Storia dell’America dal ‘900 ai giorni nostri (in una sola immagine)

10477259_814565441946534_9061939138888318903_nEcco. L’autore di tale – a mio parere – capolavoro, è forse l’unico artista italiano in grado di farne, oggi, di tali “capolavori” di comunicazione, almeno da un punto di vista sovversivo (dote che peraltro l’arte dovrebbe sempre manifestare): Maurizio Cattelan.
Sotto certi aspetti un genio assoluto, sotto altri un astutissimo provocatore, sotto altri ancora il cialtrone più indispensabile in circolazione, ovvero un personaggio da bandire da qualsiasi palcoscenico mediatico (il che, a volte, è prova ultima di genialità). L’immagine è la copertina di un Cattelan_photonumero di Febbraio 2015 del New York Times Magazine, e certamente notere come Cattelan, fedele al suo stile, non abbia assolutamente guardato in faccia ai committenti di tale lavoro. Il quale, come ho affermato anche nel titolo, rappresenta perfettamente la sostanza della presenza geopolitica degli Stati Uniti d’America nel mondo moderno contemporaneo, ovvero dal Novecento fino (e ancor più, forse) ai giorni nostri.
Potenziali migliaia e migliaia di pagine di dissertazioni più o meno dotte, condensate in una sola immagine dall’efficacia possente e assoluta. E’ così che i geni (o quelli che viene da pensare siano tali) ci sanno parlare del mondo, delle realtà che ci offre e delle insite verità che di frequente ci sfuggono, e che pur interessanti e approfondite dissertazioni scritte non riescono a metterci in evidenza con altrettanta efficacia.
Per conoscere meglio Maurizio Cattelan, ovvero per conoscere la fonte delle immagini come quella qui sopra riprodotta, non c’è modo migliore che andare alla conoscenza di Toilet Paper, l’ultima sua invenzione mediatica, perfetta espressione del suo stile irriverente e della sua capacità artistico-sovversiva. Cliccate QUI, per visitarne il sito web.
Anche se c’è poi chi ritiene che Cattelan, in verità, non sia un artista ma un filosofo. Forse, senza avere tutti i torti. Anzi, avendone molto pochi.

Se fossi sereno potrei ancora scrivere? (Piero Manzoni dixit #2)

Soprazocco è un gran bel posto. Sì, forse potrei passare qui tutta la mia vita. La campagna è così serena che rende sereni anche noi. Potrei così dipingere e scrivere pur lavorando… Ma non so se questa è saggezza o viltà. Viltà nel senso di fuga dalla vita che in realtà dovrei affrontare. D’altra parte se fossi sereno potrei ancora dipingere o scrivere?
E poi… credo comunque che sono cose che dovrò risolvere scrivendo.

(Piero Manzoni, citato da Dario Biagi in Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni, Stampa Alternativa, Viterbo, 2013 p.24, citando a sua volta Germano Celant, Piero Manzoni. Catalogo Generale, Skira, Milano, 2004, p.587)

Piero_Manzoni_foto_Giovanni_Ricci1Piero Manzoni è stato un grandissimo artista fors’anche perché non è stato solo un artista, ovvero non solo un creatore di arte visiva. Ha scritto anche moltissimo, quasi che l’attività letteraria e la riflessione intellettuale da cui nasceva, nonostante spesso restava cosa privata, non potesse non accompagnare il processo di creazione artistica. Al proposito, ha lasciato uno degli esperimenti artistico-editoriali più illuminanti dell’intero azimuth_copertineNovecento, la rivista Azimuth, che pur in solo due numeri ha saputo generare un gran scossone intellettuale nell’ambiente artistico e critico nazionale, sovente moooooolto conservatore e assai svagato.
Ma, nella citazione sopra pubblicata, Manzoni pone all’attenzione di tutti uno dei più grandi quesiti intorno alla creazione letteraria: “Se fossi sereno potrei ancora dipingere o scrivere?” Ovvero: per scrivere, e intendo dire scrivere grandi testi, bisogna necessariamente essere in un qualche stato di tormento intellettuale e spirituale? Solo l’agitazione derivante da ciò può far frizzare nell’autore quelle piccole/grandi scosse elettriche che mettono in circolo la migliore e più fervida creatività? In effetti, di grandi scrittori e creativi dall’animo tormentato la storia è a dir poco ricolma. Di contro, uno stato di quiete, di calma, di serenità di mente e d’animo, di assenza di qualsivoglia pur minimo tormento, potrebbe veramente cagionare, come effetto collaterale, un rilassamento intellettuale tale da impedirci di scrivere grandi, articolate e compiute storie?
Un quesito non da poco, insomma.
Che ne pensate, voi?

