Il disobbediente civile. Vita e opere di Henry David Thoreau

ryan_thoreauCome già fatto in altre simili occasioni, propongo qui i materiali documentali utilizzati per la puntata di RADIO THULE del 18 maggio scorso dedicata a Henry David Thoreau (QUI il podcast).
Tra i personaggi che hanno maggiormente influenzato la parte migliore del pensiero e della società contemporanei senza tuttavia essere noti come meriterebbero al grande pubblico, bisogna senza dubbio annoverare Thoreau. Filosofo, scrittore, poeta, intellettuale dal pensiero avanzatissimo e sovente rivoluzionario, capace di influenzare artisti, pensatori, attivisti politici, persino rock band contemporanee: è grazie a lui se oggi sappiamo maturare un equilibrio armonioso tra società umana e ambiente naturale nonché, e soprattutto, se possiamo concepire l’importanza dei diritti e delle libertà individuali nonché la loro difesa allorquando il potere politico diviene antidemocratico e oppressivo. Un personaggio fondamentale, insomma, oggi e nel prossimo futuro forse più che in passato.

Henry David Thoreau
A cura di Roberta Musolesi

Henry David Thoreau nacque a Concord, nel Massachusetts, nel 1817. Si laureò ad Harvard nel 1837 e in seguito ai suoi studi sviluppò un forte interesse nei confronti della poesie greca e romana, della filosofia orientale e della botanica. Nutrì grande interesse ed amore nei confronti della natura e dedicò molte delle sue giornate ad esplorare i boschi e a raccogliere informazioni dettagliate su piante ed animali. Fu seguace di R. W. Emerson e fu una delle figure di spicco del movimento trascendentalista. Henry Thoreau fu sicuramente il primo pensatore a rendere evidente il contrasto tra la piena realizzazione di ogni individuo e una società tecnologicamente organizzata. Precursore di tutti gli americani che prima e dopo l’era hippy hanno fatto ritorno alla natura opponendo un’economia della frugalità al consumismo forsennato, mezzo secolo prima di Jack London egli avvertì il richiamo della foresta e nella primavera del 1845 si recò sulle rive del lago di Walden, a Concord, nel Massachusetts. Usando un’ascia presa a prestito abbatté alcuni pini bianchi per ricavarne legname con cui costruirsi un’austera dimora nella quale avrebbe vissuto per due anni, due mesi e due giorni. Si insediò stabilmente nella nuova casa il 4 luglio e la scelta della data, il giorno della Dichiarazione d’Indipendenza, non fu casuale in quanto, con l’abbandono della civiltà e della vita sociale organizzata, realizzava quella che era effettivamente la sua massima aspirazione: divenire indipendente. L’esperienza del lago Walden ispirò la scrittura di Walden, ovvero La vita nei boschi (1854), un’opera a metà strada tra il saggio filosofico e il diario che oggi viene unanimemente considerata tra i classici della letteratura americana. Malgrado abbia trascorso una buon parte della sua esistenza in solitudine, Thoreau fu un attento osservatore, conoscitore e critico della società americana a lui contemporanea e dedicò numerosi scritti a svariati problemi sociali, primo fra tutti quello della schiavitù. Insieme al Walden, lo scritto più famoso è infatti senza dubbio Disobbedienza civile, un opuscolo pubblicato nel 1849 nel quale viene teorizzata l’idea dell’opposizione non violenta che tanto seguito avrebbe avuto nel secolo successivo. Morì alle nove di mattina del 6 maggio 1862, di tubercolosi, dopo circa un anno di sofferenze fisiche. Sentendosi avvicinare la fine, consolò la madre, la sorella e gli amici con queste parole:
È meglio che le cose finiscano… Sì, questo è un bel mondo, ma fra poco ne vedrò uno ancor più bello“.
Alla zia, che gli chiedeva se si era messo in pace con Dio, rispose:
Non mi sembra di averci mai litigato“.
Rifiutò ogni “religiosità” fino alla fine, sentendosi perfettamente in pace con se stesso e con l’infinito e quando, sul letto di morte, qualcuno gli domandò se già poteva vedere “l’altra sponda” rispose: “Un mondo alla volta!“. Tra le sue opere postume bisogna ricordare Le escursioni (1863), I boschi del Maine (1864), e Un americano in Canada. Scritti antischiavisti e riformatori (1866).

Gli Stati Uniti d’America tra il 1790 e il 1850: contesto storico e culturale

Tra il 1861 e il 1865, il processo di espansione verso occidente, l’aggravarsi del problema della schiavitù e del differente sviluppo tra regioni del nord e del sud condussero gli stati nordamericani alla guerra civile. Dal punto di vista dell’ indipendenza culturale dall’Inghilterra, non si resero evidenti in questo periodo particolari progressi: la lingua parlata era l’inglese, i libri inglesi, pubblicati dagli editori nordamericani in assenza di leggi protettive, inondavano il mercato e gli scrittori britannici romantici (W. Scott, Coleridge, Wordsworth) esercitavano un fortissimo condizionamento su tutta la letteratura. Nella prima metà del XIX secolo tuttavia, nell’ambito della produzione poetica e narrativa, si giunse alla definizione di elementi caratteristici ed autonomi se non rispetto ai modelli anglosassoni, almeno rispetto ai prodotti specifici. Su questa linea si collocarono Charles B. Brown, Washington Irving, James F. Cooper, e soprattutto Edgar A. Poe. Il primo a tentare la creazione di una nuova letteratura che rispecchiasse gli orizzonti fisici e le atmosfere psicologiche del Nuovo Mondo fu proprio Charles B. Brown che riprese i moduli e i meccanismi narrativi del romanzo nero inglese e diede inizio, in questo senso, ad una tradizione specificamente nordamericana. Nell’ambito della poesia, il maggior esponente, nel periodo a cavallo degli anni della guerra civile, fu Walt Whitman. Tra il 1850 e il 1855 la produzione letteraria negli Stati Uniti raggiunse un ottimo livello. Gli autori, provenienti in gran parte dal New England e dallo stato di New York, esprimevano speranza ed angoscia, desiderio di affermazione del nuovo e dubbi tormentati nei confronti delle origini. I temi  affrontati facevano riferimento al rapporto tra gli abitanti nordamericani e la loro terra continentale, ai problemi della natura e della sopravvivenza fisica, dello stato selvaggio e della civilizzazione. A partire dal rigorismo calvinista del Settecento, che vedeva dappertutto segni di Dio, si sviluppò nell’Ottocento l’unitarianismo, un movimento che credeva in un Dio benevolo e favorevole a lasciare l’uomo libero di fare affidamento sulle proprie facoltà interpretative e la cui idea centrale era rappresentata dalla dottrina dell’apertura mentale, in virtù della quale tale movimento perseguì un progressivo, ma radicale affrancamento dall’atteggiamento religioso tradizionale.
Da questo movimento nacque il trascendentalismo, che propugnò l’abolizione della religione puramente formale e riconobbe la possibilità del singolo, lasciato  nella solitudine delle proprie percezioni, di raggiungere e conquistare un più alto senso della natura.

Il trascendentalismo

Il trascendentalismo è un movimento filosofico e poetico, sviluppatosi nel Nord America nei primi decenni dell’Ottocento, nel quale, partendo dall’affermazione di trascendentale kantiano come unica realtà, si esprimeva una reazione al razionalismo e un’esaltazione dell’individuo nei rapporti con la natura e la società; motivi che in definitiva possono ricondursi all’ideologia romantica, anche se il trascendentalismo si poneva come vigorosa affermazione dell’originalità della cultura americana nei confronti di quella europea.
I maggiori rappresentanti della cultura e della filosofia del trascendentalismo sono Ralph Waldo Emerson (1803-1882), Nathaniel Hawthorne e Henry David Thoreau. La lettura di Emerson influì su Friedrich Nietzsche e questo è stato il tramite con cui il trascendentalismo si è riversato nella cultura europea. D’altra parte, su Emerson ebbe larghissima influenza l’opera del pensatore scozzese Thomas Carlyle, il quale (soprattutto con il suo Sartor Resartus, pubblicato per la prima volta in volume negli Stati Uniti proprio a cura di Emerson) ebbe la funzione di mediatore tra la letteratura tedesca (Fichte e Goethe innanzitutto) e il pensatore americano.
Altri trascendentalisti furono Margaret Fuller, John Muir, Amos Bronson Alcott, Louisa May Alcott, Walt Whitman, Emily Dickinson, George Ripley, William Ellery Channing, Charles Timothy Brooks, Orestes Brownson, William Ellery Channing, William Henry Channing, James Freeman Clarke, Christopher Pearse Cranch, John Sullivan Dwight, Convers Francis, William Henry Furness, Frederic Henry Hedge, Sylvester Judd, Theodore Parker, Elizabeth Palmer Peabody, Thomas Treadwell Stone e Jones Very.
Edgar Allan Poe cita i trascendentalisti nel racconto Non bisogna scommettere la testa con il diavolo, all’interno del quale svolge una vicenda che egli stesso definisce “morale” in ossequio ai suoi critici trascendentalisti che lo accusavano di immoralità. Tra gli autori citati da E. A. Poe vi sono Carlyle ed Emerson.

