Le montagne sono il luogo perfetto per noi umani per creare un legame forte con la natura. Secondo il principio «se lo conosci vorrai anche proteggerlo», sfruttiamo numerosi approcci diversi per avvicinare gli appassionati di sport di montagna alla protezione dell’ambiente.
Al contrario delle città e dell’Altopiano, la natura e il paesaggio delle Alpi sono ancora intatti. Ci sono luoghi in cui il turismo è intensivo e in cui le montagne vengono banalizzate. Ma se ci si sposta con le proprie gambe in montagna, non si può fare a meno di realizzare quanto siamo piccoli e deboli in confronto. Proprio grazie a queste esperienze ho deciso anch’io di battermi per la protezione della natura e dell’ambiente.
Fondamentalmente bisogna essere umili lungo il percorso, non lasciare tracce del proprio passaggio, non essere arroganti e al contempo divertirsi. Inoltre: in qualità di visitatore, contribuire alla valorizzazione delle montagne acquistando prodotti locali. Oh, e non rivelate i segreti sui posti più belli sui social media!
[Philippe Wäger, geografo, responsabile del settore Ambiente presso il segretariato centrale del Club Alpino Svizzero, intervistato da “Tio.ch” il 10 gennaio 2025.]
Messa lì così sembra una mera battuta, in verità quello degli influencer che sul web postano foto e commenti riguardanti luoghi di montagna che poi vengono invasi dai loro followers è un problema oggettivo e comune a tutti i territori turistici (non solo montani, ovviamente) che in Svizzera viene spesso analizzato dai media. Ad esempio, un articolo del luglio 2024 pubblicato su “Swissinfo.ch” dal titolo Turismo di massa improvviso: le strategie svizzere contro “l’effetto influencer”, dopo aver citato alcuni casi di “influencer” i cui contenuti social hanno generato sovraffollamenti turistici nei luoghi interessati propone tra gli altri questo possibile “rimedio”:
I diversi uffici turistici elvetici cercano di limitare i disagi con tecniche che potremmo definire “chiodo scaccia chiodo”: ingaggiando, cioè, influencer che promuovano regioni meno conosciute e che potrebbero trarre numerosi vantaggi dal turismo, riducendo così la pressione sui “best seller”, che ormai non hanno nemmeno più bisogno di pubblicità.
Una buona idea innanzi tutto per togliere pressione turistica a zone già troppo affollate e permettere la scoperta di altre località parimenti belle ma per vari motivi poco o nulla considerate dal marketing del turismo? Oppure un boomerang che rischia soltanto di ritorcersi contro chi lo “lancia” e di spostare se non moltiplicare il problema generando disagi e danni da overtourism anche in luoghi che fino a oggi ne erano rimasti pressoché immuni?
Sempre di più si insiste nel vedere la montagna come un contesto assai pericoloso, pieno di situazioni potenzialmente dannose. Parallelamente si persevera con una comunicazione dissennata infarcita di “adrenalina” e “mozzafiato”. Un corto circuito che non aiuta a far comprendere che frequentare la montagna significa accogliere l’elemento di rischio presente, accanto di tanti altri aspetti decisamente positivi, utili alla crescita di ciascuno.
C’è un disperato bisogno di conoscere il rischio, non di eliminarlo! Ogni metro della montagna presenta situazioni di opportunità e di rischio, ed è solo il nostro accostamento alla realtà che indirizza l’attitudine a decifrarla come buona o cattiva, salutare o nociva.
Attraversare il rischio significa sviluppare atteggiamenti, abilità, conoscenza e relazione con gli spazi attraversati. Pretendere di eliminarlo, significa ridurre la montagna ad un asettico luna park, da visitare passivi e “sicuri” […]
È sempre interessante e illuminante leggere Michele Comi – qui in alcuni passaggi tratti da La montagna schiacciata tra sicurezza e adrenalina, articolo pubblicato su “Montagna.tv” il 14 gennaio 2025 – nella sua costante e appassionata (nonché quanto mai necessaria) opera di riconnessione con l’ambiente montano nella quale, da guida alpina e educatore/divulgatore sui temi legati alla frequentazione consapevole delle montagne, si spende da tempo. Un impegno riconosciuto dal conferimento del Premio Marcello Meroni per la cultura nel 2023, per come (si legge nella motivazione della giuria) «Il suo “essere/fare la guida” diventa per chi lo affianca un processo di riattivazione di un’intimità fisica con le montagne atto a risvegliare il personale istinto selvatico dimenticato, l’unico capace di far cogliere più informazioni e di far comprendere in profondità un territorio così speciale e unico come quello montano».
