INTERVALLO – Kabul (Afghanistan), “Book City” bookshop

Najibullah Manalai 01Najibullah Manalai è un poeta e uomo d’affari afgano che alla fine del 2011 ha aperto a Kabul quella che ad oggi è la più grande libreria dell’Afghanistan: Book City. Dotata attualmente di circa 20.000 titoli in lingua Pashtu, Dari, araba e ovviamente inglese, Book City mira a raggiungere un volume di vendita di 100.000 libri all’anno. Offre inoltre un servizio per clienti che vogliano leggere titoli non pubblicati in Afghanistan, con il pagamento in libreria e l’ottenimento del libro ricercato in formato digitale, risolvendo così anche il problema della scarsa diffusione delle carte di credito nel paese e, dunque, l’impossibilità per molti di fare acquisti sul web.

u2_3Credo sia inutile rimarcare l’importanza di un luogo del genere in una città e un paese tanto martoriati e sconvolti da lungo tempo da guerre e violenze assortite, ovvero il valore fondamentale della cultura, così ben rappresentato dai libri e dalla lettura, per ricostruire e rinvigorire una società civile e il senso civico diffuso in essa oltre che per fare da efficace deterrente a qualsiasi futura violenza, bellica e non solo.

Cliccate sulle immagini per saperne di più (in inglese).

“Le” Parole – 9, PERSONA

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

PersonaPersone lo siamo tutti quanti. Persone belle, persone brutte, persone più o meno normali, persone intelligenti, persone maleducate, persone generose oppure egoiste… insomma, persone nel senso di “sostanza individuale di natura razionale” (come definita da Boezio) dotate di “coscienza e responsabilità sociale quali dimensioni indispensabili per la piena realizzazione della persona stessa” (come postulato dal Personalismo), il tutto a seguito della prima definizione “moderna” di persona data dallo Stoicismo come “l’essere umano che ha un ruolo nel mondo affidatogli dal suo destino”.
Evabbé, nulla di strano – direte ora voi – dunque che valore particolare può avere una parola così normale e d’uso comune nonché definito? Beh, un valore sorprendente e sconcertante, soprattutto se posto in relazione con ciò che siamo oggi, nell’epoca contemporanea, ovvero con ciò che sovente siamo portai ad essere/apparire, per innumerevoli input esterni imposti da chi questo nostro mondo attuale comanda e influenza.
Il termine “persona” deriva infatti dal latino persōna persōnam derivato probabilmente dall’etrusco φersu, indi φersuna, che nelle iscrizioni tombali riportate in questa lingua indica “personaggi mascherati”. Tale termine etrusco sarebbe ritenuto un adattamento del greco πρόσωπον (prósōpon) dove indica il volto dell’individuo, ma anche la maschera dell’attore e il personaggio da esso rappresentato. Secondo Giovanni Semerano, originariamente il valore richiamava quello del latino pars ossia parte, funzione, ufficio di un personaggio, mentre quello di maschera è derivato e posteriore come anche per πρόσωπον, che comunque non sarebbe in nessun rapporto etimologico con persona.
Un’etimologia alternativa è stata individuata nel verbo latino personare, (per-sonare: parlare attraverso). Ciò spiegherebbe perché il termine persona indicasse in origine la maschera utilizzata dagli attori teatrali, che serviva a dare all’attore le sembianze del personaggio che interpretava, ma anche a permettere alla sua voce di andare sufficientemente lontano per essere udita dagli spettatori.
Dunque, è chiaro che in origine la parola proclamava un’identificazione fittizia dell’individuo, artificiosa, teatrale/scenica perciò attoriale quindi recitata, simulata. Ovvero falsa. Oggi, secoli e secoli dopo, la sociologia urbana rivela che il mondo contemporaneo, così costruito nei suoi “valori” sull’immagine e su prerogative non necessariamente vere o reali ma ritenute “importanti” dalla maggioranza per convenzione indotta, porta i suoi abitanti a vivere le proprie vite come fossero recitazioni su di un palco teatrale, ove tale palco è sovente l’ambito urbano, sempre più ricco di non luoghi ovvero luoghi non necessariamente realistici – ambito urbano che d’altro canto offre il palcoscenico più ampio e il pubblico più numeroso per queste recitazioni quotidiane contemporanee (è proprio il tema, questo, che ho trattato in The City of Simulation | La Città della Simulazione, e il titolo dell’opera dice già tutto!)
Ecco: non avete ora l’impressione che, a prescindere da qualsiasi altra considerazione si possa fare sul merito, nella parola “persona” sussista un cerchio “ampio” suppergiù 3000 anni e oggi sostanzialmente richiusosi?