Il pensiero di Thoreau

Thoreau si inserisce a pieno titolo nel ristretto ambito di artisti e scrittori protagonisti del cosiddetto “Rinascimento americano”. Ma, a differenza degli altri esponenti di questa “corrente”, i già citati  R.W. Emerson, W. Withman, N. Hawthorne ed H. Melville, Thoreau fece della sua “coerenza” una vera e propria poetica se non una filosofia di vita. Egli rifiutò una accezione della filosofia di carattere puramente intellettualistico, anche se il suo pensiero si andò organizzando intorno ad alcune idee chiave, in particolare:
– scrivere dando voce alla natura e alla storia che in essa si incide;
– scrivere come gesto vivo;
– scrivere come vigoroso atto d’amore verso la realtà e come espressione di una totale esigenza di realtà,
e su questi principi verrà costruita, nei decenni successivi, una parte considerevole della moderna letteratura americana.
Tacciato di un certo egocentrismo venato di aristocratico disprezzo, Thoreau, in realtà, soprattutto in Walden (o Vita nei boschi), cercò di proporre uno stile di vita che presupponeva drastici interventi, in forza dei quali chiunque, al termine della propria esistenza, avrebbe raggiunto la consapevolezza di non aver sprecato la propria vita. La “ricetta” di Thoreau presupponeva la disponibilità del singolo a vivere con saggezza per affrontare solo i fatti essenziali della vita, a vivere felicemente in modo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, e a ridurre la vita stessa ai suoi termini più semplici. Thoreau lanciava questi forti messaggi, che risultavano quindi essere fortemente provocatori, nel bel mezzo dell’ascesa tecnologico-consumistica degli Stati Uniti e dell’emergere del tipico “way of life”  americano, di cui egli fu forse uno tra i primi e più decisi critici. L’isolamento in cui condusse la maggior parte della sua esistenza gli consentì di sviluppare un discorso in chiave ampiamente introspettiva e di approfondire idee e concetti che sono divenuti punto di riferimento ideale per generazioni di ecologisti, pacifisti ed anticonformisti che al “credo” del filosofo, alla sua prosa sonora e talvolta enfatica, hanno riconosciuto la dignità di una formale promessa di riscatto. A questa particolare figura di intellettuale impegnato viene pertanto riconosciuta una modernità ed un’attualità che i suoi contemporanei non potevano percepire per obiettivi motivi di prospettiva storica. Quella di  Thoreau è una personalità originale ed estrosa, caratteri che si rispecchiano nella sua ampia produzione letteraria, in cui, come filo conduttore comune, Thoreau invita i suoi lettori con i toni profetici a contrapporre alla macchina della civiltà l’ascolto e la cura della propria dimensione interiore e a celebrare  un matrimonio con la natura fondato sull’allargamento della visione del mondo e delle prospettive e non sul possesso. Percorse le contee americane tenendo veri e propri sermoni laici che nel loro insieme costituiscono un vero e proprio classico del pensiero americano. Il tipico stile “anti-letterario” dei trascendentalisti americani è mitigato in Thoreau da una leggerezza esuberante ed arguta, da un umorismo tagliente ed una concreta aderenza alle cose, non disgiunta da un profondo lirismo. Nelle sue opere, Thoreau indica nella prassi del vagabondaggio e nell’impulso migratorio il rimedio all’ansia che la modernità e il progresso finiscono per generare. Ciò cui tali concetti sembrano ricollegarsi immediatamente è l’idea totalmente americana della frontiera; lo stesso Thoreau, in molti dei suoi scritti, associa una visione mitica del West alla terra del domani, della nuova vita, luogo di organica unità, di speranza e di progresso, di libertà e di indipendenza. Da tale mito della frontiera Thoreau prese le distanze nel momento in cui andò articolando, in Civil Disobedience, una visione apocalittica del destino delle società americana che, nata ad Est e sviluppatasi verso Ovest, avrebbe trovato il suo declino sulle rive dell’Oceano Pacifico. Nel corso dei suoi viaggi e delle sue peregrinazioni, Thoreau non perse  l’occasione di osservare da vicino la natura con lo sguardo tipico dello studioso che cerca di apprendere; il suo approccio di tipo analitico prevedeva un’osservazione ravvicinata, ma il filosofo non disdegnava nelle sue escursioni l’osservazione della natura in modo più ampio e globale per cercare in essa la  trama completa dell’intero tessuto naturale. Il suo atteggiamento nei confronti della natura è stato il punto di riferimento ideale della corrente “preservazionista” che ha permesso la nascita di quel forte movimento d’opinione che ha portato alla creazione dei grandi parchi nazionali americani.

Thoreau e la filosofia dell’essere: “L’uomo è artefice di sé”
di Angelo Franchitto

Henry David Thoreau, fu un uomo che nella sua vita si mosse sempre al limite tra filosofia, poesia e scienza; sempre attento a fare in modo che ci fosse un accordo tra esperienza e scrittura, ma in modo particolare, era attento a trovare quello spirito d’umanità, senza il quale tutto sembra essere perduto.
Bisogna dire che Thoreau ha sempre seguito, come proprio credo filosofico, un imperativo fermo che parte dalla nostra coscienza, secondo cui l’uomo debba incidere sulla qualità della vita di ogni giorno, e di rendere moralmente superiore la propria esperienza.
La particolarità del pensiero di Thoreau la troviamo sicuramente dai suoi “diari”, che rappresentano non solo una valida biografia del filosofo, ma sono stati un valido laboratorio formativo attraverso il quale Thoreau è riuscito a far maturare il suo essere scrittore, storico-naturalista e critico sociale.
Sarà proprio dall’esperienza dei suoi diari, che egli svilupperà una invidiabile capacità di scrittura creativa, dalla quale attingerà per scrivere i suoi libri.
Con il tempo i diari diventarono essi stessi un’opera compiuta, all’interno della quale la natura, vista in tutte le sue manifestazioni, era il tema dominante.
La ricerca della natura, come ricerca della “verità”, in Thoreau è frutto di un forte condizionamento da parte del pensiero filosofico del Trascandentalismo, che conoscerà nel 1837, quando entrò a far parte del circolo trascendentalista di R. W. Emerson; di cui i maggiori esponenti sono: Thoreau, W.E.Channing, Bronson Alcott e Margaret Fuller.
Emerson, conosciuto e stimato filosofo, saggista, docente e poeta; ebbe una grande influenza sulla formazione di Thoreau, ispirandolo con il saggio “Nature”, e diventando per lui più che un maestro, un vero e proprio modello di vita, una guida per il Thoreau scrittore.
Nel confronto con Emerson, possiamo osservare la ricerca, in Thoreau, di una scrittura e di un linguaggio che rispondano ai requisiti di verità e di esperienza, ovvero di contenuto, visto come condizione necessaria per una vera crescita della persona.
Il fulcro dell’insegnamento di Emerson per Thoreau si concentra sul concetto di fiducia in se stessi.
La fiducia in sé diventa fondamentale e molto importante, per il senso che indica nel momento in cui vi è una presa di coscienza intuitiva e spontanea. Una presa di coscienza che rende ogni persona veramente artefice del proprio destino. Un destino che va messo in relazione alla Natura, che simbolicamente viene intesa come rappresentazione di Dio, una figura che viene spiegata come un’anima universale, presente dentro e fuori da noi.
In questo senso, perciò, bisogna seguire un percorso di riappropriazione e perfezionamento della propria esistenza individuale come persona. Un percorso che deve passare per un nuovo processo di naturizzazione, nel quale non si opera più alla ricerca di una dimensione perfetta in maniera originaria, come situazione antecedente alla società così come la conosciamo.
Cioè, con Emerson, non siamo alla ricerca di uno stato di Natura, come Rousseau, ma cerchiamo di adeguarci alla Natura, come una sorta di comunione, che ci spinge a cercare un contatto con qualcosa di più Alto.
Nella conferenza di Parigi del 5 Ottobre 1833, Emerson ha indicato alcune delle sue idee più importanti che avrebbe poi sviluppato nel saggio “Nature”:
La natura è un linguaggio e di ogni fatto nuovo, si impara una parola nuova, ma non è un linguaggio preso a pezzi e morto nel dizionario, ma la lingua a mettere insieme in un senso più importante e universale. Vorrei imparare questa lingua, non che io sappia una nuova grammatica, ma che può leggere il grande libro che è scritto in quella lingua
Emerson presenta la natura come una lingua, fatta di una sua grammatica. Possiamo capire la natura (parlare la sua lingua) solo se impariamo la sua grammatica.
Thoreau afferma: “Lo studioso che ha solamente armi letterarie è incompleto. Deve essere un uomo spirituale. Deve essere preparato al cattivo tempo, alla povertà, all’offesa, alla stanchezza, alla dichiarazione di fallimento e a molte altre contrarietà. Dovrebbe avere tanti talenti quanti più può
Cioè segue l’idea di Emerson di “imparare” la lingua della natura, ma bisogna andare oltre la speculazione filosofica e dottrinale. L’uomo deve essere “pratico”, vivere la realtà della natura.
Thoreau invita l’uomo a guardarsi dentro, a scoprire le potenzialità che ogni persona ha, ed esternarle.
Tirare fuori, esprimere se stessi, è un messaggio forte. Bisogna lottare contro gli ostacoli e le limitazioni sociali che la realtà ci pone.
Il senso pratico in Thoreau è molto accentuato. Egli ci dice quanto sia importante tenere unito corpo e spirito. L’uomo è artefice di sé stesso, e la sua è una filosofia dell’essere.