Seppur, mi viene da pensare (e da sperare, anche), il più importante riconoscimento alla sua opera è proprio da ricercare nel comportamento e nella consapevolezza di chiunque, seguendo i suoi consigli, frequenta e frequenterà le montagne «riacquistando una visione più equilibrata, eliminare l’ansia di controllo di ogni spazio naturale e scartare le baggianate da superuomini in grado di fare tutto a patto d’essere doverosamente attrezzati», come scrive Michele. In fondo questo è il modo con il quale rendere l’esperienza in quota la più bella, piena e appagante possibile, ma anche quello che fa delle montagne un luogo altrettanto bello e più affascinante di altri. Perché, appunto, le montagne non sono dei luna park, che alla fine sono tutti uguali e dopo un po’ inevitabilmente stancano.
Forse avrete già letto degli “Spectaculars”, le installazioni dei cinque cerchi olimpici che sono e saranno installate nei territori le cui località ospiteranno le gare delle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. E se ne avrete letto, saprete delle polemiche che hanno accompagnato le installazioni lombarde e in particolar modo quella destinata alla Valtellina, che costerà 451.535,52 Euro di soldi pubblici (dei quali 73.235 Euro per il solo progetto di installazione) derivanti dai canoni di concessione idroelettrica su delibera di Regione Lombardia. Ha trattato la questione nel dettaglio l’amico Angelo Costanzo del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio, qui su Facebook e anche qui.
Ora torno sulla questione per rimarcarne un aspetto che si potrebbe ritenere secondario ma forse lo è solo apparentemente, mentre in realtà risulta a sua volta parecchio significativo circa la qualità dell’operazione in sé e del modus operandi olimpico in generale.
Scorrendo il testo della delibera regionale (N° XII/3489, seduta del 25/11/2024, scheda C 36/45 “Spectaculars – Realizzazione e installazione dei Cinque Cerchi Olimpici alle porte della Valtellina”) si legge:
Gli “Spectaculars” costituiscono un efficace strumento di promozione turistica e di valorizzazione del territorio a livello internazionale, in grado di generare entusiasmo e attesa per l’Evento.
Dunque viene da pensare: be’, «un efficace strumento di promozione turistica e di valorizzazione del territorio a livello internazionale», un costo di quasi mezzo milione di Euro, un nome così altisonante… sarà sicuramente un’installazione spettacolare – appunto – e fighissima, magari l’opera di un artista o un designer rinomato!
Eccola qui, nel giorno della presentazione a Milano, il 6 febbraio 2024:
[Immagine tratta da www.adcgroup.it.]Qui sotto una di quelle trentine, installata il 9 dicembre scorso a Tesero:
Già, quasi mezzo milione di Euro di soldi pubblici per ‘sta roba, che magari a qualcuno farà subito pensare a lui che proferisce quella celeberrima affermazione su La corazzata Potëmkin:
Forse, sbaglierò, ma mi sa se avessero commissionato il progetto dell’installazione a un bambino di otto anni, il CONI o la Giunta Regionale lombarda avrebbero avuto un’opera molto più bella e se la sarebbero cavata con un compenso ben più modesto in videogiochi o in dolciumi, destinando quei 451mila e rotti Euro a cose più utili al territorio valtellinese e alla sua gente. Che dite?
