Educazione è rivoluzione.
Già.
Più il tempo passa, e più educazione, cortesia, garbo, senso civico, urbanità, coerenza, etica, consapevolezza culturale, onestà intellettuale, senno, divengono peculiarità rare, non ordinarie, anomale, perturbatrici, sovversive. Rivoluzionarie, insomma. Ergo pericolose. E, inutile rimarcarlo, sono (sarebbero) tutte cose assolutamente ovvie e ordinarie in un qualsiasi individuo d’una società realmente moderna e civile.
Invece no, sono cose pericolose. Pericolose in primis per chi vorrebbe, attraverso la loro estinzione, caratterizzare la gente comune in modo opposto così da creare caos sociale, cioè la condizione migliore affinché il potere possa prosperare, dominare e assoggettare tutto e tutti in modo sempre più assoluto.
Ma lo stesso principio vale anche su “piccola scala”. Per dire: essere educati, appunto, è azione rivoluzionaria anche nelle minime cose quotidiane, nei gesti più minuti di tutti i giorni che invece, sempre più spesso, sembrano già essi contraddistinti da maleducazione, egoismo, inciviltà, menefreghismo, ignoranza. Ugualmente rivoluzionari diventano così la cultura, la razionalità, il senso civico, la capacità di discernimento, eccetera.
Per tutto ciò, e ben più di tante altre cose, l’educazione può essere un’arma potente di rivoluzione, di rinnovamento sociale, di costruzione d’una rigenerata base culturale comune oltre che di vibrante protesta verso quel sistema di potere e di dominio che invece fa delle peculiarità opposte la propria cifra e la propria forza – inevitabilmente, dacché un sistema corrotto non può che nutrirsi della corruzione – culturale, sociologia, antropologica e ovviamente politica – della società su cui si poggia.
Bisogna rivoluzionare con l’educazione, dunque bisogna educare alla rivoluzione. Anche perché è forse l’unica, tra le “rivoluzioni”, a non rischiare di sovvertire sé stessa e degradarsi in involuzione, come accaduto a tanti altri moti apparentemente “rivoluzionari”. È pure l’unica che, probabilmente, si può facilmente realizzare: basta volerlo, singolarmente, senza aspettare che altri chiamino all’adunanza e/o all’azione.
Basta volerlo, già. È proprio questo che la rende così preziosa e, parimenti o forse più, così utopica. Purtroppo.
Categoria: (L.)
The Towner. Una (nuova, ma non “ennesima”) rivista da leggere
Sono un Homo Silvanus, l’ho scritto più volte, ma ciò non mi impedisce di considerare la città come l’ambito sociologico e antropologico (e non solo) per eccellenza della civiltà umana, e ancor più in tempi moderni e contemporanei – non è un caso infatti che vi abbia anche riflettuto sopra e poi scritto (in versi) con The City of Simulation | La Città della Simulazione.
Posto ciò, se già non conoscete The Towner vi dico di conoscerla quanto prima.
The Towner è una rivista online di città e cultura, appunto, fondata a Milano nel 2016.
La redazione di The Towner scrive romanzi, saggi e articoli di cultura contemporanea, dalla letteratura all’arte, dalla musica al cinema, dall’architettura alla storia, che ruotano intorno alla città contemporanea e alle sue realtà. La redazione di The Towner è itinerante: viaggia e prende appunti per strada, sulle panchine, in treno… appunti che poi potete leggere nel sito della rivista (cliccate sul logo lì sopra o sull’immagine della home page qui sotto e lo potrete visitare), oltre che sui vari social ove è presente.
Merita, ve l’assicuro. Anche se credete che la vostra “città ideale” sia un bosco, come il sottoscritto.
Perché domenica io ho votato (un post culturale, giammai “politico”!)
Premessa fondamentale: conservo ormai da molto tempo una pessima, pesssssima considerazione della “politica”, mentre nutro da sempre un’altissima stima della politica e del suo prezioso valore filosofico nonché pragmatico (cliccate sulle due parole per capire meglio cosa intendo dire.) Proprio in forza della definizione teorica, etimologica e pratica a cui fa riferimento la politica (la seconda che ho scritto), ho maturato col tempo la più totale disistima per la “politica” (la prima).
Per tali motivi non scriverò mai qui sul blog (né altrove, peraltro) di “politica”, mentre l’ho fatto più volte e lo farò ancora di politica. Il perché è molto semplice: la seconda è un elemento profondamente culturale, la prima è feccia. Né più né meno.
Bene. Posto ciò, vorrei dirvi che io domenica sono andato a votare, e l’ho fatto con la massima convinzione. Non l’ho fatto invece perché qualcuno mi ha convinto a farlo ovvero in forza di quelle istanze parecchio pretestuose oltre che idiote delle quali il referendum è stato sovraccaricato, da entrambe le parti. Il mio è stato un voto consapevole e assolutamente “politico” – nel senso originario del termine. Mica contro questo o quell’altro – il referendum non serve a ciò, e il fatto che venga creduto così è la dimostrazione di quanto degradato culturalmente sia il nostro paese, senza contare che quella dei partiti di oggi è tutto fuorché “politica” in quel suo senso originario e fondamentale – ma semplicemente perché, lo ribadisco ancora, è l’unica voce istituzionale che abbiamo a disposizione per esprimere il nostro parere. A differenza delle elezioni politiche, dove ormai siamo meramente costretti – sono costretti, quelli che ci vanno, verso i quali, sia chiaro, non ho nulla – ad avallare volontà, pretese e decisioni altrui, con relativi tornaconti. Una farsa bella e buona, che viene perpetrata solo perché, come sostiene (giustamente, secondo me) qualcuno, «se votare servisse davvero a qualcosa, non ce lo permetterebbero.»