P.S.: ringrazio Gian Paolo Serino per avermi ispirato questo articolo.

Valeria Parrella, “Mosca più balena”

cop_parrella_libro3dTempo fa lessi un articolo nel quale si disquisiva del rapporto inversamente proporzionale tra qualità letteraria di alcuni autori e posizione nelle classifiche di vendita ovvero, per conseguenza, della crescente incapacità da parte del grande pubblico di distinguere la letteratura di pregio da quella pseudo-tale, e tra i vari nomi d’esempio citati al riguardo c’era quello di Valeria Parrella.
Che dovevo leggere a tal punto, senza dubbio. Così, ho sottoposto il libro prescelto per fare la di lei conoscenza letteraria alla personale e consueta metodologia: acquisto, messa in vista sullo scaffale della biblioteca domestica tra i libri ancora da leggere, maturazione o decantazione (di durata variabile e comunque imprevedibile) scintilla d’interesse alla lettura (quasi sempre improvvisa e istintiva), lettura.
Per questo giungo solo oggi a scrivere di Mosca più balena (Minimum Fax, Collana Mini, 1° ediz. 2003), pluripremiato esordio della scrittrice napoletana ma non per questo – ovvero non perché esordio e non perché pluripremiato – scelto dallo scrivente per fare la sua conoscenza, appunto.
Mosca più balena è una raccolta di sei racconti di vita vissuta, se così posso dire, nei quali Parrella mette in scena soggetti e situazioni di sostanziale ordinarietà e, dunque, di potenziale ovvietà: una ragazzina appena maggiorenne che accanto a un malavitoso si atteggia a signora dell’alta società, un trentacinquenne cocainomane che vive con la mamma e organizza sgangheratissime campagne elettorali, una giovane donna che ondeggia tra passione etero e omosessuali in una quotidianità precaria e priva di emozioni…

valeria-parrellaLeggete la recensione completa di Mosca più balena cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Se una risata CI seppellirà