[Foto di Erich Wirz da Pixabay.]Qualche giorno ho proposto agli amici che leggono le mie cose sul web di citarmi il nome di un personaggio al quale per primo si pensa in mente a sentire la parola «montagna». Una figura che per ciò che è stato o è, ha fatto, ha detto, ha rappresentato, vi si possa identificare un’idea compiuta di montagna. Una sorta di “primo ambasciatore” delle terre altre, per così dire, o colui che meglio di altri potrebbe aver dato o dare forma, mente e anima al loro Genius Loci.
Innanzi tutto grazie di cuore a chi è stato al gioco – perché di ciò si trattava, non certo di un sondaggio con pretese demoscopiche ma più una “chiacchierata” tra amici: anche se le risposte, ben 150 (spero di non averne persa qualcuna!), formano un quadro sì giocoso ma comunque parecchio significativo. Le ho raccolte nell’istogramma che vedete qui sotto (cliccateci sopra per ingrandirlo) ordinandole alfabeticamente (nome-cognome) e non per quantità di citazioni, proprie perché non c’era alcuno scopo di comporre graduatorie di preferenza. Anche se la proposta iniziale era di indicare un solo nome di personaggi reali, ho inserito tutti quelli citati, anche quelli più “bizzarri”: perché ogni vostra risposta ha valore e in effetti risulta variamente interessante e significativa. Grazie ancora per averle espresse!
Posto ciò, potete liberamente ricavare dalle risposte ottenute le vostre considerazioni, mentre io qui ne rimarco alcune personali: se per molti versi la quantità di citazioni per Walter Bonatti poteva essere prevedibile, trovo significativo che il secondo personaggio più citato sia stato Mario Rigoni Stern (ribadisco, non importano il numero di voti o lo scarto): il primo una figura che incarna soprattutto la dimensione alpinistica e esplorativa della montagna, il secondo invece principalmente quella culturale e umana, i due ambiti fondamentali attraversi i quali l’uomo ha vissuto le montagne dai secoli scorsi fino al presente, seppur sia Bonatti che Rigoni Stern hanno poi elaborato il proprio legame con i monti anche in altri modi – così come hanno fatto ulteriori personaggi citati, conosciuti soprattutto come alpinisti ma la cui relazione con le montagne non si è manifestata solo attraverso la conquista delle vette e la sfida alle loro verticalità (Reinhold Messner, per dirne un altro tra i più citati).
Ugualmente interessanti sono le numerose citazioni a personaggi che invece poco o nulla si legano all’alpinismo così come quelle a figure familiari, mentre inesorabilmente poche sono le donne citate: se l’alpinismo si è spesso contraddistinto per la propria dimensione patriarcale, nella quale la frequentazione femminile delle vette spesso era ritenuta sconveniente, non solo la sua storia è ricca fin dall’inizio di grandi alpiniste ma in fondo è la montagna nei suoi tanti aspetti quotidiani a essere stata spesso “governata” dalle donne senza che ciò venisse loro adeguatamente riconosciuto. Così come oggi non esiste più un alpinismo “maschile” e uno “femminile” ma l’alpinismo e basta, credo che il Genius Loci montano non abbia genere. Che poi, a ben vedere, «montagna» è un sostantivo femminile che deriva dal latino mons mōntis, «monte», il quale è un sostantivo maschile, dunque: pari e patta!
Questo post è un off-topic rispetto ai temi che abitualmente tratto qui nel blog, e contiene alcune riflessioni personali su cose accadutemi di recente verso le quali ovviamente non ho la supponenza di credere che possano interessare chi le legge: se sì mi fa piacere, se no fa nulla, più che altro le appunto per me stesso, al fine di farne meglio decantare ciò di cui raccontano e, magari, coglierne un portato più ampio. Magari si tratta solo di banali corbellerie, ma spero di no.
Il titolo, intuirete, viene dal quasi omonimo romanzo di Peter Cameron, spiegherò poi perché.
Infine, il testo è un po’ lungo e me ne scuso. Se vi annoia siete autorizzati ad abbandonarlo senza problemi.
[Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay.]Il periodo di festività di fine anno appena passato è stato piuttosto tribolato per me: colpa di un incidente neuromotorio, niente di troppo grave ma estremamente doloroso, abbastanza da passare le notti e le giornate di Natale e Santo Stefano tra pronto soccorso ospedaliero, ambulanze e guardie mediche per cercare di sedare il dolore e gli effetti conseguenti, fino a che – dopo altri che hanno fallito – un potente farmaco intramuscolare ha quanto meno raggiunto tale scopo.