Le opere (piccola cernita personale)

1- Civil Disobedience

Il saggio più famoso di Henry David Thoreau, comunemente noto come Civil Disobedience, in realtà non venne mai pubblicato dall’autore con questo titolo. Fu dato alle stampe per la prima volta nel 1849 con il nome di Resistance to Civil Government all’interno del libro Aesthetic Papers, curato ed edito da Elizabeth Peabody, ed esso altro non era che la trascrizione di una lezione, dal titolo The Rights and Duties of the Individual in Relation to Government, tenuta da Thoreau nel febbraio del ’48 davanti al Concord Lyceum. Questo testo polemico fu comunque rapidamente dimenticato e lo stesso Thoreau non lo ha mai citato. Fu Tolstoj che riusciì a leggerlo e invitò gli americani, in una lettera pubblicata dalla North American Review all’inizio del XX secolo, a recuperare l’atteggiamento coraggioso ed esemplare di un individuo che ha osato affrontare un governo che sbaglia. Mohandas K. Gandhi, ancora studente presso l’Università di Oxford, venne in possesso dello scritto per intercessione di Henry S. Salt, biografo di Thoreau; Gandhi ne rimase entusiasta e, una volta diventato avvocato, lo pubblicò nella sua rivista Indian Opinion, il 26 ottobre 1907; in seguito, e fino al giorno in cui verrà assassinato, nel 1948, non smetterà mai di raccomandare la disobbedienza civile, che associa alla pratica della non violenza. Soltanto dopo la morte di Thoreau il saggio fu ristampato col titolo di Civil Disobedience, con il quale è diventato poi famoso in tutto il mondo. Convinto antischiavista, Thoreau per tutta la vita scrisse e tenne conferenze contro la schiavitù, specialmente dopo l’approvazione nel 1850 della Fugitive Slave Law che obbligava gli ufficiali del Nord a catturare e restituire gli schiavi fuggiti dal Sud. Egli stesso aiutò alcuni fuggitivi e, in nome del rispetto dei diritti dell’uomo, criticò sempre duramente il fatto che una corte di tribunale potesse decidere in merito alla libertà o meno di un individuo. Thoreau condannò il governo statunitense non solo per l’ammissione dell’istituto della schiavitù, ma anche per l’impegno in una politica imperialistica di espansione, la cui diretta conseguenza fu la guerra col Messico. Per dissociarsi completamente da questi indirizzi politici e per non farsi coinvolgere in una qualsiasi forma di collaborazione con la  condotta del governo, Thoreau rifiutò sempre categoricamente di pagare le tasse e per questo fu anche arrestato. Nel luglio 1846, infatti, proprio a Concord dove era nato, Thoreau incontrò Samuel Staples, un vigile comunale incaricato dell’esazione delle tasse, che offrì a Thoreau persino la possibilità di anticipare il denaro necessario per saldare il suo debito. Thoreau, che da quasi due anni viveva in una capanna nel cuore della foresta di Walden e che si trovava in quel momento in città per recuperare le scarpe dal calzolaio, di fronte a questa offerta rispose che, per principio, rifiutava di versare soldi ad uno Stato di cui disapprovava profondamente la politica e che non voleva in alcun modo che il proprio denaro risultasse essere un contributo a favore di un conflitto ingiusto, la guerra contro il Messico. Venne fermato e trascorse la notte in guardina, anche se una donna, probabilmente la zia Maria Thoreau, pagò le tasse in questione. Proprio per spiegare le ragioni del suo arresto e della sua condotta, Thoreau scrisse il saggio Civil Disobedience, che vede come tema centrale la priorità dei diritti di ogni individuo rispetto all’insieme delle leggi: in nome del rispetto della coscienza individuale, egli ammette esplicitamente il principio della disobbedienza, pienamente giustificata, a suo avviso, dal fatto che sono quelle stesse leggi che ammettono la schiavitù a calpestare la dignità dell’uomo. Appare evidente che una simile concezione implica la fiducia pressoché  illimitata nelle capacità del singolo individuo di saper scegliere tra giusto e sbagliato e che un tale atteggiamento, che non riconosce valore alle idee espresse dalla maggioranza, ma che difende e tutela invece solo le idee di giustizia e moralità espresse dal singolo, può in effetti compromettere le possibilità di una comune convivenza democratica. Altro aspetto per cui le idee di Thoreau si sono imposte nel corso del ventesimo secolo è quello della condanna della violenza: a leggi o imposizioni ingiuste egli contrappone una sorta di resistenza passiva, il rifiuto cioè di compiere azioni o manifestare comportamenti che non si condividono e di sostenere un governo che vuole imporre, con la minaccia della detenzione, determinate azioni. Nel suo saggio Thoreau non fa mai riferimento a forme di protesta violenta e, soprattutto grazie a figure come Gandhi e Martin Luther King, che fecero della non violenza la linea guida della loro azione, oggi Disobbedienza civile è considerato una sorta di vademecum della protesta sociale pacifica, un saggio molto conosciuto e dibattuto soprattutto nell’epoca attuale, in un momento storico in cui le trasformazioni a livello politico, in Europa ma non solo, rendono di grande attualità il rapporto tra governanti e governati. Thoreau dà inizio alla trattazione con l’affermazione, pienamente condivisa, secondo la quale il governo migliore è quello che governa meno. Tale principio, se attuato, porta a suo avviso ad un’altra importante affermazione, quella secondo cui il miglior governo è quello che non governa affatto; quando gli uomini saranno pronti, sarà proprio questo il tipo di governo che dovranno darsi. Il governo è, secondo Thoreau, unicamente uno strumento, anche se, nella maggior parte dei casi, si tratta di uno strumento inutile. Molto discutibile è inoltre l’esistenza, in ogni stato, di un esercito permanente che, dal punto di vista dell’autore, altro non è che un braccio armato del governo. Quest’ultimo, che è la forma mediante la quale il popolo ha scelto di esercitare la propria volontà, è spesso colpevole di abusi e di deviazioni, di cui è prova lampante la guerra contro il Messico, portata avanti e condotta da un numero relativamente piccolo di individui che si servono del governo come di un proprio strumento per attuare un’impresa alla quale il popolo non avrebbe certamente dato il proprio consenso. Thoreau prosegue quindi con le sue accuse nei confronti del governo americano, colpevole a suo avviso di non possedere alcuna vera e reale vitalità, dal momento che non è mai stato in grado di portare a termine alcuna azione positiva, mentre al contrario ha mostrato grande alacrità e precisione nel venire meno ai propri compiti. Il governo, secondo Thoreau, non garantisce la libertà, non fornisce istruzione e non offre risorse ai cittadini, i quali quindi, senza gli ostacoli interposti dai governanti, potrebbero certamente condurre uno stile di vita migliore. Thoreau, tuttavia, a differenza di coloro che si dichiarano anarchici, non chiede l’abolizione del governo, ma aspira unicamente ad un governo migliore, espressione vera della volontà e delle esigenze dei cittadini. Dal suo punto di vista, il fatto che una maggioranza possa governare per un lungo periodo ininterrottamente non dipende dal fatto che questa operi in modo giusto, nel rispetto delle coscienze, ma dipende unicamente dall’uso della forza, esercitato per mezzo delle leggi. A suo avviso l’unico reale obbligo che può assumersi un individuo è quello di essere uomo, prima ancora di essere cittadino, e di agire pertanto come  ritiene giusto. Nessuna legge, secondo Thoreau, ha mai reso gli uomini più giusti, anzi, al contrario, l’obbligo di rispettare le leggi ha reso gli onesti dei veri e propri agenti di ingiustizia; basti pensare che per legge vengono organizzati gli eserciti che portano avanti guerre contrarie al buon senso e ai valori perseguiti dalla maggior parte delle coscienze e ciò è sufficiente a farci comprendere che la massa degli uomini serve lo stato non come popolo dotato di coscienza civile, ma come macchine con i propri corpi. Nella maggior parte dei casi quindi, secondo Thoreau, nella vita di un cittadino non c’è spazio per il libero esercizio della facoltà di giudizio o del senso morale, prova ne è il fatto che sono comunemente ritenuti buoni cittadini coloro che servono lo stato come fantocci nelle mani del governo. Thoreau a questo punto si chiede come debba comportarsi un uomo nei confronti del gruppo di potere che governa lo stato. Sicuramente non deve farsi coinvolgere divenendo complice delle sue azioni; è poi pienamente riconosciuto e perseguibile il diritto all’insubordinazione, cioè al rifiuto dell’obbedienza e alla possibilità quindi di opporre resistenza nei confronti del governo stesso, quando la sua tirannia o la sua inefficienza divengano intollerabili. Tutto ciò, tuttavia, per poter essere attuato richiede che i tempi siano maturi e l’unica posizione sostenibile, a parere di molti, è seguire il criterio della convenienza: finchè l’interesse di una società lo richiede, fin tanto cioè che un governo in carica non può essere combattuto o rovesciato senza danno pubblico, è volere di Dio che a tale governo si presti obbedienza. In effetti però, secondo Thoreau, il principio della convenienza non può essere applicato nel caso in cui sia un intero popolo a dover fare giustizia; per seguire un paragone impiegato dall’autore nel testo, se abbiamo ingiustamente privato di un appiglio un uomo che sta per cadere in un baratro, dobbiamo restituirglielo, anche a costo di precipitare noi nel precipizio. Pertanto, secondo Thoreau, il popolo americano del suo tempo deve cessare di riconoscere la schiavitù e di condurre una guerra ingiusta contro il Messico, anche se ciò potrà costargli la sopravvivenza come popolo. L’opposizione esclusivamente teorica alle grandi ingiustizie sociali senza alcuna azione concreta per porvi fine è del tutto inutile, anzi dannosa e soprattutto di comodo; attendere che altri pongano rimedio al male, così da non doversene più rammaricare, limitandosi a dare il proprio voto a coloro che solo apparentemente promettono giustizia, è dal suo punto di vista inutile e moralmente riprovevole. Secondo Thoreau, quindi, un uomo veramente saggio sa bene che non potrà abolire la schiavitù con il proprio voto e tutti coloro che, pur disapprovando il carattere e i provvedimenti di un governo, continuano ad esprimere, mediante il voto, il proprio favore a politici che in effetti non agiranno in alcun modo, rappresentano i più seri ostacoli ad ogni possibile cambiamento. Thoreau si chiede quindi quale sia il corretto atteggiamento da adottare di fronte ad una legge ingiusta: obbedire in attesa di un cambiamento o trasgredirla per annullarla? Se l’ingiustizia è parte della macchina dello stato e se le leggi realizzano questa ingiustizia anche grazie alla nostra complicità, secondo Thoreau è nostro dovere infrangere le leggi stesse per non operare a favore di quello stesso male che condanniamo. Gli strumenti che lo Stato ha predisposto per porre rimedio al male rappresentano quindi, secondo l’autore, essi stessi il male: la Costituzione è il male, gli avvocati che perseguono il rispetto della legge rappresentano il male e pagare le tasse è male. Dal punto di vista di Thoreau, se mille individui decidessero di non pagare le tasse, ciò non rappresenterebbe una misura molto violenta, mentre veramente violento sarebbe pagarle e permettere allo Stato di commettere violenze e versare sangue innocente. Questo semplice gesto è un piccolo esempio di ciò che Thoreau definisce rivoluzione pacifica; dire di no in modo semplice, ma efficace alle richieste dello stato è l’unico modo per esprimere il nostro dissenso. L’autore analizza quindi la questione della proprietà e dell’accumulo di ricchezze. A suo avviso, coloro che sostengono e perseguono il diritto più puro, e sono conseguentemente i più pericolosi per lo Stato, non hanno dedicato molto tempo ad accumulare beni e proprietà, quindi il governo agisce ben poco a difesa dei loro interessi. L’uomo ricco, invece, divenuto tale anche grazie alla particolare tutela dello Stato, è sempre schiavo dell’istituzione che lo ha arricchito. In generale, più abbondano i soldi, minore è la virtù poiché il denaro si interpone fra l’uomo e gli oggetti; se si decidesse di vivere senza utilizzare denaro, lo Stato mai ne pretenderebbe da noi e mai noi avremmo bisogno della sua protezione. Thoreau prosegue sottolineando come l’unico luogo che il governo americano ha garantito agli spiriti più liberi e giusti sia il carcere, luogo emarginato, ma veramente indipendente dove lo Stato pone tutti coloro che non sono con lui, ma contro di lui, l’unica dimora in cui, in uno stato schiavista, un uomo libero possa abitare con onore. Non potendo agire nei confronti delle proprietà che queste persone non possiedono, lo Stato deve intervenire agendo sui loro “corpi” e limitando la libertà; nessun governo si confronta mai infatti con i sentimenti e i valori di un uomo, ma solo con il suo corpo e con i suoi sensi e non possiede intelligenza ed onestà superiori, ma solo superiore forza fisica. L’autore, inoltre, cerca di argomentare con maggiore precisione in che cosa consista effettivamente il rifiuto di pagare le tasse. Tale rifiuto non si concretizza nel non pagare alcuna tassa; le imposte per il mantenimento delle strade statali devono infatti essere corrisposte e ciò perché essere un buon vicino di casa è importante tanto quanto aspirare ad essere un cattivo cittadino e combattere contro lo stato. Dietro il rifiuto di pagare le tasse si cela, da parte dell’autore, la speranza di poter conoscere effettivamente il percorso del denaro per evitare che con questo sia possibile comperare la libertà di un uomo o acquistare armi con cui uccidere altri uomini. In definitiva, Thoreau dichiara guerra allo Stato in un modo tutto personale, anche se cerca di trarre dallo Stato stesso i vantaggi che gli sono possibili. Se altre persone, afferma, decidono di pagare le tasse al posto suo, per pura solidarietà nei confronti dello Stato stesso o nei confronti della sua persona, non fanno altro che rendersi complici di un’ingiustizia. Thoreau nelle sue accuse non risparmia nemmeno gli statisti e i legislatori, i quali, per il fatto di essere così coinvolti con le istituzioni, effettivamente non le rispettano: la verità degli avvocati e degli statisti non è effettiva verità poiché questa è sempre in armonia con se stessa e non si prefigge mai in nessun modo lo scopo di mostrare come la giustizia può accordarsi con il perseguire il male. L’autorità di governo, conclude Thoreau, anche nel momento in cui si comprende che essa è in grado di operare meglio di quanto noi stessi non siamo in grado di fare, è comunque impura: per essere veramente giusta deve avere il consenso e l’approvazione dei governati e non può avere diritti assoluti sulla nostra persona e sulla nostra proprietà al di là di quelli che noi concediamo. Il passaggio da una monarchia costituzionale ad una democrazia deve essere contrassegnato da un progresso dal punto di vista del rispetto dell’individuo e non vi sarà mai uno stato realmente libero ed illuminato finchè lo Stato non riuscirà a considerare l’individuo come la forma d’autorità più elevata, da cui lo Stato stesso deriva il suo potere.  L’idea di Stato a cui pensa Thoreau è quindi uno stato in grado di essere giusto con tutti gli uomini e di trattare l’individuo con il massimo rispetto, uno stato inoltre che non consideri in contrasto con la propria tranquillità il fatto che alcuni vivano in disparte, senza intromettersi nei suoi affari e senza lasciarsi da questi sopraffare. Uno governo in grado di dare questo genere di frutti preparerebbe la strada, secondo Thoreau, ad uno Stato ancor più perfetto e glorioso, che si può immaginare, ma che ancora in nessun luogo è stato possibile realizzare.

