Domenica prossima, 24 luglio, nella bella località di Torre De’ Busi, in occasione di una nuova presentazione della “Carta dei Sentieri Carenno, Costa Valle Imagna, Torre De’ Busi”, prodotta e da poco pubblicata da Ingenia Cartoguide – una delle più prestigiose editrici cartografiche italiane – alla quale ho partecipato in veste di coordinatore e curatore delle schede informative che arricchiscono la carta sul retro, tornerò a raccontarvi di come camminare sia né più né meno che una pratica artistica.
Sì, un’arte: come il pittore traccia i propri segni cromatici sulla tela, come lo scultore incide e modella la materia “bruta” o come il perfomer che genera espressività artistica da gesti e azioni… camminare è un pratica estetica, e se compiuta nel paesaggio naturale che è sinonimo (di matrice a sua volta estetica ma non solo) di bellezza, può ben diventare un gesto d’arte, già, di quell’arte che è espressione e rappresentazione più intensa, profonda e autentica della vita. Dunque, vi dico che una carta dei sentieri – oltre a un libro di storia, di geografia, un saggio di antropologia culturale e sociologia, uno specchio (proprio così!) e molte altre cose, può anche essere un testo didattico d’arte. Non ci credete? Ve lo dimostrerò, invece, e in modo indubitabile.

Se potete non mancate, insomma.
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L’Italia per la cultura è un inferno. L’ultimo rapporto di Federculture e il tacito “colpo di stato” istituzionale ai danni del comparto culturale

“Consideriamo la nostra scemenza:
fatti non saremmo a viver come bruti,
ma perseguitiamo virtute e canoscenza.”
Di questo passo, a breve dovremo veramente pensare di rivedere quel celeberrimo passaggio del canto XXVI dell’Inferno di Dante, più o meno come ho fatto io lì sopra. Almeno, stando a quanto rivela il Rapporto 2015 di Federculture sui consumi culturali, pubblicato qualche giorno fa: un quinto degli italiani non partecipa ad alcuna attività culturale, e rispetto all’anno scorso ci sono 820 mila italiani in più che non hanno letto un libro né sono mai andati in un anno al cinema, a teatro, a una mostra o altre di culturalmente simile. Se nel 2010 erano il 15,2%, oggi l’astensione complessiva dalle attività culturali raggiunge il 19,3%, con picchi che al Sud arrivano ad un preoccupante 30% – se ne parla ad esempio qui.
Il rapporto d’altro canto segnala anche (fortunatamente!) qualche dato positivo, come ad esempio l’aumento, dopo parecchi anni di calo, della spesa per la cultura delle famiglie, che segna un +2% di cui +2,2% di spesa per concerti e teatro e +5,8% per siti archeologici e monumenti. Ma siccome noi italiani non possiamo troppo abituarci alle cose buone e positive (vedi la terzina dantesca remixata lì sopra), il dato sull’aumento della spesa per la cultura degli italiani viene drammaticamente controbilanciato dal calo sempre più terribile degli investimenti istituzionali, nel comparto culturale: il bilancio del Mibact rappresenta ancora solo lo 0,13% del PIL, le erogazioni liberali diminuiscono del 19% e gli interventi delle fondazioni bancarie del 12%. Sono in difficoltà anche le aziende culturali: tra il 2008 e il 2014 sono diminuiti del 28,3% i contributi pubblici e del 24,1% quelli privati ed è di conseguenza calata la produzione del 7,5% – se ne parla qui. E giusto per darci una bella mazzata finale, si può pure denotare che se il bilancio del Mibact rappresenta solo un desolante 0,13% del PIL, pari al 0,19% del bilancio dello stato, presso i cugini francesi arriva complessivamente a sfiorare il 20%. Venti-per-cento del bilancio statale: non è un caso, dunque, che la Francia sia visitata da un numero doppio di turisti rispetto all’Italia – la quale offrirebbe un’infinità di luoghi culturali e artistici in più rispetto ai cugini transalpini – e che parimenti il nostro paese è valutato soltanto al 79esimo posto per la misura con cui le sue istituzioni ritengono prioritaria l’industria turistica (vedi qui). In buona sostanza, siamo come un viandante disperso nel deserto che, pur essendo circondato da ricche e rigogliose oasi che lo farebbero non solo sopravvivere ma prosperare floridamente, continua a cibarsi di sola sabbia, soffocandosi inesorabilmente e segnandosi da sé la più infausta sorte, ecco.