P.S.: qui trovate la mia recensione de Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni.

Dario Biagi, “Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni”

il-ribelle-gentilePer interessi del momento, o per insolite coincidenze, ultimamente mi trovo ad avere spesso a che fare con personaggi che nella vita hanno saputo essere creativi e innovativi oltre la media e fare cose assolutamente avanti, se non rivoluzionarie, senza tuttavia che il loro talento, capacità e/o genialità sia stato riconosciuto se non tardivamente, in patria (qui, intendo ovviamente), mentre all’estero sì, con tempestività e consapevole interesse.
Di tali personaggi, se ve ne uno che può tranquillamente ambire alla palma di esempio più significativo per la relativa categoria è certamente Piero Manzoni. Artista geniale, innovatore più di tanti altri, anticipatore di stili, concetti, tendenze, invenzioni, intelletto costantemente in moto, curioso, illuminante, sagace, mordace. Eppure Enrico Baj ricorda: “Dicevano che non capiva niente, che era un ritardato, che era uno schifoso: poi morì giovanissimo, e divenne bravo, bravissimo per tutti e i suoi quadri andarono alle stelle.” Al solito, una società ipocrita e ignorante come quella italiana mise in campo contro Manzoni uno dei suoi atteggiamenti più classici, ancora oggi molto in voga in mille altre circostanze, dunque c’è necessità assoluta che a più di cinquant’anni dalla morte di Manzoni vi siano nuove e dettagliate testimonianze della sua grandezza. Ottima in tal senso è Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni di Dario Biagi (Stampa Alternativa, collana “Eretica Speciale”, pp.152), biografia concisa ma dettagliata che percorre tutta la parabola di vita dell’artista lombardo, osservandolo sia in veste di artista che di uomo e senza tralasciare le parti di essa più oscure e discutibili…
83cc1ab2b62cca369cc25604ae561486_oJlzSPYVbvUywLeggete la recensione completa di Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 9a puntata 2014/2015 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, nove febbraio duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #9 dell’anno XI di RADIO THULE. Titolo della puntata, “Bagliori nel buio. Il caso UFO di Travis Walton”.
A grande richiesta (!), RADIO THULE torna a occuparsi – con la consueta obiettiva chiarezza e senza alcuna mira sensazionalistica, ovviamente! – di uno dei (rari) casi più controversi e indubbiamente misteriosi del fenomeno ufologico: dopo il caso dei coniugi Hill, raccontato nella puntata #14 della stagione 2011/2012, in questa puntata andremo alla conoscenza della storia del presunto rapimento alieno del boscaiolo americano Travis Walton, accaduto nel 1975. Forse il caso più ricco di riscontri oggettivi e di testimonianze inconfutabili, che tutt’oggi mantiene pressoché intatto e per gran parte inspiegabile – o ben celato – il suo mistero.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Maurizio Arcieri: vivere un passo avanti in un paese fermo cento passi dietro