2 – Walden, ovvero La vita nei boschi

Walden è il resoconto di due anni di vita solitaria che Henry Thoreau trascorse nella campagna del Massachusetts fra il luglio del 1845 e il settembre del 1847, ma è anche il testo da cui, oltre un secolo dopo, prenderanno le mosse i movimenti ecologisti e ambientalisti di mezzo mondo. Si tratta di un semplice diario che unisce la descrizione della vita quotidiana, fatti di suoni, rumori e odori, all’esperienza interiore, ma è anche, per contrasto, una riflessione sull’economia, sulla politica, sulla democrazia, sugli Stati Uniti, che in quegli anni si vanno affermando come potenza. Tra le pagine di questo libro, in cui viene rappresentata la semplicità della vita fra i boschi, si scopre anche perché Thoreau è l’autore cui si ispireranno Gandhi e le controculture contemporanee, che lo rileggeranno e lo rielaboreranno, criticandolo sì, ma assumendolo come punto di partenza.
L’aggettivo più adatto ad esprimere un giudizio su Walden è pertanto attuale: la ricerca di uno stile di vita sostenibile, il dialogo con le filosofie orientali, il rapporto paritario con la Natura, la critica al lavoro e alla società dell’abbondanza sono temi di cui si dibatte sicuramente più oggi di quanto non avvenisse nel momento storico in cui il libro è stato scritto, ed è per questo che le soluzioni elaborate dall’autore oggi ci fanno sorridere e non appaiono più tanto originali.
L’aspetto sicuramente più interessante, oltre alla fluidità della prosa e ai frequenti mutamenti di registro, è dato dal fatto che Thoreau, in questo scritto, ha delineato un metodo, che integra in modo nuovo ed inedito tre differenti strategie molto distanti fra loro, la spinta verso il compimento di scelte autonome e consapevoli, lo humor e il contatto con la natura.
Relativamente al primo aspetto ciò che Thoreau propone non è tanto un modello da seguire; egli stesso infatti afferma:
“Io non vorrei che nessuno adottasse il mio modo di vita […]; perché […] desidero che ci sia al mondo il maggior numero possibile di persone diverse; ma renderei ciascuno molto attento a scoprire e perseguire il suo modo.
Thoreau quindi sembra puntare sulle potenzialità del singolo individuo e ciò fondamentalmente per due motivi: in primo luogo per una questione metodologica, poiché la  conquista della consapevolezza, se non vuole ridursi a pura consuetudine, deve necessariamente avvenire attraverso un percorso personale ed individuale di ricerca; secondariamente per una questione di carattere pratico, poiché chi viaggia da solo può partire in qualsiasi momento, mentre chi va con un altro deve aspettare che questo sia pronto. Ciò che però traspare dalla lettura del Walden non è solo che ogni individuo viene esortato ad affermare la propria autonomia e a compiere il proprio cammino, ma anche che la scelta di operare un taglio con la civiltà è frutto di un preciso bisogno. Thoreau, in definitiva, non si rivolge alle persone soddisfatte e  contente di lavorare e di vivere in società, ma lancia i suoi appelli unicamente a coloro che sentono il bisogno di una nuova vita e che per questo sono più pronti ad accoglierla. I meglio preparati a “perdere il mondo per ritrovare se stessi” sono infatti coloro che, in quel mondo, hanno ben poco da guadagnare e la loro ricerca, anche se, come già detto, è frutto di un percorso individuale, nasce tanto da pulsioni intime quanto da esigenze concrete condivise.
L’uomo, secondo Thoreau, che non è in grado con i propri mezzi di conciliare spirito e materia, solo nel contatto con la Natura può sperimentare una parvenza di unità ed imparare così a riprodurla e ciò perché nella Natura c’è un elemento che coinvolge spirito e materia allo stesso modo, una sorta di sintesi tra i due opposti. Questa sintesi è rappresentata dal “selvatico”, dal contatto puro con la natura, che serve, secondo Thoreau per essere testimoni della trasgressione dei nostri stessi limiti. Una massiccia esposizione al “selvatico” riesce a rieducare l’individuo e a riportarlo in grado di sentire la vita, che è un continuo fermento e brulichio di cuore e stomaco: se il cuore batte in ciascuno di noi ad un ritmo diverso, lo stomaco è più o meno lo stesso per tutti e rappresenta l’elemento in grado di annullare i rischi dell’individualismo.
Il Walden, che ad un’analisi superficiale appare lontano da noi nel tempo e nello spazio, si rivela invece in grado di parlare perfettamente al nostro presente per mezzo del suo protagonista, lo stesso Thoreau, che, pur essendo voce di una nazione che comincia a lasciare, nel bene e nel male, il suo segno indelebile nella storia, è anche il motivo ispiratore di tutte le istanze più libertarie e democratiche in America e nel mondo.