Tutto qui. Ribadisco: niente di che, c’è di ben peggio. Infatti non è questo il punto. Ovvero non lo è stato l’incidente occorsomi e quel dolore così inopinatamente forte (ho in curriculum una bella lista di fratture sportive, un po’ di esperienza al riguardo me la sono fatta!) che mi ha imposto di correre al pronto soccorso del più vicino ospedale alle tre della notte di Natale per tentare di farmelo lenire.
Semmai è stato il senso che di quel dolore ho còlto, ciò che lo rende esperienza tra le più intense che si possano vivere, l’ascolto meditato delle sensazioni e delle percezioni che sentivo in me nel mentre che tentavo di resistervi. Lo scopo di esso, se così posso dire e per come me lo sono chiesto in quei momenti: cioè se uno scopo potesse e possa esserci, si possa trovare o si debba in qualche modo trovare, anche per una condizione di così percepito disagio psicofisico, peraltro vissuto nel mezzo di altri disagi – presso un pronto soccorso ospedaliero e proprio durante la notte di Natale – ciascuno dei quali unico e singolare al netto della loro gravità, condivisi soltanto nella loro manifestazione sincrona.
Dico una banalità: salvo rari e fortunati casi, il mondo nel quale oggi viviamo ci porta a condurre una vita parecchio convulsa, frenetica, a volte nevrotica, spesso stressante, che tuttavia affrontiamo senza pensarci troppo: perché «va così», abbiamo tante cose da fare, impegni da sostenere, forse obiettivi da raggiungere, dunque la strategia di fondo che gioco forza scegliamo al riguardo è quella di ottimizzare il più possibile tutto – azioni, tempi, movimenti, spazi, attese, riposi… – di contro cercando similmente di evitare qualsiasi ostacolo, impedimento, difficoltà, fastidio che rischierebbe di guastare il tentativo di ottimizzazione della quotidianità. A questo atteggiamento siamo portati anche dal modus vivendi comune e dagli immaginari sui quali si conforma, che per quanto sopra tendono a renderci più sensibili alle cose leggere e spensierate – ergo spensieranti – invece di quelle più infastidenti e opprimenti: è legittimo e naturale, ci mancherebbe, almeno fino a che il naturale desiderio di spensieratezza non diventi una condotta troppo superficiale e stupida. Tra mille problemi piccoli e grandi da affrontare quotidianamente, e per meglio sopportare l’impegno relativo oltre che bilanciarlo, è ovvio che si provi tutti quanti a restare sereni e contenti in ogni modo possibile e senza pensare troppo al come.
Posto ciò, il dolore è uno degli “ostacoli” che più di altri, forse più di tutti, cerchiamo in ogni modo di scansare, Il dolore autentico, intendo dire, la cui forma può essere diversa (dolore fisico, morale, emotivo, spirituale…) ma la sostanza è la stessa: una delle condizioni fondamentali della natura vivente senziente per come si fa esperienza multidimensionale di valore unico, singolare e specifico; nulla a che vedere dunque con certo altro “dolore”, presunto tale, in realtà un artefatto psicologico e culturale totalmente avulso dalla sfera psico-fisica che alla fine si fa manifestazione di miseria umana egoriferita (i «dolori di lusso, che recano lustro a chi li sopporta», come diceva Longanesi) oltre che un meccanismo di finzione e propaganda socioculturale sempre più adattato alla comunicazione massmediatica. No, io parlo del dolore che nel momento in cui si fa percezione concreta che supera ogni altra sia nel corpo che nella mente, subito ci pone a vacillare sull’orlo di un abisso la cui profondità non sappiamo valutare ma comunque ci sembra incommensurabile.