Maurizio_ArcieriLa storia artistica e creativa di Maurizio Arcieri, scomparso come saprete lo scorso 29 gennaio (notizia data dai media con gli onori “sindacali”, nulla più), è tra quelle più significative riguardo il tipico, cronico e istituzionalizzato atteggiamento nazionale di noncuranza, di rifiuto quando non di sdegno, verso qualsiasi creativo che scelga di intraprendere strade artistiche ed espressive avanguardiste fuggendo dal recinto del “politically correct” e delle convenzioni attraverso le quali l’opinione pubblica è stata ammaestrata a riconoscere chi e cosa debba considerare “buono” e chi e cosa no. Un atteggiamento assolutamente italiano, dobbiamo ammettercelo, che è frutto diretto dell’arretratezza culturale nella quale la nostra società langue da tempo immemore nonché di quella incapacità di accoglienza di tutto quanto sia diverso, nuovo, originale, insolito, che continua ancora oggi a fare del nostro paese un accozzaglia di campanili e orticelli da difendere da qualsiasi cosa, anche quando in essi il terreno sia diventato tanto sterile da non permettere più alcuna coltura (termine di identico etimo di cultura, guarda caso…)
Io stesso mi ricordo, quando da bambino mi capitava di cogliere una delle rare apparizione televisive di Maurizio Arcieri insieme alla moglie Christina Moser coi loro Chrisma (poi Krisma), restando affascinato da tali bizzarri eppure intriganti personaggi, i commenti degli adulti che avevo intorno, i quali ovviamente avevano conosciuto il Maurizio del periodo beat, quello della hit Cinque minuti che lo rese idolo delle ragazzine di fine anni ’60 e icona della canzone melodica italiana d’allora. Commenti sempre piuttosto sarcastici, “Ah, Maurizio… quello mezzo matto da quando s’è messo con quella svizzera… s’è persino tagliato un dito in pubblico, doveva essere drogato…” – ecco, cose di questo genere, per intenderci. Commenti che, lo so bene, non erano farina dei loro sacchi, ma fiato della bocca comune di un’opinione pubblica che, al vedere quel cantante un tempo così osannato (dacché tanto per bene, normale, riconoscibile) e ora, vestito di pelle, urlante e saltellante sul palco come un ossesso, l’aveva inesorabilmente rimosso dalla parte “buona” della società. Peccato che quella specie di “pazzo”, in verità, aveva scelto consapevolmente di muoversi in avanti, di progredire, di intercettare le nuove culture che verso la metà del settimo decennio del Novecento stavano per rivoluzionare il mondo; nel frattempo lo osservava e lo giudicava (per poi metterlo da parte) un paese fermo nelle sue misere convenzioni, nel suo provincialismo retrivo e sotto molti aspetti ancora preunitario e nelle sue paure sintomatiche d’un degrado che, in quegli anni, era già partito in maniera decisa.
Maurizio Arcieri non ha mai rinnegato quel suo periodo beat-pop, e mica si rifiutava di cantare Cinque minuti quando glielo chiedevano. Con i suoi New Dada (nome parecchio significativo di un atteggiamento fin da subito colto e ricercato) era arrivato ad aprire il concerto milanese dei Beatles del 1965, il massimo per un gruppo italiano d’allora. Ma nel frattempo aveva pure compreso che non era quella la sorte che voleva inseguire, non quella che avrebbe soddisfatto le proprie curiosità artistiche ed espressive. E capì anche che non era lì che il mondo si stava fermando, che la storia e le trasformazioni sociali e culturali stavano proseguendo verso altre direzioni, che stava per accadere qualcosa di veramente nuovo e rivoluzionario, quando di contro il paese in cui viveva sembrava del tutto insensibile e apatico verso tali sommovimenti. Fermo alle sue tradizioni, incapace di generare innovazioni: un processo comune a molte discipline, nell’Italia di allora che si stava già preparando a lasciarsi irretire e poi imbambolare (direi di peggio, mi astengo) dagli anni ’80, il decennio che sostituirà definitivamente l’edonismo alla cultura.