3 – CAMMINARE: “Viaggio alla scoperta della natura e di sé”
Di Angelo Franchitto

Camminare è una raccolta di pensieri elaborati da Thoreau durante le sue lunghe escursioni solitarie nella natura selvaggia, che l’autore registra a mo’ di diario, come esperienze di vita, e che trascrive in un libro del 1862 poco prima di morire.
Si tratta di uno splendido resoconto, in cui emerge nell’autore l’influenza positiva della Natura, considerata “guaritrice” di tutti i mali dell’animo umano.
Quest’opera trasmette, al lettore, il desiderio, proprio di Thoreau, di inoltrarsi nella foresta per allontanarsi da tutto ciò che caratterizza la vita in società, e arrivare là dove non c’è nulla di contaminato dall’uomo, solo la foresta (la Natura) e il proprio sé; dove non esiste la fretta, la lotta, i ritmi frenetici, ma solo armonia.
Ci troviamo di fronte ad un libro che ci mostra la vita come uno stato selvaggio.
Il libro e lo stesso pensiero di Thoreau “vivono” in un mondo in cui la natura rievoca i grandi spazi vergini delle terre degli Stati Uniti. Spazi in cui non vi è ancora avanzata la società civile, e di conseguenza non sono stati corrotti dalle città e dagli uomini.
Camminare diventa la possibilità di stare nella natura, e rinnovare il contatto con essa, e riconoscere che noi (intendendo il genere umano) apparteniamo alla natura.
Ma questo significa anche che contemporaneamente l’uomo, tornando al contatto originario e selvaggio con la natura, prende una posizione di disubbidienza nei confronti delle norme e delle costrizioni che la società consolida intorno all’individuo.
Thoreau, nel libro, che idealmente può essere suddiviso in quattro parti, dedica una sezione all’arte del camminare. Una pratica affinata pian piano, nel corso delle escursioni compiute da solo o in compagnia di Hawthorne, Channing ed Emerson.
Camminare è, secondo Thoreau, una dimensione, che riguarda la tensione pura e selvaggia, che manca alla letteratura inglese; riferendosi ad autori come Chaucer, Spenser, Milton e anche Shakespeare. La tensione di Thoreau è più vicina alla mitologia, è prossima al trascendimento dell’ordine sociale e culturale.
Dopo che nel 1845 ebbe costruto con le sue mani una capanna di legno in una località isolata presso il lago Walden, al fine di sperimentare le importanti evoluzioni psico-fisiche cui porta il contatto con la natura selvaggia, Thoreau capì che  non basta vivere in mezzo agli alberi e alle paludi, ma bisogna, anche e soprattutto, camminare. Iniziò così, ogni giorno, a camminare dalla sua capanna nei boschi, dirigendosi ogni volta in una direzione diversa per almeno quattro ore,  ritenendo una giornata persa quella in cui non avesse camminato.
Per Thoreau, camminare non significa mettere passivamente un passo dietro l’altro. Non è importante neppure vedere il semplice aspetto salutista, anche se sono da prendere in considerazione le conseguenze benefiche che la pratica del camminare ha sul corpo e sull’inquietudine nervosa.
Secondo il pensiero di Thoreau, il vero “camminatore” è colui che sa staccarsi completamente dai propri pensieri quotidiani (ritenuti banali), e arriva invece a guardare dentro di sé, a cancellare tutti i suoi pensieri, e diventare una sorta di tabula rasa che gli permetta di entrare in sintonia con le piante, i minerali, gli animali intorno a lui. Insomma il “camminatore è colui che riesce a realizzare un legame simbiotico con la natura tutta nel suo essere incontaminata e selvaggia”, e che sia quindi in grado di collegare l’individuo con la parte vera di sé.

Sul web: thoreau.it, il primo e unico sito italiano interamente dedicato a Thoreau.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 15a puntata 2014/2015 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, diciotto maggio duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #15 dell’anno XI di RADIO THULE. Titolo della puntata, “Il disobbediente civile. Vita e opere di Henry David Thoreau”.
Tra i personaggi che hanno maggiormente influenzato la parte migliore del pensiero e della società contemporanei senza tuttavia essere noti come meriterebbero al grande pubblico, c’è senza ombra di dubbio Henry David Thoreau. Filosofo, scrittore, poeta, intellettuale dal pensiero avanzatissimo e sovente rivoluzionario, capace di influenzare artisti, pensatori, attivisti politici, persino band musicali: è grazie a lui se oggi sappiamo maturare un equilibrio armonioso tra società umana e ambiente naturale nonché, e soprattutto, se possiamo concepire l’importanza dei diritti e delle libertà individuali nonché la loro difesa allorquando il potere politico diviene antidemocratico e oppressivo. Un personaggio fondamentale, insomma, oggi e nel prossimo futuro forse più che in passato.

4500cf9998924dc9c01b140203049a38Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Il “socialcapitalista”. Vita e opere di Adriano Olivetti

adriano a coloriCome già fatto in altre simili occasioni, propongo qui i materiali documentali utilizzati per la puntata di RADIO THULE del 20 aprile scorso dedicata ad Adriano Olivetti (QUI il podcast).
Credo vi sia un grande bisogno di conoscenza e il più possibile approfondita, nell’Italia di oggi, di personaggi come Adriano Olivetti, un industriale capace di concepire un modello di imprenditoria non solo innovativo e assolutamente avanzato, ma pure in grado di mettere realmente in pratica quel vecchio motto per il quale “il lavoro nobilita l’uomo”. Olivetti fu un mecenate, un sognatore, un utopista o forse, più concretamente, un imprenditore nel vero senso della parola, indipendente e libero da qualsiasi vincolo politico al punto da risultare scomodo a tanti. Non è forse un caso, per ciò, che l’esperienza di quell’azienda che rese l’Italia leader mondiale dell’elettronica è praticamente finita nel nulla mentre sarebbe da riconsiderare a fondo e nuovamente concretizzare, come ribadisco, oggi che il tanto celebrato “made in Italy” rivela troppe malcelate ipocrisie e finisce spesso in mani straniere…
Buona lettura, e buona (ri)conoscenza!