D’altro canto, da “bravo” e ingenuo utopista, coltivo una concezione del mondo nella quale il potere politico per come oggi ce lo ritroviamo sopra le nostre teste nemmeno dovrebbe esistere – ovvero, alla maniera di Henry David Thoreau, “il governo migliore è quello che non governa affatto” – e non concepisco come una società avanzata quale la nostra potrebbe e dovrebbe essere considerata accetti di essere governata dalla pessima (sono magnanimo!) classe politica che sceglie di votare. Di contro, posto quanto appena asserito, il referendum popolare è invece lo strumento di espressione politica sostanziale dei liberi individui, quello che permette loro di fare “politica” autentica ovvero di partecipare attivamente all’arte di governare la città. Un diritto/dovere fondamentale, per qualsiasi persona dotata di buon senso civico.
Per tali motivi io voto e voterò sempre ai referendum, anche al più futile, mentre ben difficilmente esprimerò una preferenza a qualsivoglia voto politico che sia superiore al livello comunale – quello più direttamente correlato, nel concetto, a quanto ho scritto lì sopra. Anche se a volte, pure qui, il degrado nel baratro delle ipocrisie partitiche di parte mi dà abbastanza il voltastomaco.
Comunque, per quanto mi riguarda, ciò che conta del referendum (e non solo di questo – le considerazioni personali che state leggendo hanno valore generale e non particolare, spero lo abbiate capito) non è il risultato (in effetti hanno ragione quelli che sostengono che la cricca politica nostrana, tanto, fa ciò che più gli interessa, alla faccia della volontà popolare), e le tanto infime chiacchiere che stanno fiorendoci attorno. E’ che, degli 8 ultimi referendum, svolti, 7 non hanno raggiunto il quorum. Ovvero – diciamocela tutta – agli italiani da anni non frega nulla di poter esercitare una modalità di espressione del proprio pensiero su un tema pubblico e pur in presenza di un quesito del tutto opinabile nella forma e nella sostanza – e voglio sottolineare ciò per distinguere una volta ancora il referendum dal voto delle elezioni politiche, che di “cosa pubblica” ormai concerne solo nella mente dei più ingenui sognatori. Hanno buttato al vento una bella fetta di senso della democrazia, in parole povere. Forse proprio perché non sanno più cosa veramente voglia dire, “democrazia“.
Insomma: alla fine di tutto mi viene da riflettere, dunque, e pensare a quello che scrisse Sigmund Freud:
“Le folle non hanno mai provato il desiderio della verità. Chiedono solo illusioni, delle quali non possono fare a meno. Danno sempre la preferenza al surreale rispetto al reale; l’irreale agisce su di esse con la stessa forza che il reale. Hanno un’evidente tendenza a non distinguere l’uno dall’altro.“
Beh, aveva – anzi, ha ragione. Tutti noi altri – che ci si creda vincitori, vinti, indifferenti, menefreghisti o che altro – abbiamo torto.
P.S.: Inutile rimarcarlo – ma forse no e dunque ecco –, tali mie considerazioni non vogliono vantare alcuna pretesa d’assoluta verità. Rappresentano il personale pensiero, condivisibile quanto si vuole e opinabile altrettanto, e anche solo per questa peculiarità ogni altra posizione sul tema ha e avrà riconosciuti dallo scrivente la più assoluta considerazione e il massimo rispetto. Che noi italiani siam fin troppo manichei in tutto e nel contrario di tutto e forse, lo fossimo un po’ meno, ci creeremmo molti meno problemi!
(Radio) Alice, domenica 17 alle 20, è su Radio Città Fujiko!
Domenica 17, dalle ore 20 su Radio Città Fujiko, all’interno della trasmissione Please Kill Me, si parlerà di Radio Alice e del mio libro sulla sua avventura rivoluzionaria, Alice, la voce di chi non ha voce, pubblicato da Senso Inverso Edizioni. Negli studi dell’emittente non solo coetanea di Alice ma pure sodale di spirito, di ideali nonché di avventure radiofoniche e culturali, ci sarà Valerio Minnella – a buon diritto dacché ospite anche del libro, e personaggio a cui devo molto per la scrittura dello stesso.
E per chi non potrà ascoltare ma è di zona, ricordo di nuovo l’appuntamento (ci sarò anch’io stavolta) di giovedì 21 alle 21.00 da Modo Infoshop!
Prossimo appuntamento con (Radio) Alice: Bologna, giovedì 21 aprile, ore 21.00!
La prossima presentazione di Alice, la voce di chi non ha voce sarà particolarmente significativa… Perché sarò proprio a Bologna, la città di Radio Alice, e perché saremo ospitati – io, il libro e gli special guests – in una libreria (e non solo) che è tra i luoghi più belli e di culto della città: Modo Infoshop, in Via Mascarella n.24/b, a pochi passi da via Zamboni e dalla “Montagnola” – una zona di Bologna assolutamente emblematica degli anni della radio, ove accadde molto di ciò di cui disquisisco anche nel libro.
Alle ore 21.00 di giovedì 21 aprile ci saremo io e il libro, appunto, nonché Valerio Minnella, personaggio-chiave nella storia di Radio Alice e di quegli anni “rivoluzionari” bolognesi, e altri ospiti inevitabilmente legati all’emittente e alla sua fondamentale avventura, producendo per il pubblico che sarà presente parole, pensieri, riflessioni, contributi audio e video e quant’altro di (spero) ben illuminante di ciò che è stata ed è ancora oggi l’esperienza di Radio Alice.
Per qualsiasi altra informazione sulla serata, cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web di Modo Infoshop – sperando di incontrarci, giovedì 21, nei suoi locali!