Bene (si fa per dire!), posti i dati sopra esposti, non si può non considerare che una tale situazione non abbia pure ricadute socio-politiche, ancor più dacché stiamo parlando del paese con la maggior ricchezza culturale del mondo – un paese che di contro stenta a risollevarsi da una crisi che non è solo economica, finanziaria e industriale e che, per dirla tutta, dovremmo pure smettere di chiamare “crisi”: è la realtà, la nostra triste realtà attuale, punto. E non si può non congetturare – retoricamente, populisticamente, malignamente, dite ciò che volete ma per me è così – che dietro una così evidente e letale ottusità istituzionale nella (non) gestione della cultura non vi sia una precisa volontà di soffocamento dell’identità culturale nazionale, una strategia mirata – quantunque basata su una terrificante ignoranza delle classi dirigenti del paese, se vogliamo – per allontanare gli italiani dal loro patrimonio culturale per indirizzarli altrove – nei centri commerciali o davanti alle TV o chissà dove, fate voi.
Posto, lo ribadisco di nuovo, quanto l’Italia possiede in tesori culturali, e quanto tali tesori potrebbero tramutarsi in tesoro vero, in punti di PIL, in ricchezza diffusa, in floridezza economica a cascata, arrivo a pensare che quello in corso ai danni della cultura sia un vero e proprio colpo di stato, mosso da una élite di micidiali ignoranti crapuloni che, in unione ad altre azioni antisociali, ha sostanzialmente deciso di svendere il paese, deprimendolo fino a vanificare il valore di cultura, identità, creatività, sapere diffuso, senso civico, civiltà.
Non so altrimenti cos’altro pensare, di una così paradossale e sconcertante situazione culturale nazionale. Ma so che solo noi cittadini, singoli individui, comunità sociali, possiamo contrastare tale degrado. Dalla politica non possiamo più aspettarci nulla di buono, ergo dobbiamo fare da noi fin dalle più minime azioni – la prima che mi viene in mente? Beh, ad esempio spegnere la TV. Aziona minuscola tanto quanto sovversiva e devastante, per quei soggetti dominanti di cui ho detto poc’anzi. Non è certo un cambiamento che può avvenire dall’oggi al domani, purtroppo, quello di cui abbiamo un disperato bisogno, ma senza dubbio su di esso si fonda il futuro del paese e di noi tutti ovvero una scelta precisa: tra civiltà o imbarbarimento definitivo. Consideriamo la nostra sCemenza attuale, insomma, e vediamo di tornare quanto prima a seguir virtute e canoscenza, non a perseguitarle.
La cultura non serve a nulla! (Inopinati attimi di pericolosa lucidità mentale)
A volte, mi sento veramente un idiota.
Sì, insomma, come in quei momenti nei quali ci si rende conto di una cosa lapalissiana come se invece fosse una scoperta sconcertante, che fosse lì davanti agli occhi e semplicemente, o ottusamente, gli occhi non la vedono.
Perché insomma, io qui nel blog e in mille altre occasioni e come me tanti altri in infinite occasioni continuiamo a dire che bisogna difendere la cultura, è necessario promuoverla in ogni modo, che la cultura è fondamentale per un paese veramente civile, che la cultura è una risorsa inestimabile, che un paese come l’Italia che di cultura in ogni senso è culla da secoli non può ignorarla…
Poi, appunto, mi fermo un attimo a pensare, e basta veramente un singolo, minimo attimo, per obiettarmi e controbattermi: ma quale cultura e cultura! In questo paese è stata messa in atto una calcolatissima strategia per eliminare la cultura, e ciò per un motivo il cui senso è vecchio di secoli: la cultura attiva la mente, sollecita l’intelligenza, libera il pensiero, suscita lucidità intellettuale – apre occhi, mente cuore e animo sulla realtà che abbiamo intorno, insomma. E gli effetti di quella strategia rispondono perfettamente ad una domanda che sovente mi ritrovo a fare, cioè a come gli italiani possano subire tutto ciò che gli viene propinato dal sistema nel quale si ritrovano a vivere senza la minima reazione, a volte senza nemmeno un qualche piccolo moto di indignazione – che invece, quando sembra generarsi, non è che un mero esercizio retorico che solo qualche minuto dopo essersi generato è già bell’e dimenticato.
Ma, appunto, la cultura suscita nella società che la sa ben coltivare quanto ho detto poco sopra; ovvero, qui in Italia, per (credo) quasi inevitabile conseguenza, susciterebbe una rivoluzione. Contro l’apparato politico, contro la criminalità bancaria, l’ipocrisia ecclesiastica, l’imbecillità dei media, certe devianze del mercato e dell’industria, certe imposizioni totalmente idiote quando non scellerate, le innumerevoli iniquità che caratterizzano la nostra quotidianità… – l’elenco degli “obiettivi” sarebbe parecchio lungo, inutile dirlo.