Siamo in otto miliardi di persone, al mondo, ci sono almeno otto miliardi di dolori – piccoli, grandi, intensi, leggeri, profondi, vaghi… non conta: l’esperienza del dolore è sempre singolare, come ho già detto, e da che ci stiamo, al mondo, il nostro atteggiamento verso il dolore si è sempre manifestato in due modi sostanziali, lo racconta bene la storia della filosofia: cercare di spiegarsi il dolore come esperienza e tentare di combatterlo e superarlo – in vari modi, anche stoicamente. Io, in quelle giornate natalizie a cui ho fatto cenno, ho vissuto il mio personale dolore e nel mentre stavo al pronto soccorso in attesa che il personale medico facesse qualcosa per alleviarmi la sofferenza (poca o tanta che fosse, in quei momenti era insopportabile, appunto), vedevo altre persone con i loro personali dolori ma senza che da ciò ne ricavassi alcuna forma di compassione. Non sentivo alcuna condivisione di stato, di esperienza, dunque alcun sollievo, anzi; di contro, osservavo e pensavo se anche quelle persone come me stessero cercando di capire cosa stesse succedendo, se ci fosse un senso al loro dolore, se lo stessero già metabolizzando in esperienza singolare oppure, viceversa, se attraverso la sofferenza patita (più o meno grande fosse: ripeto, non è questo il punto) cercassero di scacciare via qualsiasi sedimentazione possibile del loro dolore, da quella fisica a quella psicologica, morale, emotiva, così sperando solo di uscirne al più presto e dimenticare altrettanto rapidamente, proprio in forza dell’aura negativa che il concetto di “dolore” assume nell’immaginario comune oltre che per la vivida e spiacevole sensazione di qualcosa che non vada nel proprio corpo – la causa del dolore, l’ostacolo imprevisto da superare alla svelta.
Vengo al punto di queste mie riflessioni. Quella notte di Natale – proprio la notte di Natale! – al pronto soccorso, mentre nell’attesa del triage mi contorcevo per cercare di alleviare la sofferenza (a stare in piedi mi faceva male, a stare seduto peggio e non osavo chiedere di stendermi su una delle barelle lì presenti; intorno a me, qualche solito tossico, una tenera vecchietta in età parecchio avanzata con dolori allo stomaco e figli al seguito, una ragazza con una ferita sulla fronte, un ragazzo non vedente che nell’attesa si era addormentato su una delle sedie della sala d’aspetto, una signora in attesa di qualcuno evidentemente già in assistenza) ho cominciato a chiedermi non tanto se quel dolore avesse un senso (culturalmente si tende a credere che non lo possa avere, in forza di ciò di negativo che provoca) ma quale potesse essere, ammettendo da subito che ne avesse uno, e dunque quale scopo potessi identificarvi nei riguardi di me stesso, ugualmente accettando senza alcun dubbio che uno scopo possa e debba avere, in quanto condizione fondamentale dell’esistenza vitale tanto più di una creatura intelligente e senziente quale è l’animale-uomo, capace di trarne un’esperienza altrettanto fondamentale.
Ecco, se pur è comprensibile e legittimo pensare di evitare prima e poi nel caso di combattere il dolore, ho pensato che è una cosa sostanzialmente inutile farlo. Per meglio dire: ho pensato che il dolore è una eventualità necessaria. In parole povere, che si debba provare il dolore, ogni tanto, che lo si debba affrontare non passivamente ma nemmeno stoicamente oppure cercando sollievi meramente materiali evitando di comprendere la situazione di sofferenza dentro se stessi. Insomma, che “serva” il dolore e, nel momento in cui tocca viverlo e sopportarlo, che sia necessario comprenderlo nel contesto della propria esperienza personale in quel momento di sofferenza e ancor più appena dopo, dagli istanti successivi. Cercare di evitarlo è un atteggiamento naturale e comprensibile, pensare di evitarlo è stupido, tentare di alleviarlo senza farne decantare il senso esperienziale nella propria mente, nell’animo e nello spirito è misero oltre che sterile. Un’occasione persa – d’altro canto inevitabile prima o poi – per accrescere la consapevolezza verso se stessi e la propria vita. Vita che, se per ipotesi assurda, fosse talmente fortunata da non proporre mai alcun dolore o sofferenza sarebbe certamente confortevole ma più povera da vivere e molto meno dotata di senso.