Adriano Olivetti nasce a Torino nel 1901 da padre di origine ebraica e da madre valdese. Suo padre Camillo, allievo di Galileo Ferraris, aveva fondato nel 1908, in una piccola cittadina del Canavese, Ivrea, la ‘Ing. C. Olivetti & C’, prima fabbrica italiana di macchine per scrivere. Dopo la laurea in ingegneria chimica al Politecnico di Torino, nel 1925 il giovane Olivetti trascorre sei mesi negli Stati Uniti, visitando le fabbriche americane e documentandosi a fondo sull’organizzazione del lavoro messa in pratica oltreoceano. Adriano, di ritorno dagli Usa, inizia la propria esperienza professionale, come operaio, nella fabbrica paterna. Ricorda così quel periodo: ‘Una tortura per lo spirito, stavo imprigionato per delle ore che non finivano mai, nel nero e nel buio di una vecchia officina’. E dal suo apprendistato trarrà la convinzione che ‘occorre capire il nero di un lunedì nella vita di un operaio. Altrimenti non si può fare il mestiere di manager, non si può dirigere se non si sa che cosa fanno gli altri.
Suo padre Camillo è un socialista; durante il fascismo nasconde nella sua casa di Ivrea Filippo Turati ricercato dalla polizia e, insieme a Parri ed a Pertini, lo aiuta ad espatriare. Alla guida della vettura che porta il leader socialista fuori dall’Italia c’è proprio il figlio Adriano. Nel 1932 Adriano assume la Direzione della fabbrica di Ivrea, di cui diventa poi Presidente nel 1938, subentrando al padre Camillo. Adriano si pone l’obiettivo di modernizzare la Olivetti, proponendo un vasto programma di progetti e di innovazioni: l’organizzazione decentrata del personale, la direzione per funzioni, la razionalizzazione dei tempi e metodi di montaggio, lo sviluppo della rete commerciale in Italia e all’estero, ed altre ancora. Le novità da lui introdotte sono caratterizzate da un’attenta e sensibile gestione dei dipendenti, sempre considerati dal punto di vista umano prima che come risorse produttive.
Durante gli anni del regime Adriano, date le origini ebraiche della sua famiglia paterna, ha ripetutamente bisogno della certificazione di ‘razza ariana’ da parte della questura di Aosta, che nel 1931 apre un dossier su di lui; sulla copertina il giovane imprenditore viene così definito: ‘Olivetti Adriano di Camillo: Sovversivo‘. Anche dopo la caduta del fascismo i suoi rapporti con le autorità non migliorano; viene arrestato da Badoglio che lo accusa di metterlo in cattiva luce con gli americani, con i cui servizi segreti Adriano ha stretti rapporti. Tornato libero, dopo un periodo di clandestinità, ripara in Svizzera, da dove tiene contatti con la Resistenza. Durante l’esilio (1944-1945) inoltre, frequenta assiduamente Altiero Spinelli, teorico dell’unità europea, e completa la stesura del libro “L’ordine politico delle comunità”, pubblicato alla fine del 1945. In esso vi sono espresse le idee che saranno poi alla base del Movimento Comunità, da lui fondato nel 1948 a Torino, sulla base di una serie di proposte tese a istituire nuovi equilibri politici, sociali, economici tra il potere centrale e le autonomie locali. La valle del Canavese sarà il luogo prescelto da Adriano Olivetti per realizzare il suo ideale comunitario.
Dopo la fine della guerra, di ritorno dall’esilio svizzero, guida la fabbrica di famiglia incrementandone sensibilmente i profitti e sperimentando quell’organizzazione del lavoro, improntata sui principi di solidarietà sociale, che renderà l’esperienza dell’Olivetti un caso unico nel panorama imprenditoriale dell’epoca. Adriano Olivetti si rivela sin da giovane un uomo dai poliedrici interessi; ama la storia, la filosofia, la letteratura, è attento alle avanguardie artistiche ed ha una passione particolare per l’urbanistica. Per Olivetti l’organizzazione del territorio e le caratteristiche architettoniche degli edifici hanno una grande importanza anche sotto il profilo sociale ed economico. A testimonianza della grande attenzione verso il rapporto fra impresa e territorio, nel 1937 partecipa agli studi per un piano regolatore della Valle d’Aosta. Nel 1938 aderisce all’Istituto Nazionale di Urbanistica, di cui nel 1948 entra a far parte del Consiglio Direttivo. Salito al vertice dell’Istituto con l’appoggio di un gruppo di giovani architetti (tra cui Ludovico Quaroni), dal 1950 Adriano porta avanti il suo discorso sul primato politico dell’Urbanistica e della Pianificazione. Fa inoltre rinascere, finanziandola personalmente, la rivista “Urbanistica”.

Nel 1953 Adriano Olivetti impianta a Pozzuoli una nuova fabbrica per la realizzazione di macchine calcolatrici. Un imprenditore che offre posti, assistenza, istruzione per i figli, oltre a salari maggiori della media, rappresenta una novità assoluta nel Mezzogiorno d’Italia e uno stimolo molto forte per i lavoratori, i cui risultati produttivi, infatti, si rivelano ottimi, superiori persino a quelli raggiunti negli stabilimenti di Ivrea. La Olivetti diventa così il luogo del dialogo possibile tra nord e sud Italia.
La gamma dei prodotti viene continuamente ampliata e la capacità produttiva si espande per far fronte alle esigenze sempre maggiori del mercato nazionale e internazionale. Oltre agli stabilimenti di Pozzuoli entrano in funzione quelli di Agliè (Torino) nel 1955, di S. Bernardo di Ivrea nel 1956, della nuova ICO a Ivrea e di Caluso nel 1957. In Brasile, nel 1959, si inaugura il nuovo stabilimento di San Paolo. L’Olivetti degli anni ’50 è un’azienda florida e in forte espansione, con prodotti (calcolatrici e macchine da scrivere) noti in tutto il mondo.
L’azienda ha un punto di forza nelle sue capacità in campo meccanico, ma è del tutto estranea alle tecnologie elettroniche. E’ il grande intuito di Adriano Olivetti a indirizzare l’evoluzione dell’azienda dalla meccanica verso l’elettronica. In questa prospettiva si situano molte decisioni da lui prese: già nel 1952 la Olivetti apre a New Canaan, negli USA, un laboratorio di ricerche sui calcolatori elettronici; nel 1955 viene creato il laboratorio elettronico di Pisa (che nel 1959 introdurrà sul mercato l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico italiano); nel 1957 Olivetti fonda la Società Generale Semiconduttori (SGS), per sviluppare autonomamente i transistor, dispositivi alla base delle nuove tecnologie elettroniche. Dopo essere stato acclamato sindaco di Ivrea nel 1956, nel 1958 si candidò alle elezioni politiche con il Movimento Comunità, ottenendo due seggi in Parlamento. Il suo voto fu determinante per la fiducia al primo governo di centrosinistra, il governo Fanfani. Non aderì mai alla Confindustria.
Il successo imprenditoriale di Adriano Olivetti ottiene il riconoscimento della National Management Association di New York, che nel 1957 gli assegna un premio per “l’azione di avanguardia nel campo della direzione aziendale internazionale“.
Anche davanti alla prima crisi di sovrapproduzione Adriano Olivetti prende una decisione controcorrente; non chiude le fabbriche come tutti si sarebbero aspettati ma, al contrario, fa crescere la struttura commerciale, puntando in modo particolare sulla formazione dei venditori, figure professionali fino ad allora dequalificate, di cui Adriano Olivetti coglie invece l’importanza strategica.
Quando all’improvviso, il 27 febbraio 1960, una trombosi cerebrale lo stronca sul treno Milano-Losanna, Adriano Olivetti lascia un’azienda presente in tutti i maggiori mercati internazionali, con 36.000 dipendenti di cui circa la metà all’estero. Il lutto è particolarmente sentito ad Ivrea, la cui storia si è andata negli anni totalmente identificando con quella della sua fabbrica.

Un’utopia chiamata “Olivetti”