happy3Ascoltavo una conversazione tra alcune persone, qualche giorno fa, nella quale un ragazzo residente in Germania raccontava di come lì, in alcuni casi, per contattare e sottoporre richieste agli enti pubblici vige ancora l’usanza di inviare missive postali. Ma non è tanto questa la cosa insolita e sorprendente, semmai è che quegli enti pubblici rispondono allo stesso modo e con inopinata solerzia: dopo qualche giorno si hanno per iscritto tutte le risposte – adeguatamente dettagliate – alle richieste sottoposte, ovvero con una rapidità ed efficienza che altrove nemmeno via email si possono sperare. Anzi – aggiunse un altro dei conversanti: in Italia non solo a volte gli enti pubblici nemmeno ti rispondono, ma se provi ad inviare loro una lettera è già tanto se questa viene regolarmente consegnate dalle Poste! E, tutti insieme, si sono messi a ridere a siffatta affermazione sarcastica.
Affermazione, già, non battuta. Perché è vero, è questo che molto spesso accade in Italia – ne sono io stesso testimone quotidiano, ma ovviamente il principio della cosa è valido per tante altre circostanze – e la cosa realmente sconcertante è che, ormai, siamo ridotti a riderci sopra. Non ci arrabbiamo più, non sappiamo più indignarci per un servizio pubblico (o similmente tale) sempre più scadente, non ci facciamo ormai quasi più caso se qualcosa che dovrebbe funzionare in un certo modo va sempre peggio. Ormai rassegnati a che sia normale che qui l’inefficienza la faccia da padrone, che le cose non vadano quasi mai come dovrebbero andare e che nessuno o quasi di chi preposto al caso faccia qualcosa per risolvere tali situazioni, siamo arrivato al punto che non ci resta che ridere. Che viene più facile che piangere, certo, anche se alla fine il senso è lo stesso.
Anche questo, io credo, denota la mancanza di senso civico che ormai attanaglia il nostro paese. Non ci curiamo che le cose girino al meglio per tutti, al massimo ci importa che a noi non creino troppi problemi e magari ci incazziamo pure se invece ciò accade; per il resto, chissenefrega. Se un malfunzionamento, un’inefficienza, un disservizio va continuamente peggiorando, facciamo spallucce e guardiamo oltre: ci penseremo nel caso dovremo averci a che fare. Peccato che, così agendo, quel malfunzionamento, inefficienza o disservizio diventano cronici, e tale cronicità diviene normale.
Oggi, dunque, per tornare al caso citato in quella conversazione, è normale e risaputo che le Poste Italiane siano tra le meno efficienti d’Europa. E’ così, che ci dobbiamo fare? Amen!
Beh, forse che dovremmo incazzarci e pretendere invece che il servizio funzioni come deve funzionare, nel caso sia io che spedisco qualcosa o che sia chiunque altro? Non sarebbe finalmente il caso? In fondo, se funzionasse bene per altri lo farebbe anche per me e viceversa, no?
E’ proprio quel lassismo/menefreghismo direttamente derivato dalla mancanza di senso civico diffuso, lo ribadisco, che permette il degrado degli elementi funzionali della nostra società – concettuali e pratici: dalla teoria politica all’amministrazione pubblica pratica, per intenderci, e tutto quanto il resto di assimilabile. Ed è quel lassismo anticivico che più di ogni altra cosa è gradito dal sistema di potere a cui siamo sottoposti a permettere allo stesso di trasformarsi sempre più in un macro-soggetto antisociale al servizio di oligarchie e lobby, ovvero a trasformare ogni esigenza e bisogno della società tutta in un’esigenza, pretesa e tornaconto dei pochi che comandano.
Credo sia il caso (urgente!) di ribaltare questo atteggiamento assolutamente pericoloso. Il che poi significa essere cittadini consapevoli, comunità sociale attiva, individui civici nel senso più alto e ampio del termine. E’ questo, in fondo, l’impulso fondamentale grazie al quale una società può realmente progredire, in senso civico, politico, sociale, culturale. Altrimenti, saremo come i passeggeri a bordo di una nave governata da un equipaggio di mentecatti che sta colando a picco ma che, nonostante l’affondamento imminente, se la ridono delle barzellette raccontate dal capitano la sera prima.

Non tralasciate di scrivere il libro della vostra anima (Carl Gustav Jung dixit)

Vorrei suggerirvi di tenere traccia di tutto in un bel libro rilegato. Potreste avere l’impressione di banalizzare le vostre visioni ma sarà il modo per liberarvi dal loro potere e questa pratica finirà per diventare necessaria. Quando le visioni sono custodite in un libro prezioso è possibile sfogliarlo pagina dopo pagina: sarà la vostra chiesa, la vostra cattedrale, il luogo silenzioso in cui il vostro spirito si rinnoverà. Non date retta a chi vi dice che è un esercizio inconsistente o nevrotico: se ascoltate queste persone perderete l’anima. Perché quella che c’è nelle pagine del libro è la vostra anima.

(Carl Gustav Jung, citato in Maurizio Principato, John Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.261-262.)

JungAttenzione, non fraintendete: quello che Jung invita a fare non è ciò che forse crederete già di fare con la vostra attività sui social network, la quale potrebbe sembrare la versione contemporanea di quanto affermato dal grande psichiatra svizzero. No, in realtà è l’esatto opposto. E perché lo sia l’ho già spiegato – pur con differente contestualizzazione, qui tempo fa. In fondo – pensateci bene – oggi che tutti quanti stiamo a scrivere tutto (o quasi) di noi sui social, la nostra società ha sempre meno memoria collettiva, sempre meno capacità di ricordare. Non è un caso, io credo.