Quindi, ho pensato un’altra cosa: che è altrettanto necessario ammettere e così comprendere quanta grande forza ci può essere nell’inesorabile fragilità che il dolore e la sofferenza conseguente rendono palesi in noi, soggetti che spesso e volentieri ci crediamo (perché ci piace e serve crederci) così forti, sicuri di noi, inattaccabili, eppure alla fine tanto timorosi di dover affrontare nel corso delle nostre vite cose spiacevoli come il dolore autentico o un altro di quegli ostacoli a cui ho fatto cenno prima. Proprio perché l’esperienza del dolore palesa la nostra fragilità, bisogna produrre da essa la consapevolezza di dover elaborare la forza necessaria a equilibrare tale fragilità. Che è, una condizione inevitabile, quindi da vivere, non da ignorare o negare oppure pensare di contrastare.
In altre parole, ho pensato che è necessario saper ricavare dalla riflessione e dal tentativo di comprensione e assimilazione del senso e dello scopo del dolore patito un proprio personale ethos, un carattere, una disposizione, specifica della circostanza e del momento ma al contempo unanime a quella condotta vitale consapevole che dovrebbe guidare qualsiasi buon individuo – ovvero chi voglia essere tale, per se stesso e per il contesto nel quale vive – nel proprio tempo al mondo. E quindi da questa “ethos” elaborare una ethikos, una “nozione culturale” (vorrei dire prima “filosofica” ma mi sembra fin troppo, in forza del suo naturale e necessario pragmatismo) che possa farsi subitamente ingrediente importante di vita e di esistenza quotidiana, alimentandone da quel momento in poi il senso e la sostanza concreta, sia materiale (nelle azioni quotidiane) che immateriale (nel pensiero alla base delle azioni quotidiane).
Il dolore, quando ci si trova a doverlo affrontare – e prima o poi succede, ripeto – è un’esperienza talmente profonda che non posso non pensare sia e debba essere utile. Non posso credere che, in un modo o nell’altro e al netto della sofferenza e di ogni altro suo portato fisico, il suo senso possa farsi scopo e elemento a me utile per cercare di diventare una persona “migliore” o, quanto meno, più umanamente strutturata di prima, per così dire. Dunque il punto non è tanto nel “superare” il dolore patito – in qualche modo questo accade naturalmente, col tempo – e ovviamente nemmeno nel farne una condizione stoicamente cronica (sarebbe solo un tentativo puerile e degradante di alleviarlo) magari condivisa con altri, ma farne scopo, significato, nozione e quindi esperienza sensibile nel senso più alto, ampio e compiuto di tale definizione. Qualcosa che diventa parte integrante della mia esistenza, vi si deposita e matura, riverberandosi in me stesso, nelle mie azioni personali e, in modo profondamente empatico, nella relazione con il mondo nel quale vivo e con ogni cosa che contiene. Credo che «l’esperienza del dolore che sta nella circolarità tra danno e senso» (Natoli) deve elaborarsi in nuova, per certi versi inopinata, empatia relazionale per me stesso e da me stesso verso il mondo. Il che in fondo rappresenta, a mio modo di vedere, l’unico aspetto di “condivisione” possibile dell’esperienza del dolore che d’altro canto, come detto, in quanto tale resta sempre e comunque singolare e soggettiva, unica, speciale.
Ecco perché un giorno – anzi no, da subito quel dolore patito nei recenti giorni festivi mi è e mi sarà utile. Nei momenti che vi ho descritto il titolo del libro di Peter Cameron, che non ho mai letto, mi si è acceso in mente e da allora pulsa come una scritta al neon la cui luce chiara e calda si riverbera intorno, illuminando i pensieri e spargendosi fin giù nell’animo e nello spirito. Da qui viene la scelta del titolo per le riflessioni che, forse, avete letto.
Questo è quanto volevo (dovevo) mettere nero su bianco.
Grazie di cuore a chiunque leggendo sia giunto fino qui, alla fine.