Chi era Adriano Olivetti? Un sognatore, un utopista, o era invece un grande imprenditore, capace di portare la piccola azienda di famiglia a competere alla pari con i giganti del mercato mondiale della sua epoca? Sicuramente era una figura scomoda e considerata da molti ingombrante, sia come concorrente industriale che come portatore di un modello sociale per certi versi ‘rivoluzionario’.
Quello di Adriano Olivetti era un sogno industriale, che certamente mirava al successo e al profitto, ma anche un progetto sociale che implicava una nuova relazione tra imprenditore ed operaio, oltre ad un nuovo rapporto tra fabbrica e città.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, Adriano Olivetti torna ad Ivrea pieno di progetti. La sua convinzione è che il fine dell’impresa non debba essere solo il profitto e che sia necessario reinvestire il profitto per il bene della comunità. A questo principio si ispirano tutte le sue successive scelte imprenditoriali. La fabbrica di Ivrea diventa presto il modello di un’organizzazione del lavoro improntata sull’uomo reale, lontano dall’uomo disumanizzato della catena di montaggio. Dalle linee di montaggio si passa infatti alla formazione delle cosiddette ‘isole’, nelle quali un gruppo di operai specializzati è in grado di montare, controllare e riparare un prodotto finito o una parte completa di esso. La fabbrica è dotata di molte strutture ricreative e assistenziali: biblioteche, mense, ambulatori medici, asili nido, ecc.
L’idea di Adriano è che l’incremento della produttività sia strettamente legato alla motivazione personale del lavoratore ed alla partecipazione degli operai alla vita dell’azienda. Il modello Olivetti, criticato da molti come contrario ad ogni logica economica, si mostra presto una ricetta di successo; in poco più di un decennio la produttività cresce del 500% e il volume delle vendite del 1300%.
La Olivetti raggiunge rapidamente una notevole fama internazionale e la macchina da scrivere Lettera 22, disegnata da Marcello Nizzoli nel 1950, viene definita da una giuria internazionale ‘il primo dei cento migliori prodotti degli ultimi cento anni’. E’ la prima volta in Italia che si introduce il design e l’estetica come aspetti fondamentali del prodotto industriale.
Nel 1948 negli stabilimenti di Ivrea viene costituito il Consiglio di Gestione, per molti anni unico esempio in Italia di organismo paritetico con poteri consultivi sulla destinazione dei finanziamenti per i servizi sociali e l’assistenza. Si costruiscono quartieri per i dipendenti e nuove sedi per i servizi sociali. A realizzare queste opere vengono chiamati grandi architetti: Figini, Pollini, Zanuso, Vittoria, Gardella, Fiocchi, Cosenza, ed altri ancora.
La fabbrica di Ivrea è moderna e spaziosa. Una delle peculiarità dei fabbricati è la massiccia utilizzazione del vetro, voluta dallo stesso Olivetti affinché gli operai che vi lavorano, spesso strappati al mondo rurale, possano continuare a sentirsi a contatto con la natura e avvertirsi come parte del paesaggio, ‘circondati e avvolti dalla luce’. I dipendenti Olivetti godono di benefici eccezionali per l’epoca: i salari sono superiori del 20% della base contrattuale, oltre al salario indiretto costituito dai servizi sociali, le donne hanno nove mesi di maternità retribuita (quasi il doppio di quanti ne hanno oggi, per intenderci) e il sabato viene lasciato libero, prima ancora di ogni contrattazione sindacale. L’orario di lavoro viene ridotto da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro.
Si può dire che Adriano Olivetti non si pose mai nell’ottica della contrapposizione tra capitale e lavoro ma la sua preoccupazione fu sempre come essi potessero convivere insieme per far progredire la società. La struttura tradizionale, improntata alla conflittualità sindacale, veniva contraddetta da una serie di provvedimenti che tendevano ad erodere la base della conflittualità stessa. Non vi furono, in questo modo, episodi di scontro frontale con i sindacati come avvenne in altre fabbriche (vedi la Fiat). Per Olivetti il lavoratore è un uomo e un cittadino che vive ed è radicato nel territorio; esiste un sistema complesso di relazioni umane, sociali, infrastrutturali tra il territorio e il sistema industriale che in esso opera. Il lavoratore deve essere produttivo perché la realtà industriale possa essere competitiva, ma per farlo la contropartita non è l’alienazione ma la partecipazione, il coinvolgimento, la crescita sociale. L’efficienza del lavoratore va ottenuta non con il suo iper-utilizzo ma ponendolo nella condizione di rendere al meglio, di sentirsi parte di un progetto comune. Il modello olivettiano rappresenta una forma di sviluppo industriale che idealmente cerca di essere sostenibile.
La Olivetti ha una politica del personale del tutto peculiare; Adriano in persona seleziona i candidati valutando, oltre ai loro curriculum, elementi quali la grafia o il portamento. La voce si sparge velocemente ed all’ufficio del personale dell’azienda arrivano moltissime domande. Può così accadere che uno storico medievalista, che fino a quel momento si sia dedicato solo a scrivere saggi sull’eresia, venga chiamato a dirigere una filiale. La scuola di formazione commerciale fornisce un insegnamento che spazia dalle materie tecniche a quelle umanistiche, e come sede viene scelta una prestigiosa villa medicea, nella convinzione che vivere a contatto con la bellezza aiuti i collaboratori a dare il meglio nel lavoro che li aspetta.
La Olivetti diventa un cenacolo, un crocevia intellettuale, tanto da essere definita da qualcuno ‘la Atene degli anni Cinquanta’; nelle file dei suoi collaboratori passano talmente tante personalità che risulta difficile persino tenerne il conto. Sociologi, architetti, scrittori, scienziati della politica e dell’organizzazione industriale, psicologi del lavoro: da Franco Momigliano a Paolo Volponi, da Giudici, Pampaloni, Bobi Bazlen, Luciano Gallino, Giorgio Puà, Fortini a Francesco Novara, Bruno Zevi passando per Fichera, Soavi, Ottieri, Luciano Foà, Lodovico Quaroni, fino a Furio Colombo, Franco Ferrarotti, Tiziano Terzani.
Per valutare la peculiarità della Olivetti basti pensare che sulla parete di una delle officine figurava un grandioso affresco di Renato Guttuso; che Luigi Nono diresse un concerto al suo interno e che era frequente l’organizzazione di mostre e di festival cinematografici. L’idea di fondo era che il lavoratore dovesse identificarsi con l’azienda perché, come dice lo psicologo del lavoro Francesco Novara, ‘verificammo che maggiore era la costrizione e le limitazioni del lavoro e più i singoli erano danneggiati‘. Ai dipendenti sono permesse delle pause durante l’orario di lavoro, al fine di ricrearsi ed accrescere la propria cultura, tanto che una volta una delegazione dei sindacati sovietici in visita alla fabbrica, osservando tanta libertà di movimento, chiese ai suoi ospiti se fosse un giorno di sciopero.
Si crea intorno all’azienda un ‘orgoglio Olivetti’; coloro che fanno parte di quella comunità si considerano diversi dagli altri, promotori di un modello industriale che non ha precedenti, attenti a valorizzare ogni intelligenza e competenza anche se non prettamente scientifica.
Nel febbraio del 1960 Adriano Olivetti muore, improvvisamente, mentre sta viaggiando su un treno da Milano a Losanna. Tutta Ivrea è in lutto; i festeggiamenti per il carnevale cittadino sono annullati. Le scelte che vengono prese dopo la sua scomparsa decretano, di fatto, la fine del sogno ‘Olivetti’; la via indicata da Adriano rimane un’esperienza isolata, e i campi in cui la ricerca italiana eccelleva negli anni Cinquanta sono oggi settori arretrati nell’economia nazionale.
Cosa rimane oggi dell’esperienza Olivetti? Certamente il ricordo di un uomo che ha proposto e messo in atto un diverso rapporto tra fabbrica e territorio, tra lavoro e partecipazione, tra cultura e impresa, un uomo che ha cambiato le regole del lavoro, che ha osato e sperimentato. Ma se Adriano Olivetti viene ricordato soprattutto per questi aspetti ‘sociali’, non va dimenticato che l’avventura dell’azienda di Ivrea, in particolare nel campo dell’elettronica, rappresenta uno dei rari casi in cui l’Italia è stata all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e scientifica. Rimane la memoria di tutto questo, dunque, e forse un pizzico di nostalgia.

Informatica: un’occasione perduta

Nel 1955 la Olivetti si associa ad un progetto dell’Università di Pisa per la creazione di un elaboratore scientifico; un progetto che prende le mosse da un suggerimento di un grande scienziato italiano, Enrico Fermi. Adriano Olivetti intuisce subito la grande potenzialità degli elaboratori elettronici e quale sia l’interesse a entrare in un mercato allora agli albori.
Olivetti è alla ricerca di una persona a cui affidare la guida del progetto. Gli viene suggerito il nome di Mario Tchou. Figlio di un diplomatico cinese, professore alla Columbia University di New York, Tchou è uno dei pochi uomini al mondo specializzati nei calcolatori elettronici. Tchou accetta l’incarico e organizza immediatamente a Pisa il primo nucleo di ricercatori. Dopo pochi mesi la Olivetti intuisce che il principale obiettivo deve essere la progettazione di calcolatori per applicazioni industriali e commerciali. L’azienda continua a collaborare con l’ateneo di Pisa alla costruzione della futura «Calcolatrice Elettronica Pisana», ma decide di costituire un proprio Laboratorio di Ricerche Elettroniche. La sede è Barbaricina, vicino Pisa. Nella ricerca dei collaboratori, Tchou punta tutto sui giovani. In una intervista a Paese Sera afferma: «Le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria». Vengono assunti ingegneri, fisici, matematici e tecnici provenienti da tutta Italia e dall’estero. Fu un periodo pionieristico, di vera ricerca, durante il quale Tchou ebbe un’intuizione chiave: provare a sostituire nelle memorie a nastro magnetico le valvole con i transistor, che garantiscono maggiore resistenza, migliori prestazioni e occupano minore spazio. Chiede tre anni per la realizzazione del progetto, ma già nella primavera del 1957 la piccola équipe realizza la Macchina Zero. Il risultato finale di quella ricerca è l’Elea, il primo elaboratore completamente transistorizzato immesso nel mercato mondiale. (Il nome sta per Elaboratore Elettronico Aritmetico, con allusione all’antica città greca sede di scuole di filosofia, scienza e matematica).
L’Olivetti Elea 9003 non è soltanto il primo calcolatore elettronico italiano, ma anche uno dei primissimi al mondo costruito interamente a transistor, che consente prestazioni (velocità e affidabilità) assai maggiori e dimensioni molto più contenute rispetto ai precedenti sistemi a valvole. Oltre alla completa transistorizzazione, l’Elea 9003 presenta soluzioni d’avanguardia anche dal punto di vista logico e funzionale, quali la possibilità di operare in multiprogrammazione (fino a 3 processi in parallelo), il concetto di “interrupt” (ossia la sospensione temporanea del processo in corso per dare altre priorità) e la capacità di gestire un’ampia gamma di unità periferiche. Accanto al progetto logico ed elettronico, molta attenzione viene data al design, perché Adriano Olivetti soleva dire che “il design è l’anima di un prodotto”. Questo compito viene affidato ad un giovane architetto, Ettore Sottsass, che riesce a coniugare l’eleganza con la funzionalità. Nel 1958 l’importanza del progetto spinge i vertici dell’azienda a trasferirlo in una sede meno periferica, idonea ad una dimensione industriale. La ricerca si sposta vicino Milano, nel nuovo Laboratorio di Borgolombardo, che si espande rapidamente (le cinquanta persone di Barbaricina diventano circa mille). La Olivetti sceglie definitivamente di investire nell’elettronica e incarica addirittura Le Corbusier di progettare la nuova sede (purtroppo mai costruita). Nel novembre 1959 il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi si reca a Milano per la presentazione del nuovo elaboratore.
Alla metà degli anni ’50 i calcolatori elettronici attirano grande interesse, ma ce ne sono in giro ancora pochi. Si tratta di macchine enormemente costose, di grandi dimensioni, il cui utilizzo richiede personale di alta specializzazione; sono accessibili quindi solo a una fascia limitata di grandi utenti. Per dare un’idea, il costo di un Elea è dell’ordine di 800 milioni di lire dell’epoca. Il primo sistema viene installato alla Marzotto di Valdagno nell’agosto del 1960. Da quel momento le aziende italiane (Monte dei Paschi di Siena, Fiat e Cogne, tra le prime) iniziarono ad informatizzarsi grazie all’Olivetti.
La improvvisa morte di Adriano Olivetti nel 1960 (seguita dopo un anno appena da quella dello stesso Tchou) interrompe il cammino informatico dell’Olivetti. Negli anni successivi l’azienda entra in una profonda crisi finanziaria, causata dalle divisioni interne alla famiglia e dall’impossibilità di sottoscrivere aumenti di capitale. La Olivetti deve ricorrere a finanziatori esterni. Nel 1964 il controllo viene assunto dal cosiddetto Gruppo di intervento, costituito da Fiat, Pirelli, Centrale e da due banche pubbliche, Mediobanca e Imi. Riguardo al loro atteggiamento risulta emblematica la dichiarazione di Vittorio Valletta, allora Presidente della Fiat: ‘La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.
Il Gruppo di intervento decide dunque di cedere la Divisione Elettronica alla General Electric, nell’apparente disinteresse del governo e dei media. (La Olivetti mantiene il diritto di proseguire l’attività solo nel campo della piccola elettronica; ciò consentirà a Pier Giorgio Perotto di realizzare nel 1965 la calcolatrice Programma 101, considerato il primo personal computer della storia mondiale.)
Il dibattito sulle responsabilità del fallimento che tali scelte generarono chiama in causa la miopia della classe imprenditoriale che prese tale decisione, l’indifferenza della classe politica di fronte ad un settore che aveva un’importanza strategica per l’intero paese e l’inerzia di un sistema bancario poco coraggioso; quel che è certo è che quella data segna la fine del sogno informatico Olivetti e fa perdere all’Italia un primato d’eccellenza che non recupererà mai più.

