Perché domenica io ho votato (un post culturale, giammai “politico”!)

scheda-referendum-trivelle1Premessa fondamentale: conservo ormai da molto tempo una pessima, pesssssima considerazione della “politica”, mentre nutro da sempre un’altissima stima della politica e del suo prezioso valore filosofico nonché pragmatico (cliccate sulle due parole per capire meglio cosa intendo dire.) Proprio in forza della definizione teorica, etimologica e pratica a cui fa riferimento la politica (la seconda che ho scritto), ho maturato col tempo la più totale disistima per la “politica” (la prima).
Per tali motivi non scriverò mai qui sul blog (né altrove, peraltro) di “politica”, mentre l’ho fatto più volte e lo farò ancora di politica. Il perché è molto semplice: la seconda è un elemento profondamente culturale, la prima è feccia. Né più né meno.

Bene. Posto ciò, vorrei dirvi che io domenica sono andato a votare, e l’ho fatto con la massima convinzione. Non l’ho fatto invece perché qualcuno mi ha convinto a farlo ovvero in forza di quelle istanze parecchio pretestuose oltre che idiote delle quali il referendum è stato sovraccaricato, da entrambe le parti. Il mio è stato un voto consapevole e assolutamente “politico” – nel senso originario del termine. Mica contro questo o quell’altro – il referendum non serve a ciò, e il fatto che venga creduto così è la dimostrazione di quanto degradato culturalmente sia il nostro paese, senza contare che quella dei partiti di oggi è tutto fuorché “politica” in quel suo senso originario e fondamentale – ma semplicemente perché, lo ribadisco ancora, è l’unica voce istituzionale che abbiamo a disposizione per esprimere il nostro parere. A differenza delle elezioni politiche, dove ormai siamo meramente costretti sono costretti, quelli che ci vanno, verso i quali, sia chiaro, non ho nulla – ad avallare volontà, pretese e decisioni altrui, con relativi tornaconti. Una farsa bella e buona, che viene perpetrata solo perché, come sostiene (giustamente, secondo me) qualcuno, «se votare servisse davvero a qualcosa, non ce lo permetterebbero.»
D’altro canto, da “bravo” e ingenuo utopista, coltivo una concezione del mondo nella quale il potere politico per come oggi ce lo ritroviamo sopra le nostre teste nemmeno dovrebbe esistere – ovvero, alla maniera di Henry David Thoreau, “il governo migliore è quello che non governa affatto” – e non concepisco come una società avanzata quale la nostra potrebbe e dovrebbe essere considerata accetti di essere governata dalla pessima (sono magnanimo!) classe politica che sceglie di votare. Di contro, posto quanto appena asserito, il referendum popolare è invece lo strumento di espressione politica sostanziale dei liberi individui, quello che permette loro di fare “politica” autentica ovvero di partecipare attivamente all’arte di governare la città. Un diritto/dovere fondamentale, per qualsiasi persona dotata di buon senso civico.
Per tali motivi io voto e voterò sempre ai referendum, anche al più futile, mentre ben difficilmente esprimerò una preferenza a qualsivoglia voto politico che sia superiore al livello comunale – quello più direttamente correlato, nel concetto, a quanto ho scritto lì sopra. Anche se a volte, pure qui, il degrado nel baratro delle ipocrisie partitiche di parte mi dà abbastanza il voltastomaco.

Comunque, per quanto mi riguarda, ciò che conta del referendum (e non solo di questo – le considerazioni personali che state leggendo hanno valore generale e non particolare, spero lo abbiate capito) non è il risultato (in effetti hanno ragione quelli che sostengono che la cricca politica nostrana, tanto, fa ciò che più gli interessa, alla faccia della volontà popolare), e le tanto infime chiacchiere che stanno fiorendoci attorno. E’ che, degli 8 ultimi referendum, svolti, 7 non hanno raggiunto il quorum. Ovvero – diciamocela tutta – agli italiani da anni non frega nulla di poter esercitare una modalità di espressione del proprio pensiero su un tema pubblico e pur in presenza di un quesito del tutto opinabile nella forma e nella sostanza – e voglio sottolineare ciò per distinguere una volta ancora il referendum dal voto delle elezioni politiche, che di “cosa pubblica” ormai concerne solo nella mente dei più ingenui sognatori. Hanno buttato al vento una bella fetta di senso della democrazia, in parole povere. Forse proprio perché non sanno più cosa veramente voglia dire, “democrazia“.

Insomma: alla fine di tutto mi viene da riflettere, dunque, e pensare a quello che scrisse Sigmund Freud:

Le folle non hanno mai provato il desiderio della verità. Chiedono solo illusioni, delle quali non possono fare a meno. Danno sempre la preferenza al surreale rispetto al reale; l’irreale agisce su di esse con la stessa forza che il reale. Hanno un’evidente tendenza a non distinguere l’uno dall’altro.

Beh, aveva – anzi, ha ragione. Tutti noi altri – che ci si creda vincitori, vinti, indifferenti, menefreghisti o che altro – abbiamo torto.

P.S.: Inutile rimarcarlo – ma forse no e dunque ecco –, tali mie considerazioni non vogliono vantare alcuna pretesa d’assoluta verità. Rappresentano il personale pensiero, condivisibile quanto si vuole e opinabile altrettanto, e anche solo per questa peculiarità ogni altra posizione sul tema ha e avrà riconosciuti dallo scrivente la più assoluta considerazione e il massimo rispetto. Che noi italiani siam fin troppo manichei in tutto e nel contrario di tutto e forse, lo fossimo un po’ meno, ci creeremmo molti meno problemi!

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