è una minaccia grave alla formazione, all’educazione delle nuove generazioni. E infatti non accade: i fondi destinati alla cultura, giustissimamente, non stanno sullo stesso piano di altri investimenti pubblici, e quindi oggetto di oscillazioni, di contrazioni aprioristiche e incondizionate. Non vengono trattati come investimenti improduttivi e quindi primo bersaglio dei risparmi, come accade spesso anche dalle nostre parti.

Ok. A questo punto, sappiate che a me, in tutta sincerità, viene solo da dire questo: ma, almeno per quanto riguarda la cultura, dove vogliamo andare?
Dove – vogliamo – andare? Eh?

Deutschland über alles! – altro che! E l’Italia, potenzialmente il paese leader al mondo in fatto di cultura, per mera colpa e ottusità proprie (ovvero per precisa strategia decerebrante in atto da tempo!) deve solo starsene zitta. Purtroppo per tutti noi, che ne subiamo le peggiori conseguenze.
A meno che ci si trasferisca in Germania, certo.

INTERVALLO – Bologna, la “Bibliocicletta” della Biblioteca Meridiana

12419052663_4ff253586d_bDove se non in Emilia, terra di biciclette e di (nobilissima) attitudine alla pedalata, poteva nascere una biblioteca itinerante a pedali?
La Bibliocicletta è un progetto di biblioteca itinerante della Biblioteca Meridiana/Associazione La luna nel pozzo di Bologna, con il contributo del Tavolo di progettazione partecipata Traiponti, che nasce dall’esigenza di creare e allargare gli spazi e le occasioni di promozione culturale e di diffusione della lettura attraverso l’utilizzo di mezzi e luoghi inconsueti. Vuole raggiungere gli utenti nei luoghi già consolidati dell’aggregazione come le piazze, i giardini, i mercati rionali, i centri commerciali e altri angoli della città frequentati spontaneamente e aprire una porta di collegamento fra un luogo istituzionale della cultura come la biblioteca e i luoghi quotidiani degli incontri.
12418914555_ab2553a673_bLa Bibliocicletta è una vera propria biblioteca viaggiante, con una dotazione libraria di base di circa 200 volumi che verrà aggiornata in relazione ai luoghi in cui si intende essere presenti e al target che si vuole raggiungere. Oltre ai libri si vorranno offrire informazioni circa servizi, opportunità e iniziative non solo della biblioteca e non solo culturali che la biblioteca ed il quartiere in cui è situata mette a disposizione della cittadinanza.

12419074583_b31c437c3b_bPer saperne di più, cliccate sulle immagini e potrete visitare il sito/blog della Biblioteca Meridiana nelle pagine dedicate alla Bibliocicletta.