Hanno detto di lui

Uomo visionario o colpevole di un paternalismo pericoloso, un giusto, profeta di un capitalismo innovativo, un utopista, l’imprenditore rosso, un mecenate e un pioniere o addirittura un uomo che guidò i suoi uomini come ‘un patriarca biblico il suo popolo’: i giudizi su Adriano Olivetti sono diversi e poliedrici come i molti aspetti della sua stessa personalità. C’è addirittura chi parla di ‘cultura adrianea’. E anche sul gruppo ‘olivettiano’ si sono spese parole diverse; se qualcuno ha paragonato i suoi dipendenti a ‘frati trappisti’, che operavano nella fede della loro missione, altri ne hanno evidenziato la tendenza settaria e la distanza dal mondo reale. Ma a sentire le testimonianze di chi vi ha lavorato, in Olivetti ci si sentiva, prima di tutto, ‘uomini liberi’.
Di avere ‘un concetto snobistico della fabbrica’ e di ‘poco senso del mondo’ li accusa invece Cesare Romiti. Intervistato sull’eccezionalità dell’esperienza Olivetti nel panorama italiano, Romiti sostiene poi che fu proprio lo spirito precursore e innovativo di Adriano Olivetti ad isolarlo, dato il caso che si trovasse ad operare in un paese, l’Italia, fondamentalmente attendista e conservatore.
Natalia Ginzburg, di cui Adriano sposerà in prime nozze la sorella Paola Levi, nel romanzo ‘Lessico famigliare’ uscito tre anni dopo la scomparsa dell’amico imprenditore, lo ricorda così: «Lo incontrai a Roma, per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava nella folla, un mendicante; e, sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio».
E più avanti, nel ricordare i tristi giorni in cui il marito Leone Ginzburg veniva arrestato dai tedeschi e Adriano la aiutava a fuggire da Roma, la scrittrice traccia di Olivetti un altro bel ritratto: «Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventoso e felice di quando portava in salvo qualcuno.»
«Lei ricorda suo padre come una persona felice»? Sembra non avere dubbi la figlia Laura Olivetti, che risponde senza esitazioni a una tale domanda: «No». E ricorda suo padre come una persona che aveva certamente degli entusiasmi ma che era sempre alla ricerca di qualcosa di più, di qualcosa che non c’era.

Il Libro

L’ORDINE POLITICO DELLE COMUNITÀ
di Adriano Olivetti, Nuove Edizioni Ivrea, 1945

Nel 1945 Adriano Olivetti pubblica presso le Nuove Edizioni Ivrea il libro L’ordine politico delle Comunità. Il volume raccoglie le riflessioni sull’organizzazione dello Stato, compiute dall’industriale piemontese durante gli anni del confino svizzero: secondo Olivetti al centro dell’organizzazione dello Stato deve essere la Comunità, unità territoriale dai contorni geografici imprecisati, culturalmente omogenea e economicamente autosufficiente. Sulla scia della pubblicazione del libro e della sua diffusione, si fonda nel 1948 a Torino il Movimento Comunità.
L’organizzazione del Movimento è territoriale: vengono infatti creati i centri comunitari, che hanno il compito di organizzare il consenso politico e allo stesso tempo iniziative culturali, che contribuiscano a elevare il livello di vita dei piccoli centri canavesani investiti dal processo di industrializzazione.
La proposta del Movimento Comunità attira molti intellettuali, anche di diversa formazione politica e culturale, trovando una certa adesione oltre che nel Canavese, anche in molte regioni italiane.
Nel 2014 L’ordine politico delle Comunità è stato ripubblicato dalle Edizioni di Comunità.

La fondazione

La Fondazione Adriano Olivetti ha lo scopo di promuovere, sviluppare e coordinare le iniziative e le attività culturali, che siano dirette a realizzare il benessere, l’istruzione e l’educazione dei cittadini, attraverso il progressivo diffondersi, in armonia con i principi della Costituzione, di forme comunitarie, rispondenti alla configurazione urbanistica, produttiva, sociale, ambientale e culturale della collettività, secondo le idee di Adriano Olivetti.

Richard Powell, “Vacanze matte”

cop_VacanzematteIl “sogno Americano”: un’espressione fin troppo abusata che ha contenuto nel tempo diverse cose, dalle più banali – il chewing gum, Elvis Presley, Hollywood – fino a quelle più articolate e serie, compreso quella way of life che è diventato lo standard del mondo occidentale (e non solo), nel bene e nel male – secondo molti soprattutto nel male. Posto ciò, quando ancora dalle nostre parti nemmeno si usava dire «hai trovato l’America!» per sancire la fortuna di qualcuno, ovvero quando il boom economico degli anni ’60 dello scorso secolo non era ancora esploro in tutta la sua americanità, da quelle parti c’era chi aveva già capito che il “sogno Americano” forse del tutto tale non era, forse la sua parte “onirica” offuscava la vista verso le cose più oscure, fors’anche che, se osservato e vissuto a contatto della propria più profonda matrice culturale, politica e sociologica, assomiglia quasi più a un incubo che a un sogno.
Tra i diversi intellettuali che stavano elaborando una tale considerazione, e tra le relative opere di Powell_photodivulgazione di essa, bisogna annoverare Richard Powell e il suo Vacanze matte (Einaudi, collana “Stile Libero Big”, 2011, traduzione di Carlo Rossi Fantonetti, introduzione di Francesco Piccolo, postfazione e cura di Luca Briasco. Orig. Pioneer, Go Home!, 1959), un titolo piuttosto stupidotto per un romanzo che ha rappresentato un piccolo/grande caso editoriale, in origine, per poi diventare un cult della letteratura underground, quasi mitizzato da tanti suoi estimatori fino ad essere riscoperto e rieditato, negli USA, nel 2009, ovvero cinquant’anni dopo la prima uscita…

Leggete la recensione completa di Vacanze matte cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 13a puntata 2014/2015 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, venti aprile duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #13 dell’anno XI di RADIO THULE. Titolo della puntata, “Il SocialCapitalista. Vita e opere di Adriano Olivetti”.
Nella storia recente d’Italia c’è stato un industriale capace di concepire un modello di imprenditoria non solo innovativo e assolutamente avanzato, ma pure in grado di mettere realmente in pratica quel vecchio motto per il quale “il lavoro nobilita l’uomo”: Adriano Olivetti. Un mecenate, un sognatore, un utopista o forse, più concretamente, un imprenditore nel vero senso della parola, indipendente e libero da qualsiasi vincolo politico al punto da risultare scomodo a tanti. Non è forse un caso, per ciò, che l’esperienza di quell’azienda che rese l’Italia leader mondiale dell’elettronica è praticamente finita nel nulla mentre sarebbe da riconsiderare a fondo e nuovamente concretizzare, oggi che il tanto celebrato “made in Italy” rivela troppe malcelate ipocrisie e finisce spesso in mani straniere…

adriano fra le fabbricheDunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

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– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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