La sua fu una scelta consapevole sotto ogni punto di vista, e soprattutto, se osservata dai giorni nostri, dotata di coerenza e intuito artistici fuori dal comune. “La verità è che dall’Italia noi scappammo! Ce ne andammo a Londra poiché in quella città era tangibile la vivacità musicale, non si poteva certo dire la stessa cosa per il nostro Paese, o quantomeno non per noi”: così dichiarò qualche tempo fa Maurizio Arcieri a Marco Pipitone in un’intervista per la Gazzetta di Parma. Non aveva affatto torto, se poi le cronache raccontano che verso la fine del 1974 Arcieri consegnò alla Polydor – la sua casa discografica del tempo – il demo di quello che sarebbe diventato il primo album dei Krisma, Chinese Restaurant, un disco poi uscito nel 1977 e considerato di genere “punk”. Addirittura il New Musical Express, dopo l’uscita di questo disco, paragonò il duo ai Velvet Underground per il suo spiccato sperimentalismo! Insomma, già più di due anni prima di quasi tutti gli altri nel mondo Arcieri aveva intuito e intercettato quella possente rivoluzione prima musicale e poi culturale che, appunto nel 1977, fu il punk. Non solo: la sua proposta musicale era antesignana anche di certo synth-pop alla Depeche Mode, e non mancava di influenze sonore dark e new wave, quelle che poi resero leggendarie bands come Ultravox o Joy Division. Cinque, sei anni prima insomma, Maurizio Arcieri c’era già arrivato.
Non gli mancava nemmeno il fiuto per altri talenti musicali, se sul finire degli anni ‘60 aiutò un giovane musicista sperimentale siciliano che, unico insieme a lui, voleva proporre musica elettronica – una roba da marziani per l’Italia del tempo: quel giovane era Franco Battiato, che poi ricambiò omaggiando Arcieri facendolo produttore del suo album del 2004 Dieci Stratagemmi e regalandogli un cameo nel film Perduto Amor. E che dire poi di quello sconosciuto tastierista che per qualche tempo divenne il terzo membro effettivo dei Krisma? Era Hans Zimmer, oggi capo del dipartimento musicale dei DreamWorks Studios e uno dei più importanti compositori di colonne sonore contemporanei. Per non contare poi le collaborazioni con Vangelis, Subsonica, Marco Ferreri… A questo punto non sorprenderà più nemmeno la frequentazione che Arcieri e la moglie Christina ebbero del giro di Andy Warhol, e di quella fucina infinita di talenti che fu la sua Factory newyorchese tra i ’70 e gli ’80. Chi altri in Italia avrebbe potuto godere d’una tale possibilità?

Innovatore, Arcieri lo fu persino nella strumentazione utilizzata sul palco nei live: lo si annovera infatti tra i primi ad utilizzare un pc Mac, un modello iMac G5 al quale accompagnava soltanto il microfono per le parti vocali. Tale pc, utilizzato insieme con software per musicisti professionisti, gli bastava per riprodurre il suono desiderato: una melodia elettronica, genere sul quale Maurizio ha sempre coerentemente creduto.
Nel frattempo, come detto, la stampa e l’opinione pubblica italiana lo snobbavano, se non deridevano. Sintomatico quanto scrisse il quotidiano Corriere della Sera nel 1978, in occasione del controverso gesto del taglio del dito in pubblico da parte di Arcieri (“Fu solo una performance – dirà in seguito – gli autonomi giunsero in sala, avevano una molotov, fu quello un modo per protestare”) in un articolo dal taglio quasi offensivo: “Maurizio, un po’ sbiancato in volto, si è lasciato poi convincere a farsi portare all’ospedale, ove quei sanitari, invece di praticargli l’eutanasia per il bene suo, di sua moglie e di noi tutti – gli hanno riappiccicato il dito con un’ardita operazione”.
Il bollo infame di “tipo non ordinario, fuori di testa, dunque poco raccomandabile” gli resterà appiccicato per tutta la vita, fors’anche per consapevole scelta sua, conscio che spesso e volentieri la creatività ovvero la genialità non siano comprese e per questo ritenute cose bizzarre, fuori dalla norma, potenzialmente “pericolose”. Ci giocherà pure, in qualità di ospite del programma TV Chiambretti Night, presenza catodica che non renderà affatto onore a quanto compiuto, intuito, creato nella vita, all’essere stato a suo modo un generatore di cultura popolare (ma non solo, anche di elementi culturali più alti in molti casi) e un sorprendente innovatore in ogni attività artistica intrapresa.
Per innovare, sovvertire, rivoluzionare, creare cose e idee nuove – generare cultura, per essere concisi – bisogna rompere gli schemi prefissati, andare contro le regole, sfuggire alle convenzioni, a costo di essere messi al bando o, alla meglio, venir considerati delle teste matte. Maurizio Arcieri lo ha saputo fare, alla faccia di un’Italia sempre troppo impegnata a imitare il più possibile il passo del gambero. Che la standing ovation sia imperitura, per lui.