Invece niente. L’intelligenza è spenta, il pensiero è stagnante se non fermo, anzi, se non già morto, la mente è una scatola vuota che si può facilmente riempire di qualsiasi cosa, di ogni falsità, ipocrisia,
stupidità, conformismo, moralismo, e tale facilità, lo ribadisco, è stata ed è perfettamente pianificata fin nei minimi termini, al fine di creare la più totale tabula rasa attorno alle mura della fortezza nella quale sono arroccati i poteri dominanti. La gente che frequenta le librerie e legge, che ascolta e apprezza musiche e film di qualità, i visitatori di musei e mostre d’arte, gli organizzatori di eventi culturali, i difensori di luoghi di interesse culturale, gli studiosi, gli accademici, gli intellettuali (termine che a me non piace affatto, ma tant’é) non sono che una sorta di comunità sempre più ghettizzata (a volte giocoforza auto-ghettizzante) e in costante estinzione, che quei suddetti poteri dominanti sopportano soltanto perché hanno perfettamente capito che sta sparendo, lentamente (ma la velocità è in aumento) e inesorabilmente: ora si tratta solo, per essi, di agevolare tale sparizione, facendo in modo di convincere sempre più persone che la cultura è una cosa poco divertente, pesante, noiosa, inutile, e che mai darà lo stesso piacere di due belle tette in TV, un telefonino alla moda, una t-shirt griffata… Ma volete mettere l’ammirare (primo nome che mi viene in mente) un Fontana in un museo – una stupida tela vuota con un taglio in mezzo – un monumento d’epoca romana o medievale – quattro pietre cadenti! – una basilica del Quattrocento che non ci si può nemmeno telefonare, dentro, oppure leggere (primo nome, vedi sopra) un Dostoevskij – pesaaaaante! – o anche solo starsene a guardare il cielo stellato chiedendosi che stelle siano quelle che si vedono – roba da fuori di testa… – volete insomma mettere queste cose (che poi nemmeno “fanno mangiare”, come disse tempo fa un ignobile politico italiano) con la movida di un locale alla moda, le ragazze mezze nude che ti guardano ammiccanti che tu puoi fotografare e mostrare agli amici su facebook (o viceversa, naturalmente)? E se intanto lo stato va a pezzi, la società decade sempre più e il degrado si espande a macchia d’olio ammorbando tutto quanto si ha intorno, beh, chissenefrega: domani c’è la partita in TV, almeno ci si “rilassa” un po’! Perché altrimenti leggere un libro, ad esempio, che magari tratta pure di certi temi che ti potrebbero far riflettere sulla situazione che hai intorno e per questo facendoti deprimere, seccare, angustiare, irritare, indignare – insomma, rovinandoti la giornata?! In fondo lo si sa bene: ad essere intelligenti si vive male, a non capire nulla, invece, almeno si vive più tranquilli e spensierati!
Bene, ora chiudo con tutte queste banalità. Perché tali sono, assolutamente: grandissime banalità, ovvietà, cose scontate. Ovvero: sono la normalità, e in quanto tali nessuno o quasi le considera, nonostante a me sembrino tanto evidenti. Ed è proprio questo il risultato più efficace che quella strategia di (scusate la scurrilità) rincoglionimento totale ha saputo conseguire. L’essere su una nave che sta colando a picco, ma l’averci convinto di navigare su un mare calmissimo col vento in poppa.
O, forse, tutto ciò è soltanto una astrusa costruzione della mia mente, che legge troppi libri, visita troppi musei e luoghi d’arte, non guarda la TV, non legge i quotidiani, non compra gadgets tecnologici all’ultima moda, a volte si isola su una cima di montagna a pensare, ed altre cose similmente bizzarre e, sotto molti aspetti, pericolosamente sovversive.
La saggezza non è un “tesoro” per vecchi…
Mi ritrovo a riflettere su certe cose che vedo, sento e colgo intorno, e a chiedermi: ma la saggezza è una roba da vecchi, da barbe lunghe e grigie e vita ormai in gran parte alle spalle?
E chi lo dice?
La saggezza nasce dalla conoscenza (ergo dalla ragione), questa dall’esperienza, e l’esperienza è da costruirsi individualmente, attraverso il compiere le opere – o quanto meno il tentarle – il dar loro un buon senso, e il comprenderle. Azione, pensiero, spirito. Ecco perché la saggezza è un grande tesoro, un tesoro che tutti possiamo avere a disposizione perché noi stessi ce lo possiamo e dobbiamo costruire, senza aspettare di diventar vecchi – perché non è poi detto che si diventi automaticamente saggi… Anzi: è bene essere ricchi di quel tesoro da giovani, quando avremo anche modo di spenderlo nel miglior modo possibile, piuttosto che quando non avremo più la forza per concretizzarlo al meglio.
(L.)